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PRUDENZA: ARCHEOLOGIA SERIA !


Una missione archeologica dell’Università “La Sapienza” di Roma, con la direzione scientifica del prof. Lorenzo Nigro e con Maura Sala direttore sul campo, nel 2004  ha scoperto in Giordania, località Khirbet al-Batrawi (nella periferia della moderna Zarqa) una città fino allora sconosciuta e distrutta attorno al 2300 Avanti Cristo. Da allora si sono susseguite, in ogni stagione di scavo, scoperte assai importanti di cui trovate  informazioni sul sito stesso della missione, www.lasapienzatojordan.it oltre che su wikipedia. Tra l’altro si è scavato un grande edificio a carattere pubblico, battezzato “Palazzo delle asce di rame” da cinque asce cerimoniali (che sono state oggetto di una mostra al Campidoglio) ritrovatevi, oltre a molti altri reperti su cui ci sarà da studiare per parecchi anni. A mio parere la scoperta, lo scavo e lo studio di Khirbet al-Batrawi rappresentano qualcosa di assai importante, anche perché la fine improvvisa della città e del palazzo ha per così dire “fermato” la situazione sotto i materiali di crollo e rendendola meno difficile da interpretare.

Prima osservazione: io, triestino, continuo a irritarmi per la sottovalutazione dei romani per la loro città intesa come ambiente culturale, ma anche come polo economico e organizzativo. Il fatto che io stesso, che cerco di mantenermi informato, della scoperta di Khirbet al-Batrawi sapessi assai poco, è stato almeno parzialmente colpa mia, ma è anche dovuto alla immeritatamente scarsa risonanza che sui mezzi di informazione formali e sopratutto informali ha avuto la scoperta. Voglio dire che se l’avesse fatta l’università di X (dove X potrebbe essere anche Trieste) se ne parlerebbe in piazza con orgoglio: a Roma, mah, pare che se in qualcosa c’entrano con successo i romani debba essere per forza roba insignificante. Viceversa, per esempio, il critico musicale del Corriere della Sera, Paolo Isotta, almeno una volta alla settimana afferma che il dato concerto di Brahms o la tale opera di Mozart come sono state eseguite a Roma non le batte nessuno (e non lo licenziano): ed è vero che Roma (anche grazie all’Auditorium) è diventata una delle cinque o sei capitali della musica sinfonica, ma è anche vero che è l’unica città ad avere un tale rango pure nella lirica. E potrei continuare parlando di industria farmaceutica, di industria spaziale, di preparazione degli economisti che escono da scuole e università e enti di studio di Roma eccetera, ma passo alla seconda osservazione.

A Chiara Fiaccavento, che ha partecipato alle ultime tre campagne di scavo, è stato dato il compito di pubblicare tre reperti.  Spiegazione: non è che quando un archeologo/a scopre un reperto ha fatto tutto: anzi, ha fatto peggio che niente se non scrive e lascia diffondere una relazione, un articolo, un qualcosa che descriva e spieghi accuratamente il qualcosa scoperto, studiato e interpretato. Quindi l’articolo di Chiara che cerco di infliggervi, come tutte le pubblicazioni di questo genere, è uno strumento di lavoro per gli altri studiosi della materia sparpagliati nel mondo. Che poi ci sia anche la piaga delle pubblicazioni ripetitive sull’acqua calda (o sul problema classico del pitale col manico a sinistra) fatte per accumulare titoli fasulli è ben noto, ma non si può fare, per fortuna, su un oggetto concreto come un reperto archeologico: se copi, un po’ di informatica basta a evidenziare che quell’oggetto è stato già descritto e “pubblicato”.

Terza osservazione: con tutto il rispetto per la divulgazione, in cui mi abbevero anch’io per necessità, per non perdere di vista la realtà occorre di tanto in tanto tuffarsi nel professionale, di qualsiasi campo si tratti, anche rompendocisi la testa e accettando il fatto di capirne solo una parte. La sola divulgazione distorce la realtà di una scienza, qualunque essa sia: per esempio racconta i successi, anche parziali, ma non i tentativi falliti: Edoardo Boncinelli ha recentemente scritto che in laboratorio ci vogliono anche mille tentativi per avere un successo.  In archeologia il lavoro di scavo è soltanto una parte del lavoro intellettuale, individuale, di gruppo e della comunità degli studiosi necessario perché lo scavo ci dica davvero qualcosa di nuovo, qualcosa che arricchisca la nostra cultura e la nostra mente. E questo è il motivo per cui mi sono ben guardato dall’eliminare, dall’articolo di Chiara, la bibliografia, che ne è una parte essenziale (e una grande sgobbata).

Qualche chiarimento: la tournette è una primitiva forma del tornio da vasaio, mosso a mano. Su un disco fisso inferiore è imperniato in modo semplice (una punta che sposa un incavo, ambedue centrali) un disco superiore: il vasaio con una mano fa ruotare il disco superiore su cui ha messo la creta da modellare, e con l’altra mano, durante la rotazione, vi imprime la forma. In qualsiasi festa pressappoco medioevale si somministrano le esposizioni degli antichi mestieri, solo che lì il tornio è di alquanti millenni più moderno e si fa ruotare azionando un pedale. A Khirbet el-Batrawi sono stati trovati tre dischi superiori di tournette: l’articolo di Chiara ne costituisce appunto la pubblicazione.

Pubblicazione che per necessità si fa in inglese, alquanto buono e chiaro nonostante uno o due francesismi. Le sigle EBA e simili significano Early Bronze Age, letteralmente Prima età del Bronzo o Bronzo Antico, a sua volta suddivisa in periodi distinti da numeri romani, periodi ulteriormente distinti da suffissi “A”, “B” eccetera: di solito tra parentesi ci sono le date di riferimento.

 

 


 


POTTERS’WHEELS FROM KHIRBETAL-BATRAWY: A RECONSIDERATION OF SOCIAL CONTEXTS*

 

Chiara Fiaccavento-Sapienza University of Rome

 

Nel “Palazzo delle asce di rame” della città del Bronzo AnticoIIIB (2500-2300 a.C.) di Khirbet al-Batrawy  sono  stati  rinvenuti  tre  dischi  superiori  di  tornio  da  vasaio,  una  delle  maggiori innovazioni   tecnologich del   IV-III   millennio   a.C Questa   scoperta   h portato   ad   una riconsiderazione dello strumento in tutti i contesti noti del Bronzo Antico palestinese al fine di indagarne i risvolti socio-economici all’interno della società sud-levantina del periodo.

 


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