PMI e “No EURO”


Il titolo: vari economisti sostengono che l'economia italiana avrebbe grandi vantaggi eliminando la rigidità della moneta unica europea, il che permetterebbe un incremento delle esportazioni italiane nel comparto manifatturiero, a vantaggio, pare, sopratutto delle nostre Piccole e Medie Imprese ( PMI). Esiste anche una trattazione matematica del fenomeno, che dall'occhiata datale mi sembra impeccabile. Ma anche la relazione che descrive il volume di una data massa d'acqua in funzione della temperatura è impeccabile, nel senso che partendo da 80 °C e diminuendo la temperatura il volume diminuisce. Il che non toglie che a zero gradi invece il volume aumenta: il ghiaccio galleggia. Scusate l'elementarità dell'esempio: ma serve a introdurre uno dei concetti (il campo di validità di una teoria) che cercherò di chiarire più avanti.


1. Premessa prima: necessaria solo per l'eventuale nuovo lettore, altrimenti si può tranquillamente saltare.

Ritorno a citare il teorema dell'ingegner ***: “Per ognuno di noi, me compreso, le idee allo stato iniziale, nascente, che il nostro cervello (anche mio) ci scodella, per il 70% sono cazzate”. Da cui poi un corollario sul suo ruolo di direttore di una azienda assai grossa e importante, che, disastrata dalla politica industriale delle Partecipazioni Statali (e da quella economica dei governi di allora), era stato chiamato ad aggiustare quel tanto da renderla almeno vendibile. Di grandi nomi, basta citare Aristotele: non si sarebbe dato tanto da fare a inventare la logica formale se non ne avesse sentito il bisogno, direi. Attenzione: occhio, come credo sappiano tanti miei amici cattolici, so benissimo che il Cristianesimo è stato una assoluta necessità storica, e ritengo indispensabile il suo dettato dell'amore per il prossimo, altrimenti la nostra naturale tendenza a costituirci in gruppi distinti e ostili continuerà a produrre guai tremendi. Ma detto questo, ricordiamo sempre che la nostra tradizione religiosa dice qualcosa di molto sbagliato e diverso da quanto hanno detto Aristotele e dall'ingegner *** e che dice tanta altra gente, essenzialmente quella che ha a che fare con la Scienza e la Tecnica. Secondo questa tradizione religiosa e culturale, almeno nella sua versione diffusa tra noi pecorelle del gregge, errore e peccato (e quindi indegnità) sono legati assai strettamente. Ma la qualità di peccatore non dipende dal particolare problema intellettuale di cui uno si occupa in un dato momento, è permanente, fino a che uno smette di peccare. Quindi, nella sua versione correntemente usata, questa cultura comporterebbe che Galileo, avendo chiaramente toppato in materia di maree, era uno indegno (e magari sua mamma si vendeva) e non ha mai capito nulla di nulla. Volutamente estremizzo: ma di fatto quasi sempre, un X, se gli si dice che su un argomento si sbaglia, si offende a morte. Il metodo scientifico invece dà per scontata la nostra fallibilità e obbliga al continuo verificare le idee, anche le più belle e oneste, rispetto ai fatti, i “piccoli, brutti fatti”, e anzi usa l'errore come strumento per trasformare (attraverso un processo ricorsivo, assai spesso cooperativo e pubblico) le ipotesi in teorie, intese, come mi pare avvenga in ambienti di lingua inglese assai più spesso che da noi, come strumenti efficaci (molto spesso solo in domini di applicabilità definiti, non illimitati) al fine di prevedere e operare. Mentre nel nostro linguaggio corrente assai spesso si dice “teoria” per “elucubrazione astratta dalla realtà”, cosa assai diversa.

Quindi, che io la clausola “a me sembra che” la usi fino alla noia, non significa che io su quello che dico o scrivo non ci abbia riflettuto ripetutamente e a lungo (diffido ovviamente dal pensiero veloce, nonostante piaccia, e cerco di usare il pensiero lento, nonostante questo possa essere o sembrare prolisso) e cerchi sempre le verifiche dai fatti.


2. Premessa seconda.

No Euro” contro “Innovazionisti”.

La mia tesi è che affidarsi alla speranza di ottenere concreti e duraturi vantaggi per l'economia italiana dalle “svalutazioni competitive” (impedite dalla rigidità dei cambi fissi imposta dalla moneta unica) è una assai ingenua, ma pericolosissima illusione. Poi esporrò anche le mie ipotesi, che questa illusione sia coerente con certi aspetti della nostra cultura tradizionale, e che proprio da questa coerenza venga indotta una distorsione di giudizio non solo nel senso di sopravvalutare i vantaggi delle “svalutazioni competitive” e bellamente ignorarne gli svantaggi, ma anche di mortalmente ignorare la valanga di trasformazioni che le nostre società e quindi anche le nostre economie stanno per subire. Ho scritto “mortalmente”, e non mi riferisco solo alle tante PMI, Piccole e Medie Imprese (“Imprese” per modo di dire) che in regime di cambi fissi (fissi nello spazio relativamente limitato dell'Euro) languono o soccombono, ma a un secondo me assai probabile effetto di trascinamento (finanziario, economico e politico), trascinamento nei guai, dicevo, anche delle tante piccole, medie e grandi imprese che in questo regime di cambi fissi esportano a tutto vapore. Spero ovviamente di sbagliarmi.


3. Due piccoli esempi per cominciare a fermare le idee.

Molti anni fa, in Italia, si producevano televisori, che, non ricordo in che misura, si esportavano. Ma per fermare le idee, supponiamo che le esportazioni fossero zero. A quei tempi il costo di un televisore era sostanzialmente costituito da quello di un certo “coso” di vetro, grosso, a forma pressappoco di una piramide a base rettangolare, pesantissimo, che era un “tubo catodico” sui cui particolari non entro: penso che qualcuno se lo ricordi, e capita ancora di riconoscerli in qualche foto di discariche abusive. Non entro nel come il coso funzionava: comunque, aveva una qualità: veniva fabbricato in Italia e, mi pare, anche esportato. Ma aveva anche parecchi difetti, compresa una distorsione dell'immagine e compresa la necessità che all'interno venisse creato e mantenuto il vuoto. Questo mantenimento del vuoto era una questione difficile, perché gli stessi componenti metallici dell'elettronica interna al tubo rilasciavano molecole che, se non rimosse, finivano con l'impedirne il funzionamento. Si rimediava con certe cose chiamate getters, da to get, che assorbivano atomi e molecole mantenendo così il vuoto. Anche queste cose, piuttosto difficili da produrre, venivano fatte in Italia (e certamente esportate) da una ditta che si chiamava e si chiama “Saes Getters”. A un certo punto, in varie parti del mondo, della gente ha cominciato a chiedersi se c'era un sistema più pratico per visualizzare delle immagini: con ricerche, studi, tentativi eccetera, durati alquanti anni, si sono realizzati i primi schermi piatti dei tipi (ce n'è più di uno) che siamo abituati a vedere in tutti i televisori, PC, Tablet e cellulari (nonché apparecchi vari, anche per esami medici) di oggi.

L'arrivo sul mercato dei televisori a schermo piatto ha reso completamente inutili i “cosi” o “tubi catodici” e i televisori che li montavano; non ne ha “diminuito” il valore, lo ha completamente azzerato, perché non li comperava più nessuno, neanche a prezzo zero, facendo letteralmente sparire, in un tempo brevissimo (qualche mese) un segmento parecchio importante della nostra industria dell'elettronica di consumo.

Ora, non è che gli schermi piatti siano stati inventati, ingegnerizzati, portati in produzione e commercializzati in tre giorni: ci sono voluti anni e anni, in cui le invenzioni e i progressi erano forse non completamente noti nei dettagli, ma certamente erano noti molto più di quanto doveva bastare a Governo, imprenditori ed economisti a capire cosa sarebbe successo. E si poteva evitare la catastrofe, che anche alla nostra bilancia commerciale non ha fatto certo bene: non è che fare schermi piatti fosse più difficile che fare tubi catodici: si è trattato proprio (sempre secondo me) di insufficienza intellettuale. Tanto è vero che la Saes Getters, per la quale i produttori di tubi TV erano una importante fonte di ordini, si è riposizionata in tempo e mi pare non se la cavi affatto male. L'ultimo rapporto, relativo al primo trimestre 2018, dichiara un fatturato in aumento del 7,8 % rispetto al primo trimestre 2017, nonostante (e qui viene il bello) l'indebolimento del dollaro rispetto all'Euro, per un effetto del – 13,4% (sempre sul fatturato). Con un utile netto consolidato (sempre trimestrale) per un + 54 %. Non mi sono andato a leggere tutto il rapporto agli azionisti, ma mi sembra che a un calo del valore del dollaro rispetto all'euro, corrisponda un relativo minore incremento del valore delle esportazioni in moneta USA ma un robusto incremento delle esportazioni in quantità, con probabilmente una migliore saturazione della capacità produttiva; ma comunque questa è una mia supposizione. Il fatto fondamentale è che la Saes se la cava benissimo anche quando la forza dell'euro cresce. Posso anche dire che è, oggi e in Italia, un'azienda particolare, ma su questo torno più avanti.


4. Innovazione di prodotto e innovazione di processo. Lo schermo piatto, rispetto al tubo catodico, è stato un prodotto nuovo, inesistente, in precedenza. Prendiamo invece il caso dell'Ilva di Taranto su cui, per inciso, la Lega, secondo me, ha la posizione giusta, mantenimento e semmai potenziamento; ma sembrerebbe che alla Lega, anche quando hanno ragione, non comprendano completamente perché hanno ragione. Ora, tornando alla sostanza, l'ILVA fabbrica acciaio, che non è un prodotto “nuovo”, e di concorrenza, di altre ditte che lo fanno, al mondo, ce ne sono tante. Non so la situazione di adesso, vale a dire se si sono rimbecilliti o sono svegli come lo erano alquanti anni fa: ma la particolarità ILVA era quella di essere estremamente efficiente. Tra le cause di questa efficienza c'è la grandezza, il fattore di scala, la posizione ottima per l'accesso dal mare (come Fos sur Mer in Francia), ma sopratutto c'era (e spero ci sia ancora) una fortissima capacità di innovazione nel fare l'acciaio (ossia di innovazioni nel processo di produzione), non per impianti tanto strani, ma per la loro intelligente automazione (ci sono automazioni fatte più o meno bene), conduzione locale e gestione integrata. All'epoca in cui si parlava ancora di “cervelli elettronici” con un misto di ammirazione e sbigottimento all'ILVA tutto era già gestito tramite elaborazione digitale, con almeno una cinquantina (allora) di elaboratori a fornire “guida operatore”, in cui l'operaio interagisce con l'impianto mediante schermo, tastiera, mouse eccetera e “controllo di processo” vero e proprio, dove l'automazione può intervenire autonomamente, il tutto integrato nella gestione generale dello stabilimento. In una visita, ho abbandonato il mio gruppo stupito ad ammirare lo spettacolo della colata continua e mi sono andato a guardare la storia continua degli eventi per vedere da quanto tempo la colata continua funzionava senza sospensioni, o peggio per problemi: il capo impianto, che al posto mio avrebbe fatto la stessa cosa, è stato piuttosto contento, visto che andavano avanti in continuo, a contenitori di acciaio fuso immediatamente uno dopo l'altro. Questo livello di supporto impiantistico, assieme alla preparazione del personale, alla incentivazione dell'intelligenza, produceva poi globalmente e inevitabilmente una assai forte competitività.

Comunque, il punto è che non esiste solo il caso di innovazione di prodotto ma esiste anche quello di innovazione di processo, che per ragionamenti di carattere economico non è affatto meno importante, anzi. Facciamo la Firenze-Mare e passiamo nell'epicentro della carta monouso. Insomma, tra carta igienica, rotoloni eccetera, la Sofidel si fa circa un miliardo e settecento milioni di fatturato, a cui si è arrivati in una trentina di anni. Non ho ancora cercato le cifre delle esportazioni, ma mi pare che non se la cavi affatto male, per l'essere impegnata in una serie di prodotti non certo di tecnologia spaziale.

Ancora un esempio: una volta i diabetici di tipo 1 (esiste un tipo 2 molto meno difficile da gestire) utilizzavano l'insulina ricavata dal pancreas dei maiali macellati industrialmente per farne salsicce, prosciutti eccetera, che aveva vari inconvenienti, tra cui il primo era l'essere insulina suina, non umana, e le due non sono perfettamente identiche. Adesso si usa un diverso modo di produrre: si è modificato il DNA di un batteri introducendovi le istruzioni genetiche per fargli produrre l'insulina umana. Poi si fanno crescere e moltiplicare in quantità industriale i batteri e dalla coltura si estrae l'insulina umana: tutti contenti, produttori e pazienti, che di problemi ne hanno assai meno. In questo esempio abbiamo contemporaneamente l'innovazione di processo e l'innovazione di prodotto. 5. Mele, pere e lampadari. Fondamentale, da parte dei No euro, pare essere l'accusa, agli avversari, di confondere il “manufatturiero”, per cui esiste una più forte sensibilità delle vendite in esportazione rispetto al prezzo, rispetto ad altri tipi di produzioni. Ma anche “manufatturiero” è oggi un ridicolo pastone, in cui si mettono assieme i coperchi dei tombini stradali (ghisa rifusa, oggetti pesantissimi, di scarso valore, che nessuno si sogna di volere esportare) e anticoagulanti. Pretendendo di fare una trattazione appena appena rigorosa, bisognerebbe fare un censimento dei prodotti, valutare per ognuno la sensibilità delle vendite, reali o possibili, in esportazione rispetto al prezzo e costruire alla fine un indice ponderato. E nel frattempo le condizioni sarebbero già cambiate. Alla Facoltà di Fisica, con simili semplificazioni, si verrebbe cacciati. Non è colpa degli economisti se hanno a che fare con questioni assai complicate e molto difficili da matematizzare, va a loro merito se riescono a capirci qualche volta qualcosa.

6.Prezzo e convenienza. A me, povero ignorante, sembra che mentre il prezzo sia sempre un fattore importante per dare luogo a una transazione di compravendita, qualcosa venga comperato, non possa essere considerato l'unico fattore se non in completa assenza di alternative. Esempio (pedante, d'accordo...): una certa condizione patologica molto frequente tra gli anziani espone al rischio di ictus. Alquanti anni fa non c'era possibilità di prevenzione: costo dei farmaci preventivi, che non c'erano, zero. Costi per il Servizio Sanitario Nazionale e per l'INPS, per ospedalizzazioni, cure dell'ictus, possibile riabilitazione eccetera, pensione di invalidità e quant'altro, chiamiamoli Y. Poi si è trovato che con l'eparina, un anticoagulante, in iniezioni giornaliere, si riduceva di molto il rischio di ictus e quindi il costo Y 1 per SSN e INPS, comprensivo del costo dei trattamenti eccetera + il costo dell'eparina, diminuiva drasticamente rispetto a Y, anche se l'eparina ha un prezzo ben maggiore di zero. Con questo anticoagulante, però, erano necessarie frequentissime analisi di controllo, bisettimanali, mi pare. Poi un paio di anni fa sono comparsi degli anticoagulanti di nuovo tipo, molto meglio tollerati, ad azione più graduale, per cui basta una analisi di controllo ogni sei mesi, al massimo. Questi nuovi anticoagulanti a loro volta costano parecchio di più dell'eparina, ma basta anche solo il risparmio ottenuto eliminando la necessità delle analisi a renderli assai più convenienti. Anzi, diciamo che in realtà è la convenienza a definire il prezzo, non attraverso il mercato, in questo caso, ma perché le case farmaceutiche fissano il prezzo non in base al costo per loro (produzione, quota parte della ricerca per arrivarci, eccetera più il loro margine), ma facendo i conti in tasca agli acquirenti. Se al SSN il prezzo massimo per avere una convenienza ad acquistare l'anticoagulante nuovo è 100, loro fissano il prezzo a 90 e siamo tutti contenti. Amen. Un altro esempio, di un genere meno frequente dei farmaci: una ditta vuole mettere in un'orbita particolare uno o più satelliti. La scelta sarà dipendente non solo dal prezzo chiesto (montaggio sul razzo vettore del satellite fornito dal committente, lancio eccetera eccetera) ma anche dal costo del satellite. Se è un affare semplice e relativamente poco costoso, probabilmente sceglierà gli indiani, che offrono il prezzo minore. Se è un coso complicato e molto costoso, avrà molto peso l'affidabilità del vettore, che, ritengo, permette di risparmiare assai sull'assicurazione (nessuno credo sia tanto matto da farsi mandare in orbita un satellite da molti milioni di dollari senza assicurarsi). E allora vince Iron Hill, per i burini Colleferro, provincia di Roma, dove ELV costruisce il razzo Vega. Essendo il Vega un potenziamento additivo dei razzi a combustibile solido del lanciatore Ariane 5, che ha fatto mi pare una cinquantina di lanci (ciascuno con due booster della ELV, ed avendo Vega a sua volta (oggi) 10 lanci senza problemi, non è sorprendente che per affidabilità (oltre che per altre ragioni funzionali), e quindi per convenienza, Google per i suoi nuovi satelliti fotografici abbia scelto ELV. Un punto importante: pur trattandosi di razzi, satelliti eccetera, in questo caso è stata importantissima la innovazione di processo, cioè il come fare , prima del che cosa fare.

7.Le ragioni dei No Euro. Attenzione, attenzione e ancora attenzione: non è che qualche motivazione razionale non ce l'abbiano. Il problema è che molte imprese italiane, generalmente piccole e medie (PMI) non sono in grado di reggere la concorrenza internazionale e stanno affogando. Il modo apparentemente più fattibile per salvarle (assieme ai relativi posti di lavoro) sarebbe il ricorrere ancora una volta (lo si è già fatto, e spesso, in passato) a una svalutazione della moneta usata in Italia, magari sotto una qualche forma contorta come i cosiddetti mini-bot. Ma in sostanza, stando nell'Euro, non è che lo puoi svalutare. Comunque, non credo che nessuno neghi che a bocce ferme o almeno muoventesi lentissimamente una svalutazione della moneta possa provocare dopo un iniziale peggioramento, un miglioramento della bilancia commerciale, purché sia soddisfatta una certa condizione (di Marshall e altri). Nel gergo (alquanto arbitrario, secondo me) degli economisti, se ho ben capito (un esamino di economia aziendale l'ho dato, e anche con un ottimo voto, per quel che vale, ossia assai poco), si parla di “elasticità” nel senso di sensibilità della domanda di un dato bene rispetto alla variazione di prezzo di quel bene. Ma esiste anche una “elasticità incrociata” ( peggio me sento ! ) per la sensibilità della domanda di un bene rispetto alla variazione di prezzo di un altro bene. Obiezione ! Da parte dei No Euro, si concepisce la variazione del prezzo d'acquisto, che la renda conveniente da parte dell'acquirente estero, come indotta esclusivamente dalla variazione del valore della moneta in cui il prezzo è espresso: non gli passa neanche lontanamente per il capo che il costo di produzione possa variare, in un dato tempo, di più di quanto il prezzo del prodotto possa variare per un cambiamento del valore della moneta. Ossia: non basta che venga verificata la condizione di Marshall (e altri), ma deve anche almeno essere verificata una condizione minima, di innovazione di processo, da parte dei concorrenti, nulla. Ma è una pia illusione, o un sogno di autorità, che si possa impedire ai produttori, nel resto del mondo , di un dato prodotto e di prodotti per cui esiste “elasticità incrociata” di rimanere fermi, senza innovare, per fare piacere alle nostre imprese e ai nostri economisti. Attraverso queste illusioni io ci sono già passato: lavoravo in una industria che, più che da cavia, serviva da campo (grande) di iniziale applicazione delle certezze ideologiche dei governi DC di allora. Tutto sommato, ero riuscito a farmi considerare non del tutto stupido, per cui il mio immediato superiore (il cui superiore, di fatto, aveva come superiore il Governo) cercando di cooptarmi, anche per il mio bene carrieristico, con me parlava abbastanza liberamente. Mi diceva: “Ma tanto, un'azienda come la nostra, se ogni anno fa un passivo di un paio di miliardi (di lire) per scopi sociali, che mai sarà ?”. E io gli rispondevo che in un mercato aperto, come per i nostri prodotti doveva necessariamente essere, una tale posizione ci avrebbe portato inevitabilmente a passivi insostenibili. Due anni dopo il passivo superava i 50, ripeto 50, miliardi. Non è che si fosse fatto qualcosa di strano: semplicemente non si era fatto nulla, mentre i concorrenti esteri (nella UE e fuori) avevano introdotto cambiamenti nei processi produttivi tali da sbatterci fuori mercato nonostante tutta la paramiracolosa debolezza delle lira e tutte le condizioni di Marshall (e altri). L'ingegner ***, quello stesso del teorema per cui il 70% delle idee (le sue comprese) allo stato nascente, non sottoposte al pensiero lento e alle verifiche rispetto ai fatti sono cazzate, mandato a governare per almeno almeno riportare l'azienda a uno stato tale da poter trovare qualcuno che se la comperasse per due soldi, diceva anche che “Senza idee, oggi, una qualsiasi industria crepa”. E tra poco ci torno. Mi sembra interessante un ragionamento di Sapelli, almeno come lo ho trovato (e sperabilmente capito). Innanzitutto mi sembra introduca il concetto di una distinzione tra prodotti: non ricordo l'aggettivo esatto usato, ma vale “strano, bizzarro” per quelli a cui non è applicabile la iperfamosa condizione di Marshall (ed altri). Ma, che sia applicabile la famosa distinzione, o più in generale la sensibilità al prezzo di vendita, attraverso il costo di produzione, dipende dal grado di innovazione di processo. Anche un prodotto che siamo abituati a vedere come consueto può essere fatto, in un paese A, in modo innovativo, a un costo tale che, aggiungendoci anche un margine assai grasso, può avere un prezzo di vendita minore del prezzo in moneta debole dello stesso prodotto, fatto nel paese B, in modo tradizionale. E mi sembra pure che nella Storia dell'Economia di casi come questi ce ne siano stati tantissimi: solo che vengono percepiti come grandi eventi rari, mentre adesso ai grandi eventi, d'altra parte assai meno rari che in passato, si aggiungono costantemente numerosissimi perfezionamenti minori la cui somma però manda al diavolo le presunte certezze. Distinguere i prodotti in manufatturieri e non, bizzarri e consueti, è oggi assolutamente fuorviante. Se io, da dove sono seduto davanti al PC, guardo in giro, di prodotti nuovi o fatti in modo almeno parzialmente nuovo, intendendo per “nuovo qualcosa avvenuto negli ultimi q1uattro o cinque anni, ne vedo tanti, compreso uno schiaccianoci da due soldi assai migliore di quello tradizionale. L'altra osservazione su quanto pare abbia detto Sapelli è anche più importante. S. dice che in assenza di svalutazione competitiva si rende concorrenziale il prodotto abbassandone più o meno surrettiziamente il costo del lavoro, per esempio incrementandone la mobilità. A parte il fatto che anche per esperienza personale non sono convinto che neanche soggettivamente la mobilità sia sempre il male assoluto, per me non è affatto vero che la svalutazione (competitiva, nelle intenzioni) sia indolore per il lavoratore dipendente. Io di operai ne ho conosciuti e ne conosco parecchi, ma tutti quelli di cui so qualcosa non hanno nulla in comune con i proletari dell'800, e nemmeno con quelli degli anni '60: tra liquidità, BOT, depositi postali, mutui eccetera non ce n'è uno che non sia colpito nel portafoglio da una perdita di valore della moneta e non venga fregato dall'ineliminabile intervallo temporale tra perdita di valore di acquisto del suo stipendio e eventuale futuro adeguamento. Altrimenti, avremmo ancora la niente affatto rimpianta scala mobile. Veramente uno che ancora la rimpiange lo conosco, ma, pur essendo una bravissima persona, è anche uno che ammira Maduro, pare.

A me sembra che anche Sapelli sia influenzato dal bias (normalmente tradotto come pregiudizio, io direi invece distorsione) per inconscio rispetto di tradizione culturale di sottovalutazione della innovazione e di concepire la produzione di plusvalore come risultante, necessariamente, da un qualche metodo di fregatura del lavoro dipendente...

8) Ancora sulle innovazioni. Secondo ISTAT, 22/5/2018, solo il 3% delle imprese italiane hanno “compiuto la transizione digitale”, che è poi una buona misura della propensione all'innovazione, ma non esaurisce certo le possibilità di innovazione. Questo 3% realizza il 24% del valore aggiunto prodotto in Italia, aumentando i posti di lavoro del 3,5% in un biennio contro lo 0,6 del totale delle aziende. Al 63% delle aziende della digitalizzazione non gliene frega niente, non si pongono il problema; il 9,7 ci sta procedendo, il 22 sarebbe sensibile ma ha problemi perché “vincolate dal punto di vista del capitale materiale e umano”. Insomma, a pochissime aziende, che nel loro insieme però realizzano parecchio successo, interessa fare innovazione, almeno per quel minimo che oggi corrisponde alla “digitalizzazione”. Ora, cominciamo a smitizzare la “innovazione”, che non è un evento miracoloso, una discesa dell0 Spirito Santo, ma qualcosa che spontaneamente, se fossimo liberi da timidezze e vincoli ideologici, faremmo spesso. Una volta, avendo anche la responsabilità di controllare che certi sistemi funzionassero a dovere, entro, me lo spiegate nella cabina di comando di un impianto, e ci trovo gli operai tutti allegri, muniti di calcolatrice tascabile, che facevano cose evidentemente difformi dalle procedure standard. Che non erano affar mio ma che, se non altro per curiosità, non potevo non conoscere almeno un po'. Gli faccio: “Aho', me lo spiegate anche a me che cavolo state facendo ?” e con alquanta allegria mi raccontano che si era verificata, non per loro attività, una condizione anomala in cui la procedura standard prevedeva l'invio a rottame del semilavorato. Per sport intellettuale, per ipotesi e verifiche mentali (modalità trial and error, tentativo e verifica dello scostamento rispetto agli obiettivi) si erano inventati un modo per rendere utilizzabile quel semilavorato altrimenti destinato a rottame. E sempre per sport si divertivano pure a calcolare l'importo del danno evitato all'azienda, risparmio ottenuto, ben maggiore, per inciso, dei loro stipendi. Ma non ne facevano occasione di rivendicazione: la quotidiana pratica e una certa dose di intelligenza, assieme a una sana diffidenza per il pensiero veloce (altrimenti la sicurezza sul lavoro sarebbe diventata precaria) li rendeva coscienti del fatto che il plusvalore può (e anzi dovrebbe sempre) essere assai maggiore della fatica, impegno, tempo eccetera necessari per produrlo.

Non è che tutte le innovazioni siano così facili, né che tutte riescano: ma anche per esperienza diretta, in quanto qualche piccolissima innovazione l'ho combinata anch'io (il che mi ha permesso di sopravvivere abbastanza a lungo rispetto alle antipatie suscitate), mediamente le innovazioni ottengono risultati assai maggiori rispetto agli sforzi necessari per idearle e possibilmente (degli ostacoli scrivo più avanti) metterle in pratica. E faccio qualche esempio. Ormai molti anni fa ho assistito a un convegno sui metodi di calcolo su computer: un giovane ingegnere presenta quello che allora era il “motore di apogeo” del razzo che ha lanciato il primissimo satellite della ESA, European Space Agency. Senza entrare in particolari, era un coso che o lo facevi bello pesante (e quindi costosissimo da portare nell'alto dei cieli) o dovevi impiegare calcoli complicatissimi. Nell'intervallo lo becco (sono stato l'unico veramente interessato) e gli chiedo che software avevano impiegato: mi risponde “quello del metodo agli elementi finiti”. Ribatto che per quanto ne sapevo io, il pur validissimo software non prevedeva di gestire contemporaneamente la variazione di forma del solido attraverso in quale si trasmette la forza di spinta e le variazioni di pressione (da atmosferica al lancio a quasi zero in quota) e temperatura del tutto. Mi risponde che lo avevano modificato loro, la gang di Iron Hill , la solita Colleferro, provincia di Roma. Essendo stato io anche softwarista (pure programmatore free lance , e guadagnavo bene) gli ho fatto delle sentitissime congratulazioni e dichiarato che avrei sorvegliato i loro successivi misfatti. Una innovazione relativamente settoriale ha creato un alquanto importante sbocco per le nostre esportazioni in un campo abbastanza affollato di qualificati contendenti. Non è che di motori a combustibile solido per Ariane 5 o per Vega se ne facciano tre al giorno, ma comunque non è esattamente roba che sul mercato valga spiccioli. Incidentalmente, anche qui, il criterio della convenienza non coincide con il prezzo, anche in una ipotesi di pari affidabilità. L'eccellenza del metodo di calcolo della struttura permette di farla più leggera, e questo permette, a parità di altre condizioni, di mettere in orbita un carico maggiore.

9)L'immoralità dell'innovazione. Di innovazione se ne parla assai, e a parole ne sono entusiasti tanti, salvo poi spesso a ridurla a un limitatissimo uso di Internet o poco più. Ma non ci ricordiamo mai che anche la semplicissima abitudine di lavarsi le mani più volte al giorno, a suo tempo, è stata una innovazione rivoluzionaria, scandalosa ed empia. Ripeto ancora una storia ben nota ma sempre istruttiva: 1847, un certo dottor Semmelweiss, presso il reparto ostetricia dell'ospedale universitario di Vienna, ha capito che la causa delle moltissime morti di puerpere era da cercare nel fatto che gli studenti visitavano le pazienti (toccandole) dopo avere dissezionato cadaveri e senza nemmeno essersi lavate le mani. Piantando la grana, ha avuto la prova che la sua idea era giusta: le morti per quella che veniva allora chiamata “febbre puerperale” cessavano. Ma nonostante questa prova di fatto ha trovato più oppositori che sostenitori: è andata a finire che è rimasto sconfitto, anche perché non era un leone di coraggio e nemmeno troppo intelligente, se n'è dovuto andare a fare il medico in non ricordo che sperduto posto, per poi morire, sconfitto e pare mezzo impazzito. E gli studenti hanno continuato a non lavarsi le mani e le puerpere hanno continuato a morire. Ripeto questa notissima storia perché tra gli oppositori c'è stato Rudolf Virchow, un genio, e anche sincero altruista, impegnato nella difesa dei deboli, eccetera. Il che non gli ha impedito di toppare totalmente; anzi, la coscienza della sua superiorità intellettuale e morale lo ha corazzato contro il dubbio di poter avere torto. Non si è trattato di conservatorismo da vecchiaia: nato nel 1821, era anzi un po' più giovane di Semmelweiss. E ha continuato a opporsi alla cosiddetta “Teoria batterica”, per cui varie patologie sono causate da determinati microorganismi, anche contro Pasteur e Lister. Insomma, perché le conseguenze della ragionevolissima osservazione di Semmelweiss venissero accettate, ci sono voluti quarant'anni, con milioni di morti premature alquanto facilmente evitabili, anche semplicemente lavandosi le mani! E per fortuna Pasteur era un fervente (ma razionale) cattolico, per cui il precedente di Galileo non è stato replicato neanche come tentativo.

Ma non ci illudiamo di stare tanto meglio, oggi. Risale al 1973 uno studio di un certo Ames, il quale ha dimostrato che la duplicazione di una cellula (processo che avviene continuamente, un numero astronomico di volte, anche in un organismo adulto) introduce necessariamente degli errori nel DNA della nuova cellula. Il che comporta la certezza di un accumulo di tali errori per progressive duplicazioni, e la inevitabilità quindi che delle cellule finali delle tante “stirpi” continuamente in essere “impazziscano” e diventino cancerose, con conseguenze patologiche spesso mortali in quanto il sistema immunitario non è perfetto, per cui in un caso su sei non interviene adeguatamente (negli altri cinque non ce ne accorgiamo). Essendo poi stato Ames una persona seria, non ha proposto una ipotesi: ha accuratamente verificato, prima di pubblicare la sua teoria (nel senso non di elucubrazione senza contatto con la realtà ma di strumento concretamente utilizzabile) . Teoria che, finalmente diffusasi (ma c'è voluto più del tempo corrispondente a una generazione) nell'insegnamento accademico ha permesso di cominciare seriamente, e non più alla cieca o quasi, a trovare terapie. Non facili per un problema di origine tanto generale, essendo numerosi i tipi di cellule diversi e le configurazioni di errori accumulati in un DNA, ma comunque le guarigioni crescono dell'1% all'anno. Eppure, nonostante Ames e i tanti importantissimi studi sperimentali successivi, quasi tutti restano sbalorditi se gli si dice che anche gli animali, pure quelli viventi nell'ambiente più remoto, si ammalano di cancro. E scommetterei che la grande maggioranza degli avversari della TAV è convinta che li farebbe morire di cancro.

Perché vi ho inflitto (o meglio tentato di infliggervi) questi esempi su questioni medico-biologiche ? Perché, secondo me, è del tutto normale che anche in questioni di vita o di morte, e anche per di persone classificabili come geni, l'innovazione sia intrinsecamente sgradita. Lasciando da parte questioni di competenza di chi si occupa di neuroscienze, non è accettabile come giusto che si possano ottenere risultati positivi sproporzionati rispetto all'impegno speso. E che nonostante intelligenza, impegno anche enorme speso nello studio, si possa essere superati da un buzzurro ignorante come Semmelweiss. A meno di essere coscienti della costante necessità del pensiero lento, ma proprio questa necessità, il dovere sempre verificare ciò che ci viene in mente, verificare formalmente e rispetto ai fatti, nega la possibilità di infallibilità. Ma nella nostra tradizione culturale, la religione dice che l'errore è conseguenza del peccato: tradotto in cultura di uso quotidiano, significa che se io sbaglio, se non io, almeno mio padre o peggio mia madre sono stati indegni peccatori. Non è facilmente accettabile, neanche da chi si ritiene immune da scrupoli religiosi, che la Natura (per le definizioni vale Edoardo Boncinelli, “Contro il Sacro”) sia largamente casuale. Il teorema dell'ingegner ***, quello per cui le nostre idee, allo stato nascente, per il 70% sono cazzate, non dice che tutte le idee sono sbagliate o tutte giuste, magari in conseguenza di un qualche merito o demerito personale: dice che c'entra il Caso, o se vogliamo parlare difficile, nella ideazione, nella formazione delle nostre opinioni, entrano fattori “stocastici”. Ammettere questo è inconciliabile con una concezione della Natura come perfetta, o per lo meno coerente, ci costringe ad ammettere che la Natura è intrinsecamente ingiusta. Solo così posso ammettere che Virchow sia stato intellettualmente battuto dal povero Semmelweiss, senza arrendersi neanche di fronte agli studi e sopratutto alle realizzazioni di Pasteur e di Lister, e che almeno una qualche neoplasia benigna, se si vivesse abbastanza a lungo, sarebbe inevitabile. Il tutto è in totale conflitto con la nostra tradizione culturale, che non può prescindere dalla religione tradizionale. Ma in questo contesto di tradizionalismo culturale, non si può generare, in economia, autentico surplus: deve essere generato da Dio, o altrimenti non è surplus ma fregatura del lavoro dipendente. A me difatti paiono numerosissimi gli imprenditori ai quali interessa meno il guadagno (o la realizzazione delle proprie energie di Homo faber o di Prometeo) del potersi ritenere più potenti dei sottoposti, maggiore potenza realizzata fregandoli. L'innovazione non interessa: gli eventuali guadagni non sono gratificanti come guadagni assai minori ottenuti dalla umiliazione dei dipendenti o illudendosi che da essa provengano. Guadagnare soldi in un contesto di tenore di vita tedesco è insipido rispetto al fare gli stessi soldi in un contesto ungherese... Non vale per tutti, altrimenti l'economia italiana sarebbe defunta da un pezzo, ma per tanti imprenditori, sì.

10.Conclusioni. Secondo me ci sono due fattori, connessi tra di loro, che rendono la svalutazione competitiva efficace contro le difficoltà di tante PMI (richiamo il rapporto ISTAT per cui il 63% delle imprese è indifferente ai vantaggi della digitalizzazione) quanto la camomilla contro la TBC, anzi peggio, almeno la camomilla non fa male.

Primo, siamo entrati in una fase di continua accelerazione delle scoperte scientifiche. Fino a due anni fa era ragionevole ritenere che le caratteristiche genetiche di ciascuno di noi derivassero dal DNA della madre o da quello del padre. Poi si è scoperto che questo non è vero nella misura che credevamo: nel DNA di ciascuno di noi si trovano anche, sia pure poche (ma in vari casi decisive) caratteristiche non presenti nei genomi dei genitori, caratteristiche battezzate come “mutazioni de novo ”. Adesso sono state anche quantificate, mi pare in circa una sessantina. Recente è anche la scoperta che la flora intestinale può contribuire a governare il nostro comportamento, non solo banalmente perché se digeriamo male siamo di cattivo umore, ma direttamente, pare. La scoperta deriva dalla constatazione che si verificano casi di topi che non temono i gatti, per cui, mancando della necessaria prudenza, finiscono rapidamente mangiati. Indagando, si è trovato che un parassita, nell'intestino dei topi, produce un mediatore chimico che finisce anche nel cervello, dove disabilita i circuiti nervosi della paura. Così il gatto mangia il topo, il parassita si riproduce nel gatto, viene espulso con le feci e si disperde nell'ambiente, qualche topo inevitabilmente finisce col mangiare uno scarafaggio (o altro) contaminato (notoriamente i topi non cuociono gli alimenti) e il cerchio si chiude. Parecchi biologi si stanno precipitando a cercare eventuali altri mediatori chimici trasmessi dalla nostra flora intestinale al nostro cervello... Al confine tra Scienza e Tecnica, è stato costruito un DNA, funzionante, in cui compaiono altre due basi chimiche diverse dalle quattro ben note e universalmente diffuse. Questo comporta, tra l'altro , la possibilità, almeno per ora congetturale (non dico teorica per evitare il comune fraintendimento di teorico come astratto e concretamente vano), di fare produrre a batteri (come si fa per l'insulina) anche sostanze non presenti in natura. E potrei continuare per un pezzo. Questo approfondimento e diffusione delle conoscenze scientifiche si autoalimenta: quindi, secondo me, hanno ragione i biologi e quelli che si occupano di neuroscienze: siamo in una fase di cambiamento molto profondo, da cui l'economia non può essere immune.

Non può esserne immune (e questo sarebbe il secondo fattore) per la democratizzazione della Scienza non solo come insieme di cognizioni, ma come metodo scientifico. Anche dal solo punto di vista numerico, i ricercatori, che in tutto il mondo fino a una ventina di anni fa potevano essere forse qualche centinaio di migliaia, crescono, e trascinano applicatori, cioè persone come ingegneri, chimici eccetera che poi applicano le nuove conoscenze, ossia innovano. Il che significa che la stasi tecnica, per una qualsiasi economia (o almeno che abbia bisogno di esportare) è un suicidio, e neanche relativamente lento come quello a cui ho assistito io, da dentro, ormai parecchi anni fa. Non c'è modo di impedire a qualcuno, nel vastissimo mondo, dove proliferano anche in Paesi popolosi come India o Cina applicatori di prim'ordine, di innovare qualcosa, nel processo produttivo di una qualsiasi possibile merce, che comporti una convenienza per il compratore maggiore di quanto ottenibile da un deprezzamento (nei limiti del fattibile) della moneta in cui è espresso il prezzo da parte dell'aspirante esportatore italiano. Anzi, la tattica delle svalutazioni competitive richiama gli squali, perché dimostra una debolezza intrinseca. Dato che svalutare, anche quando sia verificata la condizione di Marshall (ed altri) privo di inconvenienti non è, usare la svalutazione fa capire ai competitori che non ci sono riserve di tecnologia a cui attingere. Insomma, bisogna accettare il fatto che una impresa manifatturiera se non innova non guadagna, e se, almeno, non si mantiene tecnicamente aggiornata, muore.

Non posso dilungarmi oltre: comunque questo scritto lo troverete anche nel mio sito “ www.ancoraimparo35.it” nella pagina “Su Euro”.