LA NAZIONALIZZAZIONE DELLE MASSE

                      DI GEORGE L. MOSSE

                         il Mulino, € 12

 

Questa è una recensione (o piuttosto una dissertazione) molto indigesta, perché Mosse costringe a chiedersi: se Socrate consigliava vivamente “conosci te stesso” questo non deve valere, anzi essere necessario, oltre che per me e per te, anche per Vincenzo l’idraulico (che vota Grillo), per Rosalia professoressa di matematica, per Franco pensionato, per Luigi operaio formatore nel reparto grandi fusioni, per Pasquale elettrauto, per Tina colf, per Giovanna anestesista, per Carlo bancario eccetera eccetera eccetera ?

Io sono, sia pure parzialmente, libero solo in quanto conoscendo me stesso sono in grado di capire certe mie caratteristiche mentali, comuni a tutti, sfruttando le quali si potrebbe condizionarmi a pensare in un modo compatibile con un progetto, positivo o negativo, altrui. Solo conoscendo, almeno in una certa misura, me stesso sono relativamente al riparo sia dal paternalismo bene intenzionato sia dalla strumentalizzazione politica o commerciale (che poi rispetto a quella politicamente autoritaria non è che sia il peggio del peggio). E questo non dovrebbe essere un diritto di tutti ? E non è una condizione necessaria per una democrazia autentica, che riesca a essere efficiente anche nel raggiungimento di una serie di obiettivi razionali e realistici, e contemporaneamente a garantire a ognuno la massima libertà possibile, limitata solo dai diritti degli altri ?

Allora, questo libro riguarda un ambito meno ampio dell’altro, famoso, sulle origini culturali del “Terzo Reich dei Mille Anni” (siii, ma davvero, e come nooo ! E perché solo Mille ? E quanti sennò ?) ma più approfondito e quindi più abrasivo.

Il primo capitolo tratta la storia e i motivi dell’affermazione politica del nazionalismo come movimento di massa, soprattutto in Germania: i successivi  capitoli invece trattano in dettaglio i metodi, come l’edilizia monumentale, le feste rituali pubbliche eccetera. Il che vale sia come trattazione storica che come spiegazione dei mezzi usati sia dalle antiche élites che dai nuovi capi (o aspiranti tali), ai vari livelli, per costruire il nuovo sistema politico fondato sul nazionalismo di massa.

Si comincia parlando di democrazia parlamentare e di “democrazia delle masse”: ma (questo è un chiarimento mio, così per contestarmi con 12 euro vi comperate il libro e ve lo leggete, che ci fa bene a tutti) c’è quasi sempre una confusione tra democrazia e libertà individuale. Se c’è la libertà ne consegue la democrazia, ma può benissimo esserci democrazia senza libertà. La democrazia è il sistema in cui il popolo comanda, in modo “giusto” o “sbagliato” secondo i nostri attuali criteri, ma non è meno tale, di diritto e purtroppo anche di fatto, se “il popolo” a sua volta viene pilotato o comunque portato a volere e quindi a ordinare o ad accettare) ciò che una qualche élite più o meno formalmente riconosciuta vuole che esso popolo ordini o accetti. Oppure se tradizioni culturali o altro dettano il comune consenso a, per esempio, ammazzare il prossimo. La famosa orazione rivolta dagli Ateniesi agli abitanti dell’isola di Melo, dopo avere decantato infinite lodi della democrazia ateniese, finisce col dire che se non si fossero sottomessi sarebbero stati aggrediti. I Melii si sono permessi di rifiutare di sottomettersi, sono stati attaccati e vinti, dopo di che gli Ateniesi hanno ammazzato tutti i maschi e ridotto in schiavitù tutte le donne. I bambini non me li ricordo, sebbene io sia vecchio allora non c’ero e comunque quella volta contavano molto poco. D’altra parte anche Socrate è stato condannato a morte: coerentemente con la incompatibilità tra libertà e quella particolare democrazia degli Ateniesi. Sulla questione insiste spesso anche Luciano Canfora. Chiuso il mio chiarimento.

Riprendendo, Mosse quindi espone il caso in cui, sfruttando preesistenti tradizioni popolari, religiose e premesse ideologiche, il popolo tedesco (ma parecchio vale anche per quello italiano) è stato portato, in grande maggioranza, a volere il nazismo. Il che è stato un democratico suicidio: suicidio perché una volta che Hitler ha vinto le elezioni il demos, il popolo, la kratìa, il potere, se l’è perso per benino. Coerentemente del resto al programma nazista su cui Hitler non ha fatto certo misteri: non è che al popolo tedesco siano state dette menzogne su tale programmi. Dunque, Mosse parte dalla concezione di Rousseau della “volontà generale” che si ha quando il popolo agisce come quando è riunito in assemblea. E qui mi viene il primo grosso dubbio. Perché diavolo una volontà dovrebbe essere generale, a meno che non sia forzata ad essere tale ? Rousseau pare proprio fosse ancora convintissimo che Dio avesse direttamente creato il mondo materiale, fino a decidere il numero dei crini della coda di ogni cavallo. Quindi gli esseri umani, essendo stato l’uomo e la donna da Lui creati, dovevano essere tutti perfetti a meno del peccato originale e delle sue conseguenze (come le monarchie). Essendo tutti naturalmente perfetti dovevano essere omogenei: non ci sono due perfezioni differenti, concettualmente, mi pare. Ma allora uguali non significa solo uguali per diritti, ma proprio identici. Se qualcuno non è  identico ai restanti ci dev’essere da qualche parte un’imperfezione. Anzi il problema della uguaglianza dei diritti non si pone nemmeno: se tutti sono perfetti e quindi identici, copie conformi, fatte a stampo, l’uno dell’altro, che cosa, quali interessi o inclinazioni particolari ci sono da salvaguardare ?

Invece, in una prospettiva evoluzionista e non creazionista (oppure creazionista a monte, nel senso che Dio ha fatto le leggi di natura, leggi che comportano la casualità (non causalità, proprio caso, casaccio, sorte, processi stocastici, alla Monod di “Caso e necessità”) gli esseri umani sono ugualissimi per diritti del tutto indipendentemente dalla loro perfezione o mancanza di essa, ma non sono identici fra di loro. Nemmeno due gemelli veri, cioè derivanti dallo sdoppiamento di un singolo uovo fecondato da uno spermatozoo, sono perfettamente identici tra di loro: perfino un tratto macroscopico come le impronte digitali non è uguale tra di loro. E non siamo nemmeno perfettamente, totalmente geneticamente determinati da mamma e papà: si sono scoperte le mutazioni dette de novo, cioè presenti nel DNA di un figlio/a, ma assenti in ambedue i genitori. Ma è proprio la varietà all’interno di una popolazione di esseri umani o meno che permette l’evoluzione, e anche l’adattamento a condizioni ambientali varianti nel tempo o diverse nello stesso tempo: Homo sapiens te lo ritrovi tra le scatole dai deserti più aridi e vicino al Polo Nord.  E poiché almeno un pochino di influenza dei fattori materiali (che non sono identici per tutti gli individui) sui nostri cervelli la dobbiamo ammettere (altrimenti bere due bicchieri di vino non basterebbe certo a cambiare sensibilmente il nostro comportamento), un consenso generale lo capisco bene, ma una volontà generale no. A me francamente sembra una estrapolazione ingenua di concetti elaborati dalla Chiesa (o meglio dalle Chiese) in tutt’altro contesto: se una congregazione di Tremanti (traduco così Quakers) davanti a Dio, come un’agape dei primi cristiani, può ritenersi e essere omogenea in quanto di fronte a Dio le differenze individuali diventano impercettibili, mi sembra assurdo pretendere una omogeneità (indispensabile per parlare di volontà generale) da parte di un popolo come se si trovasse in assemblea.

E difatti Mosse parla esplicitamente di culto del popolo: ma mi sembra inevitabile che l’oggetto del culto, essendo in realtà (e fortunatamente) disomogeneo, venisse espanso in qualcosa di più vasto, generico, meno concreto e meno definibile: la nazione, cosa particolarmente facile in tedesco, usando il termine Volk. E sempre Mosse parla esplicitamente di religione laica, a proposito non solo della Germania, ma come tendenza politica più o meno diffusa conseguente alla caduta degli assolutismi.

Ora, se si parla di religione, in Europa il riferimento implicito è il Cristianesimo. Mi sembra quindi comprensibile il diffusissimo rifarsi (anche da parte di  Rousseau, che anzi mi pare lo ammettesse chiaramente) a tale modello.

Ma da un lato, facendo dell’etnia un qualcosa di trascendente, con un piede nel metafisico e l’altro piede nei costumi popolari (musica, balli e pietanze tradizionali inclusi) si è creato un politeismo, con svalutazione del Cristianesimo e del messaggio evangelico dell’amore per il prossimo, che ne è stato il fattore terreno (di quelli ultraterreni non so dire nulla) di successo storico: una società in cui il rispetto del prossimo è un dovere morale funziona, in senso materiale, assai meglio di una in cui tale rispetto non sia considerato un valore.

Svalutazione del messaggio evangelico che ha creato situazioni folli, come quella della guerra 1914-18, in cui i preti francesi, tedeschi e a austriaci benedicevano cannoni e mitragliatrici destinati a sbudellare i correligionari dell’altra parte.

Dall’altro lato, la fragilità intrinseca di una religione laica, che a me pare proprio un gran controsenso (un cattolicissimo Galileo era anche laicissimo, ma non cadeva certo in estasi mistiche mentre faceva esperimenti né ragionava matematicamente mentre pregava), ha indotto, in assenza dei miracoli che da una religione approssimativa ci si aspetta, al solito sbagliato tentativo di aumentare l’efficacia aumentando la dose, in questo caso spingendo sempre di più sul pedale dell’irrazionalità.

Ma se gli esseri umani non sono “buoni” nel senso che naturalmente possono essere solamente buoni, come non sono malvagi nel senso che per natura possono essere solamente malvagi, ma sono alquanto più complicati di queste descrizioni semplicistiche, ossia possiedono una estrema flessibilità comportamentale. In adeguate condizioni possono essere, anche a livello della stessa persona e nello stesso tempo, veri santi o assolute carogne. Quindi, spingere sul pedale dell’irrazionalità (oltre che essere una manipolazione del prossimo individuale e come popolo) significa spesso suicidarsi: alle volte anche con intenzioni progressiste, per inciso. Questa estrema flessibilità comportamentale ha permesso a Homo sapiens e ai suoi antenati di occupare quasi tutte le nicchie ecologiche possibili, per l’ovvio enorme vantaggio evoluzionistico che essa comporta.

E non mi venite quindi a dire come Don Benedetto Croce che la teoria dell’evoluzione è da rifiutare perché giustifica il lato bestiale della natura umana: mi pare che abbia fatto confusione tra comprendere e accettare. C’è una continuità tra animali e uomini: altrimenti, se ci fosse una percepibile discontinuità, questa sarebbe una evidente prova dell’esistenza del Padreterno, tanto evidente che non ci sarebbe nessun merito nel crederci e tanto meno nel comportarsi decentemente: varrebbe il ragionamento di Pascal, che saremmo dei gran cretini a farci i comodi nostri su questa terra per il breve tempo della nostra vita barattando con essi la beatitudine eterna in Paradiso… Questa continuità tra animali (che non uccidono solo per fame !) e esseri umani va compresa e gestita: e per me la prima regola di questa gestione è il controllare l’irrazionalità, il che non vuole dire sempre ridurla a zero, ma certamente vuol dire evitare assolutamente la strumentalizzazione della propria o altrui irrazionalità, indipendentemente dalla validità o meno di un qualche progetto che sembri potere giustificare la strumentalizzazione.  

Due studi di psicologia sperimentale (uno di Zimbardo, l’altro nome non me lo ricordo), verificati e ripetuti, hanno dimostrato l’estrema facilità con cui un essere umano normale può essere indotto a comportarsi da carogna, infliggendo torture a uno sconosciuto se si riesce a fare sentire lo sconosciuto come appartenente a un gruppo psicologicamente distante. O meglio, gli esperimenti hanno dimostrato questa disponibilità in circa il sessanta per cento dei soggetti : ma non è (per quel che mi pare di sapere e di avere capito) che si sia dimostrato che solo il sessanta per cento dei soggetti sperimentali sono capaci di diventare carogne. Le condizioni sperimentali in un laboratorio universitario non possono essere davvero simili a quelle della Guerra Civile spagnola o delle guerre balcaniche o delle lotte di religione, anche quelle attuali tra sciiti e sunniti.  A me pare invece che una percentuale tanto alta di risultati positivi sperimentalmente (e negativi moralmente) in condizioni necessariamente artificiali indichi un cento per cento di disponibilità a uccidere o torturare il prossimo in condizioni disgraziatamente vere.

Quindi era inevitabile che l’irrazionalità di una “religione laica” con il Volk, la Nazione-Popolo come oggetto, e che non mettesse a suo fondamento l’amore per il prossimo, implicasse idunque  ostilità verso tutti quelli non considerabili prossimi. Non è che Bismarck auspicasse Auschwitz: è stato però, secondo me, molto incauto prestandosi anche personalmente a quella che Mosse ha definito appunto “la nazionalizzazione delle masse”, cioè a portare la “volontà generale” del popolo a identificare il Destino della Gloriosa Nazione Germanica con la superiorità su tutti gli altri popoli, superiorità da realizzare sopraffacendoli. Tanto più che Bismarck, secondo me, la storia di Atene, della democrazia ateniese e del suo trattamento dei Melii la conosceva benissimo. E ha cercato di impostare una politica estera tedesca di strutturale, permanente, amicizia con la Russia. Ma da buon testone Junker ha sopravvalutato il potere della sua casta e la permanenza nel tempo di tale potere, sottovalutando quello della religione laica   del nazionalismo populistico e della relativa casta sacerdotale che una religione forma, anche se si pretende che essa possa essere (chissà come !) “laica”. Anche perché il nazionalismo tedesco era più concentrato, rispetto a quello francese, italiano o inglese, sugli aspetti delle più o meno grandi glorie militari tedesche: la sconfitta di Varo ad opera di Arminio e le battaglie vinte contro Napoleone, ambedue argomenti pompati fino al ridicolo, più le sconfitte inflitte all’Impero Austriaco, ancora non Austria-Ungheria nel 1866 (con la gentile assistenza dell’Italia, contro la quale i generali austriaci, per i quali le massime onorificenze si raccoglievano all’ombra delle palme, hanno distolto troppe forze che sarebbero state più utili contro la Prussia) e contro la Francia nel 1870.

Credo di avere messo abbastanza carne al fuoco perché chi è interessato a questo tipo di problemi (politici e anche attuali, innanzitutto) si incuriosisca per questo libro di Mosse, anche tenendo conto che non ho certo dato conto esauriente del capitolo decisamente più importante, che è poi il primo, “La nuova politica”. Ma anche il resto del libro è secondo me assai utile, spiegando i sistemi, i metodi (in gran parte ripresi da quelli della Chiesa) usati per diffondere la religione nazionalista. Anche con particolari che per essere esatti non sono meno strampalati ai nostri occhi, come la mania di riempire la Germania con falsi templi greci (il pseudo-Partenone-Walhalla l’ho visto da lontano in macchina ma mi sono ben guardato dall’andarci) o di “torri di Bismarck”. Queste erano torri cilindriche medioevaleggianti, in cima alle quali se ho ben capito si poteva anche accendere un fuoco a simboleggiare una torcia con sacra fiamma, erette come monumento commemorativo dell’unità tedesca e in onore del suo artefice Bismarck. In origine ce n’erano, mi pare, 240, di cui qualcuna perfino in Cile o in colonie tedesche in Africa.

E ricordiamoci che la “nuova politica” del nazionalismo populista è stata un enorme fallimento. La Germania dal 1870 in poi ha perso l’Alsazia, la Prussia Orientale, la Slesia e varie altre fette di territorio: è diventata una Repubblica, governata alternativamente o assieme da cristiano-sociali o da socialdemocratici, è piena di stranieri di etnie che col Volk non hanno nulla a che fare. Insomma, se Bismarck avesse previsto come sarebbe andata a finire, si sarebbe sparato. Anni fa ho letto la entusiastica ma ingenua biografia di Cavour scritta da Treitschke, massimo storico tedesco ottocentesco: e rimango tuttora del parere che Cavour fosse estremamente più lungimirante di Treitschke e di Bismarck.

Comunque, se il mio consiglio vale qualcosa, leggetevelo, questo libro: ci sono agganci intellettuali anche con faccende apparentemente lontane (come certi risultati delle neuroscienze), ma anche con un altro libro di cui devo finire l’elogio: quello sul “Medioevo militante” di Tommaso di Carpegna Falconieri.

                                  CF, 18/12/2013