Intuizioni degli esperti – migliori? – di Roberto Vacca, 16/3/2014

 

Alcuni di noi qualche volta intuiscono verità nuove o eventi futuri. In ogni campo, riesce meglio a farlo chi è più esperto. Riconosce situazioni che ha già visto. Individua effetti imminenti di certe cause. Per capire quello che accade intorno a noi e prevederne gli sviluppi è ragionevole chiedere agli esperti, purchè non siano solo sedicenti..

L’errore è sempre in agguato. Se spesso un certo evento ne precede un altro, tendiamo a concludere che il primo è la causa del secondo, anche se non è così. Se due grandezze variano di concerto, diciamo che sono correlate. Se la proporzionalità è esatta, la correlazione vale 1. Se è approssimativa, vale meno di 1. Se le due grandezze crescono o calano in modo del tutto indipendente, la correlazione è zero. Se una è inversamente proporzionale all’altra, la correlazione vale  -1.

Secondo alcuni si dovrebbe proibire il calcolo delle correlazioni statistiche. La correlazione fra il numero di PC usati in Italia e il numero di morti per AIDS dal 1981 al 2004, era molto alta: ben 0,99. Infatti in quegli anni numeri crescenti di italiani compravano personal computer e, intanto, prima centinaia, poi migliaia di loro morivano di AIDS , ma i fenomeni non avevano relazione fra loro.

Sono rari gli esperti capaci di intuire i rapporti di causa ed effetto e di descrivere quello che succederà, se si parla di situazioni complicate. Ce ne rendiamo conto se proviamo a intuire il risultato di un problema semplice:

“Una racchetta più una palla costano 1,10 Euro e la racchetta costa un euro più della palla. Quanto costa la palla?”

La maggioranza degli interpellati, anche colti, risponde: “10 centesimi”. Ma, allora, la racchetta costerebbe solo 90 centesimi più della palla. Usando l’algebra, si vede subito che la risposta giusta è 5 centesimi. Traggo l’esempio dal best seller di D Kahneman "Pensieri lenti e veloci". È un libro interessante - e discutibile. L’autore è lo psicologo che nel 2002 vinse il Nobel per l’economia: studiando i modi in cui saltiamo alle conclusioni. La nostra mente lo fa usando il Sistema 1 - la funzione rapida e intuitiva che ci serve di continuo per risolvere problemi facili e usuali. Il guaio è che spesso a usiamo questo sistema anche per problemi più difficili, per i quali dovremmo usare invece il nostro Sistema 2, la funzione mentale metodica e razionale, che è in genere pigra e lenta, anche se ci siamo addestrati a perfezionarla. Anche gli esperti danno spesso giudizi frettolosi e sbagliati. .

Kahneman analizza i meccanismi con cui raggiungiamo conclusioni. Fattori inconsci e irrilevanti pilotano spesso le nostre decisioni, reazioni e opinioni. Alcune osservazioni di Kahneman suonano sorprendenti, ma poi ci accorgiamo che sono centrate. Il nostro arbitrio non è tanto libero. Siamo soggetti agli stimoli esterni - e quasi ci viene da vergognarcene.

Ragioniamo meglio se assumiamo un’espressione seria e concentrata. Meno bene se facciamo una faccia buffa. Diamo risposte più ottimiste, se tiriamo i muscoli delle guancie come se sorridessimo. Già molti anni fa un noto psicologo chiedeva: “Piangiamo perché siamo tristi – o siamo tristi perché piangiamo?” – era un precursore.

Se si chiede “la sequoia più alta supera 360 metri di altezza?” la media degli interrogati stima l’altezza massima in 250 metri. Se si chiede: “la sequoia più alta supera 85 metri di altezza?” la stima media scende a 60 metri.

Se ascoltiamo o leggiamo parole attinenti alla vecchiaia, poi tendiamo a camminare più lenti - “da vecchi”.Molti giudici emettono verdetti più favorevoli agli imputati dopo aver fatto una buona colazione.

Le immagini e anche la sola menzione di eventi o situazioni drammatiche inducono molti a esagerarne l’importanza. I sondaggi dello psicologo P. Slovic mostrano che, in genere, il pubblico ritiene gli incidenti causa di tante morti quanto le malattie  (mentre ne causano 18 volte di meno). Stima che gli uragani uccidono più dell’asma (che è 20 volte più letale). Kahneman dice: “La stima delle cause di morte è quasi una rappresentazione diretta dell’attivazione di idee nella memoria associativa - la facilità con cui sorgono alla mente le idee dei vari tipi di rischio è strettamente legata con le nostre reazioni emotive a questi rischi e influenza le nostre opinioni.

Io ho studiato ingegneria dei rischi e so a memoria le percentuali delle cause di morte in vari Paesi ed epoche. In particolare so che negli anni Settanta in Italia morivano in incidenti stradali 12.500 persone l’anno circa il doppio di quelli che morivano per cadute accidentali mentre oggi le vittime di incidenti stradali sono meno di 4.000 e quelle per cadute sono salite a 10.000. Ho vissuto in California e ricordo bene che le sequoie più alte arrivano a circa 100 metri - pare che la più alta sia di 116 metri.

Certo il caso influisce su molti eventi. Quindi ogni previsione che facciamo è affetta da incertezza. Però gli esperti esistono, per fortuna, e molti di loro ricordano bene il passato e il presente - nel loro campo - e riescono a prevedere quello che sta per succedere. Quando hanno fortuna, riescono a prevedere anche l’avvenire meno immediato. Se prevedono i prezzi futuri di azioni, metalli preziosi, gas o petrolio, mietono profitti notevoli.

Il modo più semplice di fare previsioni è quello di extrapolare. Se qualche cosa sta crescendo, sostenere che continui a crescere; se cala, che continui a calare. Non ci vuole molta scienza.

Le previsioni accurate le sanno fare i fisici quando si occupano di eventi misurabili e individuano cause ed effetti. Quando ci occupiamo di situazioni socio-economiche, di azioni umane intraprese da grandi numeri di persone, le cause sono numerosissime e molte di esse non si possono misurare con precisione. Economisti e psicologi riescono a individuare regolarità e rapporti fra grandezze e parametri. Ne possono dedurre anche formule e modelli matematici che, però, non hanno validità assoluta e non permettono di sapere che accadrà fra anni, decenni, secoli. Invece alcuni pretesi esperti si azzardano a extrapolare tendenze al cambiamento dal breve periodo a intervalli di tempo molto più lunghi.

Lo fece R Malthus nel 1830: notò che per 40 anni la popolazione USA era cresciuta del 3% all’anno e concluse che tutte le crescite di popolazione siano esponenziali. Invece molti processi di sviluppo o declino si possono descrivere (producendo proiezioni plausibili e spesso accurate) con le equazioni di Volterra. Esse descrivono l’evoluzione di popolazioni biologiche, di epidemie, di prodotti e di variabili come: consumi elettrici, mobilità, etc. Tali equazioni definiscono le curve logistiche a S: tipicamente una popolazione comincia a crescere lentamente partendo da valori minimi. Poi accelera sempre più fino a sembrare esponenziale. Quindi rallenta gradatamente quando entrano in azione fattori limitanti e, infine, raggiunge un valore massimo costante, detto asintoto.

Si possono costruire anche modelli matematici di grandi fenomeni complessi: l’economia mondiale (o nazionale o aziendale), il clima, le vicende politiche. La capacità previsionale di questi strumenti è molto minore di quella  dei modelli prodotti dai fisici. Spesso si rivela nulla dopo pochi mesi o anni. La struttura di questi modelli può anche essere esteticamente gradevole. Però non bisogna innamorarsene, né pretendere di calcolare quello che succederà fra decenni o secoli.

I modelli razionali e quantitativi sono prodotti dal citato Sistema 2, che è uno strumento meraviglioso, sofisticato - e ancora misterioso. Il nostro cervello  è ben più  complesso della dicotomia di Kahneman e anche della tripartizione di Freud  fra id, io, super-io. Mentre i neurofisiologi continuano a capirlo sempre meglio, noi – utenti finali – possiamo usarlo empiricamente e addestrarci  a intuire regolarità e tendenze. Dobbiamo essere pronti a riconoscere l’errore, sempre in agguato, e rassegnarci a cercare ignotum per ignotius.




Per creare lavoro: ricerca e sviluppo – non solo flessibilità e riforme  Roberto Vacca, 2/4/2014

Il 13% dei lavoratori sono disoccupati. Matteo Renzi ha detto ieri: “Occorrono flessibilità e riforme.” Ma non sembra probabile che si creino posti di lavoro solo abolendo Senato e Province e snellendo la pubblica amministrazione.

Proprio oggi la rivista SPECTRUM dell’Institute of Electrical and Electronics Engineers pubblica una serie di articoli sull’aumento della domanda di ingegneri elettronici. Un uomo chiave Microsoft dice: “Le abilità valgono più delle credenziali accademiche.” Nell’ambiente di Google si parla di Scoiattoli Viola: un paradigma di animali rarissimi che si applica al tipo di ingegneri eccellenti e moderni ai quali il lavoro non manca. Sono specialisti in: cibersicurezza, robotica, tecnologia dell’informazione, software, app mobili, griglie smart, cloud, big data. È vitale che sappiano integrarsi in squadre e che mirino all’eccellenza personale. Sono richiesti non solo in USA, ma anche in Europa e in Asia.

Per creare  lavoro, dunque, ci vogliono: educazione e istruzione più diffuse e di migliore livello – ricerca scientifica - sviluppo industriale. Le statistiche dimostrano che l’occupazione è più alta ove i livelli di innovazione sono più elevati. La Commissione Europea ha appena pubblicato la classifica al 2013 dei 27 paesi dell’Unione in base al livello di innovazione raggiunto, espresso da un indice (compreso fra 0 e 1) funzione di 25 indicatori (lauree, ricerca scientifica, investimenti pubblici e privati in R&D, brevetti, etc.) L’istogramma seguente illustra la situazione.




In verde: 4 leader (Svezia, Danimarca, Germania, Finlandia) - in celeste,: 10 innovatori di seconda classe, in giallo 11 innovatori moderati e in arancione; 3 innovatori scarsi. La Svezia sta a 0,75. La media dei 27 Paesi sta a 0,55. L'Italia sta fra gli innovatori moderati a 0,44 – al 15° posto su 27  - dopo Estonia, Slovenia, Cipro – tutti sotto la media.

In Italia gli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo sono lo 0,53 del PIL (0,71 della media europea) e quelli privati sono lo 0,69 del PIL (0,52 della media europea). Questo divario dura da più di 30 anni. Non è solo questione di investimenti, ma di cultura media. La percentuale della popolazione che ha completato l’educazione terziaria è in Italia il 21,7%. La media europea è 35,8 %; Irlanda 51,1 %; Cipro, Lussemburgo, Lituania: 50%; UK 47,1%; Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia, Francia, Belgio: 44%. A livello più basso dell’Italia c’è solo la Turchia.

L’Italia è, dunque, carente nei livelli di istruzione e negli investimenti in ricerca e sviluppo particolarmente nel settore privato.

Diminuire gli investimenti e le spese (che creano lavoro), aumentare le imposte e i tassi di interesse – sono politiche di austerità inopportune: non favoriscono la ripresa e aggravano la depressione.

I 4 Paesi europei più innovatori (Svezia, Danimarca, Germania, Finlandia) hanno un PIL pro capite del 25% più alto del nostro e il loro PIL cresce ogni anno di 4 punti percentuali più del nostro. Se innovassimo come loro ogni anno il PIL crescerebbe di 60 miliardi di Euro, rispetto ai quali certi risparmi di cui si parla molto (pure opportuni)– appaiono trascurabili.

Gli imprenditori, quindi, non hanno ragione di chiedere solo flessibilità negli adempimenti burocratici (che pure ci vuole). Devono raddoppiare gli investimenti in ricerca e sviluppo e assumere giovani eccellenti che inventino. Devono creare reti di collaborazione con industrie grandi e piccole, italiane e straniere. Lavoro e prosperità si creano studiando e inventando.

 

*     *     *

 

Seguono 2  tabelle co0n i parametri dell’innovazione per tutti i Paesi Europei dal citato documento della Commissione Europea  “Innovation Union Scoreboard 2014”




 


Chi usa molto Internet perde la fede? – di Roberto Vacca, Il Caffè, Locarno –

20 Aprile 2014.


“Come Internet sta eliminando la religione in America” titola il 4/4/2014 Technology Review rivista dell’MIT. Cita A. Downey, professore di Scienza dei Dati a Olin College of Engineering, che ha analizzato la  crescita dell’uso di Internet e del numero di quelli che abbandonano la religione. Quest’ultimo parametro deriva da un sondaggio dell’Università di Chicago. A 9000 persone si è chiesto: ”Che religione preferisci? In quale religione ti hanno allevato? Sei laureato? Quanto usi Internet?” Ecco i risultati:

 

Anno

1990

1995

2000

2005

2010

% utenti abituali Internet

   0

   10

   42

   70

   72

% senza preferenze religiose

   8

   11,5

   14

   15

   18

 

Dal 1990 al 2010 crescono sia gli utenti Internet, sia i non religiosi. La correlazione statistica fra le due variabili è  0,935.

La correlazione misura quanto, in un dato periodo, due fenomeni varino in modo simile: ha il valore 1 se le loro misure sono proporzionali, zero se sono indipendenti e -1 se inversamente proporzionali. Un’alta correlazione non implica che una variabile sia causa dell’altra. È alta la correlazione fra il numero annuo di assassini e quello delle chiese cattoliche, ma non perché nelle chiese si predichi la violenza: i due numeri sono proporzionali alla popolazione. In Italia la correlazione fra il numero di personal computer e quello dei casi di AIDS dal 1983 al 2004 era alta: ben 0,99, ma usare il computer non provoca certo l’AIDS.

Il Prof. Downey dichiara: “So bene che un’alta correlazione positiva non è segno di causalità. I due processi di crescita potrebbero avere una causa comune, anche se né io, né altri l’hanno individuata. Ho usato, però, la regressione statistica per individuare i fattori che hanno contribuito a staccare dalla religione numeri crescenti di persone.”

Il 20 % dei distacchi sarebbe causato dall’uso crescente di Internet. La Rete fornisce, infatti, molte opportunità di informarsi su quel che pensano atei o non religiosi e di interagire con loro. Il 25 % dei distacchi dipenderebbe da cambiamenti nell’educazione religiosa ricevuta. Il 5%, infine, sarebbe dovuto alla maggiore diffusione dell’insegnamento superiore. Nel 1980 laureati e diplomati costituivano il 17% della popolazione americana e nel 2000 la percentuale era salita al 27%. Downey dà per scontato che i religiosi sono più rari fra i laureati. I tre fattori citati spiegherebbero il 50% del calo di religiosità.

E l’altra metà? Downey arguisce che esista un'altra causa. Non la individua. Prima di indagare quale possa essere, è bene analizzare la qualità dei dati di partenza. I sondaggi non forniscono fatti, ma opinioni in risposta a domande: se queste sono vaghe, tutto rimane ipotetico.

Mio nonno, il poeta Adolfo de Bosis, quando iniziava un dibattito, diceva spesso:

“Cominciamo con il negare i fatti”.

Il fatto studiato qui è la religiosità o appartenenza a una chiesa di chi risponde alla domanda “What is your religious preference?” senza indicare confessione o tempio. Le risposte non chiariscono, però, che cosa le persone credano, che fede accettino, quanto siano fedeli a una gerarchia.

Andrebbero registrati, invece, fatti: presenze a eventi, firme di impegni, versamenti in denaro, professioni di fede. In mancanza, abbiamo solo ipotesi ragionevoli, come quelle dello stesso Downey che negli Stati Uniti nel 2040 il numero dei non religiosi supererà quello dei cattolici (che regrediranno leggermente) e quello dei protestanti calerà del 10%.


   Un mio commento all'articolo di Roberto Vacca.

 

Mah, restando nelle ipotesi ragionevoli (e tenendo sempre conto che posso sbagliarmi), forse il nesso suggerito non è tanto tra religione in genere e Internet quanto tra questa e creazionismo. Ossia, a quanto mi pare di sapere, tra le varie confessioni protestanti in genere si dà assai più risalto al Vecchio Testamento che non tra i cattolici, e quindi da parecchie persone viene ancora strenuamente difesa l’interpretazione letterale del primo libro, Genesi. Interpretazione che per essere letterale è forzatamente assai antropomorfica: io oso chiamarla concetto del “Dio artigiano” in contrapposizione all’ipotesi del “Dio legislatore”, Ente che semmai ha creato le leggi (e la casualità) della Natura, invece di decidere dettagliatamente perfino numero e disposizione delle strisce della zebra.

Pare che circa la metà degli abitanti degli USA sia convinta , se non che nell’arca di Noè siano stati imbarcati anche i dinosauri, almeno che gli stessi fossero contemporanei degli uomini. E fino a questo posso anche prendermela con i cartoni animati e i film per bambini: diventa più grave la polemica contro la scienza, estesa perfino alle società petrolifere in quanto utilizzano una geologia per cui l’età della Terra è di miliardi di anni anziché millenni.

Stephen Jay Gould, importante biologo e grande “divulgatore” (ho usato le virgolette perché parecchi suoi saggi spiegano questioni statistiche alquanto sottili senza nessuna faciloneria) ha raccontato in un suo articolo di essere stato, in un dibattito televisivo, contestato da una giovane creazionista perchè ignorante del fatto che, “come tutti sanno”, gli uomini hanno una costola in meno, quella che fu tolta ad Adamo per farci Eva…

Ora, il creazionismo (o meglio questa sua forma assai ingenua) ha importanza politica, anche per noi.

Apparentemente perché il partito al governo cercava consensi negli ambienti della destra USA, abbiamo avuto a occuparsi di ricerca un negatore di Darwin e dell’evoluzione, con un buon seguito di corifei: che ora, mi pare, sono piuttosto allo sbando a causa dell’attuale atteggiamento del Vaticano.

Ma, sempre secondo me, siamo anche afflitti dalle conseguenze di un equivoco da parte di ambienti assunti come “di sinistra” da loro stessi e da gran parte dell’opinione pubblica. Una identificazione superficiale tra Tecnica e capitalismo porta a ritenere che combattere qualsiasi cosa sappia di chimica o di equazioni differenziali sia progressista e rivoluzionario.

Il che fa (sempre secondo me) un grande favore al capitalismo, identificandolo, per gran parte del pubblico, come l’unico difensore di strumenti intellettuali indispensabili alla nostra società.

Ma, tornando alla correlazione di Downey, forse più che la fede ha almeno parzialmente misurato un conformarsi a pseudo nozioni ricevute in ambito familiare e sociale. In questo caso ci potrebbe essere un effetto dell’autorevolezza attribuita a Internet, che presentando una varietà di posizioni diverse ingenera confusione, che è sempre meglio della certezza nell’errore, e che in un certo ambiente culturale conduce alla tolleranza, di per sé già presentata come qualcosa di positivo. Ma si tratta, secondo me, sempre tutt’al più di stimoli a approfondire la ricerca, e non di prove capaci di produrre la trasformazione di una ipotesi in una teoria operativamente efficace a prevedere fenomeni non banali.  

 

                                                                                                       (C. F.)


    Una lettera scritta da Giovanni Pascoli al poeta Adolfo de Bosis, nonno di Roberto Vacca (e padre di Lauro de Bosis (se non sapete chi è stato, informatevi!). Adolfo de Bosis dal 1895 al 1905 ha pubblicato una importantissima rivista, "Il Convito", a cui hanno collaborato forse tutti i maggiori dell'epoca, compreso D'Annunzio ("Le vergini delle roccie") e Pascoli.

 

GIOVANNI PASCOLI AD ADOLFO DE BOSIS – 30 GIUGNO 1904

 

ADOLFO, il tuo CONVITO non è terminato. Nel gennaio del 1895 cominciava, e doveva continuare per ogni mese di quell'anno, in Roma. Come fui chiamato anch'io a far parte di quel "vivo fascio di energie militanti le quali valessero a salvare qualche cosa bella e ideale dalla torbida onda di volgarità che ricopriva omai tutta la terra privilegiata dove Leonardo creò le sue donne imperiose e Michelangelo i suoi eroi indomabili"?
In quel gennaio cominciavo e in quel decembre avrei compito il mio quarantesimo anno. Tutte le giornate, dal gennaio al decembre, mi si consumavano nell'esercizio del magistero. Avevo veduta una sola volta, e di sfuggita, e distratto da altre debite cure, Roma. Sottili facevo le spese, come par giusto alla nostra madre Italia che povera e trita passi la vita di coloro che le educano e istruiscono gli altri figli, nostri minori fratelli. Ero di quelli che s'erano ritratti "a coltivare" (secondo altre parole del Proemio del CONVITO) "a coltivare la loro tristezza come un giardino solitario". Eppure, no: non ero di quelli; ché, in verità, non avrei cercato d'avere, per un mio proprio gusto, di quella tristezza e il fiore e il frutto! O inameni fiori! O frutti amarissimi! Chi vorrebbe essere l'ortolano e il giardiniere della morte? I frutti degli alberi nei cimiteri non si mangiano, ma si lasciano cadere. Non si dà alle bestie l'erba che nasce, così rigogliosa, così fiorita, nei camposanti; ma si brucia. Ora io coltivavo e coltivo quella tristezza per un qualche utile dei miei simili; per dire ad essi la parola che forse importa più di tutte le altre: che oltre i mali necessari della vita e che noi, quali possiamo appena attenuare, quali nemmeno attenuare, vi sono altri mali che sono i soli veri mali, e questi sì possiamo abolire con somma e pronta facilità. Come? Col contentarci. Ciò che piace, è sì il molto; ma il poco è ciò che appaga. Chi ha sete, crede che un'anfora non lo disseterebbe; e una coppa lo disseta. Ora ecco la sventura aggiunta del genere umano: l'assetato, perché erede che un'anfora non basti alla sua sete, sottrae agli altri assetati tutta l'anfora, a cui berrà una coppa sola. Peggio ancora: spezza l'anfora, perché, altri non beva, se egli non può bere. Peggio che mai: dopo aver bevuto esso, sperde per terra il liquore perché agli altri cresca la sete e l'odio. E infinitamente peggio: si uccidono tra loro, i sitibondi, perché non beva nessuno. Oh! bevete un po' per uno, stolidi, e poi fate di riempire la buona anfora per quelli che verranno!
Per questo, che io dico che la poca gioia che può aver l'uomo è nel poco, io sono, caro Adolfo, sincero. Mi fu dato di provare il pregio del poco, sì per essermi stato da altri rubato tutto, sì per avere io ricuperato, di quel poco, un pocolino. "Il pregio del poco" ho detto... Ma in verità che cosa si può pretender di più poco, che d'essere lasciato, fin che piaccia alla natura, con chi vi ha messo al mondo? Basta: parliamo d'altro. Dunque del poco che mi fu sottratto, ho poi ricuperato un pochino. E ne mostro, come è giusto, un pochino di gioia. Sono dunque sincero, quando parlo della delizia che c'è, a vivere in una casa pulita, sebben povera, ad assidersi avanti una tovaglia di bucato, sebben grossa, a coltivare qualche fiore, a sentir cantare gli uccelli... Ma questa sincerità si chiama, dai malati di storia letteraria, Arcadia. Io sono un arcade. La mia, oltre che finzione sarebbe anche sdolcinatura e mascolinatura, destinata a produrre, se non si castiga a tempo, gli effetti più deleteri nell'organismo nazionale. Consimili, chiedo io, a quelli che ha prodotti nel Giappone la contemplazione ingenua degli uccelli e dei fiori? la predilezione per la piccola casa e il piccolo orto e il semplice e puro tatami? Sciocchi! Io non credo troppo nell'efficacia della poesia, e poco spero in quella della mia; ma se un'efficacia ha da essere, sarà di conforto e di esaltazione e di perseveranza e di serenità. Sarà di forza; perché forza ci ho messo, non avendo nel mio essere, semplificato dalla sventura, se non forza, da metterci; forza di poca vista, bensì, e di poco suono, perché, senza gale e senza fanfare, è non altro che forza.
Dunque, nemmeno allora io era chiuso in un "giardino solitario", sebbene fossi molto segregato e lontano e oscuro. Quando mi chiamaste tra quelle "energie militanti" tu e Gabriele d'Annunzio. O mio fratello, minore e maggiore, Gabriele!
Già sette anni prima Gabriele aveva scritto, intorno ad alcuni miei sonetti, parole di gran lode. Già entrando nella mia Romagna, a cavallo, col suo reggimento, cantava (e lo diceva al pubblico italiano) certi miei versi: “Romagna solatìa, dolce paese!”
Il giovinetto, pieno di grazia e di gloria, si rivolgeva ogni momento dalla sua via fiorita e luminosa, per trarre dall'ombra e dal deserto e dal silenzio e, sì, dalla sua tristezza, il fratello maggiore e minore. Io nella irrequietezza della vita, ho potuto talvolta dimenticare quel gesto gentile del fanciullo prodigioso; ma ci sono tornato su, sempre, ammirando e amando. Ci torno su, ora, più che mai grato, ora che raccolgo e a te, o Adolfo, re del CONVITO, consacro questi poemi, dei quali i primi comparvero nel CONVITO e piacquero a lui. Piaceranno agli altri? Giova sperare. O avranno la sorte d'un altro mio scritto conviviale, della Minerva Oscura, che poi generò altri due volumi, Sotto il Velame e La Mirabile Visione, e ancora una Prolusione al Paradiso, e altri ancora ne creerà? Non mi dorrebbe troppo se questi Poemi avessero la sorte di quei volumi. Essi furono derisi e depressi, oltraggiati e calunniati, ma vivranno. Io morrò; quelli no. Così credo, così so: la mia tomba non sarà silenziosa. Il Genio di nostra gente Dante, la additerà ai suoi figli.
Prima di quel giorno, che verrà tanto prima per me, che per te, e per Gabriele, non vorremo fruire il CONVITO, facendo l'ultimo de dodici libri? Narreremo in esso ciò che sperammo e ciò che sognammo, e ciò che seminammo e ciò che mietemmo, e ciò che lasciamo e ciò che abbandoniamo. O Adolfo, tu sarai (non parlo di Gabriele, ché egli s'è beato) più lieto o men triste di me! Sai perché? Il perché è in questo tuo libro. Leggi "I VECCHI DI CEO". Tutti e due lasciano la vita assai sereni: ma uno più, l'altro meno. Questi non ha in casa, come messe della sua vita, se non qualche corona istmia o nemea, d'appio secco e d'appio verde (oh! secco ormai anche questo!). L'altro, e ha di codeste ghirlande, e ha figli dei figli. Tu sei quest'ultimo, o Adolfo; tu sei Panthide che ebbe il dono dalle Chariti!

    RACCONTO GIALLO DI ROBERTO VACCA  (12 AGOSTO 2014)

L’orologio di Palazzo Vecchio e il detective fiorentino – di Roberto Vacca, L’Orologio Giugno 2014

 

Lo chiamavano tutti VP – non per Vice President, ma per Vice Padrino. Era sicuro di sé. Lo temevano da Las Vegas a Miami, da Como a Capo Passero. E lo obbedivano. Disse:

“L’agente speciale Patrick O’Cuillenain mi è venuto dietro anche in Italia. Questo dannato irlandese dice che sta qui as a tourist. Ma dà troppa noia. I’ll waste him myself – lo elimino io. Personalmente.”

Suo cugino obiettò:

“VP, no. Non ti esporre. Mandiamo uno dei ragazzi.”

“No. Faccio io. Ormai è cosa personale.

 

*     *     *

 

O’Cuillenain era contento della sua scorta. Jack Ryan era un vecchio amico: irlandese anche lui e parlava bene l’italiano. Anche con Carlo Guarducci, il carabiniere fiorentino, aveva fatto subito amicizia. Lo aveva giudicato subito: intelligente, affidabile, sicuro. Erano andati a mangiare in un ottimo ristorante a Trastevere. Verso le 15:30 lo avevano portato a San Pietro. L’irlandese girava lo sguardo sull’enorme colonnato. Voleva cercare il punto da cui tutte le colonne di uno dei semicerchi si vedono allineate come se ce ne fosse una sola. Girò ancora lo sguardo e rimase gelato. Davanti alle colonne VP gli sorrideva da una decina di metri di distanza,

L’enorme mano di VP era avvolta attorno alla grossa pistola calibro 45. L’impugnatura di legno pregiato era stata disegnata apposta per lui. Sparò due colpi soli in rapida successione. I 10 grammi di ciascun proiettile attraversarono il torace di O’Cuillenain uccidendolo. Ryan e Guarducci fissarono per un attimoil volto di VP e stavano per rispondere al fuoco, ma un grosso SUV grigio arrivò ad alta velocità  e frenò di colpo togliendogli la visuale. Ripartì di scatto, portando via VP che era balzato a bordo. Ryan e Guarducci spararono insieme al veicolo che si eclissò subito in direzione della via Aurelia. Videro che l’agente irlandese era morto. Guarducci chiamò la centrale dettando la targa del SUV e fornendo i dati sull’accaduto.

Mentre correvano verso l’Alfa di servizio, Guarducci chiese:

“Riconosciuto?

Sure!” – rispose Ryan – “VP è troppo noto. Patrick lo aveva seguito fin qui. Ho la sua foto. Falla girare e blocchiamo aeroporti, stazioni e frontiere.”

Guarducci prese il cellulare dell’americano e trasmise la foto. Azionò la sirena e partì sgommando. Gridò:

“Andiamo a Fiumicino. Dobbiamo beccarlo.”

Ryan commentò:

“Questa volta non si difende. Lo abbiamo visto red handed – con in mano la pistola fumante. Sarà estradato in Texas, dove c’è ancora la pena di morte. Con la nostra testimonianza è finito. Ricorda bene l’ora: three fifty PM – come dite in italiano? Quindici e cinquanta del 21 giugno.”

VP non si presentò in nessun aeroporto e in nessuna stazione. Fu arrestato parecchie ore dopo in un grande albergo a Firenze in Piazza Santa Maria Novella. Era accompagnato da un suo famoso avvocato.

Ryan arrivò per primo al carcere di Firenze e rese la sua testimonianza. Il TAV di Guarducci, invece, aveva ritardo. Il carabiniere  arrivò al carcere di Sollicciano e, prima che entrasse, gli venne incontro Ryan.

“Carlo! Non è possibile! C’è l’avvocato di VP. Ha testimoniato che ieri pomeriggio VP stava a Firenze insieme con lui. Ha una fotografia in cui stanno insieme davanti a Palazzo Vecchio. Si vede bene l’orologio che segna proprio l’ora in cui ha sparato a O’Cuillenain – le tre e cinquanta. Si vede anche una signora che passa e ha in mano il giornale di ieri. Che cosa è questa storia? Hanno trovato un sosia qui in Italia?”

Era affranto. Guarducci prese la grande foto e la guardò attentamente. Sorrise.

“Sono proprio bischeri questi vostri gangster! Come speravano di farla franca qui a Firenze? Non la sai la storia?”

“Che storia? La foto mi pare chiara. È un alibi di ferro.”

Guarducci scosse la testa:

“No! Leggi la guida Michelin! L’orologio della Torre in questa foto segna le dieci del mattino! È uno dei rari orologi antichi che hanno una lancetta sola: quella lunga – e segna le ore. Per sapere i minuti, devi stimare a che punto stia fra l’ora precedente e la seguente. La lancetta corta è solo un contrappeso e sta esattamente sullo stesso diametro di quella lunga. Tutti gli stranieri credono che l’orologio sia rotto. Invece no: la lancetta corta segna le 4, ma non conta. Quel bischero di VP si è fatto la foto ieri mattina alle 10 antimeridiane ed era sicuro di imbrogliarvi, ma non ha tenuto conto che nelle forze dell’ordine italiane ci sono anche dei fiorentini.”

Anche Ryan sorrise sollevato.

“OK. Ora non ci scappa. Ma che orologi fate in Italia? Non vi vergognate?”

“Certo che dovremmo cambiarlo, ma qui le cose si correggono con calma. Comunque non lo costruì un italiano, ma un tedesco alla fine del  ‘600.”

 

    DA ROBERTO VACCA:

Tema di maturità tecnico-scientifico 2014  -- di Roberto Vacca, 18/06/2014

 

Il tema in ambito tecnico-scientifico richiedeva di discutere su quanto sia pervasiva la tecnologia. Proponeva 4 testi di partenza.

F Chiusi sul transumanesimo, presentato come “un sistema di fantasie razionali parascientifiche” che prevede: potenziamento delle facoltà umane, trasferimento della coscienza a macchine, nano robot usati in medicina. Sarebbe un surrogato di religione forse ispirato alle visioni di R Kurzweil che predisse per il 2029 un computer da 1000 $ intelligente quanto mille esseri umani

M Gaggi che riporta equilibrati pareri dell’astrofisico M Rees: i robot si creino per lavori semplici, non per mestieri intellettuali complessi.

D Bardi: Internet, tablet, smartphone sono ovunque in mano a giovani e studenti. La scuola ne è pervasa: offrono distrazione ed evasione od opportunità di apprendimento mai visto?

U Galimberti: quale è l’obiettivo della tecnologia? Crescita mirata al profitto dei costruttori? Manca un fine ultimo pianificato e condiviso?

 

Il tema assegnato a giovani a cui non sono stati insegnati corsi sulla evoluzione della scienza e della tecnica, è di estrema difficoltà. La tecnologia della informazione e della comunicazione sta certo crescendo in modo pervasivo. Offre occasioni di apprendimento straordinarie - non sfruttate nelle scuole. Non ci sono, infatti, corsi per insegnare ad assorbire dalla rete conoscenza anche, ma non solo, avanzata. La Rete (WWW) contiene anche materiale di qualità infima e non si insegna ai giovani a identificarlo ed evitarlo. I computer pervadono la società. Vengono usati da pochi per ricerca e sviluppo: la maggioranza li usa per scopi banali. La matematica, che serve anche a “computare” bene è poco assorbita. La società pervasa da gadget (pochi sanno “come sono fatti dentro”) è largamente impermeabile alla scienza. R Feynman già nel 1998 criticava la nostra unscientific era.

Non ha senso prospettare ai giovani un nuovo mondo in cui siano indistinguibili uomini da macchine, realtà virtuale da quella fisica. In cui assumeremmo corpi e personalità diverse, elimineremmo vecchiaia, malattie, povertà fame e inquinamento. È vitale, invece, che conoscano gli strumenti con cui capire il mondo fisico e quello fatto dall’uomo – sempre più complesso. Apprezzino i rischi veri dovuti alla complessità crescente e al software difettoso.

La scienza ha fatto progressi enormi. Non è riuscita ancora a prevedere in modo efficace, nemmeno per i prossimi decenni, i propri progressi ulteriori, né quelli della tecnologia, né tutti i processi che si svolgono nel nostro pianeta e nell’universo. È bene imparare metodi e strumenti della scienza, prima di discuterne l’avvenire ultimo-

 

Maturità liceo scientifico 2014 – Ambito tecnico-scientifico – Tecnologia pervasiva   -   18 Giugno 2014.

Fabio CHIUSI, TRANS UMANO la trionferà, l’Espresso - 6 febbraio 2014

Anche la Silicon Valley ha la sua religione. E potrebbe presto diventare il paradigma dominante tra i vertici e gli addetti ai lavori della culla dell’innovazione contemporanea. È il «transumanismo» e si può definire, scrive il saggista Roberto Manzocco in “Esseri Umani 2.0” (Springer, pp. 354), come «un sistema coerente di fantasie razionali para-scientifiche», su cui la scienza cioè non può ancora pronunciarsi, «che fungono da risposta laica alle aspirazioni escatologiche delle religioni tradizionali». Per convincersene basta scorrerne i capisaldi: il potenziamento delle nostre capacità fisiche e psichiche; l’eliminazione di ogni forma di sofferenza; la sconfitta dell’invecchiamento e della morte. Ciò che piace ai geek della Valley è che questi grandiosi progetti di superamento dell’umano nel “post-umano” si devono, e possono, realizzare tramite la tecnologia. E tecniche, la cui fattibilità è ancora tutta da scoprire, come il “mind uploading”, ossia il trasferimento della coscienza su supporti non biologici, e le “nanomacchine”, robot grandi come virus in grado di riparare le cellule cancerose o i danni da malattia degenerativa direttamente a livello molecolare.

Massimo GAGGI, E il robot prepara cocktail e fa la guerra, “Corriere Della Sera. La Lettura” - 26 gennaio 2014

Lord Martin Rees, docente di Astrofisica all’Università di Cambridge e astronomo della Regina, la vede un po’ diversamente: i robot sono utili per lavorare in ambienti proibitivi per l’uomo — piattaforme petrolifere in fiamme, miniere semidistrutte da un crollo, centrali in avaria che perdono sostanze radioattive — oltre che per svolgere mestieri ripetitivi. Ma devono restare al livello di «utili idioti: la loro intelligenza artificiale va limitata, non devono poter svolgere mestieri intellettuali complessi. L’astronomo della Corte d’Inghilterra, occhi rivolti più alle glorie del passato che alle speranze e alle incognite di un futuro comunque problematico, propone una ricetta che sa di luddismo. Una ricetta anacronistica ed estrema che si spiega con l’angoscia che prende molti di noi davanti alla rapidità con la quale la civiltà dei robot — della quale abbiamo favoleggiato per decenni e che sembrava destinata a restare nei libri di fantascienza — sta entrando nelle nostre vite. Che i robot stiano uscendo dalle fabbriche lo sappiamo da tempo: il bancomat è un bancario trasformato in macchina, in servizio notte e giorno. In molti supermercati il cassiere non c’è più, sostituito da sensori, lettori di codici a barre, sistemi di pagamento automatizzati. In Giappone e Francia si moltiplicano treni e metropolitane guidati da un computer (è così la nuova Linea 5 della metropolitana di Milano), così come tutti i convogli che si muovono all’interno dei grandi aeroporti del mondo sono, ormai, senza conducente.

Dianora BARDI, La tecnologia da sola non fa scuola, “Il Sole 24 Ore” - 12 gennaio 2014

Per molto tempo al centro dell'attenzione sono state le tecnologie e gli interrogativi che si portano dietro: «Meglio i tablet o i netbook?», «Android, iOs o Windows?», seguiti da domande sempre più dettagliate «Quanto costano, come si usano, quali app...». Intanto i docenti hanno visto le classi invase da Lim, proiettori interattivi, pc, registri elettronici o tablet, senza riuscire a comprendere quale ruolo avrebbero dovuto assumere, soprattutto di fronte a ragazzi tecnologicamente avanzati che li guardavano con grandi speranze e aspettative. Per gli studenti si apre una grande opportunità: finalmente nessuno proibisce più di andare in internet, di comunicare tramite chat, di prendere appunti in quaderni digitali o leggere libri elettronici.

Umberto GALIMBERTI, Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica - Feltrinelli, Milano 20

Passando dal tempo che ritorna al tempo che invecchia, dal tempo ciclico della natura regolato dal sigillo della necessità al tempo progettuale della tecnica percorso dal desiderio e dall’intenzione dell’uomo, la storia subisce un sussulto. Non più decadenza da una mitica età dell’oro, ma progresso verso un avvenire senza meta. La progettualità tecnica, infatti, dice avanzamento, ma non senso della storia. La contrazione tra “recente passato” e “immediato futuro”, in cui si raccoglie il suo operatore, non concede di scorgere fini ultimi, ma solo progressi nell’ordine del proprio potenziamento. Null’altro, infatti, vuole la tecnica se non la propria crescita, un semplice sì a se stessa. L’orizzonte si spoglia dei suoi confini. Inizio e fine non si congiungono più come nel ciclo del tempo, e neppure si dilatano come nel senso del tempo. Le mitologie perdono la loro forza persuasiva. Tecnica vuol dire, da subito, cingendo degli dèi.

 

 

      DA ROBERTO VACCA, 18 GIUGNO 2014



  

Grandi paure: scienza, incertezza, senso comune    di Roberto Vacca – Giugno 2014

La scienza aiuta a capire il mondo – grande e complesso. Permette anche di prevedere eventi futuri, se le condizioni di partenza sono ben note, e di valutare l’incertezza delle previsioni. La scienza non è un insieme di regole semplici. È fatta di osservazioni, misure, esperimenti, induzioni, deduzioni, analisi con procedure e strumenti matematici. Chi ha una formazione scientifica mezza cotta (half baked)  crede spesso di aver raggiunto certezze illusorie. Se su queste vengono basate decisioni importanti, i risultati possono essere tragici.

Il Presidente Obama ha presentato le nuove regole della Environmental Protection Agency mirate a ridurre il riscaldamento globale antropico. Pretendono di limitare a meno di 2°C l’aumento della temperatura dell’atmosfera entro il secolo attuale. Consistono nella limitazione delle emissioni di CO2 dovute all’uso di combustibili fossili per produrre energia. Hanno fede nella capacità previsionale (sull’arco di molti decenni) di modelli matematici empirici che trascurano miriadi di fattori astronomici e geo-fisici. Ignorano anche gli aspetti probabilistici degli effetti congiunti di fattori noti e di altri ancora non individuati.

Obama avrebbe fatto bene a parlare con fisici di prim’ordine; Freeman Dyson di Princeton, Henrik Svensmark di Copenhagen, Luigi Mariani di Milano. Gli avrebbero spiegato che nessuno sa fare ancora previsioni di eventi complessi come il clima con decenni di anticipo. Invece Obama ha asserito:

La scienza è scienza. La scienza è davanti a noi. …Non discutiamo su quel che sta succedendo. La scienza è indiscutibile. I fatti base del cambiamento climatico non sono qualcosa che ci possiamo permettere di negare. ----- si tratta della più significativa sfida a lungo termine che dobbiamo affrontare ---- La gente comincerà ad apprezzare il costo di riparare i danni dell’uragano Sandy e della siccità in California.”

Questi ultimi eventi, invece, non hanno rapporto con i cambiamenti climatici.

Non sostengo che ridurre le emissioni di anidride carbonica sia dannoso. [Freeman Dyson ha osservato, però, che l’aumento del tasso di CO2 nell’atmosfera (27% negli ultimi 56 anni) ha favorito lo sviluppo della vegetazione. Il fatto che continui contribuisce a rinverdire il pianeta]. Non è un male che cresca la generazione di potenza eolica e fotovoltaica. Sarebbe opportuno aumentare molto gli investimenti in ricerca sul solare. Il rendimento raggiunto è del 43% (in laboratorio) e, fra poco, del 25% su scala industriale.  Una diffusione notevole di questa fonte ridurrebbe anche le emissioni di CO2.

Obama ha citato Lincoln: “Con l’opinione pubblica non c’è niente che non riuscirò a fare e senza l’opinione pubblica non c’è niente che io possa fare.” Quindi ha detto che nel resto del suo mandato proverà a convincere i cittadini che se non faremo niente per modificare il clima, i nostri figli staranno molto male. Le sue intenzioni sono ottime. I suoi ragionamenti, no.

Non è immediato interpretare le stime fatte dagli scienziati sulle probabilità di eventi futuri relativi a sistemi complessi come il clima terrestre. Non possiamo fare esperimenti e le stesse misure effettuate da alcuni secoli (o da decenni come nel caso dell’anidride carbonica) sono scarse. Talora sono anche discutibili e contraddittorie.

Ci sono altre catastrofi letali di cui abbiamo esperienza diretta. I rischi relativi si capiscono con il senso comune. Non siamo costretti a chiedere agli scienziati di fare congetture sui disastri causati dalle esplosioni. Le conflagrazioni di gas naturale nelle gallerie uccidono ogni volta migliaia di minatori. Gli esplosivi tradizionali hanno causato decine di milioni di morti nelle due guerre mondiali ed alcuni milioni in  medio oriente negli ultimi anni.

Le armi nucleari sono molto più distruttive. La bomba di Hiroshima aveva un potere distruttivo equivalente a quello di 15.000 tonnellate di alto esplosivo (15 kton). Quella di Nagasaki equivaleva a 21 kton.

Nel 1961 i militari americani stimavano in 600 milioni i morti previsti per un loro attacco atomico contro Russia e Cina. Nei primi anni Ottanta il potenziale distruttivo totale degli arsenali atomici mondiali era di oltre 15 Gigaton (15 miliardi di tonnellate equivalenti di alto esplosivo). Le stime del numero dei morti  erano di miliardi. Si parlava della maggioranza della popolazione mondiale e di distruzione mutua assicurata.

Dopo i trattati per la riduzione delle armi atomiche, il potenziale distruttivo totale è ridotto a circa 5 miliardi di tonnellate equivalenti. Obama, però, non considera questo rischio come “una significativa sfida a lungo termine che dobbiamo affrontare”. Nel 2009 gli diedero il Nobel per la pace “per i suoi sforzi eccezionali per rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione fra i popoli e per essersi espresso a favore di un mondo privo di armi nucleari”. Il proposito ha avuto breve durata. Nel 2013 il Presidente USA stanziò 537 milioni di dollari per ammodernare 180 testate nucleari tattiche dispiegate in Europa. Pare, però, che quei 537 milioni non bastino e che in effetti si spenderanno 10 miliardi di dollari. Non miglioreranno solo l’efficacia dei quelle 180 bombe: ne aumenteranno il numero a 400.

Il governo americano ha deciso anche di ridurre del 15% gli stanziamenti mirati a proteggere le armi nucleari da tentativi di impossessarsene da parte di terroristi. Quest’altra misura rende ancora più imminente un rischio gravissimo – l’entità del quale è segreta e, forse, nemmeno valutabile.

 

Una guerra planetaria nucleare farebbe miliardi di vittime: ma non ne parlano i grandi statisti e nemmeno i rappresentanti delle religioni.

Nel 1998 l’attuale Dalai Lama, che taluno chiama il”Principe della Pace”, dichiarò che “fin quando ci sono grandi potenze che detengono armi nucleari, non è giusto condannare l’India perché fa test atomici e si arma”.

 

Oggi soffiano venti di guerra e ispirano apprensione. La violenza in Ucraina o Medio Oriente potrebbe far scoppiare la guerra mondiale. Sarebbe un fattore scatenante più micidiale dell’assassinio di Serajevo nel 1914.

È bene parlare di pace, ma bisogna informarsi. Papa Francesco il 24 maggio in Giordania ha detto: “La radice del male è nella cupidità del denaro che c’è in chi è attivo nella fabbrica e nella vendita delle armi. Questo ci deve fare pensare su chi c’è dietro che dà a tutti quelli che sono in conflitto le armi per continuare i conflitti. Pensiamo e dal nostro cuore preghiamo per questa povera gente criminale perché si converta”.

È giusto deprecare le guerre in Medio Oriente anche se hanno causato pochi milioni di morti. Allora, però, dovremmo dedicare un tempo mille volte maggiore a denunciare il rischio che la guerra atomica uccida miliardi. Papa Francesco ha parlato in data 1/1/2014  a favore del disarmo “cominciando dalle armi nucleari e chimiche”.Lo avevano fatto, ma con parole deboli, inadeguate rispetto all’enormità della minaccia, anche i suoi predecessori ed R. Williams, l’Arcivescovo di Canterbury, nel 2009. Questi dignitari religiosi non bollano il peccato di omissione di non smantellare tutti gli arsenali atomici, perpetuando la minaccia che il mondo sia distrutto per caso.

Diciamolo noi, allora: “Le armi atomiche vanno smantellate tutte. Anche se un conflitto si scatenasse per errore, potrebbe estendersi al pianeta e segnare la fine della nostra civiltà”.

I non violenti, le persone normali e razionali, quelli che hanno imparato a controllare i loro impulsi, dovrebbero parlarne e pensarci tutti i giorni. Dovrebbero esigere che i politici capiscano il rischio finale ultimo e ne discutano nei parlamenti, nell’Unione Europea, alle Nazioni Unite – se non lo fanno, vanno svergognati. Scriviamo lettere, e-mail, blog descrivendo il rischio mortale e la necessità del disarmo nucleare totale.

Anche se fosse vero che l’aumento del tasso di anidride carbonica nell’atmosfera causerebbe danni, questi sarebbero trascurabili rispetto alla morte di miliardi.

 

       DA ROBERTO VACCA - 28 GIUGNO 2014

Chiudere il divario fra scuole superiori e lavoro -  di Roberto Vacca, L’Unità – 23/6/2014

In USA le aziende investono in ricerca e sviluppo molto più che da noi. Quindi, la percentuale dei disoccupati è metà che in Italia. Pure gli industriali americani denunciano un grave divario fra le competenze/abilità ottenute dalle scuole superiori e quelle di cui hanno bisogno [skills gap]. Sul problema la Intelligence Unit dell’Economist ha appena pubblicato un rapporto, sponsorizzato dalla fondazione Lumina che in USA crea iniziative per innalzare i livelli di diplomati e laureati. Le aziende sostengono che spendono molto più di prima per addestrare il personale. È vitale farlo: il 60% dei posti di lavoro richiedono oggi una formazione post-diploma, dato che prodotti, processi e strumenti professionali vengono innovati di continuo (non solo nel settore informatico).

Lo studio dell’Economist si basa su interviste a 343 dirigenti di aziende che hanno  da 100 a oltre 10.000 addetti e volumi di affari da milioni di dollari a oltre 10 miliardi. Per ridurre o annullare il divario citato, i 2/3 degli intervistati ha già in corso collaborazioni con università. Un terzo collabora con Community College.

Più della metà dei dirigenti intervistati ha dichiarato di considerare inadeguata la formazione dei giovani neo-assunti per quanto riguarda capacità di risolvere problemi; pensiero critico; lavoro di squadra; comunicazione; abilità tecniche; organizzare priorità multiple; uso di strumenti matematici.

In molti casi varie aziende stabiliscono con università e college programmi congiunti. Questi  sono più efficaci quando ingegneri ed esperti di primo piano delle aziende collaborano a programmi di ricerca e sviluppo delle università.

La Northrop Grumman (aerospaziale, difesa) ha istituito presso l’Università del Maryland corsi avanzati di cyber sicurezza e ha anche rafforzato insegnamenti di computer, scienza, matematica, elettronica. Il CEWD (Centro per lo sviluppo della forza lavoro nel settore energia), creato da un consorzio di aziende del settore, organizza corsi pratici presso varie università. Incoraggia anche l’impiego di donne nella costruzione e manutenzione di reti elettriche.

Alcune aziende tedesche (fra cui BMW, Volkswagen e Siemens) stanno introducendo negli Stati Uniti la pratica dell’apprendistato. In Germania è pratica standard che dopo la maturità gli studenti si iscrivano a un corso universitario e insieme facciano gli apprendisti presso un’azienda. Il 25% delle aziende tedesche partecipa al programma, che non le obbliga ad assumere gli apprendisti. Circa il 60%  dei giovani trova così il primo impiego.  La BMW offre l’apprendistato nel ______________________________________________________.

(1) I community college, creati dai governi locali, danno diplomi brevi di tipo tecnico, economico o umanistico e permettono ai giovani che escono dalle superiori di compiere un primo salto professionale. Ce ne sono 1500. Alcuni laureati dopo corsi di 4 anni, trovano lavoro più facilmente dopo aver seguito corsi biennali di tipo applicativo presso community college.

suo stabilimento di Spartanburg (South Carolina) che produce 300.000 auto all’anno, di cui il 70% esportate.

Parecchie aziende americane partecipano in vari modi a innalzare i livelli di conoscenza medi del pubblico in scienza, tecnica, ingegneria, elettronica – indicati  con l’acronimo STEM. Questo accade poco in Italia. Ce ne sarebbe un bisogno estremo: la percentuale della popolazione che ha completato l’educazione terziaria è il 21,7%. La media europea è 35,8 %. A livello più basso dell’Italia c’è solo la Turchia.

La Commissione Europea ha pubblicato la classifica al 2013 dei 27 paesi dell’Unione in base al livello di innovazione raggiunto, espresso da un indice (compreso fra 0 e 1) funzione di 25 indicatori (lauree, ricerca scientifica, investimenti pubblici e privati in R&D, brevetti, etc.). L'Italia sta al 15° posto su 27, dopo Estonia, Slovenia, Cipro. Gli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo sono lo 0,53 del PIL (0,71 della media europea) e quelli privati sono lo 0,69 del PIL (0,52 della media europea). Questo divario dura da più di 30 anni. L’Italia è, dunque, carente nei livelli di istruzione e negli investimenti in ricerca e sviluppo particolarmente nel settore privato.

Gli imprenditori non hanno ragione di chiedere solo flessibilità negli adempimenti burocratici (pure necessaria). Devono raddoppiare gli investimenti in ricerca e sviluppo e assumere giovani eccellenti che inventino. Devono creare reti di collaborazione con università e industrie italiane e straniere. Lavoro e prosperità si creano studiando e inventando

 


Chi usa molto Internet perde la fede? – di Roberto Vacca, Il Caffè, Locarno –

20 Aprile 2014.


“Come Internet sta eliminando la religione in America” titola il 4/4/2014 Technology Review rivista dell’MIT. Cita A. Downey, professore di Scienza dei Dati a Olin College of Engineering, che ha analizzato la  crescita dell’uso di Internet e del numero di quelli che abbandonano la religione. Quest’ultimo parametro deriva da un sondaggio dell’Università di Chicago. A 9000 persone si è chiesto: ”Che religione preferisci? In quale religione ti hanno allevato? Sei laureato? Quanto usi Internet?” Ecco i risultati:

 

Anno

1990

1995

2000

2005

2010

% utenti abituali Internet

   0

   10

   42

   70

   72

% senza preferenze religiose

   8

   11,5

   14

   15

   18

 

Dal 1990 al 2010 crescono sia gli utenti Internet, sia i non religiosi. La correlazione statistica fra le due variabili è  0,935.

La correlazione misura quanto, in un dato periodo, due fenomeni varino in modo simile: ha il valore 1 se le loro misure sono proporzionali, zero se sono indipendenti e -1 se inversamente proporzionali. Un’alta correlazione non implica che una variabile sia causa dell’altra. È alta la correlazione fra il numero annuo di assassini e quello delle chiese cattoliche, ma non perché nelle chiese si predichi la violenza: i due numeri sono proporzionali alla popolazione. In Italia la correlazione fra il numero di personal computer e quello dei casi di AIDS dal 1983 al 2004 era alta: ben 0,99, ma usare il computer non provoca certo l’AIDS.

Il Prof. Downey dichiara: “So bene che un’alta correlazione positiva non è segno di causalità. I due processi di crescita potrebbero avere una causa comune, anche se né io, né altri l’hanno individuata. Ho usato, però, la regressione statistica per individuare i fattori che hanno contribuito a staccare dalla religione numeri crescenti di persone.”

Il 20 % dei distacchi sarebbe causato dall’uso crescente di Internet. La Rete fornisce, infatti, molte opportunità di informarsi su quel che pensano atei o non religiosi e di interagire con loro. Il 25 % dei distacchi dipenderebbe da cambiamenti nell’educazione religiosa ricevuta. Il 5%, infine, sarebbe dovuto alla maggiore diffusione dell’insegnamento superiore. Nel 1980 laureati e diplomati costituivano il 17% della popolazione americana e nel 2000 la percentuale era salita al 27%. Downey dà per scontato che i religiosi sono più rari fra i laureati. I tre fattori citati spiegherebbero il 50% del calo di religiosità.

E l’altra metà? Downey arguisce che esista un'altra causa. Non la individua. Prima di indagare quale possa essere, è bene analizzare la qualità dei dati di partenza. I sondaggi non forniscono fatti, ma opinioni in risposta a domande: se queste sono vaghe, tutto rimane ipotetico.

Mio nonno, il poeta Adolfo de Bosis, quando iniziava un dibattito, diceva spesso:

“Cominciamo con il negare i fatti”.

Il fatto studiato qui è la religiosità o appartenenza a una chiesa di chi risponde alla domanda “What is your religious preference?” senza indicare confessione o tempio. Le risposte non chiariscono, però, che cosa le persone credano, che fede accettino, quanto siano fedeli a una gerarchia.

Andrebbero registrati, invece, fatti: presenze a eventi, firme di impegni, versamenti in denaro, professioni di fede. In mancanza, abbiamo solo ipotesi ragionevoli, come quelle dello stesso Downey che negli Stati Uniti nel 2040 il numero dei non religiosi supererà quello dei cattolici (che regrediranno leggermente) e quello dei protestanti calerà del 10%.


   Un mio commento all'articolo di Roberto Vacca.

 

Mah, restando nelle ipotesi ragionevoli (e tenendo sempre conto che posso sbagliarmi), forse il nesso suggerito non è tanto tra religione in genere e Internet quanto tra questa e creazionismo. Ossia, a quanto mi pare di sapere, tra le varie confessioni protestanti in genere si dà assai più risalto al Vecchio Testamento che non tra i cattolici, e quindi da parecchie persone viene ancora strenuamente difesa l’interpretazione letterale del primo libro, Genesi. Interpretazione che per essere letterale è forzatamente assai antropomorfica: io oso chiamarla concetto del “Dio artigiano” in contrapposizione all’ipotesi del “Dio legislatore”, Ente che semmai ha creato le leggi (e la casualità) della Natura, invece di decidere dettagliatamente perfino numero e disposizione delle strisce della zebra.

Pare che circa la metà degli abitanti degli USA sia convinta , se non che nell’arca di Noè siano stati imbarcati anche i dinosauri, almeno che gli stessi fossero contemporanei degli uomini. E fino a questo posso anche prendermela con i cartoni animati e i film per bambini: diventa più grave la polemica contro la scienza, estesa perfino alle società petrolifere in quanto utilizzano una geologia per cui l’età della Terra è di miliardi di anni anziché millenni.

Stephen Jay Gould, importante biologo e grande “divulgatore” (ho usato le virgolette perché parecchi suoi saggi spiegano questioni statistiche alquanto sottili senza nessuna faciloneria) ha raccontato in un suo articolo di essere stato, in un dibattito televisivo, contestato da una giovane creazionista perchè ignorante del fatto che, “come tutti sanno”, gli uomini hanno una costola in meno, quella che fu tolta ad Adamo per farci Eva…

Ora, il creazionismo (o meglio questa sua forma assai ingenua) ha importanza politica, anche per noi.

Apparentemente perché il partito al governo cercava consensi negli ambienti della destra USA, abbiamo avuto a occuparsi di ricerca un negatore di Darwin e dell’evoluzione, con un buon seguito di corifei: che ora, mi pare, sono piuttosto allo sbando a causa dell’attuale atteggiamento del Vaticano.

Ma, sempre secondo me, siamo anche afflitti dalle conseguenze di un equivoco da parte di ambienti assunti come “di sinistra” da loro stessi e da gran parte dell’opinione pubblica. Una identificazione superficiale tra Tecnica e capitalismo porta a ritenere che combattere qualsiasi cosa sappia di chimica o di equazioni differenziali sia progressista e rivoluzionario.

Il che fa (sempre secondo me) un grande favore al capitalismo, identificandolo, per gran parte del pubblico, come l’unico difensore di strumenti intellettuali indispensabili alla nostra società.

Ma, tornando alla correlazione di Downey, forse più che la fede ha almeno parzialmente misurato un conformarsi a pseudo nozioni ricevute in ambito familiare e sociale. In questo caso ci potrebbe essere un effetto dell’autorevolezza attribuita a Internet, che presentando una varietà di posizioni diverse ingenera confusione, che è sempre meglio della certezza nell’errore, e che in un certo ambiente culturale conduce alla tolleranza, di per sé già presentata come qualcosa di positivo. Ma si tratta, secondo me, sempre tutt’al più di stimoli a approfondire la ricerca, e non di prove capaci di produrre la trasformazione di una ipotesi in una teoria operativamente efficace a prevedere fenomeni non banali.  

 

                                                                                                       (C. F.)


       DA ROBERTO VACCA - 2 LUGLIO 2014

Quid cogitas? Quantum et quomodo cogitas? di Roberto Vacca, Giugno 2014.

“Cogito ergo Cartesius est”, scrisse Saul Steinberg, il famoso disegnatore. La battuta strappa un sorriso, ma non dice molto.

Poi c’è la storiella dell’oratore che dice al suo pubblico napoletano:

“Io sono un libero pensatore.”

E uno dalla prima fila gli chiede: “E a che pienz’?”

Non è solo una battuta. È una questione cruciale. Anche certi animali pensano, dato che hanno memoria e fanno scelte. Tutti noi pensiamo spesso facendo passare immagini per la nostra mente, senza descriverle con parole. Se usiamo parole (anche non pronunciate, né scritte) queste possono costituire proposizioni staccate o connesse in modo debole: “Chiamo l’ascensore – Salgo al mio piano - Ho fame. – Mangio pane. – Tuona. – Forse pioverà.” – e così via.

Da 24 secoli abbiamo imparato da Aristotele a ragionare con i sillogismi. Però ci vollero 10 secoli per capire che ce ne sono 19 tipi diversi (lo capì Psello). Da 23 secoli abbiamo imparato da Euclide a dettare postulati, a formulare ipotesi e a dimostrarle. Da pochi secoli abbiamo imparato a fare osservazioni e a descrivere con la matematica fenomeni naturali, processi.

Anche quando non usi questi strumenti, pensi. Però le idee o i simboli che traversano la tua mente non sono organizzati. Non lasciano traccia. Confermano “alla Cartesio” che esisti, che sei un essere umano, ma non tanto straordinario. Mezzo secolo fa scrissi una pagina del mio libro “Esempi di Avvenire” su che cosa sia un uomo. La riporto qui:

“Tutti conoscono la definizione: “L’uomo è un bipede implume”, ma sociologi, filosofi, sacerdoti o «intellettuali” in genere restano confusi quando siano chiamati a rispondere a questa domanda. Io ricorro, allora, al metodo socratico e pongo domande che riporto qui di seguito con le risposte che ricevo.

« È un uomo chi non sa leggere?”

« Si, certo.”

«Chiami ancora “uomo” chi ha una scelta di parole molto limitata?”

«E perché no?”

« Anche chi usa solo 200 parole? Anche solo 100?”

« Direi di sì.”

«Solo 10 parole?”

«Beh in questi casi si deve trattare di deboli mentali.”

“E chi non parla, non scrive, non legge lo consideri un uomo o no?”

“Sì, ma affetto da afasìa.”

È facile immaginare altre domande:

«È un uomo chi non sa guidare l’automobile?” - «È un uomo chi non sa manovrare un tornio?” - “È un uomo chi non sa che la somma dei cubi dei primi N numeri naturali è uguale al quadrato della somma degli stessi N numeri?” - « È un uomo chi non sa niente di fisica, letteratura, agricoltura?”  - “È un uomo chi non si sa nutrire da solo?”

Per mezzo di altre limitazioni è possibile precisare meglio come definire un uomo. Concludo che essere un uomo significa “sapere” qualche cosa o “saper fare” qualche cosa. Per essere più compiutamente uomini dobbiamo tendere a sapere di più e a saper fare di più. Queste considerazioni possono spiegare la sete di sapere che altrimenti potrebbe apparire una tendenza gratuita di alcuni uomini, forse connessa all’istinto di sopravvivenza.”

Il “Cogito ergo sum” è una proposizione modesta. Ci vogliono risposte alle domande; “Quid cogitas? Quantum et quomodo cogitas?”[“Che cosa pensi? Quanto e come pensi?”

Descartes ha scritto molto sul pensiero razionale: una funzione solo umana resa possibile dalla nostra anima, dataci da Dio quando veniamo concepiti – non ”estesa”, cioè immateriale: puro spirito. Il 21 aprile 1641 Cartesio scrisse al matematico Mersenne che i segnali dai nostri sensi viaggiano sui nervi e arrivano al conarium (così chiamava la ghiandola pineale) che li trasmette all’anima. Il filosofo sosteneva, poi, che l’anima ci permette di scegliere: abbiamo il libero arbitrio. Quasi tutti pensano di scegliere liberamente, anche se siamo condizionati dalla nostra educazione, da esperienze precedenti, da convenzioni sociali, dal pensiero delle possibili conseguenze delle nostre azioni.

Invece 30 anni fa il neurofisiologo Benjamin Libet dell’Università della California a San Francisco, sostenne che crediamo di prendere decisioni, ma che sono certi neuroni nel nostro cervello a decidere per noi. Istruì alcune persone a premere un tasto a loro volontà dichiarando in quale istante prendevano ciascuna decisione. Intanto registrava certe loro attività cerebrali per mezzo di immagini di risonanza magnetica funzionale. Osservò, dunque, che queste presentavano variazioni brusche in anticipo rispetto agli istanti in cui i soggetti indicavano di aver deciso di premere il tasto.

Recentemente Gabriel Kreiman, di Harvard, ha confermato le osservazioni di Libet registrando che una ventina di neuroni, individuati come rilevanti, si attivavano 300 millisecondi prima del momento della decisione cosciente dei soggetti dell’esperimento.

Taluno ha concluso che i neuroni del nostro cervello entrano in azione a caso: quando vogliono loro, non quando decidiamo noi. Dunque non avremmo libero arbitrio, ma decideremmo a caso le nostre azioni. I nostri neuroni funzionerebbero come monetine: testa o croce non dipende da noi.

Mi sembra una semplificazione indebita. I nostri tempi di reazione sono dell’ordine di frazioni di secondo sia nel reagire a stimoli esterni, sia nell’effettuare un’azione. È discutibile quale debba essere definito come il vero istante in cui prendiamo una decisione. Gli esseri umani, infine, non sono capaci di valutare “a sentimento” intervalli di tempo così piccoli.

Sarà bene discutere da capo la questione dopo che siano state analizzate più completamente le sequenze dei nostri processi mentali, identificate le connessioni causali e definito bene il concetto di libero arbitrio.