CORRUZIONE, SUA PERICOLOSITA', MISURE LEGISLATIVE E POLITICHE PER CONTRASTARLA IN

     "IL PALAZZO DI VETRO", DI RICCARDO CORBUCCI

 

Riccardo Corbucci, presidente consiglio III Municipio di Roma, ha pubblicato presso gli Editori Riuniti “IL PALAZZO DI VETRO” (pagine 157, € 13) sulla lotta alla corruzione e sulla trasparenza come  strumento fondamentale per tale lotta. A parte un paio di esempi di gergo amministrativistico o pubblicistico, nonostante la mia fissazione sull’utilità della critica come strumento positivo di conoscenza e ancora nonostante l’amicizia (condizione che in me stimola la diabolica voglia di amichevole cattiveria), non posso che parlarne benissimo, in quanto entro gli ampi scopi che si propone è puntuale, informatissimo e propositivo. A me il libro pare dunque molto “democratico”, nel senso che è un utilissimo strumento per quello che  dovrebbe essere un impegno di tutti noi, cioè affrontare i nostri problemi politico-sociali, in particolare quello della corruzione, secondo i propri mezzi e le opportunità che ci si offrono. Innanzitutto conoscendo lo stato dell’arte politico e giuridico e poi cercando di farsi un’idea su prospettive, criticità e eventuali opinioni su cos’altro si potrebbe ancora forse fare.

Avverto il lettore che quanto segue non è un riassunto di un libro non riassumibile, che va letto da chiunque dei problemi della corruzione e dello stato attuale in Italia della lotta contro di essa voglia interessarsi. Cerco invece di fare capire che la sua lettura oltre a essere molto informativa (il che è già un gran pregio) in forma agile e ben leggibile è anche uno stimolo alla riflessione, all’approfondimento e alla partecipazione.

Non tutto quanto si fa o si sta cercando di fare mi convince completamente e non lo nasconderò: ma cercherò comunque di rendere facilmente distinguibili i miei commenti da quanto esposto nel libro e che ha dato origine ai miei commenti.

Sulla gravità delle conseguenze della corruzione io, da un punto di vista non moralista, o meglio non moralista tradizionale (più avanti spiego il perché di questa precisazione) credo di potere forse ancora aggiungere qualcosa rispetto a quanto giustamente scrive Riccardo a pag. 29 e seguenti.

Infatti sostengo che noi abbiamo bisogno, anche per caratteristiche geografiche e storiche dell’Italia, di ridurre la corruzione non solo a livelli comparabili con altre economie sviluppate, ma a livelli inferiori. Ossia, sostengo che, per fare un esempio, le risorse USA, naturali o comunque disponibili e sfruttabili, permettono di compensare parzialmente il costo della corruzione (che esiste anche lì) molto più agevolmente di quanto sia possibile per l’Italia, dove shale gas (idrocarburi gassosi da rocce scistose), abbondanza di terreno coltivabile e altre simili godurie ce le sognamo.

Allora, per ottenere un livello di giustizia e di benessere sociali comparabili con il resto del mondo “industrializzato” e contemporaneamente fare anche almeno un pochino di solidarietà con quella tanta parte del mondo che “industrializzata” (con tutti i problemi ma soprattutto i vantaggi che ciò comporta) non è, di corruzione ne possiamo sopportare estremamente poca.

E viceversa, uno stesso livello di corruzione che altrove sarebbe grave, per noi è gravissimo. Ho messo industrializzata tra virgolette perché si tratta di una semplificazione, una rappresentazione parziale di un atteggiamento culturale: l’industria è, per quanto importante, un aspetto di una mentalità più generale, alla aiutati che il Ciel t’aiuta, dove è implicito che se non ti aiuti, col cavolo che lo fa il Cielo. Intendendo per Cielo anche supposte entità metafisiche operanti nella Storia, dispensanti l’infallibilità ai loro seguaci.

Di questo aiutati mi pare appunto essere parte necessaria se non la completa eliminazione (il che temo sarebbe un bel sogno) della corruzione, almeno la sua riduzione a livelli bassissimi rispetto a quelli attuali e a quelli in qualche modo giustificati dalla tradizione. Ma questa (sempre secondo me) apparente giustificazione, almeno parziale, della corruzione (o meglio di quella che nel nostro mondo attuale è corruzione) da parte della tradizione mi pare essere qualcosa da tenere ben presente.

Quindi mi pare che oltre alle parecchie e notevoli misure già prese o in elaborazione, benissimo esposte da Riccardo, occorrano anche vere e proprie proposte culturali. Non penso solo ai consueti e rituali convegni, interventi presso le scuole eccetera, che per quanto utili sono insufficienti rispetto a quella che (come spero di dimostrare più avanti), ripeto, è, purtroppo, una tradizione culturale (in senso antropologico).

Mi sembra invece necessario fare capire meglio che l’uso dei favori reciproci, delle mazzette eccetera, oltre a essere reati secondo le nostre leggi attuali, sono incompatibili con una vera modernità intesa profondamente, quella che ci ha permesso di ridurre, in un secolo, su diecimila nascite, i bambini morti entro il primo anno dalla nascita da 1303 (nel 1914) a 34 (nel 2009). E ricordando che nel 1864 (centocinquanta anni fa anziché un secolo) la mortalità perinatale era addirittura di 2328 morti, sempre per diecimila nati.

Dunque, mentre sostengo che non mi scandalizzo più di tanto per alti livelli di retribuzione palese per i dirigenti statali o privati (a meno di non andare a finire nelle follie finanziarie), sostengo che mazzette o utilità varie procurano sempre danni diretti e indiretti  assai superiori all’ammontare della mazzetta o dell’utilità, anche indipendentemente dalle conseguenze di carattere internazionale sull’affidabilità dell’Italia quindi sul mercato dei capitali, sugli investimenti esteri eccetera. Possono esserci, forse, casi fortunati in cui il danno è limitato alla stessa entità della mazzetta, o addirittura casi fortunatissimi: ma sono talmente rari che è da incoscienti contarci.

Una volta forse non era così: Talleyrand, quello che  Napoleone una volta ha trattato da “una merda in una calza di seta” prendeva soldi da tutti (sia amici della Francia che avversari) e tutti se ne trovavano contenti, ma era il caso strano di un genio in un mondo estremamente semplice rispetto a quello in cui viviamo.

Questo perché in una economia molto dipendente dalla tecnologia, come piaccia o no è la nostra (e lo sarebbe, tecnologica, anche se ci si dedicasse solo all’agricoltura, perché anche l’agricoltura, fin dalla sua nascita, è un fatto tecnico pure se poi l’abitudine e il tradizionalismo ce lo fanno dimenticare: il grano è caratterizzato da una mutazione svantaggiosa per la sua specie, mutazione che i nostri bis bis bis antenati hanno inventato il modo di sfruttare) non ci si può affidare a un implicitamente accettato principio di linearità, di corrispondenza quantitativa tra il risultato da un lato e il tempo e fatica dall’altro lato necessari per ottenere quel risultato.

Piccolo esempio: un giapponese non ignorante né di medicina né di fisica ha inventato un apparecchietto, diventato diffusissimo, che applicato a un dito ti evidenzia il tasso di ossigenazione del sangue. Costa un centinaio di euro: il costo dei fattori di produzione sarà forse di una decina di euro, a stare larghi: anche a volere pagare la manodopera come il dentista (non si offendano eventuali dentisti !) potrebbe essere venti euro, o giù di lì: ma l’utilità del congegno, per un grandissimo numero di persone più o meno in salute (ma anche per chi fa semplicemente esercizio fisico) è enorme. Quindi si produce e vende come il pane, secondo il detto di una volta.

Altro piccolo esempio: un orologio da polso mi è utile, pur essendo io in pensione. Non mi prendo la rogna di cercare di capire quanto mi vale in termini monetari (per semplicità, il vile denaro non è sempre solo lo sterco del diavolo, è anche una unità di misura) tale utilità dell’orologio da polso, ma so che è certamente centinaia e centinaia di volte maggiore degli undici euro che l’ho pagato: ed è molto più preciso di un orologio meccanico di grande marca da diecimila euro, ottimo, si è scoperto, anche per ricicli di denaro sporco.

Ora, a me sembra che oltre agli inconvenienti noti della corruzione, ci sia appunto da considerare quello (secondo me enorme) della incompatibilità tra le due culture, quella del produrre e quella dell’appropriarsi. Mi sembra che la cultura della mazzetta, dello scambio di favori a spese di comunità più ampie delle parte coinvolte nello scambio, tolga spazio, anche mentale, alla cultura del produrre. Se l’attività economica si riduce a contendersi con qualsiasi mezzo pezzi, pezzetti e briciole della torta a somma zero stabile e invariabile nel tempo, chi te lo fa fare a inventare l’ossimetro o il modo di fare un orologio precisissimo con qualche euro ? Attenzione: dato che dei concetti validati dalla sola abitudine me ne infischio (me ne infischiavo a trent’anni, figurarsi poi a quasi ottanta !) non accetto la contrapposizione tra il produrre e il distribuire:  distribuire non è affatto né spontaneo né facile, e richiede fior di organizzazione e razionalità, almeno quanto il produrre. Quindi, dicevo, mi pare che un mondo dove ci si affidi molto alla corruzione sia anche un mondo dove si innova poco: non se ne capisce il possibile vantaggio.

Ma, ecco il guaio: secondo me, ripeto, il problema della corruzione è anche (e forse soprattutto) di tradizionalismo. E’ tradizionale anche il lamentarsene, ma una volta chi poteva corrompere o essere corrotto era una parte infinitesima della popolazione, con cui il resto delle persone aveva raramente rapporti diretti. Mi pare che lo scambio di favori tra privati e funzionari dello Stato riguardasse soprattutto chi aveva i soldi, per dirla brutalmente, e in quella esigua fetta della popolazione la corruzione faceva comodo a tutti, o comunque tutti ritenevano che facesse comodo.

Anche gli Stati (generalmente erano monarchie più o meno assolute o oligarchie) appaltavano corruzione in forme per noi impensabili: si vendeva l’esazione delle imposte o le cariche militari, con implicita licenza al compratore di rivalersi sul pubblico o sui soldati per quanto riusciva a fare. Il pubblico (cioè i poveri) evadeva le imposte per necessità, per potere comperarsi il chilo giornaliero di pane necessario per vivere: i soldati saccheggiavano o rubavano. E’ solo nelle democrazie parlamentari che si definisce veramente la corruzione (pag. 15).

Mi sembra che il tradizionalismo concorra anche in una certa scarsezza di attenzione, a parte casi macroscopici (genere Mani Pulite), da parte del mondo della giustizia e del diritto, verso i reati di corruzione e concussione (pag. 18 e seguenti). Ossia mi pare che, a parte i casi clamorosi, il quotidiano piccolo cabotaggio della corruzione sia stato trattato, sia dal punto di vista legislativo che da quello della pratica applicazione delle leggi repressive, come qualcosa di non molto più grave delle tante banali frodi in commercio   prive di rischi per la salute.  E invece anche il piccolo cabotaggio può provocare danni, sia diretti che indiretti, intollerabili appunto in una società moderna politicamente e economicamente.

Mi pare che si debba anche conto di un certo diffuso genere di insegnamento religioso, per cui di per sé il denaro, comunque guadagnato, era un male: come mezzo utile a procurarsi altri beni terreni, comodità e lussi, distoglieva dalla cura della propria anima. Ma se il denaro comunque è un male, si riduce la differenza tra quello guadagnato in modi diversi: la corruzione diventava un peccato veniale rispetto a quello mortale del guadagno in sé stesso.

Non si tratta solo di astrazioni: io ho combattuto parecchio con un capo (occhio, non era un insignificante frustrato, per un paio di anni nella gerarchia aziendale effettiva stava quasi in Paradiso, dove Dio era impersonato dai politici di governo), il quale poi (ma troppo tardi) mi ha dato ragione su tutti i punti fondamentali delle nostre litigate, talvolta furibonde. Non era un imbecille, ma è riuscito a fare delle castronerie monumentali, una delle quali è stata l’avere retto il moccolo a un intruglio (avvenuto prima che io arrivassi da quelle parti) conseguente a una sciocca scelta politica.

Non ho la prova documentale del finanziamento in forma diretta di un partito (o forse due) da parte di un ben preciso fornitore, se no il casino lo avrei ben potuto fare scoppiare, ma la prova indiretta, ossia una contropartita di estremo e altrimenti inspiegabile favore al fornitore c’è stata, eccome.

Se al fornitore viene riconosciuto il potere di impedire, all’azienda cliente, produzioni redditizie ma per le quali l’attrezzatura fornita è inadeguata, mi sembra ovvio che esso fornitore sia in una posizione di inaccettabile forza, in primo luogo politica. Con conseguenze catastrofiche non solo sui bilanci aziendali e governativi, ma anche, e tragiche, sull’occupazione. 

Almeno ho il conforto di essere stato coinvolto, pur senza particolari meriti, nello sventare analoghi danni in altre aziende, fornendo argomenti per controbattere l’estremamente aggressiva politica commerciale di quel fornitore.

Ma mettendosi a livello umano, delle teste delle persone che le mazzette le prendono o le danno o le tollerano: quel mio capo, pur non essendo un imbecille, non era nemmeno un furbo, pur naturalmente ritenendosi tale (come tutti). : era comunque il tipo che il due novembre con la moglie andava per cimiteri con un gran fascio di fiori da mettere sulle tombe trascurate di sconosciuti. E, più costruttivamente, da prendersi in casa per anni e anni un nipote tossicomane per recuperarlo. Ma non vedeva assolutamente nulla di tragico nella mazzetta del fornitore ai partiti di una certa parte politica: anzi ! Tanto è vero che non ha avuto nemmeno l’accortezza di coprirsi le spalle: gli sarebbe bastato lamentarsi delle conseguenze (impreviste dai politici) di una scelta che sapeva benissimo essere sbagliata (ma non capiva quanto), per poi potere dire “Ve l’avevo detto !” e forse non bruciarsi del tutto (e scottare abbondantemente anche me). Non lo ha fatto perché gli pareva assolutamente impossibile che una mazzetta dell’ordine di grandezza delle centinaia di milioni di lire di allora potesse produrre catastrofi sociali e finanziarie enormemente più gravi, tanto da diventare intollerabili.

E questa sottovalutazione delle possibili conseguenze della corruzione l’ho vista condivisa moltissime volte, anche da parte di persone che sinceramente la deploravano.

Quindi non c’è solo il problema della corruzione, ma anche quello della sottovalutazione, da parte degli onesti, dei suoi danni. Il che non è solo un problema di mancato o troppo debole biasimo sociale (anzi, a parole ce n’è moltissimo) ma è un problema ben più grave in quanto questa sottovalutazione indica incomprensione delle necessità di una democrazia social-liberale (tanto per distinguerla, per esempio, dalla democrazia della Atene classica), che deve essere efficiente, per dare a tutti la possibilità concreta di godere dei loro diritti: ed efficiente sia nel distribuire che nel produrre.

In particolare, secondo me, la classe politica deve rendersi conto che per essa accettare la corruzione significa segare il ramo d’albero su cui si è seduti: nei regimi autoritari il problema della corruzione si pone in modo diverso, perché viene controllata l’informazione ma soprattutto perché la legittimazione del potere si fonda molto su valori che mettono in ombra la necessità di efficienza. Economicamente la “Battaglia del grano” di Mussolini non era una buona idea, come ritengo sapesse benissimo anche Mussolini stesso: era invece un modo per creare consenso a spese dell’efficienza economica. E come mezzo di creazione consenso e legittimazione del regime funzionava, e bene, come in tanti altri possibili esempi.

Quindi, per i politici di qualsiasi parte, sarebbe necessaria, secondo me, una forte riflessione sul pericolo di diventare inutili proprio a causa di una insufficiente lotta alla corruzione: o perfino se la lotta è solo percepita come insufficiente. Ed è anche inammissibile abdicare, rinunciare anche parzialmente al rispetto della legge uguale per tutti (anche geograficamente) per certe zone d’Italia (pag. 26).

 

Ma anche i sindacati, secondo me, dovrebbero sentirsi coinvolti nella questione: il ruolo di difensori d’ufficio dai soprusi è sacrosanto, ma non può bastare. Per fare gli interessi dei rappresentati e di chi dovrebbe entrare tra di essi mi pare necessario anche intervenire almeno con una esplicita approvazione delle misure anticorruzione e con certi punti fermi, anche educativi. L’impiegato neoassunto, poi, col passare degli anni, avrà spesso responsabilità crescenti: non è che debba essere per forza licenziato se usa il telefono aziendale per fare scherzi a uno sconosciuto abitante di New York (purtroppo è un caso reale), ma deve essergli molto chiaro che a responsabilità crescenti (e stipendi crescenti) corrispondono doveri di correttezza crescenti.

E poi c’è sempre il grande salto dal sentirsi ricevente del distribuire alla coscienza del produrre. Come tanti miei amici in tuta con cui di questi problemi parlavo secoli fa. Il che significa che se l’azienda, su ordine politico, propone piani irrealizzabili ma seducenti sindacalmente, bisognerebbe sapere resistere alla seduzione. In una grande assemblea, una volta, un ragazzo di neanche vent’anni salta su, acchiappa il microfono e fa ”Ma compagni, che c… ci raccontiamo di fare questo e quest’altro, se poi il carroponte tre a tirare su dieci tonnellate si sbraga ?”: e purtroppo il sindacato non gli ha dato ragione, come avrebbe dovuto fare.

 

Trasparenza (pag. 95 e seguenti): è una potentissima arma contro la corruzione, ma anche un problema, affrontato in particolare da pag. 93 e seguenti. Lascio perdere le questioni legate alla riservatezza rispetto alle faccende private dei corrompibili: mi pare normale che ciascuno di noi abbia delle limitazioni ai propri diritti in funzione delle responsabilità: dunque, se una decisione di X (o anche solo una sua influenza) può muovere milioni di euro, mi pare che questo giustifichi abbondantemente delle limitazioni al diritto di X alla privacy. Se un chirurgo o un camionista o un pilota d’aereo bevono troppo non è un affare privato loro e non si può aspettare che avvenga il disastro per sanzionarli; sbaglierò, ma mi sembra che allo stesso modo situazione finanziaria e movimenti di denaro o beni riguardanti persone (e loro parenti o comunque sodali) aventi responsabilità rilevanti non possano essere questioni segrete.

Invece torno un attimo alle nostre società naturali, che per noi Homo sapiens e suoi predecessori, per milioni di anni, sono state gruppi o bande di relativamente pochi individui. In aggregazioni di fino a cento o centocinquanta persone mi pare ovvio che la sfera privata individuale fosse alquanto limitata: la mancanza di privatezza rendeva automatica la trasparenza e quindi gli scambi di favori erano noti e controllabili dal consenso generale. Visto invece quanti siamo e quanto sono numerose e complicate le possibili transazioni, e quante sono le norme la cui trasgressione costituisce corruzione, mi pare importante non confondere accessibilità agli atti e trasparenza fattuale.

Ai tempi dei tempi, i CED (Centri Elaborazione Dati) in qualsiasi azienda, anche piccola, sfornavano tonnellate di tabulati, dove pescare le informazioni rilevanti era un’impresa improba. E figurarsi poi nell’amministrazione pubblica. Quindi l’accessibilità è, rispetto alla effettiva trasparenza, condizione necessaria ma non sufficiente.

D’altra parte (e qui ragiono, o cerco di ragionare, alquanto a braccio: qualcosa di organizzazione aziendale ho visto, ma non sono certo un amministrativo valido) si parla molto di semplificazione: ma la semplificazione dal punto di vista dell’utente non può essere realizzata mediante l’abolizione di norme di per sé indispensabili, come mi pare essere nella maggior parte dei casi. Anche per ottenere maggiore accessibilità agli atti è stato necessario modificare norme già esistenti e introdurne di nuove. Perfino un silenzio-assenso va gestito, se non si vogliono avere brutti scherzi e trovare che la corruzione esce da un lato per rientrare dall’altro, almeno mi pare.

Quindi la semplificazione e la rapidità di servizio per l’utente mi pare che molto spesso si traducano in maggior carico di lavoro e maggiore complicazione (e quindi alla fine minore controllo di merito) per gli uffici della parte amministrativa pubblica. Ora, io non conosco il Database PERLA della pubblica amministrazione e avendo smesso di lavorare da parecchi anni sono diventato decisamente antiquato e quindi ignorante: dunque, scrivere di possibili metodi o strumenti organizzativi e tecnologici mi espone, come minimo, al rischio di scoprire l’acqua calda. D’altra parte la venerabile (boh !) età rende comprensibili e non sorprendenti quelle che per un cinquantenne sarebbero castronerie: quindi forse qualcosa posso dirlo.

Per gestire l’accessibilità delle informazioni mi pare occorrano competenze umane specialistiche e strumenti tecnici che, almeno in certi casi, aumenterebbero l’efficienza degli organi amministrativi assieme alla fruibilità delle informazioni. E’ esperienza comune che sapendo un po’ come funziona un motore di ricerca si reperiscono più informazioni e di migliore qualità: ma anche supponendo di avere pieno accesso al PERLA non saprei se sarebbe possibile avere, per esempio, una schermata relativa alle ditte di costruzioni stradali ordinate secondo il numero e l’importanza delle variazioni richieste in corso d’opera. Oppure sapere, per un ufficio o gruppo di uffici, quanti casi di silenzio in corso di diventare assenso esistono in un dato momento.

E mi piacerebbe anche che l’interfaccia tra sistema e utente qualsiasi, come anche quella tra sistema e addetto amministrativo, o anche politico, fosse orientata non al singolo atto e neanche alla “pratica”, ma all’iter, comprese le sue fasi concluse, quelle in corso e quelle ancora da iniziare: il tutto magari sotto forma primaria di diagramma di flusso su cui scegliere le attività di cui si ritiene necessario approfondire la conoscenza. Un sistema di questo genere, forse (e ripeto forse) potrebbe da un lato aumentare di molto l’efficienza degli uffici e dall’altro, in mani di un politico o responsabile amministrativo o cittadino qualsiasi permettere di scovare facilmente gli indizi di scorrettezze.

Un importante capitolo (da pag.105) è dedicato alla storia, alle competenze e alla struttura dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, che va seguita e sostenuta da tutti noi, nonostante l’insufficiente attenzione delle stampa quotidiana. Insufficiente nonostante l’ANAC abbia un sito Internet facilmente consultabile.

Ho però qualche preoccupazione sulla scelta organizzativa di decentrare la vigilanza anticorruzione mediante la delega a responsabili scelti in ogni struttura. Sono d’accordo che va fatto, ma… e qui riprendo un dubbio di carattere generale. Nell’ottimo saggio conclusivo di “L’età dell’oblio”, di Tony Judt, intitolato “La questione sociale rediviva”, si prende per scontato che i governi, se si mettono a produrre qualcosa, facciano disastri. A me invece pare che alle volte facciano cose anche economicamente egregie: in realtà molta innovazione industriale proviene proprio da enti statali o finanziati dallo Stato. Perfino Internet è stata inventata dalla DARPA, l’agenzia del DoD, Department of Defense (e chiamiamolo Ministero della Guerra !) degli USA. Ma anche il nostro tanto bistrattato SSN, come efficienza (risultati rispetto al costo) è in ottima posizione mondiale. E produrre veramente eccellenti carri armati, aerei e cannoni in qualità e quantità tali come ha fatto l’URSS nella Seconda Guerra Mondiale è stata una impresa industriale eccezionale. Mi sembra che la questione  non stia nella proprietà, statale o privata, di un’azienda di qualsiasi genere, ma stia nella motivazione di chi, a qualsiasi livello, ci lavora. Motivazione che può essere materiale (incentivi o disincentivi economici e di carriera) o immateriale: ingegneri e operai russi ci  mettevano tutto l’impegno umanamente possibile, come d’altra parte pure nel nostro SSN anche il più incallito medico ospedaliero è assai più contento se un paziente guarisce invece di morire. Nelle aziende private, se abbastanza grandi, è relativamente facile incentivare chi è disposto a impegnarsi: negli enti pubblici, in generale, questo strumento è quanto meno assai meno utilizzabile.

Ora, prendo il caso della sicurezza sul lavoro: a me pare che nonostante la responsabilizzazione dei delegati alla sicurezza, in qualsiasi anche modesta struttura pubblica o privata, la situazione non sia soddisfacente e in qualche caso decisamente pessima. Alla Thyssen sono morti bruciati sette operai perché nessuno aveva debitamente spiegato qualcosa che io sapevo fin da bambino: che non si deve buttare acqua su dell’olio in fiamme (per inciso, a me è capitato che mi prendesse fuoco l’olio in una padella: ho spento il fornello e messo il coperchio e risolto il problema, se ci buttavo l’acqua non ero qui a rompere le scatole…). Che accidenti ci voleva a organizzare qualche dimostrazione un po’ pirotecnica in qualche cortile per evidenziare una misura di sicurezza tanto semplice e tanto frequentemente necessaria ?

Ma i delegati alla sicurezza vengono visti come rompicoglioni, spesso più ancora dai colleghi che dalla dirigenza: e spesso non sono né i più attivi e nemmeno i più motivati. Temo quindi che anche i delegati alla vigilanza anticorruzione, pur necessari, non siano decisivi, se non inseriti in una mentalità e in un sistema supplementare (non solo complementare) di vigilanza.

 

Dovrei ancora scrivere parecchio su questo libro, tanti sono gli aspetti che tocca riguardo a un problema vitale: ma mi pare di avere messo non poca carne al fuoco. Spero di avervi almeno molto incuriosito e mi permetto di dare un consiglio: nonostante Riccardo Corbucci sia mio amico, il suo libro, leggetevelo !