LIBRI:

      Quando mi capita un libro, generalmente di saggistica, che mi pare ne valga la pena, metto un cenno e magari una sua breve (per le mie abitudini) analisi, o direttamente in questa pagina o in una pagina apposita, il cui elenco è qui sotto. In "LETTURE" cito libri interessanti via via che li leggo, ma di cui non ho tempo o competenza per farne una specie di recensione.

 UN OTTIMISTA RAZIONALE, di Matt Ridley, Edizioni Codice

 E questo è un libro che ni ha fatto incavolare, ma va letto. Con spirito critco, per distinguere errori, chiacchiere, compiacenze da un lato e argomenti validissimi assieme a informazioni utilissime dall'altro. Ma sempre verificare, verificare e verificare ! Comunque, diciamo che sostiene cose da cui dissento fortemente con argomenti giusti e sostiene cose giuste con argomenti sbagliati: per cui gli € 15.90 non li rimpiango. Però...

Il primo problema è che Ridley vuole a tutti i costi presentare il commercio come unico motore delle trasformazioni della società umana, il che lo costringe a sottili o meno sottili acrobazie. Che già tra gli animali esista il ricambio dei doni, mi pare alquanto assodato, quindi non ho alcuna difficoltà a credere che gli ominidi abbiano barattato, barattato e barattato tra di loro.

E anche di vero e proprio commercio esistono tracce antichissime, pure su lunga distanza: conchiglie usate per ornamento si possono trovare in qualche sepoltura lontanissima dal mare anche come risultato di un viaggio compiuto da defunto, ma se diventa un ritrovamento frequente risulta assai probabile che siano il risultato di scambi a lunga distanza. Così per l’ossidiana di Lipari o l’ambra del Baltico.

Ma non credo proprio che il primo Ardipithecus ramidus (o quel che fosse) che, rendendosi conto che certi sassi impiegati sulla testa di una jena funzionavano meglio di altri, si sia messo a cercare quelli naturalmente forniti di una punta spinto dalla voglia di commerciarli: li ha cercati perché servivano a lui. Quando poi un altro soggetto bello irsuto e puzzolente ha avuto l’idea, in mancanza di sassi con punta aguzza, di romperne alcuni sbattendoli tra di loro e ottenere così quelli che i paleoantropologi chiamano chopper,credo proprio che non pensasse non dico al commercio, ma neanche al baratto: lo ha fatto perché di fronte a quello che avvertiva come un bisogno (uno strumento) se l’è creato. Lo fanno anche vari animali: la differenza è che gli ominidi avevano e hanno la tendenza a pensare (anche se raramente) pure a lungo termine, cioè  non solo per un bisogno attuale ma per il ricordo di un bisogno passato e in previsione di un bisogno futuro. Peggio ancora per il controllo del fuoco: prima di avere evoluto un sistema i cui singoli componenti potevano essere commerciati (selci adatte, licheni secchi e o altro) quanti milioni di anni ci sono voluti ? Commerciare in tizzoni accesi  e, soprattutto, immaginare in precedenza di potervi commerciare ? Boh ! La congettura mi pare assai debole.

Poi, per sostenere la sua tesi, Ridley si lancia in considerazioni storiche azzardate o anche smentibili. Che le botti siano state inventate fuori dal mondo romano di prima di Cesare è molto probabile, ma subito dopo di lui sul Reno a Colonia Agrippinensis navigavano chiatte cariche di botti di vino: quindi iniziativa commerciale e sfruttamento delle invenzioni esistevano eccome. La via Salaria era appunto quella attraverso la quale passava il commercio del sale. La bonifica della Piana dal Velino, con lo scarico delle acque superflue nel Nera (vedi la Cascata delle Marmore) l’ha fatta già la Repubblica. Anche in metallurgia i Romani se la cavavano: credo ben prima della riforma militare di Mario i legionari usavano il pilum, in sostanza un giavellotto con un’asta sottile che quando arrivava si piegava senza rompersi, in modo da non essere più utilizzabile dagli avversari. Quindi era ferro dolce, parecchio affinato eliminandone il carbonio. Nelle navi di Nemi il metallo dei vari elementi delle pompe è razionalmente diversificato: eccetera eccetera. Che il tentativo di Diocleziano di raddrizzare la barca con una regolamentazione ossessiva dei prezzi fosse sbagliato, non ci piove: ma i guai erano cominciati già prima, e la scienza macroeconomica non era ancora stata inventata. Il sistema di Roma poi non funzionava mediante la spoliazione (o solo mediante essa) dei popoli soggetti: certo che c’erano le spoliazioni, eccome, ma era il costume politico da tempo immemorabile: l’innovazione romana è stata che non c’erano solo le spoliazioni, c’era anche una serie di metodi giuridici, politici, amministrativi e commerciali di cui alleati, soggetti o incorporati di diritto come cittadini Romani (lo è stato anche San Paolo) erano ben felici di fruire e adottare. Perfino la vendita al miglior offerente, a quanto pare è ancora oggi detta all’asta per l’uso di segnalarla piantando una lancia nel luogo dove si svolgeva. Affreschi e pubblicità di Pompei e i reperti archeologici in giro per i territori dell’antico impero raccontano tutta un'altra storia. E Galli e Germani erano ben contenti di vendere lardo salato al servizio approvvigionamenti dell’esercito romano. Sul sito del Vallo di Adriano in Inghilterra (o già in territorio scozzese ?) in un’antico pozzo nero sono state trovate delle lettere di mogli di legionari, scritte su strisce di corteccia di betulla o di pioppo opportunamente trattate (da quelle parti il papiro costava, per le minute pare andasse bene la corteccia) in cui A, moglie di  B, scriveva alla sua amica C che abitava in Grecia (o qualcosa di simile) informandola che suo fratello B (che abitava da un’altra parte) chiedeva se poteva fare comperare in Siria un mantello di quella bella lana fine eccetera eccetera…

Altro pasticcio: per minimizzare il ruolo dello scambio culturale invece che economico, l’archeologia di Ridley si ferma a Gordon Childe, autore di grandi meriti, ma al cui tempo si esagerava enormemente l’identificazione tra cultura ed etnia. Citando anche Cavalli Sforza, che poi da scienziato vero ha riconosciuto scoperte che smentivano la sua iniziale opinione, Ridley sostiene ancora che in Europa gli agricoltori venuti dal Medio Oriente hanno “sostituito” i cacciatori-raccoglitori che la abitavano in precedenza. Mentre poi si è scoperto che il patrimonio genetico degli europei per un venti-venticinque per cento discende dagli oriundi dal Medio Oriente, ma per il settantacinque proviene dagli antichi cacciatori-raccoglitori, che quindi non sono stati soppiantati o sterminati, ma hanno invece imparato l’agricoltura. Quindi è stata una trasmissione culturale, quindi il commercio non è l’unico propulsore dell’innovazione: ci sono anche l’invenzione in risposta alla percezione di un bisogno e la trasmissione culturale. Allora il ruolo del commercio ne viene ridimensionato rispetto alla divinizzazione che ne fa Ridley.

Altro pasticcio ancora (sempre secondo me): che il ruolo delle strutture politiche sia intrinsecamente negativo. Laissez faire come medicina di tutti i mali un accidente: le fiere della Champagne, dove i mercanti di tutta Europa convenivano, non avrebbero mai avuto luogo se i conti non avessero garantito la sicurezza e il quadro legale, se no qualsiasi brigante avrebbe assalito i convogli con le mercanzie e avrebbe lasciato i mercanti, nel migliore dei casi, vivi ma in mutande.

A fronte di questo dice molte cose giuste da meditare: prendere sul serio le previsioni del 1970 per cui in vent’anni al massimo gli idrocarburi fossili si sarebbero esauriti è stata una cavolata doppia: prima cavolata la previsione, e seconda cavolata l’averla presa per buona senza verificarne le premesse e la logica. Bastava ragionarci un po’ e approfondire sempre un po’ le conoscenze per comprendere le debolezze di quella previsione. E di altre corbellerie immani ne evidenzia varie altre. Ma anche qui c’ è una debolezza: dietro certe previsioni assolutamente folli, come la morte per fame di tre quarti dell’umanità entro il 1980 o simili, in realtà c’era proprio un difetto del mercato: perché tali sciocchezze si scrivevano (come adesso se ne scrivono altre) proprio per il mercato, cioè perché si vendono. Inciso importante: anche quando l’autore è in buona fede nel senso che non scrive stupidaggini per guadagnarci dei bei soldi, è l’industria editoriale che usa l’autore in buona fede (che magari crede di combattere il mercato, l’iniziativa privata e il capitalismo) per vendere e guadagnare. Quindi a me la posizione di Ridley pare falsa: esalta il mercato e poi si incavola proprio per sciocchezze create dal meccanismo del mercato.

Buono e consolante il capitolo sull’Africa, invece.

In conclusione, un libro che mi ha fatto incavolare ma che proprio per questo consiglio: serve a poco leggere le cose con cui si è già d’accordo. (CF 9/12/2013)