DA ROBERTO VACCA - 2 LUGLIO 2014

Quid cogitas? Quantum et quomodo cogitas? di Roberto Vacca, Giugno 2014.

“Cogito ergo Cartesius est”, scrisse Saul Steinberg, il famoso disegnatore. La battuta strappa un sorriso, ma non dice molto.

Poi c’è la storiella dell’oratore che dice al suo pubblico napoletano:

“Io sono un libero pensatore.”

E uno dalla prima fila gli chiede: “E a che pienz’?”

Non è solo una battuta. È una questione cruciale. Anche certi animali pensano, dato che hanno memoria e fanno scelte. Tutti noi pensiamo spesso facendo passare immagini per la nostra mente, senza descriverle con parole. Se usiamo parole (anche non pronunciate, né scritte) queste possono costituire proposizioni staccate o connesse in modo debole: “Chiamo l’ascensore – Salgo al mio piano - Ho fame. – Mangio pane. – Tuona. – Forse pioverà.” – e così via.

Da 24 secoli abbiamo imparato da Aristotele a ragionare con i sillogismi. Però ci vollero 10 secoli per capire che ce ne sono 19 tipi diversi (lo capì Psello). Da 23 secoli abbiamo imparato da Euclide a dettare postulati, a formulare ipotesi e a dimostrarle. Da pochi secoli abbiamo imparato a fare osservazioni e a descrivere con la matematica fenomeni naturali, processi.

Anche quando non usi questi strumenti, pensi. Però le idee o i simboli che traversano la tua mente non sono organizzati. Non lasciano traccia. Confermano “alla Cartesio” che esisti, che sei un essere umano, ma non tanto straordinario. Mezzo secolo fa scrissi una pagina del mio libro “Esempi di Avvenire” su che cosa sia un uomo. La riporto qui:

“Tutti conoscono la definizione: “L’uomo è un bipede implume”, ma sociologi, filosofi, sacerdoti o «intellettuali” in genere restano confusi quando siano chiamati a rispondere a questa domanda. Io ricorro, allora, al metodo socratico e pongo domande che riporto qui di seguito con le risposte che ricevo.

« È un uomo chi non sa leggere?”

« Si, certo.”

«Chiami ancora “uomo” chi ha una scelta di parole molto limitata?”

«E perché no?”

« Anche chi usa solo 200 parole? Anche solo 100?”

« Direi di sì.”

«Solo 10 parole?”

«Beh in questi casi si deve trattare di deboli mentali.”

“E chi non parla, non scrive, non legge lo consideri un uomo o no?”

“Sì, ma affetto da afasìa.”

È facile immaginare altre domande:

«È un uomo chi non sa guidare l’automobile?” - «È un uomo chi non sa manovrare un tornio?” - “È un uomo chi non sa che la somma dei cubi dei primi N numeri naturali è uguale al quadrato della somma degli stessi N numeri?” - « È un uomo chi non sa niente di fisica, letteratura, agricoltura?”  - “È un uomo chi non si sa nutrire da solo?”

Per mezzo di altre limitazioni è possibile precisare meglio come definire un uomo. Concludo che essere un uomo significa “sapere” qualche cosa o “saper fare” qualche cosa. Per essere più compiutamente uomini dobbiamo tendere a sapere di più e a saper fare di più. Queste considerazioni possono spiegare la sete di sapere che altrimenti potrebbe apparire una tendenza gratuita di alcuni uomini, forse connessa all’istinto di sopravvivenza.”

Il “Cogito ergo sum” è una proposizione modesta. Ci vogliono risposte alle domande; “Quid cogitas? Quantum et quomodo cogitas?”[“Che cosa pensi? Quanto e come pensi?”

Descartes ha scritto molto sul pensiero razionale: una funzione solo umana resa possibile dalla nostra anima, dataci da Dio quando veniamo concepiti – non ”estesa”, cioè immateriale: puro spirito. Il 21 aprile 1641 Cartesio scrisse al matematico Mersenne che i segnali dai nostri sensi viaggiano sui nervi e arrivano al conarium (così chiamava la ghiandola pineale) che li trasmette all’anima. Il filosofo sosteneva, poi, che l’anima ci permette di scegliere: abbiamo il libero arbitrio. Quasi tutti pensano di scegliere liberamente, anche se siamo condizionati dalla nostra educazione, da esperienze precedenti, da convenzioni sociali, dal pensiero delle possibili conseguenze delle nostre azioni.

Invece 30 anni fa il neurofisiologo Benjamin Libet dell’Università della California a San Francisco, sostenne che crediamo di prendere decisioni, ma che sono certi neuroni nel nostro cervello a decidere per noi. Istruì alcune persone a premere un tasto a loro volontà dichiarando in quale istante prendevano ciascuna decisione. Intanto registrava certe loro attività cerebrali per mezzo di immagini di risonanza magnetica funzionale. Osservò, dunque, che queste presentavano variazioni brusche in anticipo rispetto agli istanti in cui i soggetti indicavano di aver deciso di premere il tasto.

Recentemente Gabriel Kreiman, di Harvard, ha confermato le osservazioni di Libet registrando che una ventina di neuroni, individuati come rilevanti, si attivavano 300 millisecondi prima del momento della decisione cosciente dei soggetti dell’esperimento.

Taluno ha concluso che i neuroni del nostro cervello entrano in azione a caso: quando vogliono loro, non quando decidiamo noi. Dunque non avremmo libero arbitrio, ma decideremmo a caso le nostre azioni. I nostri neuroni funzionerebbero come monetine: testa o croce non dipende da noi.

Mi sembra una semplificazione indebita. I nostri tempi di reazione sono dell’ordine di frazioni di secondo sia nel reagire a stimoli esterni, sia nell’effettuare un’azione. È discutibile quale debba essere definito come il vero istante in cui prendiamo una decisione. Gli esseri umani, infine, non sono capaci di valutare “a sentimento” intervalli di tempo così piccoli.

Sarà bene discutere da capo la questione dopo che siano state analizzate più completamente le sequenze dei nostri processi mentali, identificate le connessioni causali e definito bene il concetto di libero arbitrio.

 

INEGUAGLIANZA ECCESSIVA –“Il Capitale nel XXI Secolo” di T.Piketty -      di Roberto Vacca, Il Caffè, Locarno - 29/6/2014

Abraham Lincoln contro le mire territoriali verso il Messico del Presidente Polk (1846) citò un mitico farmer: “Non sono avido di terra, voglio solo quella che confina con la mia!”

Era un ovvio progetto di arricchimento senza limiti. È un processo in atto? Il Prof Thomas Piketty nel suo libro “Il capitale nel  XXI Secolo” analizza grandi moli di dati raccolte in un decennio.. Vede il rischio che l’ineguaglianza eccessiva porti a instabilità politica e a reazioni turbolente.

In USA fino al 1940 il 10% della popolazione riceveva il 45% dei redditi totali; poi per 40 anni sceso al 33% e dal 1980 risalito al 48%. In Europa e in USA fino al 1930 il 10% della popolazione deteneva oltre l’80% della ricchezza. Poi a causa di tasse, inflazione, fallimenti, avvento del welfare state, la percentuale scese al 60%. Negli ultimi 40 anni sta risalendo.

Dò qui una rapida idea del contenuto del libro. Sarà inadeguata: le 700 pagine del libro vanno meditate. Riferirò sulle accese polemiche che ha scatenato. Oltre che culturale, l’interesse è politico.

Sappiamo bene che i redditi da lavoro, come la ricchezza, sono distribuiti in modo da seguire la legge di Pareto, dunque, con differenziali marcati ai livelli più alti. Questi, però, da anni crescono oltre ogni limite per i grandi capi azienda che fissano i propri livelli di retribuzione e i paracadute d’oro previsti per il trattamento di fine rapporto.

Piketty nota che anche la ricerca e lo sviluppo implicano la formazione e l’addestramento di esperti abili nell’uso di sofisticati strumenti di alta tecnologia. Queste alte prestazioni sono compensate a livelli più alti il che contribuisce alla ineguaglianza. Qui bisogna aggiungere, però, che i Paesi e le industrie che investono di più in ricerca scientifica, sviluppo tecnologico e istruzione avanzata, generano più brevetti e prodotti ad alto valore aggiunto. In conseguenza contribuiscono a far crescere il prodotto interno lordo e a ridurre l’ineguaglianza.

Appare ovvio alla luce del senso comune (Piketty lo documenta in base a dati storici abbondanti) che un tasso di rendita del capitale molto più alto di quello della crescita economica causa ineguaglianza crescente. Questa si manifesta con la concentrazione fra pochi cittadini della ricchezza e dei redditi da capitale. Il processo è tanto più veloce quanto più il tasso di rendita supera quello della crescita del reddito nazionale. Il fenomeno potrebbe essere frenato da una forte crescita demografica ed economica – oggi improbabile. L’alternativa proposta da Piketty è la adozione di consistenti tasse patrimoniali globali.

Sono processi economici complicati. Le statistiche sono spesso incomplete e contraddittorie specie sui redditi più alti. Tutti i commentatori riconoscono che Piketty ha fatto un lavoro enorme per migliorarle. Si usano, però, strumenti e procedure di analisi di tipi diversi. Quindi è normale che su “Capital” ci sia molto da discutere. La citata conclusione dell’autore che sia opportuno intervenire con imposte ai più ricchi e ai lavoratori con retribuzioni più alte non è gradita ai plutocrati, né agli economisti di destra.. La discussione diventa politica.

Chris Giles (su Financial Times del 23/5/14) ha negato che dopo il 1980 l’ineguaglianza economica sia cresciuta e che negli USA sia più marcata che in Europa. In particolare ha sostenuto che nel Regno Unito nel 2010 il 10% dei cittadini deteneva il 44% della ricchezza totale e non il 70% come scritto da Piketty. Paul Krugman (Nobel per l’Economia) documenta da decenni che i ricchi USA diventano più ricchi anche per i tagli alle lro tasse dall’era Reagan. Osserva ora che il 44% di Giles è desunto da sondaggi e non da dati pubblicati dal fisco britannico. Io ho trovato lo studio “UK Personal Wealth Statistics” pubblicato il 28/9/2012 da HM Revenue & Customs, che riporta in 60% del totale la ricchezza del 10% degli inglesi top (1). Il valore vero appare incerto, ma la stima di Piketty è più vicina a quella ufficiale.

Concludo:

Capitale e reddito si concentrano da decenni nelle mani di pochiL’ineguaglianza cresce: lo provano i prezzi di case e oggetti di lussoL’economista francese best seller non è un pericoloso comunista.“Il capitale nel XXI secolo” è libro che va studiato attentamente.

 

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(1)  20% a 7°+ 8° decile; 12% a 5°+ 6°; 7% a 3°+ 4°; 1% dei più poveri.

 

       DA ROBERTO VACCA  - 2 SETTEMBRE 2014

The Psychology of Warmaking,   by Roberto Vacca,  Eruditio – Journal of the World Academy of Arts and Science, University of Florida, Issue 5 - September 2014

 

Abstract – Historical, cultural, juridical and information theoretical arguments collected to substantiate the conclusion: the only way to prevent nuclear war is then the neutralization of all nuclear weapons.

*   *    *

 

Why should we analyze the psychology of warmaking? Because understanding its mechanisms should suggest measures to avoid suffering and destruction of resources  entailed by war. To prevent even minor local conflicts is impossible – just as to prevent any crime. The vital issue is prevention of major war. In 1932 the issue was debated in a correspondence between Albert Einstein and Sigmund Freud. It was published in a pamphlet (“Why War?) which had minimal diffusion and impact. Both authors treated the problem  agreeing on two main points – discussed quite superficially

The first was the notion that humans are subjected to the instinct  to conserve and unify – to love – and also to the instinct to hate and destroy. Each of these being as indispensable as its opposite. The phenomena of life were considered to derive from their interaction.

The second point was that the war impulse could only be opposed by forming a superior class of independent thinkers upright and able to enlighten and guide both the intelligentsia and the masses so they would follow the dictates of reason - an utopian hope in the view of the two authors.

We shall discuss these naïve views both based on historical evidence and on theoretical grounds in the substantive conclusions of the present document.

Obviously in the 21st century THE major war would be a thermonuclear war, possibly producing The Holocaust. Assume, then, that we accept the categorical imperative of preventing the major war. Note that the London Charter of August 8, 1945, signed by the plenipotentiaries of the governments of France, United Kingdom, USA and USSR established the principle that “the mere preparation of total war constitutes an international crime against peace and humanity”. The intent was sensible and meritorious, but in almost seven decades no attempt was made to apply the principle – although the four original nations advocating it and a handful of others have indeed prepared total war vastly more devastating than those experienced up to 1945.

Waging major wars historically was decided by autocrats as well as by democratic governments – with popular support. The public was often brainwashed to favor war by means of campaigns evoking visceral passions masked by allegedly rational, nationalistic or ethical motivations. During the Cold War the balance of terror was accepted by millions. They were induced to think even handedly  about the unthinkable global thermonuclear holocaust. The underlying rationale was based on considering the threat of ultimate nuclear warfare as a factor of restraint – a deterrent apt to guarantee peace.

Strategic Arms Limitation Talks (SALT) took decades to achieve steps on the path of total elimination of nukes. At the peak of the Cold War the destructive potential in all the thermonuclear weapons arsenals of the world was estimated to be equivalent to 4.5 tons of high explosive for each human being on Earth. After the partial disarmament achieved over the years that amount is now of “only” 700 kilograms of high explosive for each of us.

The military confrontation between NATO and Warsaw Pact exists no more. Possession of thermonuclear weapons has now spread to many countries and it appears with increasing probability to be within reach of “crazy states”. This term was coined by Prof. Y. Dror to define countries or regimes which are: unreasonably aggressive, prone to risk taking, apt to choose means unrelated to their goals, sticklers to styles incorporating quaint rites and dogmas. Cases in point are: Crusaders, violent anarchists, Nazis and, more recently, revolutionary Iran and Al Qaeda. The psychology of “Crazy Leaders” is hard to analyze. By definition they tend to be unpredictable.

The systems comprising radar and satellite early warning, aiming, control and real time steering of nuclear warheads vectors are highly sophisticated. Their complexity is comparable to that of systems controlling thermonuclear power stations. The latter have provoked major disasters (Chernobyl, Fukushima). Causes were due to gross incompetence in design, implementation or management – not obviated, although the corresponding situations were widely known and amenable to corrective criticism of experts. In the case of nuclear weapons - designs, structures, functional rules, safeguards are secret. Outside experts cannot suggest improvements nor caution about covert risks. The consequence of glitches could be a first thermonuclear explosion, followed by others in retaliation of an assumed attack. To convince the target country that the attack was not deliberate, the attacking country could, perhaps, inflict an identical attack to one of their own major cities. This drama was vividly depicted in a well known novel and film (“Failsafe”).

The situation is made more critical because a large part of the complexity is not visible. It is hidden in the software of control and telecommunication systems and of telematics networks and in some cases not even experts are fully aware of how it all works. A critical problem in delegating decisions to computers, is that of integrating software operation with human decisions. Expert systems are no use in the hands of morons. A vital task is to make software control transparent so that well trained humans may monitor the process and override it if needed (as aeroplane pilots do with automatic pilots).

The most imminent danger, then, is the unleashing of nuclear war caused by malfunction of computerized control systems or by human decision to launch reprisal ICBMs after having erroneously concluded from faulty early warning radars, that a first strike is about to hit. In 1983 the radars of the Serpuchov 15 Bunker near Moscow signaled the detection of 5 American ICBMs in flight towards Russia. The commanding officer, Colonel S.Y. Petrov of the Soviet Air Defence Forces, correctly identified the warning as a false alarm and prevented an erroneous retaliatory nuclear attack on the United States which might well have unleashed World War 3.

Probably, then, warmaking would not be the outcome of deliberations by politicians nor of decisions by the military. Analyzing the psychology of decision-makers in these groups may well be irrelevant: a first nuclear strike is likely to be the random consequence of malfunctions of control systems or the improvised extemporaneous  demented action of crazy states or of self styled freedom fighter groups or jihadists.

The only way to prevent nuclear war is then the neutralization of all nuclear weapons.

More than the psychology of warmaking we have to investigate the psychology of absentee  populations who don’t realize that eliminating nukes is the only salvation from total war. We cannot expect international diplomacy to achieve this goal: their progress in this direction has been too slow. We cannot expect a benevolent tyrant to decree the elimination of A- and H- bombs. We have to bring back the nuclear disarmament issue on the political agenda of our nations and of supranational bodies (UNO, UN Security Council, FAO, ILO, OECD, International Court of Justice, UNDP, UNEP, UNESCO). These organizations will have to be prompted by the people through all channels: from mass media to academia, from  the WWW to local groups, from political structures to NGOs. Spiritual leaders of organized religions and of informal movements have to be challenged. If they persist in ignoring this ultimate risk, they should be branded as unreliable and irrelevant.

Warmaking cannot be fettered by a superior (benevolent?) brute force. It can be blocked by the strength of culture. This statement is proved by historical evidence.

In the Thirties, militarist, nationalistic governments were ready to start war and they did start it in cold blood. The culture of that time was not uniform. It hosted democracy descending from British parliamentarianism, Jeffersonian principles, the French Revolution. It also contained Nazi-fascist and Bolshevik dictatorships, negating  basic freedoms and actively exercising extreme violence. There are still dictators around as well as crazy states, but no big powers advocate war as a superior mystic value.

In 2012 the European Union and the European Commission were awarded the Nobel Prize for Peace as they “for over six decades contributed to the advancement of peace and reconciliation, democracy and human rights in Europe."

Prof H Menudier of Nouvelle Sorbonne celebrated this Peace Prize in Vienna at OECD on December 18, 2012. He said that from 1870 to 1945 in 75 years France and Germany fought 3 fratricidal wars with a disastrous material, human and moral toll – whereas today the very notion of a Franco-German war sounds utterly absurd.

European peace stems from European culture. It is true that some diehard, extreme violent politicians still have followers in France, Greece, Hungary. However aggressive ranting in the style of Hitler or Mussolini would not find large audiences.

Peace is not global in the 21st century. Europeans have intervened, fought and died in Iraq, Afghanistan, Lybia, Mali. Local wars erupt in Asia and Africa. Escalations are still to be feared. So we have to study, plan and act to identify the applied psychology of war prevention. This would not be effective, if it was limited  to  the   dissemination  of   do-gooder exhortations.   The message MAKE LOVE - NOT WAR  was not a success. The following symbol is vaguely

 

    

interpreted by most people as “for peace”, whereas it stands for “ND” – Nuclear Disarmament [it is the superposition of the characters for N and D in the flag semaphore alphabet]. Anti-nuclear weapons culture has to be disseminated explaining the meaning of symbols, the cause-effect mechanisms of the threats – the unique solution: Nuclear Disarmament. These vital factors have to be brought to bear to understand and modify the psychology of absenteeism.

Culture should certainly continue to be fostered and renewed as a factor of human growth, of scientific progress, of research and development. In a specific sense, it should be oriented toward Nuclear Disarmament – a worldwide movement to be revived in the wake of the great thinkers Linus Pauling and Bertrand Russell.

The goal here is to raise cultural levels so that entire populations understand the numbers and the probabilities involved – the fact that we are facing extinction, not just hardships and decimation. To really grasp this impending tragedy, the public should learn how to forecast future events, how to identify real dangers and how to calculate their consequences. The fact that the equivalent of 700 kilograms of high explosive for each human, stored in nuclear arsenals, could destroy most of our world, should motivate the public to accept and disseminate a new BAN THE BOMB manifesto. This cannot be a single purpose edifying text.

The manifesto must be an appeal to design and implement a large international endeavor involving many public and private sponsors, academia, firms, communicators, Web operators, agencies and all the media.

Hitech war is a much more severe threat than conventional war. The movement should, then, promote the spreading of technological upgrading of the public. High technology runs the risk of being strangled by lack of culture. Very fast and powerful personal computers are less and less expensive, but (apart from professional tasks) the public predominantly uses them for playing games, reproducing non descript images, listening to music, watching films and for swapping improvised words. These instruments should be used, instead, for significant aims of knowledge processing, acquisition and creation. If the public understands better the world, it will be convinced that war has to be avoided.

The number and complexity of technology choices to be made by governments, international bodies and enterprises is growing. The consequent impacts are large on society’s wealth, health and stability and also on international dramatic issues. The latter are: poverty, injustice, violence exerted to secure resources, migrations to the West and the North. Many least developed countries have vast potential natural resources (minerals, energy, arable land) which are blocked due to lack of culture and investments. They don’t need short term emergency measures, but major international enterprises aimed at their pacification and stabilization and then at advanced technical solutions. The socio-economic impacts of technology are positive, if it is permeated with culture and if culture is disseminated and offered as a real option. These results would also diminish international tensions generated by the determination of securing more equitable distribution of resources and wealth. Raising cultural levels is the prescription to avoid not only ultimate total war, but also stark inequalities and local grievous conflicts.

 

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Resources, tools, mileposts

 

The WorldWide Web offers data banks, software packages, sophisticated financial and banking services, highly significant texts, information on advanced control and decision systems - but the majority of people (often including managers, planners and decision makers) are not knowledgeable  enough to use them. In fact they are often unable to tell high quality information and services from valueless, illusory items of which there is ample supply. They end up accessing irrelevant, volatile materials.

It is necessary to create alliances and task forces enrolling culture, academy, parliaments, business enterprises of all sizes, to use the media in order to offer to the public tools for continuous cultural upgrading. This improvement will boost not only demand and profits for hi-tech industries, but also the value added by human activity to any other resource. Affluence grows in societies where the search for knowledge is an accepted - and financed - value.

This endeavor will use all media: newspapers, TV, radio, magazines, electronic publishing. The very concept of entertainment will have to be redefined. The new contents will not be volatile, but edifying.

The art of communication will be at the service of culture. The dissemination  of culture is the basic task of schools, but their functions need to be integrated stimulating emulation. School systems are slow to innovate. It will be advisable to start new cultural enterprises outside of schools. No single firm, even among the largest, could be so wealthy to be able to finance such a large program. It would be appropriate to create an international consortium of firms (publishers, information and communication technology producers, engineering companies), advertisers and experts - all united to promote a cultural revolution. Culture may not be surrogated by television spots, slogans and platitudes."

 

The following goals and resources will have to be publicized by highly visible, authoritative, learned individuals who will credibly twist the arms of politicians, entrepreneurs, publishers, media moguls. Their non participation or lack of support will have to be construed as a scandal.

A detailed program prepared with the help of an adequate number of experts will have to be prepared and submitted to sponsors – a major undertaking

 

 

Indoctrination for cooperation

The cultural upgrading enterprise needs vast popular support in order to succeed. Indoctrination of academics, teachers, human resources managers, parliamentarians, publishers, journalists, media moguls will have to be organized. Examples of positive rational thinking will be proposed as well as abstention from abstract ill defined vaguely optimistic endeavors.

From prehistoric times the psychology of the majority has been warped to believe that egotism and avidity in the end are profitable. In fairly recent times the mathematical theory of cooperation has proved that the reverse is true. Cooperation is more advantageous to all concerned than self-seeking and self-aggrandizing. However logical proof and rational thinking are often disregarded: people trust more conventional alleged wisdom and gut feeling. A first step should be to teach cooperation theory in schools at all levels.

Obvious word of mouth channels will be used and advertising experts will be enrolled shifting their pitch from their traditional approach (more sales, larger audiences, sacrifice taste and rigor to popularity, centering messages on logos and slogans) to intellectual yardsticks. Their abilities will be aimed at a viral diffusion of the equation “cultural upgrading = salvation”. There is no surefire prescription for this. Many cut-and-try empirical attempts will have to be experimented.

 

Tenets to be carved in collective awareness

The ablest word smiths have to produce memes which are apt to carve themselves in people’s minds. Not slogans – but meaningful easy to remember tenets to foster motivation.

 

Teachings from the classics, not just from technology

Cultural upgrading will use modern ICT technology. It will not advocate a mere scientific and technological rehabilitation program spread by geek missionaries. It will revamp cultivation of the “two cultures” and of many more. It will spread knowledge of teaching from the classics.

 

Outstanding contributors

Support will be sought from first class scientists already active in cultural upgrading, as for example.

1)     Prof John L. Casti, Senior Research Scholar at IIASA

2)     Prof. Richard Dawkins, author of “The Selfish Gene”, Foundation for Reason and Science

3)     Prof. Freeman Dyson, the physicist.

4)     Sir Harold Kroto (discoverer of C60 buckyballs carbon molecules), founder of the Vega Science Trust (www.vega.org.uk ) enrolling scientists to disseminate their knowledge; founder of the Kroto Research Institute for nanoscience and technology, connected to the University of Sheffield.

5)     Carl Weiman (Physics Nobel 2001) who has defined programs for improving post-secondary education (see www.livescience.com/technology/080725-sb-education-future.html)

 

 

 

Recommended Readings

Lowell Jones, R. – International Arbitration as a Substitute for War between Nations, University Press, St.Andrews – 1907Burdick, E., Wheeler, H. – Fail-Safe, 1962Hardin, G -  The Tragedy of the Commons, Science, 162, p. 1243, 1968Dror, Y. – Crazy States, Kraus Reprint, 1980Axelrod, R. – The Evolution of Cooperation, Basic Books, 1984Vacca, R. - A Juridical Solution to the Problem of Nuclear Disarmament, 8th World Conference of World Future Studies Federation: “The Futures of Peace - Cultural Perspectives”,  San Jose,  Costa Rica, 1984.

 

 

Roberto VACCA – born in Rome,Italy 1927. Engineer, logician, mathematician, author of 45 books, among which “The Coming Dark Age” (1973)

 

 

          DA ROBERTO VACCA - 5 SETTEMBRE 2014

    

Religione, violenza, avidità , menti distorte, di Roberto Vacca, 7 Settembre  2014

È male esercitare o minacciare violenza estrema, ma lo vediamo fare ovunque, anche in nome di religioni. Taluno suggerisce che siano violenti solo i religiosi incolti, primitivi, deviati, incattiviti. Però i religiosi più colti ed evoluti fanno poco o niente per fermare i violenti. Non apprezzano nemmeno l’immane entità del rischio della guerra nucleare: la morte di miliardi di umani.

La religione non serve a evitare la violenza. Da secoli soldati cristiani hanno ucciso altri soldati cristiani. Cristiani o musulmani di diverse denominazioni si ammazzano a migliaia. Certi musulmani ne uccidono altri di diverse denominazioni, se non si convertono e decapitano giornalisti. Anche certi monaci buddisti uccidono musulmani in Myanmar. Teshoo, il lama di Kim, raccontava di cruente battaglie per motivi dottrinali fra monaci armati con i loro astucci in bronzo per i pennelli. Perfino il Dalai Lama nel 1998 approvò i test di armi nucleari fatti dall’India.

Nove Nazioni detengono armi atomiche che potrebbero uccidere miliardi di persone, ma i grandi capi religiosi non lanciano anatemi (solo le Isole Marshall hanno intentato azione legale contro di esse). [1].

Credenze religiose peculiari, anche non violente, vengono abbracciate anche da alcune persone di cultura e intelligenza superiore. Un esempio estremo che ho conosciuto personalmente è quello di Abdus Salam, premio Nobel per la fisica, fondatore del Centro di Fisica Teorica di Trieste che ha addestrato decine di migliaia di fisici del III Mondo Grande scienziato, colto, brillantissimo ragionatore - era un fedele Ahmadiya (seguace di Ghulan Ahmad (1835-1906) ritenuto la reincarnazione di Maometto, Gesù Cristo e Vishnu).

Non c’è da meravigliarsi troppo, dunque, che persone semplici e incolte distorcano gli insegnamenti religiosi e  siano violente anche in modi orrendi e anche dopo aver avuto esperienza di società pacifiche.

Il problema è tragico. Non ha senso combattere la religione perché certi religiosi sono violenti. Io la combatto perché, più in generale, induce i credenti a divorziare dalla realtà. Comunque violenze estreme di ogni tipo sono state e continuano a essere esercitate da non religiosi. Anche questi sono coriacei e rifiutano ogni argomento razionale.

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[1]  Gli Accordi per la Limitazione delle Armi Strategiche ci misero decenni per fare passi mirati a eliminare le armi nucleari. Al colmo della guerra fredda il potenziale distruttivo contenuto negli arsenali nucleari equivaleva a 4,5 tonnellate di alto esplosivo per ogni essere umano sulla terra. Dopo il disarmo parziale, quel potenziale è ora di 700 kilogrammi di alto esplosivo per ciascuno di noi. [1 kg dell’alto esplosivo PETN, pentaeritroltetranitrato, esplode producendo energia di 1,6 kWh;  700 kg di PETN per ogni essere umano svilupperebbero l’energia di 1000 kWh, cioè un milione di volte maggiore di quella sufficiente a uccidere un uomo, che è di circa 1 Wh]

 

Non c’è da sperare che gli uomini si astengano da guerre e violenze dopo aver letto un appello o un manifesto, per quanto ispirato, abile, documentato, commovente.

Sto scrivendo, quindi, un racconto di fantascienza in cui un grande pensatore progetta e diffonde con successo un piano rivolto ai credenti di ogni fede o convinzione. Conservino le loro credenze come tesori personali, similitudini consolatorie e rimembranze degli antenati, ma non le confondano con la realtà oggettiva. Non disprezzino, né compiangano chi non le condivide. Non le impongano agli altri con la forza. Se lo fanno, causano sconcerti penosi, negano verità, producono sofferenze, malvagità, ritorsioni. Trovino conforto personale in citazioni (che si trovano quasi in ogni tipo di fede) che incitano alla pace e alla concordia.

Il grande pensatore riesce anche a riordinare le menti del pubblico e dei decisori. I suoi argomenti esplicitano gli stati mentali e le opinioni, esplicitano le contraddizioni fra di essi, le eliminano. Riducono fortemente la “abominevole fame dell’oro” Instillano, logica, senso comune, modi per prevedere sviluppi futuri, mirare a vantaggi condivisi (evitando quelli che, invece, a lungo termine sono seguiti da danni enormi a se e agli altri.

Appunto: è fantascienza.

 

  Ricevo da Roberto Vacca: leggete, leggete e incavolatevi !

                                                                                                                In fondo, un mio commento.

Altri mille miliardi investiti in bombe atomiche – di Roberto Vacca, 23/9/2014

Gli Stati Uniti decidono di investire in nuove, moderne armi nucleari 355 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni. Nei prossimi 30 anni salirebbero a mille miliardi di dollari. La notizia è apparsa sul NY Times on line del 21/9/14. In Italia non è stata ripresa da giornali, nè emittenti TV. Taluno ha proposto che si revochi a Obama il Nobel per la Pace conferitogli nel 2009 – solo perché sta armando con armi convenzionali e appoggiando curdi e iracheni contro l’ISIS. Questa decisione di rimodernare l’arsenale nucleare USA è motivo molto più forte per revocargli il premio. L’avevo già proposto nel Maggio 2013 nel mio articolo che riporto più oltre.

Di questi mille miliardi si parlava già nel gennaio 2014. Sarebbero stati ripartiti fra le 3 componenti della triade: missili balistici intercontinentali, sottomarini nucleari, bombardieri nucleari. J. Wolfstahl e J. Lewis del James Martin Center for Nonproliferation Studies di Monterey, Calif. avevano commentato che il bilancio federale USA non era in grado di tirare fuori queste enormi somme.

Si può arguire che la decisione americana sia una risposta alle minacce di usare armi atomiche per risolvere la crisi in Ucraina, che Putin fece con leggerezza un mese fa. È una reazione nettamente eccessiva rispetto alle minacce militari che potrebbero essere rivolte contro gli USA. Prevede, infatti, di sostituire con versioni più moderne, precise ed efficaci: 12 sottomarini nucleari, 100 bombardieri nucleari e 400 silos di lancio di ICBM.

Il Presidente USA nella campagna per il suo primo mandato aveva dichiarato che il suo obiettivo era un mondo senza armi nucleari. Con il piano attuale dimostra di aver rinunciato del tutto a quel sogno. Più tardi aveva precisato che ci sarebbero voluti molti decenni per un disarmo totale. Il piano attuale implica che per i prossimi tre decenni gli Stati Uniti non muoveranno nemmeno un passo per quella lunga strada.

Il testo pubblicato dal NY Times descrive anche il nuovo stabilimento per la produzione di armi nucleari a Kansas City. Fornisce dettagli irrilevanti: “ospita 2.700 lavoratori, come la fabbrica vecchia che sostituisce, ma consuma metà dell’energia, con un risparmio di 150 milioni di dollari/anno. Ha una caffetteria e una palestra moderne ed efficienti. Si chiama National Security Campus che sembra il nome di un college e non di una fabbrica di armi letali.”

Non vengono fornite informazioni sulla sicurezza delle armi prodotte. Come notavo nel dicembre 2013, dal 1950 al 2003 in USA ci sono state 121 “frecce spezzate”: gravi incidenti coinvolgenti bombe nucleari. Dal 2003 nessuna notizia di altri incidenti. Oltre 2 all’anno per 53 anni e poi nessuno per 10 anni! C’è da temere che la censura blocchi informazioni che, se fossero note, proverebbero che il rischio sia maggiore di quanto sostenuto.

È segno di degrado culturale grave che si discuta a lungo su rischi minori e non si menzioni nemmeno quello estremo, delle bombe atomiche.

 

 

Rischio Armi Nucleari: Aggravato - Frainteso – di Roberto Vacca,  27/5/2013

Nel novembre 2009 Obama fu premiato con il Nobel per la pace “per la sua visione e il suo lavoro verso un mondo senza armi nucleari”. Però gli arsenali nucleari contengono ancora 5 miliardi di tonnellate equivalenti di alto esplosivo [700 kg per ogni essere umano]. È un potenziale oltre centomila volte maggiore di quello delle due bombe di Hiroshima e Nagasaki che nel 1945 uccisero circa 300.000 giapponesi.[300.000 moltiplicato 100.000 fa 30 miliardi – al mondo siamo in 7 miliardi]. Non si è fatto un passo verso un mondo senza armi nucleari. E ora Obama aggrava i rischi invece di ridurli.

L’editoriale del New York Times del 27/5/2013 informa che il Presidente USA ha stanziato 537 milioni di dollari per il 2014 per ammodernare 180 testate nucleari tattiche B61 (1). Sono dispiegate in Belgio, Germania, Italia, Olanda e Turchia. Alcuni esperti sostengono che quei 537 milioni non bastano. Realisticamente si spenderanno 10 miliardi di dollari. Non miglioreranno solo l’efficacia dei quelle 180 bombe: ne aumenteranno il numero a 400.

Quei fondi sono disponibili perché nel 2010 gli USA hanno stanziato 80 miliardi di dollari per ricerche su armi nucleari. La decisione venne forzata dal Partito Repubblicano come contropartita per approvare il trattato New Start con la Russia, mirato proprio a ridurre gli arsenali nucleari: l’incoerenza è palese.

Il governo americano ha deciso anche di ridurre del 15% gli stanziamenti mirati a proteggere le armi nucleari da tentativi di impossessarsene da parte di terroristi. Quest’altra misura rende ancora più imminente un rischio gravissimo – l’entità del quale è segreta e, forse, nemmeno valutabile.

Il 19 Giugno alla Porta di Brandeburgo (Berlino) il Presidente Osama ha proposto di ridurre a meno di un terzo il numero di armi nucleari americane e russe. Ha detto: “Sia Stati uniti che Russia dovrebbero ridurre i loro arsenali a circa mille testate nucleari ciascuno.” Dopo 4 anni non parla più affatto di un mondo SENZA armi nucleari.

Sembra che quel Nobel per la Pace del 2009 sia stato conferito con leggerezza. Però un premio Nobel una volta dato non può essere tolto, anche se appare assai poco meritato, come è il caso di altri Nobel per la pace e, almeno in un caso per la medicina. Sembra altamente opportuno che l’Accademia delle Scienze di Stoccolma e il Comitato Nobel Norvegese a Oslo rivedano i loro statuti e regolamenti.

Taluno considera l’aggettivo “nucleare” sinonimo di “rischio tremendo”. Non è giusto: l’ingegneria dei rischi si è sviluppata in gran parte proprio nel corso dei progetti di centrali elettronucleari. Questo non significa che le centrali nucleari per la produzione di energia non presentano alcun rischio. Significa che i rischi potrebbero essere annullati se fossero perfetti: i progetti, la gestione e la manutenzione di quegli impianti. Non lo sono sempre.

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[1] Una bomba B61 pesa 300 kg ed è lunga 3 metri. Ha una potenza distruttiva compresa fra 300 e 340.000 tonnellate equivalenti di alto esplosivo. Può essere lanciata con un missile o sganciata da un aereo (F16, Tornado, B2 Stealth).

I due incidenti più gravi di centrali nucleari avvennero a causa di gravii errori di progetto o di incompetenza dei tecnici addetti all’esercizio. La catastrofe di. Chernobyl fu causata da ingegneri elettrotecnici che in assenza di esperti nucleari tentarono un esperimento temerario e assurdo. Il disastro di Fukushima è avvenuto perchè la centrale era sorta in zona sismica, soggetta notoriamente, più di una volta ogni secolo, a tsunami di decine di metri ed era stata protetta da un muro di soli 8 metri.

Il numero delle vittime di questi 2 incidenti fu di circa 30.000: un decimo di quello dei morti a Hiroshima e Nagasaki. Le cifre non sono note con precisione perché gli effetti delle radiazioni possono essere letali a notevole distanza di tempo.

Le conclusioni sono ovvie, ma non hanno ispirato azioni adeguate.

Le armi atomiche vanno smantellate tutte. Anche se un conflitto si scatenasse per errore, potrebbe estendersi al pianeta e segnare la fine della nostra civiltà.

La diffusione delle centrali nucleari dovrebbe essere condizionata alla realizzazione di progetti molto più sicuri. Intanto oltre alle 435 centrali esistenti, se ne stanno costruendo 60 nuove (31 in Cina, 7 in Russia, 6 in India, 5 in USA  e altre).

I favorevoli all’energia nucleare considerano che gli eventuali incidenti futuri siano accettabili perchè non sono stati molto più gravi di quelli di Bhopal (15.000 morti - 1984) e del Vajont (2000 morti - 1963).

Infine, nessuno propone di proibire le automobili, sebbene gli incidenti stradali nel mondo dal 1945 a oggi abbiano causato più di 25 milioni di morti.


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               COMMENTO DI CLAUDIO:

Purtroppo mi rafforza nelle mia fissazione, che l'impronta creazionista della componente dominante nell'ambientaismo USA sia funzionale alla destra repubblicana e filo affarista.Se si tratta di una contropartita che Obama ha dovuto concedere in cambio dell'approvazione parlamentare del trattato New Start, perchè l'ambientalismo USA e ahimè a suo rimorchio anche quello nostrano non si è fatto vivo ?

     DA ROBERTO VACCA UN UTILISSIMO CHIARIMENTO SULLA JIHAD - SEGUE UN MIO PICCOLO COMMENTO

Testi sacri, false traduzioni, violenza, cooperazione di Roberto Vacca, 29/9/14

I musulmani sunniti dell'ISIS Califfato sono lontani dalla tradizione coranica, ma vengono spesso chiamati erroneamente "jihadisti" intendendo guerrieri nella guerra santa. Invece la parola “jihad” non significa “guerra santa” – vuol dire “sforzo”. È di tre gradi:  minore, medio e grande. Il livello minore implica anche lotta armata, ma in legittima difesa. Il livello medio impone la lotta contro se stessi. Il livello più alto (jihad al kebir) consiste nella ricerca di conoscenza e diffusione di saggezza.

Il Corano vieta le uccisioni indiscriminate, in particolare di donne, vecchi e bambini – prescrizione ignorata dai kamikaze sedicenti islamici. La Sura 109 è conciliante: dice ai miscredenti: “A voi la vostra religione e a me la mia”. Al contrario altre Sure (5, 9) dicono che i miscredenti hanno 3 scelte sole: convertirsi all’Islam, rispettarlo riconoscendone la superiorità e pagando le tasse, essere uccisi.

Nel Corano non c’è una sura sulla guerra (come nota la sura 47). Molte, però, incitano a uccidere i miscredenti. Viene anche consigliato di addivenire a tregua – la hudna di 10 anni, stipulata dal Profeta. Qualcuno ha proposto di estenderla a cento anni. Se cercate in rete l’Imam sciita di Toronto, Sayyid Muhammad Rizvi, potrete leggere suoi testi concilianti, civili, spirituali

Alla violenza islamica non si può contrapporre la religione cristiana dell’amore e della mitezza. Secondo il Vangelo di Luca (14:26) Gesù disse:”Se uno non odia padre, madre, figli, fratelli, sorelle e se stesso, non può essere mio discepolo.” La storia, poi, registra guerre e stermini scatenati tra popoli cristiani

Anche la Bibbia racconta candidamente storie orrende di violenze sugli schiavi, sacrifici umani (la figlia di Iefte), stermini – dopo inganni e giuramenti trasgrediti - di intere tribù (shechemiti, efraimiti).

Le religioni monoteiste contengono, dunque, oltre ai noti testi spirituali e consolatori, anche semi e apologie della violenza. Non sono certo le sole. Anche noti ideologi e criminali più o meno organizzati predicano e praticano violenze gravi.

Suggerisco ai religiosi di considerare le loro fedi e i loro riti come preziosità che meritano un loro mondo a parte, simile al mondo delle idee di Platone. Per migliorare il mondo e fare in modo che stia meglio la maggioranza delle persone, conviene mettersi su un piano pragmatico e ragionevole. Anche gli ideologi e i criminali farebbero bene a  convergere sullo stesso piano.

Miriamo a ottimizzare – a stare tutti il meglio che si può. È difficile, ma, se studiamo e ci proviamo con impegno, le cose andranno meglio. Il principio è semplice:

“Puoi anche non amare il tuo prossimo, ma coopera con lui.”

Conviene a tutti mirare insieme all’ottimo. Se non lo raggiungiamo, accontentiamoci del sub-ottimo (second best).

Racconto la teoria matematica della cooperazione nell’Appendice al mio libro LA VIA DELLA RAGIONE che si scarica da www.printandread.com

      Vorrei far notare che comunque, quali che siano le intenzioni di fondatori, le religioni tendono sempre a una qualificazione positiva di una Autorità: e questo, perfino nel Cristianesimo, dove la figura centrale, Gesù Cristo, è una vittima (catturato, processato, deriso, torturato e suppliziato), finisce col giustificare la violenza organizzata e la guerra. Poer un laico, che sia agnostico o dubbioso o credente razionale nella sua visione del mondo sensibile (e terreno) la guerra può essere un male necessario, ma sempre un male: per cui tutte le immagini di angeli con spade, scudi, lance (i kalashnikov dell'antichità) rappresentano una manifestazione delle "seduzioni della guerra" (titolo di un buon libro di Joanna Burke, Carocci,2003). Dove manca una credibile alternativa teorica (e funzionale) a una religione, sembra assai facile cadere nella giustificazione religiosa della violenza. Per quanto mi pare di ricordare di avere letto (e verificate, accidenti, verificate !) pure la tanto buddista Birmania è un Paese in cui la violenza esiste, eccome. Un'altra volta devo scrivere su quelli che mi pare siano stati certi vantaggi incompresi di alcune religioni: ma comunque, in una società dove  non c'è una dialettica tra religione e razionalismo, l'interpretazione della religione come incitamento alla violenza mi pare inevitabile. (CF 11/10/2014)   

  ATTENTI ! ROBERTO VACCA HA PERFETTAMENTE RAGIONE !

    

Alfabeto: la consuetudine viola la legge – di Roberto Vacca – 14/10/2014

 

Ho scritto “kilometri” in una delle prime pagine del mio libro “Come imparare una cosa al giorno e non invecchiare mai” che Mondadori pubblicherà a fine anno. Una solerte e abile redattrice/editor ha corretto “kilometri” in “chilometri”. Ha seguito la consuetudine: scrivono così quasi tutti. Però, se l’editore pubblicherà il testo contenente “chilometri” sarà passibile di una sanzione da 250 € a 750 €  per l’inosservanza di quanto disposto dal Decreto del Presidente ella Repubblica N°802 del 12/8/1982 in applicazione della Direttiva CEE 80/81.

L’Art.1 del Decreto stabilisce che “Per indicare le unità di misura di cui ai commi precedenti si devono usare esclusivamente le denominazioni, le definizioni e i simboli previsti nell'allegato”.

Riporto qui sotto la prima tabella dell’Allegato. Sfatiamo, dunque, subito l leggenda che l’alfabeto italiano comprende 21 lettere. Ne comprende 26: le leggi della Repubblica non possono essere scritte con alfabeti stranieri.

 

Grandezza

Unità   Nome

Simbolo

Lunghezza

Metro

M

Massa

Chilogrammo

kg   (*)

Tempo

Secondo

  s   (**)

Intensità corrente elettrica

Ampère

  A

Temperatura termodinamica

Kelvin

  K

Quantità di materia

Mole

Mol

Intensità luminosa

candela

 Cd

(*) la  k  è minuscola –  ma Word ogni tanto la cambia in maiuscola

(**) la  s  è minuscola - ma Word ogni tanto la cambia in maiuscola

 

È italiana, dunque,  la lettera  k, che si trova anche nel famoso documento di Capua del 960: “Sao ko kelle terre per kelli fini …”. Va, dunque, usata come nelle altre lingue, doverosamente e certo per indicare i multipli delle unità di misura come prescrive la legge.

“kilometri” e NON “chilometri”!

Nello stesso decreto citato appaiono – e sono italiane! –  - le altre 4 lettere:  j – come in “joule”,  w – come in Watt, x – come in lux,  y – come in henry.

È triste che nella terza riga della tabella il legislatore si dia la zappa sui piedi: impone   kg    e scrive chilometro!

La disattenzione del legislatore introdurrebbe nell’alfabeto italiano anche la “è”  con accento grave, come in “Ampère”

Più oltre, nel decreto, troviamo la Tabella 1.3  che stabilisce i prefissi che moltiplicano il valore di qualunque unità per vari coefficienti. Per milioni (106), per miliardi  (109) e per migliaia di miliardi (1012)  i prefissi sono:  M (Mega), G (Giga) e  T (Tera)- Sono da multare e fustigare i giornalisti, i deputati e gli autori che scrivono   “2148 MLD di debito pubblico” (invece di 2,15 T€  ovvero 2148 Giga€) ;  che scrivono “IVA  evasa per 37 MLN” (invece di 37 M€ ovvero 37 milioni di Euro).

Dovemmo anche smettere di indicare il punto decimale con una virgola e di separare i gruppi di 3 ordini di grandezza degli interi con punti invece che con virgole come fa la grande maggioranza dei Paesi del mondo.

Chi scrive  1,5  per dire “uno e mezzo” (e magari lo legge “uno punto cinque”)  dovrebbe scrivere   1.5 .

Un milione e seicentoquindici mila euro andrebbe scritto 1,615,000 €,

 

Anche gli anglosassoni non sono scevri da difetti: per indicare due milioni e mezzo di dollari, scrivono 2.5m$, che nel Sistema Internazionale vuol dire due millesimi di dollaro e mezzo.  Scrivono “per capita”, invece di “pro capite” come facciamo correttamente in Italia.

E perseverano tutti diabolicamente.