Questa pagina per le questioni PD/Politica/Amministrazione comunale di Roma -

    

Mercoledì 16 dicembre 2015, a un incontro con Orfini e Coppola presso il Circolo PD Montesacro, io ho fatto un  intervento iniziale, che avrebbe voluto essere  provocatorio. Ma che, anche per essere stato preparato troppo in fretta, non mi è poi piaciuto molto. E poi, di eventuale influenza, anche minima, sulla discussione non ho saputo nulla, perché purtroppo me ne sono dovuto andare.  Ora, comunque, forse solo per colpa mia, le idee non mi si sono ancora ben chiarite: quindi cerco di riproporre, spero meglio, alcune questioni, su cui peraltro non mi sento complessivamente molto sicuro, ma che mi sembrano importanti. Questioni che riguardano il rapporto tra PD (nazionale e romano) e la singolarità di Roma: sintesi vaga assai, ma che serve all’eventuale lettore per decidere se è interessato dall’argomento e leggere avanti o piantarla qui.

La solita premessa: che la fallibilità umana è sistematicamente molto maggiore di quanto ci piacerebbe, il che vale anche per me: non prendete certe mie, anche eventualmente sensate, ipotesi per pretese verità assolute. Ma allora che scrivo a fare, mi si può chiedere. Ma è proprio la fallibilità umana a rendere utile, anzi indispensabile, il confronto delle idee, che d’altra parte se non sono espresse non sono confrontabili, mi pare.

Allora: la mia tesi, spero sbagliata, è che il PD romano sia troppo condizionato dalla inevitabile autoreferenzialità dell’organismo in senso ampio (burocratico, e politico) del Comune di Roma, comprese le aziende collegate e varie specifiche attività economiche, anche per tradizione, ad esso connesse. Esempio ovvio l’immobiliare: ma non dico che il PD romano sia soggetto ai palazzinari o di esso complice: dico che, per esempio, la indispensabile attenzione alla palazzinarite (il morbo costituito dall’eccessivo numero di palazzinari e persone da essi dipendenti economicamente, con conseguente influenza) mi pare distolga energie e attenzione da altri problemi o altre possibilità. Attenti: non dico che si debba ridurre l’attenzione a problemi noti: dico che senza ridurre tale attenzione, bisogna porne almeno altrettanta anche ad altri. Problemi e potenzialità.

Ossia, questo condizionamento del PD romano dall’autoreferenzialità del Comune (in senso lato), quindi, più in generale, mi pare ostacolare la comprensione della enorme “stranezza” di Roma. Ma “strano” non è per me qualcosa di negativo, “difficile” da gestire certamente sì, ma nel caso di Roma può, anzi deve essere (per imperativo sociale, anche, anzi soprattutto per esso), considerato come estremamente positivo. Invece, la difficoltà della gestione mi pare che di fatto incoraggi proprio l’autoreferenzialità, rendendo così ancora più difficile la gestione e impedendo poi l’utilizzazione delle potenzialità politiche, culturali e economiche presenti a Roma.

 

Parto terra terra con un esempio: all’agenzia bancaria (non di Etruria, con cui non ho parentele, nonostante una spiacevolissima quasi-omonimia) vicino a casa mia, giorni fa va fuori servizio uno dei due Bancomat. Un cliente avverte il personale: entro neanche cinque minuti esce una signora, con un foglio con su scritto frettolosamente a mano “FUORI SERVIZIO” e lo attacca col nastro adesivo sullo sportello. Nulla da osservare sulla tempestività dell’intervento di comunicazione, né sulla successiva rapidità del ripristino.

Invece, qualche mese fa, un venerdì pomeriggio esco di casa per affari miei: pochi passi e un passante mi ferma: “Ma lei lo sa che più su c’è una fontanella rotta che butta tanta tanta acqua ?”. Altri pochi passi e un’altra persona mi ferma per dirmi la stessa cosa. Vabbè, abito lì da tanti anni, in varie occasioni mi sono dato un po’ da fare, in giro si sa che sono del PD e che conosco vari assessori e consiglieri municipali, per cui accetto  tale terribile responsabilizzazione e vado a vedere ‘sta fontanella. (e nel percorso mi fermano ancora altre due o tre persone). Effettivamente alla poveretta manca la parte superiore e ne esce un bel getto d’acqua, a singhiozzo, a fiotti molto abbondanti, alti fino a un due metri e mezzo. Mi attacco al telefonino e informo Riccardo Corbucci, il quale si fa parte diligente e chiama l’ACEA. E mi ritelefona subito chiarendo che il guasto all’ACEA era noto, che l’intervento c’era già stato, anzi era stato proprio l’intervento a comportare la rimozione della parte superiore della fontanella, ma che per mancanza del pezzo di ricambio il problema sarebbe stato risolto solo il lunedì successivo. A questo punto mi piglio la gravemente onerosa incombenza (bel gergo burocratico, se voglio!) di farmi un giretto a avvertirne i passanti, un paio di pensionati a spasso, qualche mamma con creature, i baristi e negozianti vari, raccomandando di passare in giro la voce per rassicurare gli abitanti della zona sul controllo della situazione, che non rischia di diventare un disastro con esplosioni di condutture, scantinati a pianoterra allagati, macchine travolte, apertura di voragini, orde di topi di fogna impazziti eccetera eccetera eccetera.

Problema: ma perché cavolo (nero, cinese o quel che volete) gli operai dell’ACEA non hanno perso qualche minuto a fare quello che poi ho fatto io, almeno informando dei termini della questione farmaciste, baristi, pizzaioli e Loreto il ferramenta, il che poi gli avrebbe anche procurato in simpatia (e magari pure un caffè gratis) assai più del valore del pochissimo tempo utilizzato ? Problema nel problema: è un fatterello particolare o è una singola contingente manifestazione di qualcosa di più generale ?

Prima di andare avanti, chiarisco subito che di dipendenti diretti o indiretti, del Comune di Roma, attivi o pensionati, ne conosco parecchi, e che moltissimi di loro sono persone validissime e efficientissime. Ma:

A)    sto scrivendo una cosa che riguarda l’organizzazione e la politica, non gli individui;

B)    mi pare che anche per le organizzazioni valga quello che valeva per le flotte di corazzate del tempo che fu: ossia, che la velocità della flotta è sempre quella della nave più lenta.

Fatta questa precisazione, passo a un altro esempio. E grave. Da un articolo di Sergio Rizzo sul Corriere della Sera mi risulta che fino a pochi mesi fa l’enorme patrimonio immobiliare del Comune di Roma era gestito, con regolare contratto, a costo altissimo (e malissimo) da una certa società esterna. Alla disdetta, questa società, a norma del contratto stesso, ha consegnato al Comune tutta la documentazione in suo possesso, sotto forma di non so quanti container di faldoni di carte. Proprio “carte”, fogli di carta con su scritti, a mano o a macchina, dati e informazioni. Perché nel contratto non era detto da nessuna parte che tutte queste informazioni, per mi pare un ventimila unità immobiliari (per ciascuna delle quali dunque esiste almeno un faldone, poi ci sono le connessioni tra pratiche eccetera) dovesse essere riconsegnata sotto forma digitale. O anche gestita ? Questo non lo so, ma pare, ovviamente, di no: se fosse stata precisata la forma digitale per il trattamento, sarebbe stato implicito l’obbligo, a scadenza contratto, di consegna dei dati anch’essi in formato digitale. Sta di fatto che il Campidoglio (e con lui  i cittadini) ci ha preso, per anni, una favolosa, ma proprio favolosa, fregatura, sia per i costi vivi, evidenti, di un trattamento manuale (o almeno, apparentemente tale) in confronto a uno “informatizzato”, sia per i costi o meglio i mancati utili di una gestione comunque forzatamente inefficiente. Sono ormai parecchi anni che gestire manualmente un archivio di ventimila unità immobiliari, anche nella migliore delle ipotesi (una sovrumana onestà da parte dell’azienda che ne ha avuto l’incarico, senza approfittare in qualche modo delle occasioni fornite dalla forzata ignoranza, per l’impossibilità di efficace supervisione da parte della stazione appaltante) significa gestirlo assai male rispetto all’alternativa informatica. Il che ha un costo. E grosso.

Ora, a  Colleferro (provincia di Roma, anzi, “Comune della città metropolitana..” eccetera, esiste la ELV, European Launch Vehicle (o qualcosa del genere) che fa cose assolutamente formidabili nientemeno che nel campo di razzi spaziali e loro fondamentali parti. Formidabili tecnicamente e economicamente. Non posso appesantire qui il discorso con troppi particolari,  ma il minimo essenziale per farsi un’idea della questione devo mettervelo a disposizione. Se poi vi fidate di me quando dico che Colleferro è attualmente al centro (e speriamo che ci resti) della faccenda tecnico-commerciale aerospaziale mondiale, grazie e passate avanti: se non vi fidate, andate alla nota in basso.

Ora, vi pare mai possibile che l’amministrazione comunale di Roma sia tanto tremendamente “peciona” e che a Colleferro siano invece campioni (o alla peggio vice-campioni) mondiali di efficienza e modernità ? La cui “ELV technology” viene vista come la sola possibile alternativa tecnico-economica a quella americana di Elon Musk, Falcon eccetera, del razzo lanciatore riutilizzabile che dopo fatto il suo lavoro poi torna giù a casa a sedersi sulla sua rampa di lancio ?

E poi, di esempi in cui Roma metropoli se la cavi estremamente bene ce ne sono parecchi, sia in cose grandi che in quelle piccole. Avevo una Twingo Renault con un problema: essendo un periodo in cui mia moglie e io andavamo parecchio in giro, varie volte, trovandomi in Francia, sono andato in grandi, elegantissime e rilucenti officine della Renault per risolverlo: manco per niente. Poi vado dal sor Nino (ormai compianto, si è incavolato una volta di troppo) alla Bufalotta (non ho interessi nella ditta), periferia periferia (ma poi pare che sia tutta tanto degradata… boh!), e mi risolve tutto in mezza giornata !

Ad altro livello: io ancorché piuttosto sordo, di musica cosiddetta “classica”, qualcosa capisco. Quando finalmente si è costruito l’Auditorium, Roma si è subito trovata a essere una delle pochissime capitali mondiali della musica “seria” (che poi non è che trasmetta o evochi sempre vicende o emozioni pizzose o lamentevoli, tra l’altro, anzi..). Ora, posso assicurare che per fare tale musica a tale livello, oltre alla capacità artistica, ce ne vuole parecchia anche di organizzativa. Va bene che c’è una tradizione ignorata: occorre andare a Londra per scoprire che Muzio Clementi romano, musicista sommo e inventore della tecnica (si chiama proprio correttamente così, “tecnica”) del pianoforte, è sepolto nel chiostro dell’abbazia di Westminster. Ma non è che con le sole glorie del passato ci fai l’organizzazione di  oggi, direi. Quindi, a Roma coesiste, in campo musicale, una importantissima tradizione (anche tecnica) con una ottima capacità organizzativa. Brevissima nota: quando parlo di tecnica, ne intendo innanzitutto la mentalità. E una delle stranezze di Roma è, scusate il bisticcio, la tradizionalità di questa mentalità. Mi pare che vari etnologi e archeologi abbiano osservato come diffuso il fenomeno della sacralizzazione dell’abilità tecnica: ma difficilmente capita di osservare che ancora oggi si chiami pontifex (facitore di ponti), chiaramente solo come relitto di un passato lontano, una suprema autorità religiosa. Ci rendiamo conto di che accidenti di bravura ci voleva a costruire acquedotti, grandi cupole eccetera, senza avere a disposizione le cifre arabe per i relativi calcoli ? Certo che Nervi lo strumento moderno per i calcoli  lo aveva: ma mi pare che lo abbia anche saputo usare assai meglio di tanti altri.

E poi continuo a leggere di persone laureate in Economia alla Sapienza o a Tor Vergata o alla Luiss che si trovano, ancora giovani, al massimo livello, sia occupati nel pubblico che nel privato: quindi le università romane, di gente di assoluto valore mondiale, ne sfornano.

E anche idee e progetti: quando di elaborazione parallela (fare funzionare contemporaneamente più unità centrali di elaborazione digitale sullo stesso problema, cosa ormai corrente, mi pare) se ne parlava come cosa assai futuribile, Nicola Cabibbo (nonostante il buffo nome, grande fisico autodeclassatosi a ingegnere per il superamento dell’età secondo lui più produttiva per uno scienziato), parecchi anni fa, alla Sapienza, ha messo in piedi una iniziativa al riguardo, assieme a Intel e a Microsoft. Che poi non abbia portato risultati economici (almeno diretti) a Roma, o per l’avverarsi del rischio intrinseco nella ricerca o per assenza di politica industriale è un altro discorso, purtroppo: ma non è che giganti come quei due abbiano sdegnato di farsi coinvolgere dalla Sapienza di Roma. Eccetera, eccetera eccetera.

Insomma, a Roma mi trovo in un ambiente culturale e sociale che è capace di assolute eccellenze mondiali, in più campi diversi, anche tecnicissimi, e poi mi devo trovare, guidando, a sentire le strade piene di buche (che poi si allargano sempre di più), problema non semplicissimo da risolvere, lo so, ma comunque ridicolo rispetto all’efficienza che quotidianamente vedo messa in atto per tanti altri aspetti. C’è sempre un problema di percezione, anche: ma comunque, con tutta la tara da applicare, la differenza tra l’efficienza possibile e quella reale rimane comunque inaccettabilmente alta.

Le ragioni di questa inefficienza sono parecchie e ne conosco o capisco solo qualcuna, né posso mettermi (per  carenza di spazio, di pazienza vostra e di capacità mia) a farne un’analisi appena seria. Mi sembra però  di potere accennare, tra le possibili cause, all’ereditata abitudine a confondere “peccato” e “reato”. Ma il mangiare carne il venerdì (fino a ieri) o il bestemmiare sono cose molto diverse dalla corruzione o anche dal timbrare l’entrata al posto di lavoro e poi andarsene a farsi gli affari propri: il Padreterno sembra, dovendo essere infinitamente buono, sempre perdonare. La gestione amministrativa, invece, direi, è un’altra cosa. Che molti supposti peccati abbiano fatto, in realtà, pochi danni materiali permanenti e siano quindi presumibilmente perdonabili, non toglie che invece atti di corruzione o malaffare, anche apparentemente minori, e non percepibili come “peccati”, di danni materiali ingenti o ingentissimi ne facciano eccome. La eventuale perdonabilità di una bestemmia (o di fare un pensierino riguardante una bella moglie o ragazza altrui) non andrebbe assimilata alla presunta innocuità di una bustarella, come invece mi pare accada correntemente. E temo che con tutta la sua gran buona volontà il Papa possa pure finire proprio per aggravare la confusione: dire che prendere o dare una bustarella è “peccato” per i cattolici sinceri e intensi funziona, ma per i tanti assai meno intensi mette in ombra il fatto che la bustarella è una distruzione di risorse, è come se si togliesse alle tasche della collettività un bel pacco di banconote da 100 euro e gli si desse fuoco. O, per chi trova che il denaro sia lo sterco del diavolo, come bruciare un bosco, o dare delle gran picconate  all’arco di Tito, o strappare un Raffaello, eccetera.

Ma di questo basta.

Forse, invece, è rilevante quanto è stato proposto per spiegare la dinamica di almeno certe grandi città. Ossia che la possibilità di contatto contemporaneo con una quantità di persone e quindi di punti di vista diversi genera un ambiente psicologico e culturale in cui il miglioramento incrementale, per addizioni successive, dell’efficienza generale provoca, appunto, la continua espansione economica e quindi demografica. Punto su cui torno più avanti. 

 

Comunque mi sembra di potere ripetere che esiste un grosso divario tra efficienza dell’amministrazione cittadina, in senso ampio come viene percepita dal pubblico, e aspettativa della stessa efficienza attesa da parte dello stesso pubblico, anche per la sua quotidiana esperienza di lavoro o di studio o altro. E che questo divario è un problema politico, e molto più grosso di quanto il PD mi pare percepire.

Da un lato, si sputtana la “politica” in senso generale, e si apre poi anche la strada a fenomeni che nel migliore dei casi fanno perdere tempo, e personaggi che a me sembrano francamente ridicoli. Ma un soggetto come Casaleggio, tanto per non fare nomi, può benissimo apparire, a parecchi, perfino come un garante di possibili modernità ed efficienza almeno tali da scongiurare pasticci come quello spiegato da Sergio Rizzo sulla gestione del patrimonio immobiliare del Campidoglio, per esempio. Ossia: se al cittadino medio X l’efficienza del Comune di Roma pare valere, su una scala da zero a dieci, non più di due e Casaleggio sembra meritare un quattro, X può trovare razionale votare per i suoi seguaci. Perché poi il Nostro, pur essendo molto probabilmente in grado di evitare pasticci tanto evidenti e tanto facili da evitare, sia, secondo me, una gran sola, come si dice a Roma,  e nel complesso valga zero (quindi non quattro, ma addirittura meno di due), è qualcosa con cui preferisco non appesantire questa chiacchierata. Va bene come argomento della prossima.

Dall’altro lato, l’efficienza dell’amministrazione comunale di Roma è una questione di importanza economica nazionale. Il PIL, Prodotto Interno Lordo, sarà una misura assai grossolana dei risultati dell’attività economica, ma fino a che non si trova di meglio ce lo dobbiamo tenere: e comunque mi sembra indubitabile che Roma contribuisca al PIL italiano in misura consistente, e che questa consistenza dipenda, e non poco, anche dalla qualità dell’amministrazione comunale.

Ora, a me sembra (e ripeto fino alla noia “sembra”, va sempre tenuta presente la fallibilità umana in generale e particolare mia) appunto che il PD non comprenda pienamente la gravità del problema: senza nessun dubbio lo percepisce, ma non abbastanza, sempre secondo me; altrimenti il pasticcio Marino non sarebbe successo. Mi pare che il PD veda l’organismo “Amministrazione comunale di Roma” come meno inefficiente di quanto non sia e al contrario non veda l’organismo (informale, ma sempre organismo in senso lato lo si può considerare) “Roma” come meno vitale ed efficiente di quanto in realtà è.

Un allineamento dell’Amministrazione alla Città (che per conto suo non sta ferma, ma corre, semmai) mi pare indifferibile: ma mi pare anche che il PD sia riluttante a prendersi tutte le rogne, interne e esterne, che questa operazione comporterebbe almeno nel breve termine, anche nel caso di risultato finale felice. Mi sembra, ripeto (e spero di sbagliarmi), che il PD fatichi a vedere nelle giuste proporzioni Amministrazione e Città, dove è la prima a doversi adeguare alla seconda, e non il contrario. Non è che, ripeto ancora, il PD debba ridurre l’attenzione agli aspetti anche minuti delle questioni, al contrario, l’attenzione dovrebbe semmai essere ancora maggiore proprio anche a questi aspetti minuti, ma è il punto di vista, mi sembra, a dover essere “politico” in senso più generale. Non nego l’importanza della “politica della fontanella”: al contrario, ripeto, di “politica della fontanella” bisogna farne di più, ma non solo quella, bisogna farla a tutti i livelli, ma, soprattutto, anche da un punto di vista esterno all’Amministrazione. La bancaria che si prende la briga di mettere subito il foglio di carta per segnalare il Bancomat fuori servizio lo fa perché non vede sé stessa solo come bancaria, si vede in un contesto di cui anche il cliente fa parte: altrimenti potrebbe benissimo infischiarsene. Tanto, il cliente, che il Bancomat non funziona poi se ne accorge benissimo da solo; perdendoci però del tempo, sia pure solo un minuto. Scusatemi se ricorro a un personalismo: prendetevela pure col mio egocentrismo, ma seguitemi per un attimo ancora (ammesso che mi stiate seguendo): quando mi hanno fermato per dirmi che la fontanella di Viale Baseggio era diventata il Niagara, ho dato per molto probabile che l’Acea già lo sapesse, ma non me ne sono infischiato perché ritenevo sbagliato che la situazione non fosse chiara. Conoscendo il ferramenta, i baristi, le farmaciste eccetera e vari abitanti del posto ho fatto solo quello che loro avrebbero fatto al posto mio (o avrebbero ritenuto giusto fare) se avessero avuto sulla rubrica del telefonino il numero di un assessore municipale: avrei ottenuto la certezza della situazione e avrei diffuso questa conoscenza. Non è sempre vero che la gente del bene comune se ne frega: il ferramenta, i baristi, le farmaciste eccetera che conosco io non lo fanno, perché c’è (secondo me), per un X qualsiasi una relazione tra il fare decentemente il suo mestiere, qualunque esso sia, e l’attenzione al contesto in cui X si trova.

Ossia, per agire sensatamente, oggi, 2016 (che non è il 1760 del povero divinizzato Jean Jacques Rousseau) non si può essere autoreferenziali, perché l’intuito della semplicità, anche se mosso dalla buona volontà, NON basta, occorre continuamente il confronto con intuiti ma soprattutto esperienze (che sono decisive) proprie e sopratutto degli altri.  Invece l’autoreferenzialità, pur essendo intuitiva (e psicologicamente comoda) è proprio la malattia frequentissima e gravissima delle grandi organizzazioni. Malattia, anche mortale, anzi, se si realizza in un contesto non protetto dai soldi dei cittadini come utenti o come consumatori, in qualche modo convogliati a finanziare l’inefficienza. O l’ideologia del “va dove ti porta l’intuizione”, la cui semplicità è tanto comoda.

Se la grande dimensione, se da un lato mettendo a contatto reciproco moltissimi punti di vista può generare quel processo, diciamo “iterativo” anche se non è la parola esatta, di incremento additivo di efficienza, dall’altro lato, se si scade nell’autoreferenzialità, venendo appunto a mancare la considerazione dei moltissimi punti di vista, nel caso generale manda la baracca in malora. E più è grossa la baracca maggiore è il rischio, sia nella dimensione della frequenza sia in quella della gravità. Del che non mancano certo gli esempi.

Piccolissima ma credo potenzialmente interessante nota “laterale” ma non poi tanto: è uscito un ottimo libro di Michael Tomasello, “Unicamente umano, Storia naturale del pensiero”, una ipotesi (ma almeno parzialmente verificata) sulla evoluzione delle capacità intellettive. Insomma, saremmo diventati più intelligenti degli scimpanzè (che proprio stupidi stupidi non sono) per esserci trovati a vivere in ambienti in cui era assai necessaria la cooperazione. Non è scritto in maniera leggerina e cosiddetta “divulgativa” (ma anche tutta la “divulgazione” di Stephen Jay Gould il lavoro del cervellino del lettore lo richiedeva), ma secondo me vale la pena. E se la necessità di cooperazione ha spinto l’evoluzione nel senso di un maggiore sviluppo degli strumenti di comunicazione e comprensione, si spiegano forse anche meglio i vantaggi degli ambienti che ardisco definire “propensi all’empatia intellettuale”.

Ora, la qualifica di “marziano” a Marino, quali che possano essere o essere stati i suoi difetti o le sue colpe, mi ha preoccupato e mi preoccupa parecchio. A parte che la storia di Flaiano del “Marziano a Roma” a me è sempre sembrata proprio un grande elogio, e non un biasimo, a Roma, mi pare che proprio l’accusa di “estraneità”, di “stranezza” sia assai pericolosa. A me sembra già stranissima, e davvero in senso negativo, una situazione in cui per certi versi a Roma si sia alla pari coi più bravi al mondo e per certi altri versi si sia degli imbranati da fare sembrare capace ed efficiente un Casaleggio e simili, ma stranissima in senso negativo. Ma non è poi che “strano” sia sempre negativo, anzi, attribuire a “strano”, di per sé, la caratterizzazione negativa, mi sembra, francamente, una grave automutilazione, diciamo. Io invece dico che la forza di Roma è proprio la sua intrinseca stranezza (perfino architettonica, per esempio) ma culturale nel senso più ampio.

Quindi, stiamo a vedere come andranno le cose, e capisco che in certe situazioni la “stranezza” va tatticamente dosata: ma mi pare che il PD romano dovrebbe innanzitutto rendersi conto di quanto è proprio strana Roma in sé stessa. Questo non significa disinteressarsi dell’amministrazione, fino alla “politica della fontanella” inclusa: anzi, se ne deve interessare anche molto di più, cosa che d’altra parte mi pare stia tentando di fare. Ma lo deve fare inquadrando questa attenzione e questa attività in un contesto di conoscenza e comprensione della enorme “stranezza” di Roma. Quindi deve conoscere molto meglio di quanto non sia il mondo, anche del lavoro, di Roma, diverso da quello del Comune, delle municipalizzate, o del turismo e del commercio, eccetera. Quale è l’impatto attuale e potenziale, economico e sociale, dei negozi di Via Condotti rispetto a quello della Sapienza (e altre università) ? Confesso che mi irrito quando leggo il giornale e trovo che un giorno su tre si parla degli ambulanti abusivi che vendono borse Vuitton taroccate, ma della Sapienza, se va bene, una volta ogni sei mesi.

Oppure, è stata fatta da qualcuno un’analisi sulla opportunità di una espansione dell’Istituto Italiano di Tecnologia a Roma invece che alla congestionata Milano, dove se ne occupa già il Politecnico, per cui i talenti disponibili a quel particolare tipo di sgobbo la strada già ce l’hanno e più agevole che non a Roma ? Forse questi sono problemi più complicati, ma anche più seri, degli scontrini del ristorante, scontrini che in organizzazioni assai serie si gestiscono molto meglio.  Anche perché l’Italia ha anche il problema di una classe dirigente, in varie regioni, e non solo al Sud, bloccata nella nostalgia della tradizione coerente col latifondo del bisnonno, con un conseguente odio della Tecnica per un anticapitalismo di destra (ma confuso, per superficialità, con sinistra) che poi provoca anche (e sarebbe il meno, poi) ilarità mondiali come nel caso Xylella, quella degli olivi del Salento. Coltivati, in grandissimi numeri, fitti fitti, come in una monocultura, per la goduria dei parassiti. E se c’è qualcosa di diffusissimo in natura (e se proprio volete metteteci anche la N maiuscola, basta che restiate coi piedi per terra, senza inventarvi la solita  “metafisica percepibile, anzi evidente…”) è proprio il parassitismo: non c’è specie animale o vegetale che non sia parassita o parassitata. Con il che, o dimostrate che Darwin e successori non hanno capito proprio niente, o accettate il fatto che una moltitudine di ulivi vicini vicini è un terreno ideale per una parassitosi. Come le caserme di una volta lo erano per i pidocchi, tanto per fare il primo esempio che mi viene in mente.

E, tornando a noi, una bella organizzazione per alloggiare davvero bene degli studenti fuori sede (magari al posto delle caserme della Batteria Nomentana, che non servono a nulla) faciliterebbe il ruolo che la Sapienza svolge nel formare gente aliena dall’odiare la Tecnica per una sciocca nostalgia dei bei tempi in cui possedere  “giardini” (gli agrumeti) sollevava dalle materiali fatiche mentali  e preoccupazioni della loro volgare gestione, tanto la manodopera non costava nulla. Perché non poteva andare a lavorare nelle fabbriche, che non c’erano. E scusate lo sfogo, ma mi ci incacchio per davvero.

Ora, a progettare e costruire razzi spaziali sono in pochi, ma di comunque abituati a lavorare in contesti moderni in senso positivo, cioè non autoreferenziali perché in essi l’autoreferenzialità impedisce di lavorare combinando qualcosa, sono tantissimi.

Quindi quella che pare “stranezza” non è solo utile, ma comprenderla e accettarla mi sembra indispensabile sia per fare funzionare decentemente l’amministrazione, sia per ritrovarsi in sintonia con segmenti di cittadinanza il cui consenso fattivo è indispensabile. Una volta mi è capitato di prendere benevolmente un po’ in giro il postino (che conoscevo pochissimo) per certi problemi organizzativi della distribuzione: quello mi guarda (forse mi aveva inquadrato dal tipo di posta che ricevo) e mi fa: “Lei ha senz’altro presente la Teoria del Caos !” con il che siamo scoppiati a ridere. L’arguzia del postino stava nel fatto che esiste davvero, ed è parecchio importante, una teoria matematica dei sistemi fisici caotici: Roma è un posto in cui le cose funzionano (e si vive bene) se non ci si sorprende che un postino abbia interessi parecchio diversificati, diciamo.

E quindi, io preferisco i marziani, e sostengo che per Roma, a cercare di tenere tutto tranquillo, senza turbamenti e disturbo, ci si mette nei guai, anche a breve termine: per cui (ma posso sbagliarmi) Roma è invece arcimatura per mettersi a lavorare sul serio senza farsi incatenare dai riguardi per la cultura del “si è sempre fatto così”. 

Il che significa, alla fine, anche il voler essere A) “marziano”, e B) “abrasivo”. E perché anche “abrasivo”, ossia “fattivamente rompicoglioni” ? Esempio concreto: se io fossi un vigile urbano, saprei benissimo che a meno di essere periodicamente “ruotato” in quanto a zona di cui occuparmi, non potrei fare a lungo tutto il mio dovere. Se io voglio che al bar mi facciano sempre lo scontrino, devo evitare di frequentare sempre gli stessi bar: altrimenti la relazione diventa personale, entro a fare parte di un sia pure limitato gruppo di clienti e amici. Con il che, in una cultura in cui la coscienza della utilità generale dello scontrino non c’è, superato un certo livello di dimestichezza personale, pretendere lo scontrino viene percepito come cosa da stronzi. E peggio, “quelli che vogliono lo scontrino sono stronzi”. Allora, o lo scontrino serve, e allora serve evitare l’abitudine anche alla piccolissima evasione fiscale, e allora bisogna essere “marziani” e “abrasivi”: se no, teniamoci l’andazzo sbagliato, fino alla tolleranza delle riparazioni delle buche stradali fatte male perché “quello ci ha una impresina piccola, è una brava persona, a me mi ha fatto trovare il posto all’asilo per mio figlio, che vuoi che sia se ci guadagna un po’….” Eccetera.  Eccetera, eccetera.  

 

 

 

 

Nota su ELV, Colleferro e spazio.

 

Questa ELV (gruppo AVIO, a sua volta della galassia Fiat) discende dallo stabilimento di Colleferro della antica BPD, Bombrini Parodi Delfino, esplosivi e simili. E’ entrata nell’aerospaziale all’epoca del primo satellite lanciato dall’ESA, European Space Agency, per il quale un gruppetto di giovani ingegneri ha fatto già allora un gran bel lavoro sui metodi di calcolo strutturale per mezzo di elaboratore digitale. Il riferimento socio-culturale è Roma.

Ora, sostanzialmente la ELV  ha due produzioni più visibili, una è quella dei cosiddetti “booster” che accoppiati al primo stadio del razzo servono a dare la spinta (e a fare la massima parte del lavoro) per, attraverso i vari stadi successivi del razzo lanciatore europeo ARIANE 5, mettere in orbita (a pagamento) satelliti vari che servono a un sacco di cose economicamente importanti, telecomunicazioni, meteorologia, ricerca eccetera. Per ogni Ariane 5, fino a poco fa grande dominatore del ricco mercato dei sistemi per mettere in orbita satelliti, ci vogliono due “booster”. Sono “cosi” lunghi 36 metri e di 3 metri di diametro, di 273 tonnellate di massa al lancio. Gli Ariane 5 lanciati sono stati 83 (di cui 79 riusciti, il che è una ottima prestazione, dei 4 falliti la colpa non è mai stata dei booster): ogni suo lancio mette in orbita in genere due satelliti alquanto grossi e costa oltre 100 milioni di euro. Attenzione, i “booster” non sono cose “ausiliarie” né faciline da fare: vi ricordo il disastro del 1986, dello Shuttle “Challenger”, con 7 astronauti morti proprio per un guaio a un “booster”.

L’altra produzione, iniziata dal 2013, è quella del lanciatore (chiamarlo “razzo” è un po’ semplicistico) Vega, che mette in orbita carichi fino a una tonnellata e mezza, quindi meno pesanti di quelli (fino a 10 tonnellate) dell’Ariane 5. Attenzione: negli aspetti tecnici ed economici del lancio conta, oltre al peso della roba da lanciare, anche le caratteristiche dell’orbita in cui tale roba va messa. Di Vega ne sono stati lanciati finora 6, tutti quelli prodotti (dallo stabilimento che lavora al massimo della capacità attuale) e tutti con successo. In particolare l’ultimo lancio (Lisa Pathfinder) è stato particolarmente significativo tecnicamente. Il Vega è costruito in fibra di carbonio: è più leggero (e quindi più potente a parità di peso) e costa relativamente poco. Ossia, costa al consorzio Ariane 5 (che li compera da ELV e li lancia) 25 milioni di euro ciascuno. Mi pare che se ne costruiscano quattro all’anno: portafoglio ordini pieno, come per l’Ariane 5, fino al 2020.

Quindi, non è che si tratti di noccioline o di fusaie: 166 “booster” e 6 Vega, anche divisi per tutti gli anni dall’inizio produzione, fanno dei gran bei soldini, che nessuno regala. Nella tranquilla situazione di predominio commerciale mondiale dell’Ariane 5 si inserisce adesso tale Elon Musk, genio tecnico e commerciale sudafricano naturalizzato USA, con la sua Space X, che sta tagliando i costi della messa in orbita di satelliti, anche perché si becca caterve di commesse governative USA. A questo punto Colleferro diventa ancora assai più importante, perché la sua tecnologia è proprio la sola immediatamente disponibile che permette di competere con Musk. Allora, Ariane 5 e relativi “booster” hanno commesse in portafoglio fino al 2020: poi deve entrare in servizio il nuovo Ariane 6 in due versioni, 62 e 64, dove 2 e 4 indicano il numero dei “booster” (sempre Colleferro è !): per il resto i due Ariane sono esattamente uguali: è il numero dei “booster”, appunto, a diversificare le due versioni. In più, a reggere la concorrenza di Musk arriva una nuova versione di Vega, la Vega C: ma il corpo principale del Vega C è anche il “booster” usato, in 2 o 4 esemplari, per potenziare Ariane 6. Con ovvi risparmi di costo produzione. E quindi, in fretta e furia, Ariane e ESA (e dietro di loro i governi europei) stanno partendo con un raddoppio dello stabilimento di Colleferro. Posto che quindi viene a trovarsi al centro, dico centro, dell’industria aerospaziale mondiale, visto che in pratica a contendersi seriamente il mercato sono Ariane con ELV e Elon Musk, caduti fuori dalla mischia i russi e le varie ditte USA diverse dalla Space X di Musk.