Lettera spedita il 20/10/2015 a A: Macaluso Corriere della Sera su pasticcio Marino.

Lettera spedita il 20/10/2015 a A: Macaluso Corriere della Sera su pasticcio Marino.

Il pasticcio (spiacente, ma anche suo) su Marino.

1- Premessa.
Questo disegno, dove le dimensioni dei piani dei tavoli sono identiche ma vengono percepite come diverse, viene usato, subito all’inizio di corsi universitari attinenti alle neuroscienze, per dimostrare agli studenti che il nostro cervello NON è perfetto.

Poi, si dimostra che ci sono tante altre ragioni per la nostra fallibilità, ragioni in parte fisiologiche, in parte evolutive, e in parte culturali. Da un altro punto di vista queste ragioni della nostra, grandissima,fallibilità derivano dal caso, sia perché esso caso è intrinseco (anche Jacques Monod, Nobel medicina 1965, quindi un bel po’ di anni fa, in “Caso e necessità”) in quella che chiamiamo “natura”, sia perché sono dovute al caso molte delle differenze nelle esperienze individuali da cui poi dipendono le nostre opinioni. Sta di fatto che ormai già trent’anni fa un ingegnere, dirigente aziendale (non filosofo, giornalista o letterato), e non certo dei peggiori, sosteneva che:”Per ognuno di noi esseri umani, me compreso, le idee che ci vengono in testa, nel settanta per cento dei casi sono cazzate”. E definiva di conseguenza anche le sue funzioni di direttore. Posso aggiungere che già un certo Aristotele senza la coscienza della nostra fallibilità non avrebbe avuto motivo di inventare la logica formale, che almeno alcuni errori permette di individuare e neutralizzare. Un altro signore, chiamato Galileo Galilei, ha formalizzato il metodo limitativamente detto “scientifico” sintetizzandolo in “ragione ed esperienza”, dove “ed” va inteso come “assieme a” e dove “esperienza” serve a verificare l’ipotesi fornita dalla ragione o, assai più frequentemente, dimostrarla falsa. Se questi signori, più tanti altri che mi guardo bene da nominare, hanno riconosciuto la fallibilità della loro stessa ragione, né lei né io abbiamo il diritto di offenderci se ci dicono che una nostra opinione è sbagliata. Ma la tradizione culturale prevalente (e sbagliata) invece dice che la fallibilità non deriva dalla casualità e dalla fisiologia ma dal peccato (originale o meno), e che eviteremmo questa fallibilità se fossimo religiosi, onesti, virtuosi, credenti (e non andassimo in trattoria a spese dell’azienda).
Purtroppo non è così facile: la tradizione, pur culturalmente predominante, è sbagliata. E fa sbagliare.
D’altra parte non è che se io, avendo avuto per caso un bagaglio di esperienze che mi rendono relativamente più difficile cascare in certe trappole, qualche volta riesco pure a fare delle previsioni strane ma che poi si rivelano sensate, abbia chissà che merito. C’è sempre di mezzo l’influenza del caso.
Se, per esempio, un pomeriggio, da ragazzo, guardando oziosamente la libreria di casa, non mi fossi accorto che un’autobiografia (“Sulle Trincee per la Verità e per la Fede”) di un cardinale assai reazionario pure per essere un cardinale, era andata a finire a contatto con i due volumi dell’autobiografia di Trotskij, non mi sarei dapprima messo a ridere e poi non mi sarei messo a leggere criticamente tutti i due testi, come ho fatto, scoprendovi importanti analogie.
Va bene, il contesto comprendeva il genere di cultura del mio ambiente familiare, ma anche la formazione di quell’ambiente a sua volta è stata dovuta, almeno in parte, a fattori casuali. E che quei libri dopo chissà quale spolveratura siano andati a finire assieme è certamente stato casuale. Proprio non credo che una qualche entità metafisica, sopra o dentro la Storia, si sia data la pena di creare quella collocazione per forse fare diventare proprio me un po’ meno stupido (o il contrario).
Nelle argomentazioni che esporrò rientreranno spesso concetti che ho cominciato a introdurre in questa premessa, che quindi non riguarda soltanto la questione: “Se sbagliare un’argomentazione dimostra che il suo autore è anche un reo, un peccatore, un essere inferiore”.   



2. La consapevolezza del malaffare al Comune di Roma.
Lei attribuisce a Marino l’avere preso coscienza dell’estesissimo malaffare in Campidoglio solo a causa dell’intervento di Pignatone: e qui lei sbaglia in pieno. Ma lei può davvero credere che a Roma si sia tutti tanto, ma proprio tanto, bischeri ? Come … diciamo “diamine”, potevamo non accorgerci, ben prima di Pignatone e che solo si cominciasse a ipotizzare una candidatura Marino, di fior di formidabili pasticci ? Io, direttamente, assieme ad altri, vicini di casa, e anche amici del PD, ho avuto a che fare con almeno tre servizi comunali (e non sto neanche parlando di ATAC, AMA e simili) le cui carenze erano tante e tali da imporre la constatazione, come minimo, di una inadeguatezza deliberata. Tanto più perché l’inadeguatezza si verificava in situazioni in cui essa risultava automaticamente remunerativa per qualcuno. Se lei vuole, io sono a sua disposizione per farle avere copia della documentazione che ancora spero mi resti, farla parlare con testimoni, fare sopraluoghi eccetera. Ma per fare solo un esempio (uno solo) relativamente tutto sommato minore (relativamente, perché sono comunque bei soldi sottratti al Comune come introiti mancati), dalle mie parti, in una periferia estrema (ma poi non tanto “degradata”, accidenti alle frasi fatte !) di Roma, ci siamo trovati sette o otto tabelloni pubblicitari abusivi (ora ridotti o rimossi) per ogni cento metri lineari di strada, piantati pure nello stretto marciapiede centrale di un viale, in palesissima irregolarità. Le proteste scritte o fatte personalmente all’ufficio competente fruttavano il solo risultato che le successive ulteriori installazioni abusive venivano fatte (o tentate) solo di notte. Per noi (io e miei amici e vicini di casa) era chiaro, come per chiunque avesse un minimo di pratica di burocrazia, che fosse questione di corruzione. Perché qualsiasi struttura burocratica balza immediatamente su ogni occasione per dimostrarsi importante: quando i cittadini indignati piantano casini scritti, qualsiasi capufficio ha tutto l’interesse a semmai gonfiare la cosa, per potere chiedere più mezzi, risorse, considerazione eccetera. Solo i soldi possono essere considerati più importanti. Il compatimento per poveri fessi che abbiamo ricevuto da un impiegato che per il suo essere corrotto si sentiva superiore,  me lo ricordo ancora. E poi adesso, finalmente, dopo molti anni, la cosa si è risolta: come avevamo capito noi, la normativa e soprattutto la sua applicazione erano, fino al cambio di amministrazione, assolutamente premianti per l’abusivismo.
Se vuole, vedo di dimostrarglielo: ma stia assolutamente sicuro che della corruzione diffusa in molti uffici amministrativi del Campidoglio lo sapevano tutti o quasi. La “lista Marino” (che io poi non ho contribuito a formare) è nata già nella piena e assoluta certezza del malaffare in Campidoglio.

3. La consapevolezza della gravità delle conseguenze del malaffare.
Sono due cose diverse, la consapevolezza del malaffare e la consapevolezza delle conseguenze di esso. Non è una finezza: in merito, io, che per quel che posso, un contributo alla lotta alla corruzione lo ho fornito, ho ripetutamente chiarito anche a miei amici, che si trovano alquanto in prima linea, l’importanza della distinzione. E mi pare che pure qualcun altro la trovi utile.
Caso A: un tizio si frega i soldi dalla cassa in un qualche modo, magari lavorando sugli arrotondamenti (la tecnica salami, ossia delle fettine sottili sottili di salame: nessuno se ne accorge, ma ogni giorno porta a casa mezzo maiale) e se li spende per godurie sue. Se ha rubato 100, il danno per l’azienda rimane sostanzialmente 100. Non è bello, è un reato, ma il danno sempre 100 resta.
Caso B: Tizio, responsabile, riesce a truccare un appalto per un viadotto, avendo in cambio una mazzetta 100. Anni dopo, magari quando Tizio, ormai in pensione, se ne sta alle Bahamas, il ponte crolla per i difetti indotti dalla truccatura dell’appalto. Danno totale un milione. Il costo delle conseguenze della corruzione è tutt’altra cosa rispetto al valore della mazzetta. Il danno è enormemente maggiore dell’ammontare relativo al reato.
Ora, C, un caso reale (rimando all’articolo di Sergio Rizzo): l’appalto per la gestione dell’archivio degli immobili comunali. Nel 1930, diciamo, sarebbe stato implicito che il trattamento dei dati poteva essere solo manuale: non c’era altra tecnica disponibile, in sostanza. Nel 1997, secondo Rizzo, il servizio è stato assegnato alla Romeo, la quale sembrerebbe non abbia digitalizzato i dati. Nel 2005 firma di un contratto, sembrerebbe nuovo, a oltre un milione al mese, dice Rizzo, con la clausola della riconsegna del materiale relativo all’archivio in caso di cessazione rapporto. Ora il Campidoglio finalmente rescinde, e la Romeo restituisce il materiale sotto forma solo cartacea, 3000 contenitori. Il che crea anche il costo della indispensabile digitalizzazione. Il contratto con la Romeo non prevedeva espressamente la forma digitale: ma a me pare di ricordare di avere visto altrove clausole analoghe in cui la stazione appaltante si cautela, scrivendo “restituzione di tutto il materiale in qualsiasi forma esso esista presso di Voi”.
Non mi dica che l’ufficio acquisti del Campidoglio non abbia sufficiente esperienza e che ignorasse le possibilità, primo, di obbligare la Romeo a un certo livello di prestazioni, ottenibile solo mediante il trattamento digitale, e, secondo, di evitare che facesse pure dispettini e sabotaggi a fine rapporto.
Ma lei parla di “distrazioni di denaro pubblico”: a me sembra che qui, di fronte a un danno ingentissimo, di “distrazione di denaro” non ci sia stato nulla, la lettera del contratto è stata rispettata, e probabilmente il canone annuo era adeguato alla onerosità di un trattamento dati solo manuale. Trattamento manuale che ovviamente costa assai di più che digitalizzarlo e poi trattarlo sotto questa forma. Formalmente, se ho capito bene Rizzo, può non esserci nessun vizio: c’è invece una insipienza dell’Ufficio Acquisti. Ma a meno di beccare qualcuno con la mazzetta in tasca, è impossibile dimostrare che l’insipienza sia voluta. Allora, distrazione di denaro pubblico, dimostrabile, comunque, zero: ma il danno per il Comune, sotto forma di introiti non realizzati per la impossibilità di gestire decentemente il patrimonio, di quanto può essere stato ? Volendo azzardare una stima, direi che il minimo potrebbe essere dell’ordine di centinaia di milioni. Ma non è che queste centinaia di milioni se le sia messe in tasca la Romeo, a meno abbia giocato sulle proprietà immobiliari, ipotesi tutta da dimostrare. Alla ditta si può fare carico solo della differenza tra i 97,4 milioni sborsati in 18 anni dal Campidoglio e il costo (non il valore) del servizio effettivamente prestato. Ma se la ditta ha lavorato manualmente, 97,4 milioni per 18 anni potrebbe anche essere una cifra congrua, ossia il vero costo del servizio più per esempio un 5 per cento di utile. Se viceversa, come probabile, la Romeo per gestire l’archivio in 18 anni ha avuto un costo complessivo, per esempio, di soli 50 milioni, la fregatura formale è pressappoco di altri cinquanta milioni, ma è sempre assai inferiore al danno per il Comune, danno che può essere stato anche di dieci volte o venti volte tanto. E può non esserci nulla di penalmente perseguibile. Nel privato, è ovvio che un ufficio acquisti come quello che dall’articolo di Rizzo sembra essere stato quello del Campidoglio, garanzie sindacali o meno, verrebbe totalmente rinnovato: ma nel pubblico ? A meno di dimostrarne la malafede…

4. Onere della prova.
Non si illuda: quello che si scopre è sempre solo una piccola parte del malaffare reale. Tutti quelli che finalmente compaiono nelle cronache o sono dei dementi o sono degli imbecilli: ci sono decine di modi per fare favori e ricevere utilità che poi non possono essere provati. Io non è che sia o sia stato, per mestiere, un investigatore del malaffare: mi ci sono, alcune volte, trovato in mezzo e sono anche riuscito a impedire alcune cose, non da solo, naturalmente, ma “i buoni” esistono e non sono pochi. E riescono ad agire, anche, ma le posso assicurare che occorre essere per niente superficiali e, a volte, occorre anche essere alquanto irrispettosi. La differenza tra l’azione della corruzione da un lato e i risultati di essa dall’altro lato, che possono essere enormemente maggiori, non è facilmente percepibile, anzi spesso viene addirittura negata, dalla applicazione corrente della nostra tradizione culturale. Questo comporta che alle volte, in assenza di una prova flagrante, anche danni enormi, per la loro stessa enormità, fanno sembrare improbabile che all’origine ci sia una qualche dazione (o vantaggio) per un ammontare risibile rispetto al danno che ne deriva. Ossia, se la personalità di un X coinvolto lo fa sembrare un possibile colpevole di un danno patrimoniale piccolo ma non capace di svaligiare il caveau della Banca d’Italia, per dire, risulta difficile attribuirgli la responsabilità di un danno enorme. Appunto perché si scambia l’entità del reato commesso con l’entità delle conseguenze. Quindi, a fronte di un danno di un milione, non sembra possibile che il vero responsabile sia X che tutt’al più sarebbe capace di farsi regalare una lavastoviglie nuova.
E poi, non raramente, risalendo la catena dei contatti e delle amicizie si va a finire in ambienti al di sopra di ogni sospetto, perché difensori di un’etica, dove ci si arena, proprio per l’importanza data all’etica.  E qualche volta l’importanza data all’etica serve a mascherare, ma più spesso si incontra una nobile e spirituale ingenuità. Si tratta di un’etica diversa da quella che lei sottintende nel finale del suo articolo, ma che “civico” sia un valore etico non è concetto diffuso, anzi, su questo piano, non riesce a prevalere su “spirituale”.
La tradizione è questa: e secondo me è necessario aggredire almeno alcuni aspetti di essa.

5. La non linearità.
Ricorro a ben tre esempi, di cui il primo è un classico: nella Vienna verso il 1850 o pressappoco, un certo dottor Semmelweiss (lasci perdere Céline che ne ha scritto presentandolo secondo il comodo suo), che lavorava nella clinica ostetrica dell’ospedale universitario ha (seguendo inconsapevolmente o meno un certo signor Galileo Galilei, che nessuno in Italia si prende la pena di leggere) messo in relazione le frequentissime morti di puerpere con il calendario, perché si è accorto che la frequenza delle morti non era pressappoco costante ma variava molto nel tempo. Poi ha trovato una relazione coi periodi di lezione e di vacanze, durante le quali non moriva più nessuna. Poi con gli orari delle lezioni: e infine ha scoperto il nesso tra le esercitazioni di anatomia con dissezione di cadaveri e le successive visite degli studenti alle puerpere, ovviamente toccate intimamente, in un contesto tradizionale in cui nessuno si lavava le mani, secondo l’uso di allora (forse certe scatologiche lettere di Mozart e famiglia rendono l’idea degli usi austriaci dell’epoca). Quindi ha cominciato a imporre agli studenti di lavarsi le mani: crollo delle morti. Ma anche fortissime proteste, perché la solita tradizione appariva escludere un nesso tra le due cose. La faccenda arriva al primario, famoso medico e soprattutto famosissimo (e piissimo) filantropo, che smentisce totalmente il suo sottoposto. Quindi scoppia un conflitto tra Semmelweiss e i medici che si erano convertiti alla sua ipotesi, gli irrispettosi delle tradizione, da un lato, e il primario e i suoi amici tradizionalisti dall’altro lato. Il primario non ha mai assolutamente potuto accettare che tutta la sua sincerissima e profondissima filantropia e pietà potessero essere meno efficaci delle fantasie di uno stronzetto. Perché delle sue note spese non so nulla, ma stronzetto e vile Semmelweis lo era: quando il conflitto è diventato davvero serio, ha abbandonato gli amici che si erano già compromessi in favore della sua tesi ed è scappato dalla battaglia, ritirandosi in un comodo posto di campagna. E le puerpere di Vienna sono continuate a crepare, per quel che se ne sa, fino a parecchi anni dopo, quando Pasteur e Lister, con battaglie tanto oggi dimenticate quanto lunghe e aspre, sono riusciti a dimostrare che lavarsi le mani può essere, in determinate circostanze, più efficace di tutta la religiosità di questo mondo. Ma Pasteur era religiosissimo: però non si illudeva che ciò gli fornisse l’infallibilità.
Meno tragico, ma non meno importante, è  il secondo esempio, Kary B. Mullis, Nobel 1993, tipo decisamente pazzo: esperienza di droghe giovanili, pare vada raccontando di avere incontrato extraterrestri, eccetera. Per gli studi sul DNA esisteva una grossa difficoltà: che, per certi motivi tecnici, l’analisi richiedeva una preparazione lunghissima (mi pare almeno una ventina di giorni).  Il buon Kary, che appunto di queste faccende si occupava, un venerdì pomeriggio se ne stava in autostrada andando a passare un fine settimana di lussuriose godurie con una sua bellissima ragazza.  Mentre guidava, il suo cervello incendiato dall’euforia ho cominciato a produrre, appunto, cazzate in quantità, delle quali, però, una poi ha continuato a stimolarlo mentalmente. Il lunedì, in laboratorio, la prova, la perfeziona, e insomma, sia pure con un bel po’ di lavoro, se ne esce con un metodo detto della DNA PCR, o DNA Polymerase Chain Reaction, che in conclusione riduce enormemente il tempo necessario per fare un’analisi del DNA, sia per scopi terapeutici che per studi di biochimica. Cosa per cui gli hanno dato il Nobel. E’ una faccenda di carattere soprattutto tecnico, più che “scientifico” in senso stretto, ma ha avuto e avrà ancora conseguenze enormi, anche per forse, ormai, milioni di persone, tra cui perfino io. Che in fondo in fondo “sfrutto” a mio vantaggio l’invenzione di Kary, visto che mi è stato scovato un problema non da poco che mi tiravo dietro dall’infanzia. E che poi è stato risolto con estrema facilità. Ma anche se forse si potrebbe dire che “sfrutto” la DNA PCR di Mullis, mi guardo bene da mandargli mensilmente dei soldi: lui se n’è già fatta una montagna. E poi ci si è divertito tantissimo.
Il terzo esempio è quello di un tizio di cui non riesco a ricordare il cognome, il quale ha fatto una scoperta importantissima riguardo alla famiglia di malattie a cui appartiene anche quella della “mucca pazza”. Successivamente è incappato in un pasticcio che ha rivelato la sua pedofilia. Ma il fatto di essere pedofilo non gli ha impedito di avere fatto una scoperta importante e utile, e nessuno si sogna nemmeno lontanamente di non utilizzarla per l’orrendo vizio dello scopritore.
Naturalmente, oltre a questi tre esempi, ce ne sono tantissimi di scoperte o realizzazioni importanti o importantissime fatte da persone più o meno normali, oltre che da eccentrici che nelle Scienze certo non mancano.
Ma quello che mi pare importante notare e ribadire è che non esiste, come regola generale, una corrispondenza positiva, né quantitativa né qualitativa, tra azione e risultati. Spessissimo è vero, ma non è affatto vero come regola generale: che un X per mettersi in tasca 100 euro inconsapevolmente provochi un danno diecimila volte maggiore non è affatto più strano del fatto che Kary B. Mullis abbia avuto come determinante aiuto nell’inventare la DNA PCR la sua euforia sessuale.
La comprensione della “non linearità” di tanti fenomeni, compreso il rapporto tra ammontare della mazzetta, o enormemente più spesso, importanza del favore da un lato e sue conseguenze dall’altro è indispensabile, secondo me, per combattere efficacemente la corruzione.

6. La mancanza della comprensione della non linearità ostacola la lotta alla corruzione. 
Lei sembra ritenere che l’onestà verso una entità impersonale come lo Stato o il Comune o anche una qualsiasi azienda sia un dato umano intrinseco, nativo, poi “corrotto” dalla fragilità umana di fronte alle tentazioni di Satana personificato dal corruttore. Se lo scordi: questa è, secondo me, antropologia del 1760 o giù di lì. Non mi addentro in problemi di cui le neuroscienze si interessano con risultati di cui è necessario rendersi conto: mi limito a dire che anche il solo familismo prevale, normalmente, sulla lealtà verso un ente pubblico o azienda che sia. Una volta parlando con un mio vicino di casa, bravissima persona, mi salta su arrabbiatissimo contro un certo X, amministratore locale periferico che avevo nominato per caso. Preoccupato, perché temevo potesse essere anche lui corrotto (e a me la corruzione proprio non piace), chiedo schiarimenti. L’indignazione derivava dal fatto che sebbene il mio vicino e X si conoscessero da vari anni (tramite dei figli compagni di classe), X non ha voluto intervenire per favorire il mio vicino nell’assegnazione di un posto all’asilo per il figlio più piccolo. Insomma, era la correttezza la causale dello sdegno.
Più in generale, in un certo partito (il PD) agli amministratori locali periferici (consiglieri o assessori municipali) è stato assegnato il nobile compito di raccogliere proposte o esigenze dei cittadini. Ma praticamente tutto quello che se ne ricava oltre il giusto ma ovvio (pulizia strade, buche eccetera) è di carattere personale. Il che non dovrebbe sorprendere nessuno, poi, perché, per la massima parte delle persone, la tradizione è questa. Nel mondo in cui questa tradizione si è formata e consolidata non c’erano, o meglio non si percepivano, o meglio ancora si ignoravano volutamente eventuali stranezze per cui Kary Mullis può avere salvato la vita a tantissime persone per essersi assai eccitato…
Quando io insisto sulla non linearità tra nostre azioni e loro effetti come caso generale è anche perché la misura dell’efficienza di una organizzazione serve anche da controllo della eventuale corruzione. Un amministratore onestissimo ma incapace può produrre anche lui infiniti danni, quindi l’onestà è condizione necessaria ma non sufficiente per l’efficienza di un’organizzazione. Ma se l’organizzazione è efficiente gli amministratori sono capaci: poi possono essere onesti e capaci o capaci ma disonesti con una misura e rispetto dei  limiti necessari perché le loro azioni non abbiano conseguenze disastrose.
Ma lei, equiparando l’amatriciana a qualsiasi altro illecito, forse pensando di fare apparire più colpevole Marino, in realtà, trascurando l’entità delle conseguenze, alleggerisce la posizione di chi combina illeciti disastrosi. In un’azienda efficiente, a chi pasticcia colle note spese gli si fa pagare il maltolto, ma un responsabile ufficio acquisti che combina quello che secondo Rizzo è stato combinato sulla gestione archivio immobiliare Campidoglio  se ne va a spasso.

7. Questioni etiche.
Esempio: sappiamo benissimo che le radiografie sono una fonte supplementare di “mutazioni”, errori del DNA, che si vanno ad aggiungere a quelli assai più numerosi che inevitabilmente avvengono a ogni copia del DNA e quindi ogni volta che una nostra cellula usurata dal suo normale funzionamento dev’essere sostituita da un’altra, generata questa  per duplicazione di una preesistente non usurata. Quindi, per un milione di radiografie fatte ci sarà un certo numero, per fortuna assai piccolo, di casi di cancro in più di quanti altrimenti, senza le radiografie, ci sarebbero stati. E diciamo, per fermare le idee, dieci morti. Ma se non fossero state fatte le radiografie, che servono per le diagnosi di parecchi problemi, le morti sarebbero state enormemente di più, diciamo ventimila. Ma dentro quei dieci morti in più per radiografie, ce ne saranno alcuni, per esempio cinque, ai quali la radiografia non ha rivelato nessun problema. Ma essendo la radiografia un mezzo diagnostico, non c’era alcun modo per sapere, prima di farla, che la radiografia sarebbe stata inutile. La coscienza di questo problema, a suo tempo (che spero passato), ha indotto molti medici a una riluttanza nel prescrivere radiografie, con conseguenze, in alquanti casi (ne conosco personalmente qualcuno, pur non essendo io un medico), molto gravi. Comunque si cerchi di eludere la questione, non si può scegliere tra un comportamento certo eticamente giusto e un altro certo eticamente sbagliato: va a finire che è eticamente giusto scegliere il comportamento quantitativamente meno ingiusto. La sua equiparazione delle note spese di Marino (che prudenzialmente prendo per colpevole) a qualsiasi altra distrazione di denaro pubblico, senza tenere conto delle conseguenze, sembra denotare un prendere i criteri etici per strumenti magici: se sei onesto non è possibile che tu faccia danni. Io non sono Michael Gazzaniga, un tizio che di questioni del cervello si è occupato assai (“La mente etica”), ma ne so abbastanza per poter dire che questa presunta magia dell’etica è una illusione. Non è che ci possiamo o dobbiamo infischiare dei criteri etici, anzi se ne avessi il tempo e lo spazio dimostrerei che è indispensabile tenerne conto e cercare di seguirli, ma prenderli per strumenti totali e infallibili, direi che… non è affatto etico.

8. Questione politica.
Come mi pare stia emergendo sulla stampa, e come a Roma sapevamo benissimo in tanti, non è che il malaffare in Campidoglio, poco o tanto che si ritenga essere, si sia insediato l’altro ieri. Anche durante il mandato di sindaci sulla cui onestà personale, come Veltroni e Rutelli, nessuno ha avuto a che dire, i problemi ci sono stati, eccome. E mi pare che la Magistratura lo confermi. D’altra parte Roma è una città estremamente particolare, dove laicità e fortissime esigenze di efficienza devono convivere con un forte, anche politicamente, tradizionalismo, che tende a porre in primo piano proprio i problemi personali e familiari rispetto all’efficienza. E conseguente sottovalutazione di varie classi di problemi. Una questione sindacale riguardante dipendenti del Campidoglio è assai più difficile da gestire di una analoga questione a Torino o a Sgurgola Marsicana.
Ora, non è che un partito, qualunque esso sia, possa cercare deliberatamente l’impopolarità inevitabilmente conseguente a una opera di riorganizzazione appena appena valida. E d’altra parte la riorganizzazione è indispensabile. In altri contesti, il problema si risolve con un’alternanza di governo: anche i laburisti inglesi sapevano benissimo che le miniere di carbone andavano chiuse, ma le castagne dal fuoco gliele ha levate la Thatcher, con suo vantaggio  perché facendo una cosa “di destra” ha dimostrato l’utilità della destra, senza che i laburisti fossero costretti a fare qualcosa ripugnante a una parte decisiva del loro elettorato.
Ma da noi, l’alternanza, al Comune di Roma, si è effettuata col povero Alemanno, che l’energia di fare cose impopolari anche per parte del suo elettorato non l’ha avuta. Questo ha ancora peggiorato il problema per il PD: assumersi la responsabilità del Campidoglio per poi non riorganizzare era ormai impossibile, ma anche riorganizzare contro i sindacati e altri centri di potere era altrettanto impossibile e sarebbe costato poi il crollo dei consensi.
Il motivo della Lista Marino è stato proprio il suo (come in casi analoghi) potere offrire un capro espiatorio a cui addebitare i malumori e i costi (che in certi casi potrebbero rivelarsi anche tragici: l’eliminazione del malaffare comporta anche fallimenti) salvandone il PD.
Ma al contrario di quanto lei crede, è stata proprio la coscienza che la situazione della disorganizzazione e del notorio (non c’era per nulla bisogno del pur meritorio Pignatone, per farci scoprire l’esistenza dell’acqua calda) malaffare in Campidoglio a esigere una soluzione, che il PD non poteva dare senza costi altissimi. Sia pure col senno di poi: un attrito tra Campidoglio e un Papa tanto simpatico (dove, mi dispiace, ma le ragioni stavolta stanno dalla parte del Campidoglio) sarebbe stato molto, ma molto più dannoso se il sindaco fosse stato targato PD a tutti gli effetti, invece che,  almeno apparentemente,  da esso PD subito.
Quindi, non solo si sapeva benissimo, anni e anni prima delle denuncia di Pignatone, che il malaffare in Campidoglio c’era e andava affrontato, ma addirittura questa considerazione è stata fondamentale per la nascita della Lista Marino.
Questo, comunque poi siano andate o andranno le cose.

                                                                                   Claudio Fornasari

                                                                                         Roma, 20 Ottobre 2015





Da qualche anno, ho preso l'abitudine di distribuire, a un giro di miei amici romani, interessati a questioni politiche e sociali, dei miei scritti brevi o lunghi ma sempre, almeno nelle intenzioni, corposi. Scritti che mi dicono essere graditi e che talvolta originano nuove richieste di iscrizione alla mia lista di e-mail. Sull'argomento del cancro  credo di avere qualcosa da dire, non di originale, credo, ma di troppo poco diffusamente conosciuto, certamente sì. E poichè in questo intervento faccio il suo nome e quello di Goffredo Buccini per ancorare la discussione alla comunicazione giornalistica di livello serio, mi pare giusto mettere a vostra disposizione quanto ho cercato di argomentare. Quindi qui in calce ne troverà un "preambolo dichiarativo", tanto per essere pignolo e non chiamarlo abstract: se poi lei decidesse di leggerlo ed eventualmente passare addirittura alla lettura del testo completo (avvertendo che sono un ventisei pagine, comprensive di spiegazioni adatte ad alcuni dei miei amici ma probabilmente superflue per altri lettori), le basterebbe aprire l'allegato (in due formati, ODT o PDF). Comunque, cordiali saluti e ringraziamenti per i suoi debunking, come quello su Stamina.

 

                                                                                                     Claudio Fornasari

 

  

RIASSUNTO.

Abbiamo, nella sola Italia, quasi un migliaio di casi di cancro diagnosticati al giorno, di cui oggi circa la metà si risolve positivamente, grazie a grandi progressi sopratutto in terapie (mediche oltre che chirurgiche) e tempestività delle diagnosi. Ma questi progressi medici sono dovuti all'applicazione di una serie di scoperte ancora lontane dall'essere diffusamente conosciute dal pubblico, anche colto ma non specialistico o non interessato ai fenomeni biologici, o ancora riluttante all'accettazione del metodo sbrigativamente definibile come “scientifico” o “sperimentale”. Mi sembra che una più diffusa conoscenza, da parte del pubblico, dei progressi teorici acquisiti e delle loro conseguenze pratiche permetterebbe, sopratutto attraverso la prevenzione e la coscienza di quanto sia importante la tempestività delle diagnosi, consistenti miglioramenti della situazione. Data la grandezza dei numeri in gioco, ritengo che anche piccoli incrementi di consapevolezza si tradurrebbero in elevati numeri di vite salvate.

Viceversa, la carenza di sufficiente conoscenza dei fenomeni biologici in questione causa, secondo me, un inammissibile eccesso di morti altrimenti evitabili.

In particolare, mi sembra che la carenza di aggiornamento teorico renda poco credibile l'attuale approccio informativo a favore della prevenzione mediante astinenza dal fumo.

E mi sembra assai sottovalutata la nocività di alcune strumentalizzazioni del cancro, in quanto appunto si oppongono, di fatto, all'aggiornamento delle conoscenze da parte del pubblico.

Inoltre, mi pare che dalla teoria e dai dati concreti dell'esperienza risulti che l'incidenza del cancro sia destinata ad aumentare se migliora il tenore di vita, in quanto tale incidenza è assai fortemente influenzata dall'età: in altre parole, il miglioramento del tenore di vita determina un allungamento della durata media di vita, ma l'avanzare dell'età aumenta di molto il rischio di cancro. Questa relazione tra miglioramento del tenore di vita e, attraverso l'allungamento medio della vita, incidenza del cancro mi pare abbia alquanta importanza anche sociale e politica.

Mi pare assolutamente necessario, dunque, che gli argomenti usati a proposito delle vicende giudiziarie riguardanti l'ILVA (argomenti che ritengo per necessità siano inevitabilmente orientati al tradizionale e intuitivo piuttosto che all'innovativo e alla Tecnica in senso lato) non ostacolino la diffusione della conoscenza dei progressi teorici sulla biologia del cancro, continuando a legittimare idee tradizionali ma, nel complesso, nocive oltre che errate (come quella, diffusa, che il cancro colpisca solo gli esseri umani e mai gli altri animali !).

E inoltre perpetuando il ritardo nell'aggiornamento culturale dei pazienti, operatori della sanità e professionisti dell'informazione: ritardo che (secondo me) ha prodotto disastri e oggi impedisce una sensibile riduzione di morti altrimenti già adesso evitabili.
Il tutto dal punto di vista di un ignorante.


 

Indice:

Premesse 3

Qualcosa di quantitativo 4

Qualcosa di statistico 5

Fattori, interni e esterni all’organismo, del cancro 6

Un primo confronto tra modelli concettuali VTD e AMP 11

Confronti: prevenzione e diagnosi precoce 16

Confronti: prevenzione e diagnosi precoce. Caso radiografie 17

Confronti: il caso amianto 19

Confronti: prevenzione. Caso del fumo 21

Confronti: prevenzione. Caso delle aflatossine 22

La nocività delle strumentalizzazioni 24

Caso ILVA, argomentazioni in sede giudiziaria 25

e possibili conseguenze

 

 

 

 

 

 

 

 Premesse.

Premessa prima, ben nota a chi ha il fegato di sorbirsi i miei scritti, è che vanno sempre sottintese tre parole magiche: “mi pare che...”. Essendo convinto che la fallibilità umana è grandissima e che il saperlo costringe a cercare sempre di verificare ogni informazione o concetto ricevuto, e che poi questa costrizione alla fine risulta utilissima, vi prego di ricordare sempre che qualsiasi cosa vi scrivo la dovreste verificare. E eventualmente trasmettermene l'esito e gli elementi per poterne poi discutere.1

Ora, sta tornando in prima pagina la questione ILVA di Taranto, dove l'accusa presenterà nuove argomentazioni, di cui ho solo brevi notizie da articoli di Margherita de Bac e di Goffredo Buccini sul Corriere della Sera. Non è che posso parlare veramente a fondo di qualcosa che in sostanza conosco soltanto attraverso estreme sintesi di pur bravissimi giornalisti, ma penso che dagli articoli in questione emergano elementi importanti, e perciò penso che alcune considerazioni rilevanti mi sia proprio doveroso farle (per quanto velleitario possa essere), visto un mio duplice coinvolgimento. Infatti ho sia lavorato in ambiente siderurgico (non all'ILVA di Taranto, che ho visitato una volta sola, prima della dismissione dalle Partecipazioni Statali, ma di cui qualcosa a suo tempo conoscevo), sia ho avuto carissimi amici morti di cancro dopo diagnosi inaccettabilmente tardive.

Perché mi pare assai forte, per l'accusa, la tentazione di usare argomentazioni che in un contesto più vasto, se accolte dalla sentenza, contribuirebbero alla continuazione di guai peggiori, e di parecchio, perfino dei peggiori guai attribuiti all'ILVA.

Ho scritto continuazione, perché a quanto vedo e constato la comprensione dei meccanismi del cancro è parecchio insufficiente e antiquata, anche da parte di molti medici pratici. E questa mancanza di comprensione, questo rifarsi a schemi mentali solo intuitivi e tradizionali ma non validi, ostacola la prevenzione e la tempestività delle diagnosi: caso evidente di insufficienza della prevenzione, la diffusione del fumo.

Quindi, secondo me, si rischia che una pur bene intenzionata sentenza, legittimando ulteriormente nell'opinione pubblica argomentazioni rispettate essenzialmente perché intuitive e tradizionali, continui a fare guai, e anche tragici.

E' ovvio che il mio coinvolgimento emotivo per morti stupide (e più in generale per danni alla salute di cari amici e parenti) può diminuire la mia obiettività: ma cerco di evitare la retorica e il sentimentalismo, cercando di fornire notizie e considerazioni facili da verificare.

Senza rifilarvi una bibliografia, che risulterebbe e sterminata, mi limiterò a qualche rimando a fonti bene accessibili, in particolare dei NIH (National Institutes of Health degli USA).

Chiunque voglia può chiedermi altri chiarimenti e riferimenti.

Avverto comunque che del rispetto per tradizioni culturali a suo tempo giustificate (anche per mancanza di meglio) ma ora diventate (secondo me) dannose non me ne importa nulla.

Ma poi trovo insensato il generale e assoluto disinteresse per la biologia, e particolarmente la nostra, visto quanto noi tutti ne dipendiamo moltissimo. Per cui ho sempre cercato di informarmi e di capirne qualcosa di più del quasi nulla proposto dalla scuola o dai mezzi di informazione, anche ottimi, ma di solito rivolti a chi è già interessato e preparato. 2 Questo rifiuto della conoscenza del materiale assume alle volte aspetti ridicoli, ma di guai, grandi e piccoli, secondo me, ce ne procura parecchi, compresa spesso l'aura di credibilità attribuita a matti e imbroglioni di varie specie con conseguenze non raramente tragiche.

Infine: non è che io sia un biologo, sono semplicemente un tizio molto interessato e che crede di avere una certa esperienza nel sapere scovare le informazioni rilevanti. Ma quello che so io è è certo pochissimo rispetto a tutto quello che in questo momento già si sa, e d'altra parte non posso rifilare all'eventuale lettore almeno decine di pagine di biologia: per cui oltre a essere relativamente ignorante devo anche assai semplificare: per esempio scriverò “cellule” senza distinguere tra staminali e non. Quello che resta mi sembra comunque tanto, ma tanto importante, per la pellaccia di tutti e anche mia.

 

Qualcosa di quantitativo.

Innanzitutto: ho scoperto che a molti di noi non è per niente chiaro che di cancro soffrono (e muoiono) non solo gli esseri umani, ma anche tutti gli animali che siamo abituati a considerare “superiori”, cani, gatti, cavalli, leoni, tigri elefanti eccetera eccetera. E certe specie, come i topi (ma non i ratti), assai (pare una trentina di volte) più di noi. Per altri animali come insetti (e perfino molluschi) non verifico qui le notizie che ho sulla loro vulnerabilità da forme cancerose. Vedremo poi che questo fatto, di generalità del cancro, è fondamentale per chiarire parecchie idee.

Comunque, non è che ci si ammali di cancro solo a Taranto: ogni giorno, in Italia, i nuovi casi sono un po' meno di mille (senza contare i cancri della pelle che pare presentino difficoltà di classificazione). Quindi si tratta di grandi numeri, sui quali l'influenza di idee giuste o sbagliate non è, proprio per niente, irrilevante.

Di questo quasi migliaio giornaliero, oggi, circa metà sostanzialmente guarisce; le sostanziali guarigioni (comprese le cronicizzazioni tali che infine la morte sopravviene per altre cause legate all'età) crescono dell'uno per cento all'anno. La differenza tra guarire o meno dipende ovviamente dalla particolare forma di cancro e variante all'interno della forma, e poi dalla validità delle terapie mediche e chirurgiche applicate e conosciute/capite in ambito sanitario, ma anche, e parecchio, dalla tempestività della diagnosi.

Perché “parecchio” ? Abbiamo circa varie decine di migliaia di miliardi3 di cellule a costituire, mediamente, il nostro corpo. Tutte o quasi queste cellule si logorano nel normale funzionamento e devono rinnovarsi periodicamente, a intervalli di tempo dipendenti dal particolare tipo di cellula: e questi rinnovamenti avvengono mediante duplicazioni di cellule ancora funzionanti e morti di altre troppo usurate. Per evidenziare l'importanza della diagnosi tempestiva, faccio un esempio arcisemplificato, costruito solo per chiarire il concetto. Supponiamo che una cellula, appartenente a un tessuto in cui le cellule si rinnovano mediamente una volta a settimana (ce ne sono di molto più rapidamente invecchiantesi come altre di molto più longeve), diventi, per motivi che vedremo poi, “cancerosa”, il che significa che essa e le cellule da essa derivate per duplicazione non dispongano più dei meccanismi interni di controllo della proliferazione e di attivazione della morte della cellula stessa. Dopo una settimana che è diventata anormale, la cellula si duplica. Dopo un'altra settimana, le due cellule si duplicano e diventano quattro, e così via. A diventare un milione, ci mettono venti settimane. Ma bastano altre dieci settimane perché diventino un miliardo, cioè mille volte di più. E altre dieci settimane basterebbero per farle diventare mille miliardi. Insomma, il tumore non cresce secondo la sequenza 1, 2, 3, 4, 5…, ma tenderebbe a crescere secondo quella 1, 2, 4, 8, 16, 32.... A un certo punto, se è un tumore solido, sorgono dei problemi, positivi per noi, in quanto non tutte le sue cellule possono accaparrarsi il nutrimento e l'energia per duplicarsi: ma comunque la crescita resta troppo rapida per immaginarsi di avere a che fare con un'arteriosclerosi o una cirrosi o un diabete o una qualsiasi altra malattia.

Per cui mi sembra ovvio essere estremamente importante che la diagnosi corretta avvenga il prima possibile (cosa favorita dalla consapevolezza generale, da parte di tutti noi potenziali pazienti, dei meccanismi di formazione del cancro, senza illudersi di poterne essere esenti perché si mangia vegetariano o perché si abita in campagna).

 

Qualcosa di statistico.

Ora introduco un punto che mi pare importante, dato che nel prossimo paragrafo ha un ruolo importante la casualità. E il Caso, a tutti noi, è parecchio antipatico. Mi pare del tutto accettato, da parte di psicologi, neuroscienziati e compagnia, che tutti noi abbiamo nel nostro cervello una forte tendenza a individuare eventuali regolarità in tutto ciò che ci circonda. Tendenza che se non controllata ci porta a sminuire il ruolo delle irregolarità e a vedere forzatamente, appena possibile, regolarità maggiori di quanto non siano. Come immaginare il DNA delle nostre cellule come qualcosa di assolutamente invariabile, sempre totalmente identico a sé stesso, tranne casi eccezionalissimi. Ma in modo assai generale mi pare molto interessante per tutti, compresi per primi giornalisti e politici (o aspiranti tali), tirare in ballo quella che non del tutto a torto è stata definita, a ignorarla, The most dangerous equation. Anche perché è almeno dal 1150 che il non conoscerla continua a fare assai concreti danni. Vabbè che nel 1150 il signor Abraham De Moivre, contemporaneo e amico di Isaac Newton, era ben lontano dal poter venire al mondo, ma pasticciando con casi concreti almeno un sospettino di quello che poi nel 1730 è stato enunciato si sarebbe dovuto avere. Vi risparmio un algoritmino (parecchio scemo, poi) per dimostrare la sostanza della questione, che a suo tempo avevo inventato e che chiunque con un po' di pazienza può rifarsi, se non si fida degli amici di Sir Isaac. Comunque, la presentazione migliore è un articolo più volte pubblicato e che trovate con il link: “http://press.princeton.edu/chapters/s8863.pdf”

o semplicemente su Google, con la stringa:

“the most dangerous equation Howard Wainer”.

Il cui succo è che se abbiamo un grande insieme di dati (per esempio gli svariati milioni di italiani adulti che portano o non portano la barba), da cui ricaviamo la media (supponiamo che quelli con la barba siano il 10 per cento) e nell'interno di quel grande insieme ne abbiamo tanti più piccoli (per esempio i vari Comuni, che non hanno tutti lo stesso numero di abitanti), ognuno con una sua particolare media di barbuti, queste particolari medie sono maledettamente più ballerine di quanto intuitivamente ci aspetteremmo. Ossia, se la media italiana è il 10%, non solo non c'è nulla di eccezionale se in un qualche comune le barbe sono zero e in qualche altro sono 85%, ma è semmai proprio quanto dobbiamo aspettarci. L'articolo (protetto da copyright, salvo richiesta che non ho fatto, se no vado a finire in ancora un'altra lista di indirizzi) porta vari esempi, di cui particolarmente interessanti il secondo e il terzo. Spero che nessuno si offenda poi delle mie critiche, visto che nel solito errore, anche gravissimo, ci sono cascati pure gli analisti della fondazione Gates.

 


Fattori, interni e esterni all’organismo, del cancro.

Attenzione: non posso copiarvi venti o trenta pagine di un qualche testo di biologia, per cui devo semplificare, e tanto (per esempio non distinguo tra cellule staminali o meno). E semplificare senza distorcere non è tanto facile: comunque, mi ci provo. Non vi rifilo bibliografie: chi le vuole, per controllare che io non mi sia inventato qualcosa o che io non faccia riferimento a qualcuno dei tanti fornitori di bufale, mi mandi una e-mail e gli darò riferimenti a quante fonti (decisamente affidabili, per i concreti risultati ottenuti) vuole. E avverto anche che le ricerche corrono, e i risultati arrivano, per cui, pur restando (a mio parere) assolutamente valido il concetto generale, non sono certo aggiornato non dico al mese in corso, ma neanche al semestre. Ma mi devo addentrare in questo territorio, perché ciò che si crede (consapevolmente o meno) sul cancro influenza il comportamento individuale e sociale, e alla fine anche politico.

Esistono in sostanza due “modelli” concettuali (non uso “ipotesi” o “teorie” perché in italiano corrente ambedue le parole sanno di remoto dalla realtà, mentre in gergo tecnichese (non cercatelo sul vocabolario, è un neologismo che ho inventato io) una teoria è, al contrario rispetto al nostro uso colloquiale, una ipotesi tanto verificata da potere essere promossa di categoria ed efficacemente usata nella realtà generale e concreta, applicativa, terapeutica, come in questo caso), sulla causa o sulle cause del cancro. Il primo lo indico (per non dovere poi ripetere la definizione) con VTD (attenzione, è solo una convenzione che mi sono permesso di inventarmi per comodità) per “Veleno”, T in quanto molto (anzi troppo) Tradizionale, coerente con la nostra tradizione culturale, e D per “deterministico” in quanto rientrante completamente nel concetto della coppia classica causa > effetto (in cui A, “causa”, è condizione necessaria e sufficiente per il verificarsi di B, effetto).

Secondo questo modello concettuale VTD qualche agente causale, sempre esterno all’organismo, provoca direttamente un guasto ai sistemi di controllo di replicazione di una o più cellule del corpo (generalmente sottinteso come solo umano) e la cellula “impazzita”comincia a proliferare senza freno. Un buon esempio (anche se non umano) è quello del tumore facciale della irascibile bestiaccia chiamata “Diavolo di Tasmania”, Sarcophilus harrisii, predatore carnivoro e marsupiale, a rischio estinzione per un cancro trasmissibile, causato da un virus. Questi animali nelle loro frequenti lotte si mordono reciprocamente, contagiandosi con questo virus decisamente cancerogeno. C’è in atto una evoluzione della specie verso la resistenza al virus: si aspetta di vedere se l’evoluzione arriva prima dell’estinzione… E qui chiaramente l'agente è un virus, normalmente esterno all'organismo di quell'animale: entrandovi, dall'esterno, provoca il tumore.

Questo modello VTD (che, ripeto, considera come possibili fattori del cancro solo quelli esterni all’organismo) è molto spesso (anzi, quasi sempre) inteso come esclusivo, cioè, di fatto, viene ritenuto essere il solo valido a spiegare la genesi di un qualsiasi cancro. E si associa anche, correntemente, alla convinzione che solo gli esseri umani si possano ammalare di cancro (nonostante i problemi del Diavolo della Tasmania, di cui ho trovato le notizie solo per la mia ostinazione nello scavare informazioni).

L’altro modello concettuale, che indico con AMP, per A di “Accumulo”, “M” di “Mutazioni” e “P” per “Probabilistico” (pure questa è una mia convenzione per comodità), è parecchio più complesso e assai poco intuitivo. Premetto subito, per chiarezza, che questo modello non nega affatto che anche agenti esterni all'organismo, come un virus o le aflatossine1 o le radiazioni influiscano sulla genesi del cancro, anzi, le spiega in dettaglio: ma in un modo compatibile con l'esperienza (in laboratorio e “sul campo”). Ossia, mentre di fatto, il modello VTD viene inteso (e quindi definito) come esclusivo e quindi negante AMP, quello AMP include il VTD, nel senso che non esclude affatto casi come quello del Diavolo della Tasmania o simili anche parzialmente. Per costruirlo, questo modello AMP, e ricavarne tantissime conoscenze pratiche e terapeutiche, si è partiti da due constatazioni: la prima, è che l'incidenza del cancro, sia in noi che negli altri animali biologicamente abbastanza vicini (mammiferi almeno, asini compresi...) cresce assai rapidamente con l'età. La seconda constatazione è che nell’organismo di qualsiasi animale, in mi pare almeno tre diverse circostanze, una certa quantità delle cellule che lo costituiscono (e che sono parecchio numerose, dell’ordine delle decine di migliaia di miliardi, per un essere umano medio) si devono rinnovare.

Questi rinnovamenti avvengono per duplicazioni di cellule: e qui ci sarebbe da addentrarsi nelle staminali, cosa che non posso fare, quindi per limiti di spazio e ignoranza mia sono obbligato a un certo grado di superficialità. Comunque, in risposta a certi “segnali” biochimici (presenza o meno di certe molecole segnalanti la necessità di nuove cellule) una cellula X si “sdoppia”, con un processo alquanto complicato, studiato ormai da secoli, che comporta tra l'altro la copia (“trascrizione”) del DNA della cellula stessa, copia che va a finire nella nuova cellula.

La prima circostanza in cui si verifica questa necessità di duplicazione è nell’accrescimento, anche intrauterino: ossia quando il numero di cellule di un dato organismo deve rapidamente aumentare.

La seconda circostanza: tutte (o almeno moltissime) cellule, anche nel loro normale funzionamento, vanno incontro a usura, per cui a un certo punto ognuna di esse deve essere sostituita da una nuova cellula.

La terza ha a che fare con la necessità di creare nuovo tessuto per riparare una ferita, o in seguito a una irritazione. Se al mare o in montagna ci prendiamo una scottatura di quelle buone, magari con tanto di febbre, di cellule dell’epidermide ne muoiono tante, ma veramente tante, a miliardi e miliardi, e devono essere sostituite.

Ora, un certo signor Ames, nell’ormai lontanuccio 1973 ha capito e dimostrato che questo “processo di duplicazione” non è perfetto, ma comporta inevitabilmente degli errori. Per questo “inevitabilmente” rimando innanzitutto a Jacques Monod, Nobel 1965, che ne ha anche scritto in un libro assai scomodo ma fondamentale, “Caso e Necessità”, libro mai seriamente contestato ma semmai ammortizzato (particolarmente in Italia e negli USA, temo) seppellendolo tra mucchi di altri meno scandalosi.

La sostanza è che anche nella chimica, di cui la biochimica fa parte e di cui la duplicazione del DNA è un “processo” (una serie coordinata e complessa di reazioni tra molecole del DNA da un lato e vari “enzimi”) , più si va verso il piccolo (molecole e atomi) più la precisione diminuisce, per cui il DNA uscito dalla duplicazione è sempre un pochino diverso da quello che avrebbe dovuto essere: e le differenze, per quel che attraverso molti studi sperimentali si è verificato, sono relativamente pochissime, ma parecchie in assoluto, e distribuite alquanto a caso.

Anzi, a caso disgraziato: perché gli errori della duplicazione, pur relativamente pochissimi rispetto alla lunghezza della molecola del DNA, sono tali che l’animale nelle cui cellule tutti questi errori comparissero per restare avrebbe gravissimi problemi. Problemi che normalmente non sorgono anche perché una seconda fase di processi biochimici piuttosto complicati riesce a individuare quasi tutti questi errori e anche a correggerli. Uno dei tanti e vari studi sui meccanismi di correzione ha portato ai ricercatori un Nobel per la chimica anche recentissimo, del 2015, tanto per chiarire che questi “meccanismi di correzione” come li ho chiamati, sono davvero molti e complicati.

Per il numero di errori iniziali (quelli presenti nel DNA appena uscito dall'operazione di copia) e il numero di errori residui dopo la correzione non sono aggiornatissimo: dati di un testo on line di biologia, il Kimball, benissimo organizzato e in continuo aggiornamento,

“http://users.rcn.com/jkimball.ma.ultranet/BiologyPages/W/Welcome.html”

danno un 120 errori finali, conclusa la fase delle possibili correzioni .in più nel DNA copia rispetto a quello originario. Che poi sono pochissimi rispetto alla complessità del processo di duplicazione (che richiede circa un'ora, pare), ma sono comunque troppi, se interessano zone del DNA non “ridondanti”, cioè per le quali non esiste un'altra zona del DNA che abbia la stessa funzione, in modo che se la prima zona è danneggiata la funzione continua a essere svolta.2 Naturalmente tutti questi errori, o “mutazioni” non hanno tutti la stessa importanza: in certe situazioni e certe cellule possono essere addirittura utili, se vanno a finire nei discendenti (quindi la cellula in questione dev'essere della linea germinale) e producono un vantaggio nell'interazione con l'ambiente (pelle scura se vivi in posti con molto sole, pelle chiara se vivi dove di sole se ne becca poco, conservazione da adulti della capacità di digerire il lattosio e tantissimi altri esempi). In molti altri casi, le mutazioni possono essere individuate come gravi da certi sistemi biochimici (sempre chimica è) interni alla cellula, sistemi che allora inducono la morte della cellula stessa, evento assai meno svantaggioso per l'organismo piuttosto che essa cellula continui a fare danno, oppure possono interferire direttamente e immediatamente con funzioni vitali della cellula stessa: anche in questo caso il danno è limitato alla morte della cellula stessa3.

Per semplicità, da questo punto in poi parlo di mutazioni o errori riferendomi solo a quelli che in un qualche modo, anche solo potenziale, possono poi danneggiare i sistemi di controllo e correzione degli errori di duplicazione (o da altra fonte) e di controllo della proliferazione cellulare.

Un esempio: il tratto di DNA che poi fa produrre la proteina P53, parecchio utile, negli esseri umani esiste in una o due copie. Chi ne ha due copie è ovviamente più fortunato di chi ne ha una sola, ma anche per i fortunati una mutazione che disabiliti una delle loro due zone dedicate comunque aumenta il rischio di cancro. Ora, non è che un errore E, cioè una mutazione del DNA in una zona funzionale alla riparazione errori, o al controllo della proliferazione, o ancora in una zona da cui dipendono dei meccanismi dedicati a innescare la morte della cellula stessa in una serie di casi di malfunzionamento, da solo, ossia se E è il primo in un DNA dove tutte le funzioni vengono svolte perfettamente, scateni il cancro, altrimenti morremmo tutti già bambini, visto che gli errori (importanti o meno) sono circa 120 per ogni duplicazione cellulare, che abbiamo varie decine di migliaia di miliardi di cellule e che in ogni momento un buon numero di queste si devono rinnovare attraverso una loro duplicazione. E che alquanto spesso ci portiamo dietro anche fattori ereditari. Perché una cellula possa diventare l'origine di un cancro, occorre che tutte le funzioni di controllo e sicurezza vengano disabilitate, e questo succede solo se nel suo DNA si accumula nel tempo un certo numero di mutazioni, E1 la prima, E2 la seconda, E3 la terza e così via, E5… e così via, fino a En distribuite sul DNA. E devono essere tali, in numero e distribuzione, anche in modo da annullare le ridondanze utili: per esempio, se il signor X ha, appena nato, nel DNA di ogni sua cellula due copie del codice per la produzione della proteina P53, la ridondanza è annullata soltanto se ambedue i tratti del DNA codificanti per quella proteina sono danneggiati da mutazioni. Non è che conservare la ridondanza garantisca una assoluta immunità del cancro: i soliti elefanti, che nel DNA della zona che garantisce la produzione della P53 ne hanno ben almeno trenta copie, si ammalano molto meno spesso, ma comunque si ammalano troppo di frequente per i loro gusti anche loro.

Come può formarsi un tale accumulo di mutazioni ? Da tutte le fonti possibili, compresa l'ereditarietà. Ossia, in un non trascurabile numero di casi, nasciamo già con un inizio di tale accumulo, formato da una o due mutazioni potenzialmente sfavorevoli ereditate da uno o entrambe i genitori. Ma, di gran lunga, la fonte prevalente sembra essere costituita dagli errori di duplicazione4 del DNA all'atto della duplicazione della cellula.

 

Ma attenzione che arriva il peggio: l'accumulo non si forma tutto nella stessa cellula, come nell'esempio che ho fatto per semplicità, ma anche attraverso le generazioni successive di cellule.

Ossia: facciamo l'ipotesi che la cellula A abbia un DNA perfetto: in un adulto mi pare difficilissimo, ed è assai improbabile, temo, anche nei neonati: ma facciamola, quest'ipotesi. Dopo un certo tempo dalla sua origine, A si deve dividere perché in quel tessuto occorrono nuove cellule, o perché è usurata e deve rinnovarsi. La nuova cellula B avrà nel DNA le circa 120 mutazioni (in massima parte innocue, altrimenti non potremmo certo stare a discuterne) degli errori di duplicazione, a cui si aggiungono altre mutazioni, per esempio dieci, causate da radioattività interna o esterna o da qualsiasi altra causa anche esterna all'organismo. Quando B si duplica originando C, questa avrà le 120 mutazioni originate dall'ultima duplicazione più le 130 ereditate da B: e sono 250. Quando C si duplica originando D, questa, anche se il DNA di C non è stato in nessun modo danneggiato da fattori esterni, avrà comunque almeno 250 + 120 = 370 mutazioni, e così via.

La teoria AMP, allora, prevede che in generale (in altre parole molto spesso) per formare un accumulo di errori nel DNA tale da fare diventare “cancerosa” una cellula tra le tantissime del nostro corpo bastano e avanzano gli errori (almeno in prima approssimazione casuali) prodotti dalla duplicazione del DNA. Gli errori provocati da altre cause, agenti interni o esterni, contaminanti vari o naturali che siano (e sono parecchie le fonti termali in cui i nostri bisbisbisnonni contentissimi facevano il bagnetto adesso giustamente vietate !) aumentano il rischio, come è evidentissimo nel caso del fumo. Ma, come del resto ovvio, se si potessero evitare o guarire tutte le altre malattie, evitare incidenti, inquinamenti (che per altre patologie sono agenti causali in senso proprio di causa sufficiente) veleni o che so io, il cancro, sarebbe matematicamente certo che a un certo punto, vivendo abbastanza a lungo, ce lo beccheremmo praticamente tutti. Il che non significa che sia sensato prendere i rischi e che certe prevenzioni siano assolutamente doverose. Ma è, purtroppo, assai difficile (anzi, io temo impossibile) pretendere di arrivare a evitare il cancro con la sola prevenzione: non ci riescono neanche gli elefanti nella savana, come non ci riuscivano i loro antenati ben prima che il genere Homo apparisse sulla Terra. Ma (e questo poi è il motivo di questo scritto) una prevenzione costruita su ipotesi sbagliate, almeno in vari casi di cui credo di potermi dire alquanto certo, è una prevenzione al contrario, che causa danni invece di evitarli.

Attenzione, e molta, davvero molta:

la descrizione (assai semplificata) della teoria che ho chiamato AMP non è completa senza un cenno a cosa accade dopo che una cellula è diventata cancerosa, ossia ha accumulato, tra danni ricevuti direttamente e danni ereditati da “madre”, “nonna”, “bisnonna” eccetera tante e tali mutazioni nel suo DNA da potere dare luogo a un cancro. Nella massima parte dei casi... per fortuna, nulla, perché di solito il sistema immunitario riconosce come anomala quella cellula e la elimina. Solo nei relativamente rari casi (una pubblicazione AIRC, Associazione Italiana Ricerca sul Cancro, di qualche anno fa diceva solo uno su sei) la cellula in questione sfugge all'eliminazione da parte del sistema immunitario e quindi prolifera originando un cancro. Quindi, a quanto mi pare di avere capito, non è affatto vero che la trasformazione cancerosa di una cellula sia un evento straordinario: è, al contrario, relativamente raro il caso in cui il sistema immunitario non provveda a eliminare il problema.

E tutto questo, decisamente, in natura. Accenno subito a un punto assai importante: la presenza di numerosi e complessi, nonché relativamente (ma troppo poco per le nostre attuali esigenze) assai efficaci, sistemi di salvaguardia dalle mutazioni potenzialmente cancerogene e di eliminazione, da parte del sistema immunitario, di cellule cancerose, si inquadra nello stesso sistema concettuale di cui fa parte anche la teoria dell'evoluzione e il riconoscimento dell'assai importante ruolo della casualità. Ma non è che si tratti di ipotesi: la frequenza degli errori nella trascrizione del DNA, i meccanismi biochimici di correzione di una grandissima parte di questi errori (ma, di nuovo, per le nostre attuali esigenze, insufficiente anche se grandissima) e riparazione degli stessi errori, i meccanismi per cui il sistema immunitario elimina cinque su sei delle cellule che nonostante tutti i precedenti interventi arrivano allo stadio di cancerose, sono state indagati, rivelati e quantificati materialmente.

Non siamo nell'ipotetico, ma nello sperimentale.

Mi sembra poi opportuno ripetere ancora una volta che il modello concettuale AMP non esclude affatto il ruolo di fattori esterni (o anche interni ma normalmente ignorati, come forse anche la radioattività dal potassio contenuto nell'organismo e assolutamente necessario per vivere) all'organismo, anzi, inquadrando le mutazioni da essi provocate in un accumulo sempre presente in qualsiasi cellula per effetto dell'imprecisione della trascrizione del DNA all'atto della divisione della cellula, assegna ad essi un rischio anche quando, da soli, sembrerebbero innocui. Riprendo questo discorso a proposito di prevenzione.

 

 

 

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1Questa è un'altra faccenda di cui tutti (mi pare) dovrebbero essere informati. Le “aflatossine” e altre tossine sono prodotte da varie comunissime muffe che attaccano i vegetali, e sono assai brutte bestie, la cui scoperta (ho scritto “scoperta” perché ci sono sempre state, da ben prima dei nostri antenati pitecantropi o quel che fossero) ha provocato un sacco di conseguenze anche nel commercio internazionale e nella produzione del latte e derivati. Perché spesso queste muffe attaccano il foraggio, le vacche lo mangiano, e le aflatossine passano nel latte e negli eventuali formaggi. Le quantità sono piccolissime, ma proprio il modello AMP, se è valido, dimostra come anche quantità piccolissime, data l'estrema potenza cancerogena di queste cose, incrementano il rischio.

2Perchè gli elefanti si ammalano di cancro meno spesso (ma comunque si ammalano anche loro) di noi ? Perché il tratto di DNA che codifica per una certa assai utile proteina chiamata P53 in noi esiste in una o due copie, mentre nel DNA degli elefanti in moltissime, qualche fonte dice 30, altre 50. Quindi è estremamente improbabile che si ammalino di cancro per carenza della P53. Mentre per noi, sopratutto per chi possiede quel gene in una copia sola, il rischio che un errore di duplicazione del DNA disabiliti quella funzione e ne segua la carenza della P53 è assai maggiore.

3“Danno limitato“ nel caso che le cellule che muoiono siano relativamente poche: se sono troppe, come nel caso della “malattia da radiazione”, se ne muore, spesso.

4Ma vedi anche lo studio di Vogelstein e Tomasetti, da cui diagramma riassuntivo si legge che il rischio di cancro al polmone è circa 100 volte maggiore per i fumatori che per i non fumatori, a ulteriore prova che il modello AMP assolutamente non nega la nocività degli eventuali fattori esterni all'organismo. Ossia, ripeto, è l'accezione corrente del VTD che nega AMP e non il contrario.

http://www.sciencemag.org/news/2015/01/simple-math-explains-why-you-may-or-may-not-get-cancer?rss=1

 

 

Un primo confronto tra modelli concettuali VTD e AMP.

Per la comprensibilità da parte del pubblico (me compreso), il modello concettuale VTD, ossia Veleno, Tradizionale e Deterministico, vince a mani basse, perché da sempre siamo (anche evolutivamente, ritengo) condizionati da un ambiente in cui i veleni ci sono in abbondanza: in qualsiasi prato c'è di che fare una bella e letale insalatina come quella che in una novella di Margherita Regina di Navarra un marito tradito prepara alla moglie. Anche chi è convinto che in natura sia tutto perfetto e buonissimo si porta nel cervello lo schema di un qualcosa che ingerito o respirato o per contatto ti fa immediatamente male, senza eccezioni: poi magari applica arbitrariamente, per ideologia, questo schema (forse addirittura innato) solo a cose che ritiene “innaturali”. Ma lo schema, per un tizio come quelli che fino a qualche anno fa ancora vivevano in Nuova Guinea (adesso anche loro vanno al supermercato, quando non fanno la spesa col telefono satellitare, e non scherzo) era utilissimo, anzi indispensabile per sopravvivere, oltre che pure per moltissimi animali meno intellettualistici di noi. Schema deterministico: ammesso di trovare dieci tizi tanto idioti1 da mangiarsi un po' di foglie di oleandro, anche se sono poche, il veleno che contengono comunque agisce su tutti: se la dose non è molto alta qualcuno muore e gli altri se la cavano con un bel po' di ospedale, ma non è mai, che io sappia proprio mai, che qualcuno muoia e qualcun altro non ne abbia il minimo disturbo. Quindi senza dubbio quello delle foglie d'oleandro è un veleno e definibile come tale dalla nostra tradizione culturale o da quel che sia l'origine del concetto intuitivo che automaticamente usiamo. Non sarebbe invece tale se dei dieci idioti qualcuno morisse mentre gli altri non accusassero mai nemmeno il minimo malessere: dovremmo come minimo pensare a una concausa, una qualche anormalità dei deceduti: allora saremmo in presenza di cose che per un X sono veleno ma non lo sono per Y. Come le fave per chi soffre di carenza di un certo enzima, Pitagora (che aveva una fissazione contro di esse) probabilmente compreso.

Ma, anche a parte casi molto particolari, non è che poi questo modello di veleno funzioni sempre alla perfezione, neanche in circostanze banalmente naturali: in Polonia, una volta, per tradizione, un fungo, mortale, non comunissimo (altrimenti se ne accorgevano prima), Cortinarius orellanus, passava per commestibile e lo vendevano nei mercati nei miscugli per farci il sugo. La gente li mangiava e, visto che il giorno dopo non avvertiva inconvenienti, restava convinta non fosse velenoso: poi magari dopo dieci giorni cominciava a stare male fino a morirne, ma, dato il ritardo tra ingestione e inizio dei sintomi non ne dava la colpa ai funghi. Fino a che (così mi hanno raccontato a un corso di micologia) un medico meno tonto dei suoi colleghi ha associato quella epidemia di tantissimi casi mortali, strani ma simili tra di loro, che a Cracovia si presentavano in concomitanza con la stagione dei funghi e ha finalmente individuato come mortale il Cortinarius.

La fiducia, anche inconsapevole, in questo modello (del veleno) di guai ne ha provocati parecchi altri: al tempo della peste di Milano (quella dei Promessi Sposi) un paio di poveracci sono stati bruciati come untori, ma non è che la situazione ne sia stata migliorata, secondo le cronache.

Viceversa, mi pare che sia nel caso del Cortinarius, sia nel caso della peste e di altri problemi sanitari, la tradizionalità o intuitività del modello “veleno” abbia ritardato la comprensione del fenomeno, ossia, il modello veleno è tanto radicato da avere causato un ritardo nella ricerca e nella scoperta delle vere cause, provocando un bel po' di morti facilmente evitabili. Noi oggi siamo abituati a misure di igiene che ci sembrano elementari e che sono utilissime rispetto al poco sforzo che costano: ma l'abitudine di lavarsi con una certa frequenza le mani è stata introdotta dalla teoria batterica, cioè dal fatto che alcuni grandi rompicoglioni, Pasteur e Lister, sono riusciti a dimostrare che l'ipotesi batterica (ossia che in parecchie patologie fossero certi microbi a fare danno) è efficace, funziona. Così da fare diventare l'ipotesi una teoria, uno strumento funzionante. Ma, anche se oggi ci sembra incredibile, ci sono voluti parecchi anni di polemiche e conflitti anche assai aspri per arrivarci2. La evidente semplicità, comprensibilità e intuitività del modello concettuale VTD (Veleno, Tradizionale, Deterministico) non dovrebbero essere prese come prova della sua efficacia: ma concretamente, per la maggior parte di noi pubblico, è così.

 

In contrapposizione, il modello concettuale AMP, Accumulo Mutazioni Probabilistiche, per descrivere l'origine del cancro, è assolutamente non intuitivo: senza il supporto di una serie di nozioni (che la scuola certo non fornisce) e senza la rinuncia a una premessa ideologica, che a tutti noi è stata martellata in testa, quella della necessaria e assoluta perfezione della “Natura”, AMP è incomprensibile e inaccettabile. E' incomprensibile e inaccettabile che la duplicazione del DNA sia, anche se di pochissimo, imperfetta e che questa imperfezione possa assai spesso da sola bastare a causare il cancro, una malattia mortale tradizionalmente considerata senza scampo. Si va “contro la Religione”, o meglio contro una credenza considerata “religiosa”, per la quale dev'essere indubitabile che Dio abbia direttamente creato l'universo. La Chiesa Cattolica di solito è alquanto prudente (o meglio sarebbe dire ambigua) su questi temi, dopo i vari errori combinati a spese di Galileo e parecchi altri e una sua sana diffidenza per le letture letterali dell'Antico Testamento: ma negli USA, complice una posizione illuministica ma ingenua, che ha imposto un assetto di garanzia della libertà di religione favorevolissimo al suo utilizzo commerciale e più in generale di potere, la situazione è ancora oggi molto diversa3. Il problema è che i creazionisti sono ovviamente contrari alla Tecnica e quindi alla scienza in generale (salvo poi il caso che le loro organizzazioni accettino contributi per sostenere opinioni di destra provenienti da imprese che la Tecnica la utilizzano eccome). Queste posizioni poi a molti di noi italiani sembrano anticapitalistiche e quindi di sinistra, per cui da noi entrano, per equivoco, di straforo, anche slogan e posizioni reazionarie che la Chiesa nostrana osserva senza compromettersi... Ma quante volte, anche da persone di sinistra e pure intelligentine parecchio nonché informate, abbiamo sentito dire che qualcosa, per esempio l'onestà, “è scritta nel nostro DNA”, come se appunto il DNA anziché una molecola chimica, sia pure relativamente, nel suo ambiente, alquanto stabile (ma alle reazioni biochimiche deve per forza partecipare, altrimenti non servirebbe a nulla), fosse una qualche tavola di bronzo o di pietra sul tipo delle leggi di Gortina o di Hammurabi ?

 

Altro aspetto dello stesso problema: oltre alla imperfezione del processo di duplicazione del DNA, il modello concettuale AMP ha la assai antipatica caratteristica di andare d'accordo con l'evoluzionismo,4meglio definito come “teoria sintetica dell'evoluzione”. Se oltre agli errori di duplicazione (relativamente pochi ma tantissimi per l'enormità del numero delle nostre cellule e la loro normale frequenza di sostituzione) esistono anche numerosi e complessi meccanismi biochimici, nelle cellule stesse e nel sistema immunitario, specializzati per garantirci in natura una durata media di vita di pressappoco una quarantina d'anni (genere indigeni della Nuova Guinea prima che diventassero servi del consumismo), se, dicevo, esistono tanti e tanto complessi sistemi biochimici specializzati senza altro scopo di rendere possibile a noi e a tutti i nostri parenti animali una vita abbastanza lunga da potersi comodamente riprodurre, mi pare ovvio spiegarlo con la teoria sintetica dell'evoluzione. Il che va contro la riluttanza, nella nostra tradizione scolastica (almeno dalla “riforma” Gentile in poi) ad accettare spiegazioni materiali del materiale.

 

Altro punto dolente: la casualità degli errori. Non mi addentro nel concetto di casualità, che alle volte è pure una scappatoia provvisoria per cose ancora non ben studiate e comprese: ma nel piccolissimo, atomi, molecole e loro interazioni, il concetto di casualità (almeno dal nostro punto di vista) pare proprio indispensabile. Einstein una volta ha fatto una battuta: “Dio non gioca a dadi !”, il che, essendo Einstein un soggetto ben diverso e parecchio più complicato del pupazzetto piuttosto bonario ma scemo diffuso nella “cultura Pop”, può, anzi dovrebbe, essere interpretato nel senso che se ci sono i dadi non c'è un Dio (nella forma impostaci della cultura tradizionale, o almeno tradizionale per la grande maggioranza di noi). Quindi il modello concettuale AMP per molti negherebbe, nientemeno, l'esistenza di Dio. Ma chi si credeva di essere, quel certo Ames ? Sì, ma poi, usando il modello AMP, si trovano le terapie e un po' di malati si cominciano a guarire. E chi se ne frega ?

 

Ancora: non siamo molto bravi coi grandi numeri. Capiamo benissimo che quattro pere sono il doppio di due, ma quattromila miliardi e duemila miliardi non sono tanto facilmente visualizzabili. Ma per comprendere il funzionamento del modello concettuale AMP è necessario “interiorizzare” l'idea che le nostre cellule siano pressappoco, a seconda di quanto uno è grande e grosso, attorno ai trentasette mila miliardi. E' la grandezza di questo numero che rende per noi e per gli altri animali un evento tutt'altro che raro, nonostante tutte le difese formatesi nell'evoluzione, la trasformazione della cellula in cancerosa per accumulo (in numero e tipo) di mutazioni.

 

E ancora. Siamo ancora assai condizionati, anche dove in realtà non avrebbe poi alcun senso, da una tendenza a credere in una implicita giustizia: per cui, se qualcosa ci va male, ha da essere colpa di qualcuno. Magari di quella svanita cretina, per non dire peggio, di Eva. Ora, faccio un ragionamento parecchio all'ingrosso: ammettiamo per un momento che in media, per ogni caso di cancro, ci voglia un accumulo di dieci mutazioni a carico delle zone del DNA (di una cellula tra le tantissime possibili) da cui dipendono i meccanismi biochimici (interni alla cellula) di controllo e riparazione degli errori e di controllo della proliferazione. Per un diecimila casi, quindi ci sarebbe un totale di centomila di queste mutazioni. Ma poiché ogni duplicazione del DNA di una cellula genera errori, pochi ma che avvengono in continuazione, sia facendo un po' di conteggi sia facendo il lavoro che hanno fatto Vogelstein e Tomasetti, di queste centomila mutazioni totali, una massima parte (diciamo il 95%) sembra (allo stato attuale delle conoscenze) provenire casualmente dagli errori di trascrizione del DNA nella duplicazione delle cellule. Perché, sempre a quanto mi pare di avere capito, anche agenti cancerogeni esterni (come il fumo) agiscono, almeno parzialmente, attraverso irritazioni dei tessuti che (sempre a quanto mi avere capito) provocano la necessità di un più rapido ricambio di cellule, quindi maggiore frequenza di duplicazioni e altrettante trascrizioni di DNA con relativi errori. Quindi anche certi agenti esterni sono nocivi in quanto il processo di trascrizione del DNA comporta degli errori: se questo processo fosse completamente privo di errori tali agenti sarebbero meno (o in certi casi per nulla) nocivi. Ma che il processo di trascrizione del DNA comporti inevitabilmente degli errori (anche se pochi, ma che poi si accumulano) non ha nulla a che fare con la giustizia o con qualche colpa di qualcuno o qualcosa. Il che non ci piace: confondiamo l'idea di giustizia, che come idea e tendenza mentale a quanto hanno scoperto i neuroscienziati è naturale, con una giustizia nei processi biologici naturali.

E, viceversa, sempre a quanto mi pare di avere capito, è estremamente improbabile che l'accumulo di mutazioni, necessarie in numero e tipo per farla diventare potenziale cancro (se il Sistema Immunitario non interviene correttamente), in una data cellula, possa provenire soltanto da agenti esterni, senza il concorso di errori di trascrizione del DNA. Quindi l'imperfezione di un processo naturale sembra essere sempre, tranne casi eccezionali, condizione necessaria per lo sviluppo di un cancro. Con tanti saluti alla assoluta perfezione e illimitata benignità della Natura.

1 Eppure anche questo è successo: una coppia, mi pare inglese, sono venuti in Italia convinti che in un clima meno rigido la solita “Natura” fornisse tutto l'anno in boschi e pascoli erbe e frutti spontanei di cui vivere. E sono morti proprio per aver tentato di nutrirsi con foglie di oleandro. Poi, cercando il riscontro di quest'episodio, ho trovato che poi gli idioti sono parecchi: il centro antiveleni dell'ospedale di Niguarda a Milano riferisce che in due anni hanno dovuto curare quaranta casi, sempre per oleandro. Compresi, mi pare, quattro ragazzi, di cui uno cuoco, che avevano fatto una grigliata con foglie di oleandro per aroma (Cernusco Lombardone,2/5/2013). L'ideologia è pericolosa, anche quella natureggiante !

2Ospedale universitario di Vienna, 1847: il dottor Semmelweiss licenziato perché aveva osato capire che visitare le puerpere senza essersi lavati le mani dopo avere dissezionato cadaveri non era tento sano per le puerpere stesse....

3Science mi manda sempre le notizie di divulgazione: una appena arrivata parla di dinosauri. Tra i commenti del pubblico, il primo è quello di un tizio che sostiene non essere mai esistiti i dinosauri: tutti i fossili sono falsi, sono balle !

4Non è, o meglio non è soltanto una mia ossessione, quella della presenza e influenza dei creazionisti anche in Italia. Un personaggio importante del CNR una volta ha attribuito a Darwin una influenza su Marx (ne ha scritto, a suo tempo, anche Carioti sul Corriere della Sera) nonostante una incompatibilità di tempi e nonostante le persecuzioni, anche cruente, degli evoluzionisti russi che avevano accettato Darwin.

 

E mi pare di avere elencato abbastanza ragioni per cui il modello concettuale AMP, Accumulo, Mutazioni, Probabilistico ci sia indigesto, antipatico, prima del verificare se funziona o meno. Ma tutta la Tecnica, anche la migliore, ha questo difetto: Galileo di teoria quantistica della materia non ne poteva ovviamente sapere un bel niente, ma sapeva benissimo che per capire la natura, il mondo approssimativamente detto materiale, ci si poteva arrivare solo per ragione ed esperienza, con “ e “ in funzione di .AND. logico, “insieme a”.

 

Dal punto di vista cognitivo, la situazione è ribaltata: ossia ci sono moltissimi aspetti, anche assai importanti, a cui solo il modello AMP dell'accumulo fornisce una spiegazione. Uno è la fortissima relazione tra incidenza del cancro e progredire dell'età, per cui il singolo fattore cancerogeno più potente, (e di tanto) appare essere proprio l'invecchiamento. Col modello AMP è alquanto ovvio che più tempo passa più è probabile che progredisca l'accumulo di mutazioni in un crescente numero delle tantissime nostre cellule. Incidentalmente, la cosa ha anche ovvie implicazioni sociali e politiche1.

Un fenomeno che invece sembrava contraddire il modello AMP è la longevità di certi animali grandi e grossi: avendo un elefante molte più cellule di un essere umano, era naturale aspettarsi, a parità di altre condizioni, una frequenza del cancro molto maggiore negli elefanti che negli umani. Tanto più, che nei limiti dell'accuratezza statistica (da prendere con alquanta prudenza) sembra che le persone più alte (quindi con un maggiore numero di cellule a costituire il loro corpo) effettivamente si ammalino di cancro più spesso. Ma andando a indagare il DNA degli elefanti, si è scoperto che il tratto da cui dipende la produzione della proteina P53, che per molte altre vie si sa essere assai importante per frenare o impedire il cancro, tratto che nel DNA umano è duplicato una o due volte, negli elefanti lo è, secondo certe fonti, trenta volte (secondo altre 50). Con due conseguenze pratiche: che rimane confermata l'importanza della P53 e che anche averne sempre funzionante la produzione non annulla l'incidenza del cancro: la diminuisce, e di parecchio, ma non la annulla.

E se i topi (genere Mus, distinti dai ratti, genere Rattus ) invece tendono a ammalarsi spessissimo di cancro, questo ha a che fare con la loro nicchia ecologica: come specie hanno un grande successo anche se in natura vengono mangiati da serpenti, canidi, felini assortiti, civette eccetera prima di arrivare a un anno di età. In allevamento, dove nessuno li mangia, a quanto pare non arrivano ai due anni perché muoiono tutti di cancro prima (per quanto sanamente siano alimentati). Ossia, i topi si sono evoluti, con ottimo successo per la loro specie, in un genere di vita in cui morire mangiati giovani non impedisce appunto il successo della specie: per cui una grande complessità ed efficacia di meccanismi contro un accumulo di mutazioni, evolutivamente, non gli serviva e non serve a nulla.

Insomma, dal punto di vista conoscitivo il modello AMP se la cava benissimo e si intreccia bene anche con la teoria dell'evoluzione, purtroppo. Dico “purtroppo” perché questa concordanza, ripeto, contribuisce a renderlo ideologicamente antipatico.

Dal punto di vista terapeutico (qui parlo di terapie mediche) invece, secondo me proprio non c'è gioco: se ogni anno i guariti aumentano dell'uno per cento sul totale dei casi (totale di guariti e morti), cifra una volta impensabile, è proprio merito della diffusione, tra i ricercatori, del modello Accumulo Mutazioni Probabilistico. Io cerco di seguire i progressi che via via vengono annunciati e confermati, e che sono tanti: ma non me ne compare mai nemmeno uno che prescinda dal modello concettuale AMP. Ora, nella Tecnica, seguendo Galileo, condizione necessaria perché un'ipotesi sia “verificata”, dimostrata vera, e passi da ipotesi a teoria, è che funzioni nel confronto (passivo e attivo) coi fatti. E da questo punto di vista, se il modello concettuale AMP ha rlvelato una precedentemente ignorata complessità del problema per la molteplicità di forme che il cancro può avere, ha dato e continua a dare terapie che via via funzionano assai meglio di quanto una volta si potesse sognare. Per il seno, che a quanto mi pare di sapere una volta era considerato sempre mortale, gli ultimi dati parlano di un 87% di sopravvivenza a cinque anni. E attenzione: questo dato si riferisce a casi diagnosticati e curati già almeno cinque anni fa, quindi con esclusione delle terapie inventate dopo il 2011 di cui la sopravvivenza a cinque anni non è ancora conteggiabile.

Ora faccio un solo esempio che mi pare concettualmente assai importante: una volta si era convinti che la cellula “impazzita” si mettesse a proliferare producendo tanti “cloni”, cioè altre cellule tutte sempre identiche a se stessa. E questo concetto dei cloni, delle cellule tutte identiche tra loro costituenti il cancro, veniva ripetuto continuamente. Poi succedeva (e spesso) che una terapia promettente producesse un miglioramento, una riduzione della massa del cancro, che poi era seguito da una ripresa della crescita, aggravamento e morte. Infine si è capito (un po' tardi, direi) che un accumulo di mutazioni che arrivi a essere supercritico, includendo per forza anche la disabilitazione di funzioni di controllo e riparazione degli errori (altrimenti l'accumulo non sussisterebbe, o meglio consisterebbe di sole mutazioni innocue) lascia via libera a errori di trascrizione del DNA che altrimenti venivano corretti. Quindi produce anche una diversificazione delle cellule del tumore, che quindi non sono tutte uguali uguali, ma distinguibili in tipi diversi. Allora, se il cancro è composto di cellule dei tipi A, B, C e D, il deludente farmaco X non è che non facesse il suo lavoro, ma risultava efficace solo sulle cellule A: le ammazzava tutte, con evidente miglioramento del paziente, ma il cancro riprendeva a crescere per la proliferazione delle B, C, D e magari anche una “E” comparsa nel frattempo per un'altra mutazione non corretta. Modernamente (mi pare che il polo italiano sia a Segrate) prendono il malato, con le analisi del DNA individuano il tipo di cellula prevalente, se non lo hanno già a disposizione sviluppano un cosiddetto anticorpo monoclonale2 con cui si fanno uccidere al sistema immunitario le cellule di quel tipo. E poi si ripete la procedura via via con le altre cellule del “mosaico” costituente il tumore. Sistema costoso, ma pare, efficacissimo. Più in generale anche tutto lo sforzo (pure finanziario) attuale tecnico e organizzativo è indirizzato a sfruttare il modello AMP: organizzativamente, è importante l'avere capito che in realtà i tipi e i sottotipi di cancro sono moltissimi (questa varietà è conseguenza anche di una casualità delle mutazioni), ed esaminando le caratteristiche dei DNA dei malati e dei loro tumori si possono scoprire moltissime cose da condividere tra centri di ricerca e di cura.

 

 

Confronti: prevenzione e diagnosi precoce.

E qui cominciano i secondo me inaccettabili problemi procurati dal quasi generale consenso pubblico al modello VTD, Veleno, Tradizionale e Deterministico.

Primo punto: per un qualsiasi veleno, esiste un effetto soglia, cioè esiste una dose tanto piccola da non poter fare nessun danno. Arsenico in tracce ne assorbiamo tutti, ma in dosi tanto piccole che forse fanno pure bene: da ragazzo per una qualche anemia mi hanno pure rifilato certe gocce in cui c'era anche arsenico. Consideriamo invece un agente cancerogeno come l'aflatossina

B1 (ne esistono più tipi), prodotta da muffe comunissime che attaccano vegetali, anche alimentari (e “biologici”). E' anche un veleno,e come tale esiste un livello minimo sotto il quale la sua azione, come veleno, è trascurabile. Ma come agente mutageno la questione è diversa: nell'organismo si trasforma in un sottoprodotto che a contatto con una molecola di DNA reagisce con essa, ovviamente modificando il punto della molecola di DNA a cui si attacca. Non è definibile un livello quantitativo minimo sotto il quale questo evento è impossibile: può avvenire anche per una sola molecola da aflatossina B! Posso dire che il rischio è piccolissimo, ma non posso dire che c'è probabilità (intesa matematicamente) zero che questo non avvenga, e che la conseguente mutazione vada a fare parte di quell'accumulo che, se raggiunge certi limiti quantitativi (numero) e qualitativi (tipo di mutazioni, ossia tratti di DNA alterati e quindi funzioni disabilitate) produce la trasformazione della cellula in cancerosa. Magari dopo X anni, ricordando che l'accumulo è continuamente alimentato dagli errori di trascrizione del DNA quando la cellula si deve duplicare e, sempre l'accumulo, è formato anche dalle mutazioni che quella cellula ha ereditato.

Inoltre, mentre l'azione di un veleno non permane e non è additiva (a meno di non assumere contemporaneamente più veleni) la mutazione provocata permane nell'accumulo di errori pertinente a quel particolare DNA di quella cellula. Per cui, almeno come ipotesi, una mutazione prodotta nel DNA di una mia cellula X all'età di cinque anni causata da una molecola di aflatossina contenuta nel latte che mi hanno fatto bere può entrare a fare parte dell'accumulo di mutazioni per cui una cellula Y (discendente attraverso una caterva di generazioni da X) potrebbe diventare cancerosa e ammazzarmi a ottant'anni. E' chiaro che esagero: in realtà, se l'accumulo di errori diventa troppo grande, di solito la cellula muore: il pericolo vero è (sempre, mi pare...) quando l'accumulo non è troppo grande, nel qual caso la cellula morirebbe, levandosi dalle scatole, ma contiene proprio un assortimento di mutazioni tale, come tipi, da disabilitare i sistemi di controllo e correzione errori e controllo proliferazione.

E qui arrivo a un punto importante. E pericoloso per un ignorante presuntuoso come me. Se si ragiona, anche inconsapevolmente, secondo il modello VTD, quello del veleno, il danno procurato da un agente cancerogeno presente in quantità superiore a una soglia minima dovrebbe essere pressappoco proporzionale a questa intensità. Ma le cose, secondo il modello concettuale AMP dell'accumulo di mutazioni, non sono così semplici, né per basse dosi (come ho scritto qualche riga sopra) né per alte dosi. Mi pare che per la maggior parte degli agenti cancerogeni le mutazioni provocate non siano definite, nel senso che un dato agente produca sempre esattamente la stessa mutazione. Per alcuni pare di sì, il che dovrebbe poi dare luogo a tipi di cancro caratteristici3, penso, ma per altri, come le radiazioni, la collocazione nel DNA del danno, quindi la particolare mutazione prodotta, dovrebbe essere casuale. Ora, non è che tutto il DNA sia dedicato a funzioni di individuazione e correzione degli errori di duplicazione e controllo proliferazione, che sono quelle dove i danni accumulandosi oltre un certo limite (in numero e tipo) provocano la trasformazione cancerosa della cellula: molta parte di esso DNA serve a funzioni vitali della cellula, quindi, se un errore capita a disabilitare una di queste funzioni, la cellula muore. E non fa più danno, se è sola o assieme a altre poche, a morire. Allora, se l'agente cancerogeno è presente in quantità forte concentrata in un periodo breve, forse (ho scritto proprio forse), la probabilità che vengano prodotti solo errori accumulabili, cioè tali da interferire con le funzioni di controllo errori di duplicazione ma non con funzioni vitali è bassa, mentre alta è la probabilità che vengano prodotte anche mutazioni tali da compromettere delle funzioni vitali per la cellula e farla morire subito senza poi ovviamente potere dare origina a un cancro. A Hiroshima e Nagasaki, oltre che per l'onda termica eccetera, la massa delle persone non è morta di cancro ma è morta per “malattia da radiazioni”, ossia le radiazioni hanno danneggiato tante funzioni vitali di tante cellule in una volta sola che l'organismo è andato in crisi irreversibile. Il poveraccio russo o ucraino a cui hanno rifilato il tè al polonio, idem: la radioattività gli ha danneggiato le funzioni vitali di tante cellule che in pochi giorni è morto anche lui di “malattia da radiazioni”. Ora, io non ho né i mezzi né la competenza per approfondire questo punto: ma ho una nettissima impressione che il pubblico in generale, compresi molti medici, tendano a sottovalutare l'effetto di una esposizione bassissima ma continua (a un dato agente cancerogeno) e invece sopravvalutare l'effetto di una esposizione quantitativamente uguale ma concentrata in un tempo breve, che viene invece sopravvalutata. Il meccanismo dell'accumulo rende il fenomeno non lineare: il “risultato” allora non è proporzionale alla “causa”. Questo è alquanto sicuro: sul “come” dovrei avere molti più dati e poi fare una simulazione del fenomeno, che poi non mi sembrerebbe, se semplificata, cosa impossibile.

Comunque, secondo me, un “veleno” e un “agente cancerogeno” agiscono in modi diversi, e confonderli, sempre secondo me, porta e ha portato a inammissibili disastri.

Come il terrore delle radiografie, che ha ammazzato molte più persone per radiografie fatte troppo tardi (e quindi ritardata diagnosi) di quante avrebbero mai potuto sviluppare il cancro per la radiografia stessa.

O il disastro dell'amianto: per il momento ricordo solo che la prima sentenza per morte attribuita all'amianto risale al 1909, in un tribunale di Torino, mi pare.

E che in Germania, Paese piuttosto industrializzato, l'amianto è stato vietato dal 1936 o giù di lì.

Oppure il continuato disastro del fumo, sopratutto giovanile.

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1E secondo me rende assai improbabile il concetto della decrescita felice, di cui i SetteComete pare si siano follemente innamorati. Progredire nelle terapie del cancro comporta un aumento della longevità media, quindi maggiori risorse necessarie per assistenza sanitaria, risorse che da qualche parte devono saltar fuori. A meno di introdurre un'eutanasia obbligatoria, ma allora non credo che la felicità possa essere generale.

2 Vediamo se ho capito bene: si produce, mi pare con tecniche di ingegneria genetica applicata (come per l'insulina moderna), una molecola che da un lato si “attacca” al tipo prescelto di cellule del tumore e dall'altro è riconosciuta come qualcosa di estraneo dal sistema immunitario del paziente.

3Come, mi sembra, nel caso dell'amianto.

 

Confronti: prevenzione e diagnosi precoce. Caso radiografie.

Poiché nella scuola italiana in generale (tranne rare e meritevoli eccezioni) il materialismo, appena possibile, è rifiutato o almeno limitato, anche quando si tratta di faccende totalmente materiali, a Medicina le matricole arrivano senza avere capito un accidente di Fisica, di Galileo, di metodo scientifico eccetera, e poi si trovano in un ambiente ancora influenzato dalla presunzione alla Giovanni Gentile. Quindi, fare lo sforzo di capire davvero qualcosa di Fisica e Chimica gli sembra perfino un tradimento della loro missione.

Così si laureano, anche benissimo, e risultano poi essere, entro certi limiti, degli ottimi medici. Purtroppo al cancro e a moltissime altre patologie delle idee di Giovanni Gentile non gliene frega niente, per cui quelli che entro certi limiti sono ottimi medici al di fuori di quei limiti sbagliano, e pure tantissimo. Come negli evidentissimi casi di almeno due miei amici a cui il cancro è stato diagnosticato assai drammaticamente (e inammissibilmente) in ritardo per la diffusa tendenza a evitare una radiografia. Finendo col farla troppo tardi, quando non c'era più niente da fare (vedi sopra sulla progressione geometrica del cancro invece che aritmetica). Ma casi analoghi si sono verificati anche per altre patologie: non ho certo statistiche in merito, ma o per una qualche influenza delle stelle a me è capitato di conoscere parecchi di questi casi, oppure potrebbe essere (come sembrerebbe da altre testimonianze) proprio che tali casi siano stati e siano inaccettabilmente frequenti.

Per di più, c'è stato un periodo, e anche lungo, in cui per motivi extrasanitari, anche politici e anche relativi alla necessità giornalistica di somministrare al pubblico notizie e concetti sensazionali, in cui delle radiazioni ionizzanti si è chiacchierato assai superficialmente, prima in un senso e poi nell'altro, ma sempre sbagliato. Che la radioattività fosse pericolosa gli scienziati lo hanno capito dai tempi della scoperta del radio, quando Becquerel (direttore dell'istituto dove lavoravano Marie Sklodowska Curie e Pierre Curie), messasi nella tasca del panciotto (allora si usavano) una provetta contenente una soluzione estremamente diluita di sali di radio, alla sera si è trovato una bella ustione. Ma il can can giornalistico (erano i tempi in cui andava di moda la fede nell'illimitato progresso, come adesso va di moda la fede contraria) ha presentato la radioattività come qualcosa di miracolosamente benefico, con risultati assurdi. Quando ero un ragazzino curioso e assai seccatore, leggevo perfino le etichette delle acque minerali, su cui veniva sempre riportata anche l'indicazione della radioattività dell'acqua in questione, che per trascurabile che fosse pareva al pubblico qualcosa positivo: adesso l'acqua è la stessa, ma il dato sulla sua radioattività è scomparso.

Più seriamente, fior di clinici hanno usato una quantità di metodi ridicoli (non per i pazienti) per curare di tutto con la radioattività, anche i calli, per dire. Ancora una decina di anni fa, un ricercatore che si occupa anche di storia della medicina, ha trovato, in un mercatino delle pulci di una cittadina USA, delle boccette di una patent medicine (sarebbe un po' come un nostro farmaco da banco) degli anni 1920, raccomandata come ricostituente e per accelerare la guarigione delle fratture, contenente soluzione di sali di radio. Credeva fosse una bufala: invece era roba radioattiva sul serio.

E pure da noi, a Lurisia Terme, anni 1980, ho ancora visto un “Albergo Radio” e un “Hotel Uranio” ! Poi, dopo l'atomica e le centrali nucleari, è venuta la moda opposta e relativo sfruttamento sensazionalistico della stessa: che secondo me ha finito col fare assai più vittime della precedente infatuazione contraria. Perché, anche le radiografie usano appunto “radiazioni ionizzanti”, che, in accordo col nome, possono ionizzare anche il DNA. Solo che le mutazioni indotte da una radiografia sono pochissime rispetto a quelle risultanti dagli errori del processo di duplicazione del DNA ogni volta che una cellula si divide. E ricordo che un tizio medio di cellule ne ha un trenta-quaranta mila miliardi, che a intervalli di tempo dipendenti dal loro tipo (cercateveli voi, ma per molte di esse cellule si tratta di giorni), si devono rinnovare, il che significa che sta continuamente producendo errori nel DNA di cellule del suo organismo in quantità enormemente maggiore di quanto può fare una radiografia (a meno di farne una alla settimana per anni, o qualcosa di simile). Oppure, a meno di essere un radiologo di quelli di una volta, che le precauzioni non sapevano minimamente cosa fossero. Quindi, a me è capitato, da giovane, di essere visitato da un medico che aveva nello studio l'apparecchio a raggi X, con lo schermo (ossia non con l'immagine registrata su pellicola fotografica ma direttamente visibile), che richiedeva dosi relativamente immense di radiazione. Poi, durante la radioscopia, il medico discuteva con altre persone sulle mie budella, mentre io assorbivo radiazioni ionizzanti da farci centinaia di radiografie con apparecchi e tecniche moderni. Non è che non mi abbiano fatto nulla: in gran parte vale quanto ho esposto nel capitoletto precedente sulla non linearità, nel modello AMP, Accumulo Mutazioni Probabilistiche, degli effetti rispetto alle cause, altrimenti sarei morto di cancro già moltissimi anni fa. Ma chissà in quante mie cellule ci sono degli accumuli di mutazioni a carico del DNA che non hanno ancora raggiunto il livello critico...

Ora, a me sembra culturalmente inammissibile che si possa saltare in qualche decennio da entusiasmi alla Ballo Excelsior (celebrativo della Belle Epoque, Belle solo per chi aveva i soldi) per la radioattività e in generale le radiazioni ionizzanti ai terrori altrettanto misinformati.

E mi sembra eticamente inammissibile che, sempre per la stessa misinformazione, molte, e ripeto molte, persone abbiano dovuto e debbano rimetterci la pelle, morire parecchi anni prima di quanto altrimenti possibile.

Attenzione: non è che le radiografie non aumentino il rischio di cancro: anche se enormemente sopravvalutato, questo rischio, secondo me, è reale. Ora, questo significa che mentre per un milione di radiografie non eseguite a tempo debito per timorosa ignoranza c'è un congruo numero di pazienti che ci rimettono la pelle o si trovano comunque dei danni, se lo stesso milione di radiografie viene eseguito, sempre a tempo debito, ci sarà un certo numero Y di pazienti per i quali la radiografia sembrerebbe inutile (ma non lo è) perché non rivela nulla. Ma ci sarà anche un certo numero Z di pazienti per cui i raggi X provocano delle mutazioni che vanno ad aggiungersi a quelle già presenti e accumulate nel DNA di qualche loro cellula, facendo raggiungere il livello e la configurazione critici e eventualmente, se il sistema immunitario non provvede, facendoli ammalare e anche forse morire. Quindi la scelta non è tra il bene assoluto e il male: è una scelta di relativo maggior bene, o se vogliamo di minor male. In questo caso il divario di conseguenze tra le due scelte è enorme, ma non va presa, la mia, come una indicazione etica assoluta: sarei alquanto più cretino anche di quanto peggio credo di essere se avessi una simile presunzione. Non so chi di voi conosce il cosiddetto “dilemma del carrello ferroviario”: è un test psicologico, che presenta una situazione in cui si deve scegliere tra due sole possibili alternative, una delle quali causa la morte di un gruppo A di persone ma ne lascia illesa un'altra B, mentre l'altra causa la morte di B ma salva da morte certa il gruppo A. Non è colpa mia se questo tipo di scelte capita spessissimo, anche se, non facendoci piacere che sia così, non vogliamo rendercene conto. Ma in biologia e in politica, rendercene conto, secondo me, è necessario.

Altrimenti delle persone muoiono, e continuano anche recentemente a morire, per la riluttanza a prescrivere indagini radiologiche che permetterebbero quanto meno una diagnosi immediata. E non sto parlando di qualche remoto paese: succede anche a Roma.

 

Confronti: il caso amianto.

Avverto subito di una difficoltà, in questo comunque assolutamente inammissibile caso: in realtà come “amianto” si intendevano e si usavano vari diversi minerali, molto simili, ma di assai diversa nocività. Il che ha confuso alquanto le idee, assieme, temo, alla constatazione che l'amianto è qualcosa di naturale (se fosse stato un prodotto di una qualche sintesi chimica, forse, si sarebbe stati prevenuti e in questo caso meno ciechi). Ma resta il fatto che in Italia la prima sentenza giudiziaria a riconoscere la nocività dell'amianto è già del 1909, mi pare, emessa da un tribunale di Torino, se non sbaglio. Poi in Gran Bretagna ci si è arrivati nel 1930 o pressappoco; in Germania, Paese senz'altro parecchio industrializzato, la messa fuori legge dell'amianto è del 1944. In Italia ci si è arrivati solo nel 1992.

Ora, a me pare evidente che i danni all'organismo provocati dall'amianto non siano neanche lontanamente simili a quelli di un “veleno”, e che il nostro disastro sia stato provocato dalla adesione implicita (per mancanza o ignoranza di una diversa teoria) del modello concettuale VTD, Veleno, Tradizionale, Deterministico. Che l'amianto fosse qualcosa di esterno all'organismo è ed era ovvio, ma che la sua azione non potesse essere considerata deterministica, come è scontato lo sia quella di un veleno, era altrettanto ovvio. Mi sembra, allora, che da noi si sia fatto come il Don Ferrante dei Promessi Sposi, che non potendo catalogare la peste nei termini della sua cultura, ne escludeva l'esistenza. Ma Don Ferrante ne è morto, mentre giuristi e sanitari nostri, incapaci di concepire qualcosa di nocivo ma diverso appunto da un veleno, sono rimasti vivi: degli operai che lo hanno inspirato, parecchi, no. Ancora pochi giorni fa ho letto una corrispondenza giornalistica in cui appariva come un fatto straordinario che dopo tanti anni, a vecchi operai, ancora insorgessero nuovi casi di cancro: ma questo, per il modello concettuale AMP, è del tutto scontato. X respira amianto: questo genera (direttamente o indirettamente o in tutti e due i modi, non lo so) mutazioni nel DNA di un certo numero di cellule dei suoi polmoni, o anche di tutte, ma non è affatto detto che in una o più di una di esse quelle mutazioni vadano a completare l'accumulo minimo necessario per farle diventare cancerose. E' (per esempio) pensabile che ne venga comunque danneggiato o inabilitato il sistema di correzione degli errori, ma non l'altro sistema, di controllo della proliferazione. Ma finché si è vivi è necessario il ricambio di cellule, con relative duplicazioni del DNA e passaggio nelle nuove cellule dell'accumulo incompleto di mutazioni ereditato dalle progenitrici. Poi, per caso, un errore in una trascrizione disabilita il controllo della proliferazione, con il che l'accumulo delle mutazioni supera la soglia critica e (sempre se il sistema immunitario non interviene)1 generare il cancro. La cosa non riguarda solo l'amianto: mi pare del tutto ovvio che se in una data cellula l'accumulo supera la soglia critica, con per esempio dieci mutazioni a carico dei sistemi di controllo e riparazione errori e controllo proliferazione, queste dieci mutazioni sono entrate nell'accumulo in tempi diversi, e anche diversissimi. Non è che ci sia “un cancro” latente: c'è, in ciascuno di noi, un bel mucchietto (a occhio direi di svariate miliardate, almeno) di cellule nel cui DNA c'è già un accumulo di mutazioni tale che ne basta anche una sola in più per farla diventare cancerosa.

Quello che secondo me è invece inaccettabile è che mentre un certo signor Ames abbia pubblicato il suo studio fondamentale e documentatissimo (sulla trascrizione del DNA come fonte di mutazioni accumulantesi, il modello concettuale AMP) nel 1973, in Italia si sia dovuti arrivare al 1992 perché sanitari e giuristi ai massimi livelli si rendessero conto che le differenze di azione tra un veleno e l'esposizione all'amianto erano spiegabilissime, e che quindi l'amianto, pur non essendo affatto un “veleno” nel senso normale (corrispondente alla norma concettuale) è nocivo, eccome. Tutte le questioni dei ritardi tra esposizione e comparsa della patologia, ritardi variabilissimi, fino al caso di assenza di manifestazione durante vite anche lunghe, sono immediatamente comprensibili, per chiunque, usando il modello concettuale AMP, Accumulo Mutazioni Probabilistiche e tutt'al più qualche minuto di riflessione. Diciannove anni sono stati, secondo me, inaccettabimente troppi. Il prestigio della tradizione e tutti gli altri fattori che rendono tanto più “potabile” il modello concettuale del veleno non valgono un millesimo delle vite che si sarebbero potute salvare se appena appena le élites coinvolte (sanitarie e giudiziarie) avessero impiegato un po' del loro tempo a mantenersi aggiornate.

 

Confronti: prevenzione. Caso del fumo.

Innanzitutto ricordo che secondo lo studio, che ho più volte citato, di Vogelstein e Tomasetti (studio contro il quale parecchi tradizionalisti e creazionisti sono inizialmente insorti e di cui ho trovato il link alla pubblicazione dei NIH, National Institutes of Health:

“https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4446723/”)

il fumare aumenta di un centinaio di volte (a lettura a occhio del grafico) il rischio di cancro. Quindi mi pare che proprio non si possa dire che l'aderenza al modello concettuale AMP porti a nascondere l'importanza dei fattori cancerogeni esterni all'organismo...

Ora, a me sembra che l'inefficienza della prevenzione, per quanto riguarda il fumo come importantissima concausa del cancro, sopratutto polmonare (su un “soltanto” non ci giurerei) sia parente stretta della superficialità che ha portato al disastro dell'amianto. In quel caso, la superficialità era tutta di chi avrebbe avuto il dovere istituzionale di tenersi informato, in questo la responsabilità sarebbe anche dei fumatori. “Sarebbe”, se i fumatori, come tutti noi, non fossero condizionati da pre-giudizi, in senso letterale, cioè da idee o da meccanismi mentali preesistenti al momento in cui facciamo una scelta, come lo smettere o iniziare a continuare a fumare. Io fumavo, come i miei genitori, e non fumavo pochissimo: nella decisione di smettere ha avuto una parte importante la coscienza che fumare certamente fa male. Ma non mi è mai passato per la testa di omologare il fumo a qualcosa classificabile come veleno, visto che conoscevo e conosco gente che fuma da quarant'anni e vive ancora, e nemmeno male, mentalmente o fisicamente, e credo che per lo stesso motivo la stessa omologazione non passi per la testa a nessuna ragazza o ragazzo di oggi. Ho smesso di fumare perché il fatto che il fumo non fosse classificabile come un veleno, a mio parere (credo nemmeno consapevole), non significava che fosse innocuo, o che fosse prevedibile e quantificabile per ogni singolo individuo la sua nocività. Se X fumatore accanito è morto di infarto a 85 anni, questo non esclude che se non avesse fumato poteva morire a anni 86, per dire. In pratica, quello che a me è (tutto sommato fortunatamente) almeno parzialmente mancata è la rigidità nei pre-giudizi (di cui, come tutti anch'io sono abbondantemente dotato, altrimenti non si vivrebbe: non si può inventare ogni momento esperienza banale nostra e altrui, anche di remoti antenati, precodificata nella nostra mente), per cui nocivo e veleno non sono concetti coincidenti. Questa minore rigidità non è merito mio, perché i genitori e la situazione familiare, che influenza l'orientamento culturale, non se la sceglie nessuno, quindi non è certo merito mio se per esempio non mi è mai venuto da prendere sul serio il mito della Torre di Babele: perché cavolo la diversificazione dev'essere qualcosa di negativo ? E allora, perché mai nocivo e veleno devono per forza essere concetti coincidenti ? Un veleno è certamente qualcosa di nocivo (tranne il caso ipotetico di un avvelenamento mortale di Hitler), ma ci possono essere moltissime cose fisicamente nocive che non sono veleni: mi sembra perfino banale. E allora, perché accidenti la propaganda per la prevenzione del cancro polmonare continua a presentare il fumo solo come un “veleno” ? Certo che il dettaglio del modello concettuale AMP è più complicato da spiegare e da fare capire del modello VTD, solo che il primo spiega benissimo quanto il fumo può essere nocivo, il secondo no. Io non credo di avere sempre dialogato solo con persone intelligentissime e informatissime, e non credo nemmeno di essere un mago della comunicazione: ma di solito ho trovato possibilissimo spiegare faccende anche più complicate dell'accumulo di mutazioni eccetera. Lo so che su ogni pacchetto di sigarette c'è scritto che il tabacco nuoce gravemente alla salute, ma siamo al livello delle bacche di goji o di qualche altra fesseria che invece fa tanto bene, sempre alla salute. E' un genere di comunicazione che funziona per lanciare una moda alimentare e fare spendere un po' di soldi, dopo di che la moda passa e ci si butta sulla pimpinella o sull'assenza di glutine (che al 99 e rotti per cento della gente o non fa nulla o semmai fa bene).

Non sarà piuttosto che la conoscenza della ineliminabile imperfezione biologica nostra e degli animali (e piante) in genere è sgradevole ? Ed è sgradevole accettarla e spiegarla ? O è ancora la tradizione della scuola (sopratutto nei licei) a rifuggire dalla demistificazione della Natura come perfetta ? Comunque, a me pare che anche ai fini della comunicazione, necessaria per una prevenzione efficace, sia indispensabile almeno essere consapevoli della accettazione e dell'utilizzo del modello concettuale AMP (e non VTD, Veleno, Tradizionale, Deterministico) come motore dei progressi fatti e che si stanno facendo nelle terapie. Altrimenti, è già difficile fare capire a un ragazzo o ragazza che correre troppo forte con la macchina è rischioso ma non dannoso in senso deterministico, ossia non è affatto detto che la prima volta che superi la velocità adatta alla prima prossima curva ti ammazzi per forza: e figurarsi per il fumo ! E viceversa, presentando la nocività del fumo in senso deterministico, come un veleno, invece che in termini di certezza di rischio (ossia di probabilità quanitativamente misurata, del tot per cento, di rimetterci la pelle, dopo X anni di fumo o Y curve prese troppo velocemente) se ne provoca una purtroppo razionale falsificazione. Purtroppo razionale: perché la mancanza di effetti immediati dimostra veramente che il fumo (o l'eccesso di velocità) non è concettualmente la stessa cosa che ingoiare cianuro. E la, secondo me, inappropriatezza di questa presentazione della nocività del fumo, forse, ostacola pure la comprensione della nocività delle droghe. Almeno di quelle leggere, che poi proprio innocue innocue non sono. Ma la cultura che le presenta come totalmente innocue, poi, mi pare, discende anch'essa da una tendenza al determinismo, in questo caso mirato a una sostanziale benignità (anziché assenza di personalità) della “Natura”.

Se ho torto, ditemelo: se vi pare che io abbia ragione, incazzatevi anche voi assieme a me.

 

1 Sembra (ma non ve la do per certo) che anche qui intervenga il Caso, nel senso che tra le tantissime mutazioni generabili nella trascrizione del DNA ce ne possano essere tali da fare apparire al sistema immunitario come normali cellule che non lo sono affatto, in quanto cancerose.

 

Confronti: prevenzione. Caso delle aflatossine.

Aflatossine: uso questo temine generico per indicare un gruppo di tossine prodotte da certe comunissime muffe, e che comprendono anche una “Aflatossina 2” che è considerata essere (a pari quantità) il più potente cancerogeno conosciuto. Ossia quello che al solito “accumulo” di mutazioni nel DNA di una delle tantissime (trentasettemila miliardi o pressappoco, mi pare) cellule nostre può contribuire meglio, tra gli agenti esterni all'organismo. Ricordo subito che la fonte principale di mutazioni resta sempre l'imprecisione della trascrizione del DNA quando la cellula si divide, perché l'esposizione alle aflatossine può avvenire per un tempo limitato (almeno si spera, se non si abita in un qualche Paese in guerra civile o simili), mentre il fenomeno delle duplicazioni di cellule e della trascrizione del DNA avviene sempre, in ogni momento.

Primo punto: qui il problema del confronto tra modelli concettuali VTD e AMP non si pone proprio, perché le aflatossine sono state scoperte solo relativamente in tempi recenti, e nessuno sapeva che potesse esserci una qualche relazione tra una muffa sul pane o sul foraggio per nutrire le vacche da latte e il cancro: quindi, di veleno, proprio non se n'è mai parlato. Che il pane ammuffito facesse schifo, era ovvio: ma era appunto una questione di repellenza, non di una presunta particolare nocività.

Secondo punto: mi dispiace per i vegani, anzi mi dispiace due volte: una, perché non mi fa mai piacere che qualcuno si faccia prendere per i fondelli1, due perché comunque non è giusto che se uno ha troppa fiducia nella pubblicità vada ad aumentare il proprio rischio di cancro: ma le muffe che producono l'aflatossina attaccano soltanto i vegetali. Questo poi non toglie che dal foraggio attaccato da muffe (anche quando sono ancora invisibili) le micotossine (di cui l'aflatossina 2 è solo una, anche se probabilmente la più pericolosa) passino nel latte delle mucche che hanno mangiato quel foraggio, e di qui poi nei vari prodotti caseari. Della sorveglianza c'è, e in certi casi è anche evidente, ma temo che se possibile per i grandi impianti (allevamenti e trasformazioni) sia assai difficile per i piccoli e piccolissimi. Comunque dei buchi ci sono di certo. So che ci sono stati dei problemi commerciali per vari tipi di frutta secca importata e risultante non rispondente alle norme europee sul contenuto massimo ammissibile di micotossine, ma questo non toglie che in una confezione di noci italiane fresche io ne abbia trovate varie ammuffite. Quindi certamente anche quelle in cui la muffa non era ancora visibile andavano scartate, come ho fatto. E' probabile che fossero ancora indenni all'atto del confezionamento: non è che il produttore possa passare al microscopio elettronico le noci una per una per verificare che non ci sia nemmeno una spora di Aspergillus flavus, e nemmeno che le confezioni in atmosfera sterile come quella che si usa in certe fasi della produzione di circuiti elettronici su silicio o su arseniuro di gallio. Perché le spore di Aspergillus flavus normalmente nell'aria ci sono, sempre. E ricordiamo che i cancerogeni, secondo il modello concettuale AMP (Accumulo Mutazioni Probabilistiche), non agiscono come i “veleni” per cui esiste una soglia di dose sotto la quale sono assolutamente innocui. Per cui anche assumendo una singola molecola di aflatossina il rischio che essa vada a provocare in una qualche cellula del mio corpo una mutazione che va ad aggiungersi alle altre nel solito accumulo può essere piccolissima, 0,00000000...001, ma non è comunque mai veramente zero. Una cosa che non ho avuto il tempo di verificare è la questione dei succhi di frutta: una fonte abbastanza credibile (non al livello di affidabilità delle balle genere scie chimiche) diceva che a confezioni aperte possono essere facilmente contaminate da Aspergillus: da cui la raccomandazione di consumarli entro due o tre giorni dall'apertura. A me sembra che allora sarebbe assai più sensato o permettere solo le confezioni monodose o accettare opportuni conservanti, perché non vedo la madre oberata di lavoro dentro e fuori casa con un paio di bambini a cui badare a controllare esattamente le date di apertura e di consumo di una confezione da due litri di succo di frutta.

E poi c'è il problema delle erboristerie: da quel poco che ho avuto l'occasione di vedere, a volere mettere il naso nella presenza di micotossine (naturali, naturalissime, arcinaturali...) c'è da scappare via subito. Che le essiccazioni artigianali vengano fatte dopo sterilizzazione delle spore di Aspergillus e in atmosfera ultrafiltrata, temo sia assai improbabile. In ogni caso non mi risulta che la ASL faccia mai controlli appunto sulla presenza di micotossine nei negozi, se non altro per il costo di analizzare miriadi di sacchetti e sacchettini di foglie eccetera. Ci sono stati casi di sospetta tossicità epatica e conseguenti misure precauzionali di carattere normativo, ma, per quanto mi pare di saperne, rivolte appunto alla tossicità (che riguarda parecchie micotossine), che è una caratteristica di veleno. Ed è quindi coerente col modello concettuale VTD, pur con i suoi limiti (vedi il caso del Cortinarius orellanus) ma non della mutagenicità della aflatossina 2. Non è che si possa andare a controllare se in una qualche cellula del cliente X, che ha comperato un qualche prodotto erboristico (o peggio ha raccolto qualcosa per conto suo e l'ha poi essiccato in casa, anche questo succede, e spesso) si è incrementato, di una o due mutazioni, l'accumulo di cui al modello concettuale AMP. E d'altra parte sono parecchie le persone che, convintissime della assoluta perfezione della “Natura”, ignorano totalmente il problema dell'aflatossina. Mi sono stati riferiti più casi di fanatici della naturalità degli alimenti, preferibilmente vegetali, poi morti giovani per cancro allo stomaco, ma non è che abbia potuto verificare queste informazioni. Comunque a mia moglie è capitato di vedersi offrire da una vegetariana un pasticcino con la muffa, che probabilmente l'offerente vedeva come un segno di genuinità (mancanza di conservanti) e quindi di salubrità. Mentre abbiamo anche assistito all'orgoglioso pasto di un vegetariano a base di spinaci cotti almeno due giorni prima e poi portati a spasso , che se non altro per la trasformazione dei nitrati in nitriti non è certo una pratica raccomandabile. Il peggio è che questo tipo di comportamenti (che aumentano il rischio di cancro) viene messo in atto proprio da persone convinte, al contrario, di ottenerne una immunità dal cancro stesso.

Il che diminuisce l'attenzione ai segnali, che prima dei sintomi veri e propri, possono essere assai utili a spingere l'eventuale paziente a chiedere un primo controllo o a non prendere per infallibile un medico, di base o meno. Senza cadere nell'ipocondria, ma non ammissibile una faringite che duri mesi, come nel caso di un mio caro amico (e la cui sorte ha contribuito a spingermi a scrivere queste pagine).

Quindi, secondo me, anche in questo caso l'ignoranza o il rifiuto del modello concettuale AMP (Accumulo Mutazioni Probabilistiche) ostacola o impedisce la prevenzione, sia primaria (come astenersi dal fumo) sia secondaria (tempestività della diagnosi).

 

La nocività delle strumentalizzazioni.

Anche degnissime persone ritengono lecito, e perfino meritorio, utilizzare il timore del cancro per promuovere, di solito, l'opposizione a attività o misure che appaiono come almeno potenzialmente incompatibili con la salute umana. Ma appaiono come incompatibili secondo il modello concettuale del veleno e più in generale con una concezione antropocentrica della “Natura”. Un tantinello meno antropocentrica rispetto al cacciatore convinto che i tordi siano stati creati da Dio per fargli sparare dai cacciatori, ma sempre antropocentrica resta. Che il corpo umano contenga necessariamente (altrimenti moriremmo) una certa quantità di potassio e che questo potassio sia in realtà sempre (in “Natura” ) una miscela di isotopi, di cui uno radioattivo, è noto letteralmente da secoli o quasi, ma se lo si racconta al normale abitante di uno dei tanti borghi che inalberano il cartello “Territorio denuclearizzato”, semplicemente, non riesce a crederti.

D'altra parte, le strumentalizzazioni del cancro funzionano, perché noi siamo naturalmente portati a confondere una asserzione fatta in buona fede con una asserzione esatta, e siamo anche portati a confondere la finalità apparente positiva con la buona fede del dichiarante l'asserzione. Il risultato finale è il rinforzo, nella mente della massima parte di noi (tranne chi per altre vicende ci ha sbattuto il muso, come me), del modello concettuale VTD, per il quale basta stare alla larga dai supposti fattori esterni all'organismo per ridurre grandemente il rischio di ammalarsi di cancro. E di tali fattori esterni ce ne forniscono tantissimi, tanti che basta prenderne sul serio una piccola parte per credersi assai più invulnerabili di quanto non sia. Per cui capita il fumatore che non mangia carne cotta alla griglia...

Ma il mio personale parere è che oggi non esistano più strumentalizzazioni fatte in vera buona fede: anche nel migliore dei casi lo strumentalizzatore non sente il bisogno di controllare le sue asserzioni o convinzioni con lo stato attuale delle conoscenze. Ma nelle nostre comuni debolezze ce n'è ancora una decisiva: la nostra scarsa capacità di capire i grandi numeri. Ammettiamo che la distorsione percettiva del rischio provocata dalle strumentalizzazioni influisca per rendere tardive solo l'uno per cento delle diagnosi: l'uno per cento ? Ma allora, che vuoi che contino, che facciano tanto male, le strumentalizzazioni ? Sì, ma i nuovi casi di cancro sono, in Italia, circa mille al giorno, di cui la metà hanno esito fatale. Di queste morti, circa cinquecento al giorno, quante non si sono potute evitare per la tardività della diagnosi ?

Quindi, secondo me, per quanto riguarda il cancro tutte (in buona o cattiva fede) le strumentalizzazioni sono nocive, e parecchio, trattandosi di vite umane.





 

 

Caso ILVA, argomentazioni in sede giudiziaria e possibili conseguenze.

Non so la storia dei quartieri di edilizia economica vicini all'insediamento industriale, ossia non so se prima sono sorte le case e poi lo stabilimento o se viceversa i nuovi quartieri sono stati costruiti dopo la realizzazione dell'ILVA: ma temo sia vera la seconda ipotesi. Comunque, secondo me è stata realizzata una situazione urbanisticamente assurda. Anche se nemmeno uno, dico nemmeno un singolo caso di cancro potesse sensatamente essere attribuito ai fumi e alle polveri industriali. Perché, anche nell'ipotesi più favorevole, la puzza non può non esserci. Non so se adesso il progresso nelle tecniche di depurazione permetta di eliminare perfino la puzza, ma certamente anche nel recente passato questo era impossibile. E che un quartiere di edilizia residenziale popolare debba quotidianamente o quasi sorbirsi la puzza a me sembra inammissibile: anche se, anzi sopratutto se, il quartiere è “popolare”. A Bilbao mi pare di avere visto anche di peggio: anche a Trieste gli altiforni e la cokeria erano assai vicini a insediamenti abitativi, sia pure non intensivi. A Trieste la situazione dei venti è favorevole, ma non è che gli impianti venissero accesi (oltretutto spegnere o accendere un altoforno non si fa premendo un bottone...) o spenti a seconda se soffia la bora oppure no. Direi che sono tutti esempi del “ma-come-si-viveva-bene-una-volta”, mentalità assai reazionaria e compatibile solo con un grande affetto per l'ignoranza. Io per me non trovo accettabile nemmeno la puzza di uova marce da sorgenti termali asserite benefiche: una volta un medico me ne ha prescritto un soggiorno, ma francamente mi sono ben guardato dall'approfittare di una vacanza gratuita (per me), per il mio forte scetticismo riguardo all'efficacia, anzi per il mio sospetto di, semmai, nocività di esalazioni solforose.

Comunque, per essere chiaro, se il problema non fosse altrimenti risolvibile il quartiere Tamburi andrebbe evacuato, le case demolite e gli abitanti forniti di case in posizione urbanisticamente, sanitariamente e paesisticamente sensata. Sia pure con molta attenzione ad impedire gli abusi che qualsiasi iniziativa immobiliare tende a provocare, il tutto costerebbe infinitamente meno che chiudere l'ILVA. Il perché dico “infinitamente” meno è questione per cui non ho qui non ho né lo spazio né il tempo, ma credo che le ragioni per cui assumo questa posizione un certo senso lo abbiano, anche alla luce dell'esperienza di miei anni giovanili a contatto con le élites meridionali, anche se agrario-siciliane piuttosto che agrario-pugliesi.

Lo scopo di questo lavoretto è invece il mettere in guardia i miei amici (che possano avere voglia di sorbirselo dal prendere troppo sul serio) le argomentazioni che presumibilmente accusa e parti civili presenteranno nella prossima tappa del processo riguardante l'ILVA. In caso di una sentenza che accolga le tesi dell'accusa, ciò sarebbe interpretato, da quasi tutta la stampa e dell'opinione pubblica, come un avallo giudiziario del modello concettuale VTD (Veleno, Tradizionale, Deterministico). In questo caso, tutti dovremmo cercare di arginare la ripresa della diffusione del concetto dei “veleni”, quello che ho chiamato modello concettuale VTD, perché secondo me questo modello è estremamente nocivo. Ben di più di quanto mai possano esserlo state le emissioni dell'ILVA: vi rammento che i nuovi casi di cancro, in Italia, sono circa un migliaio al giorno, di cui approssimativamente la metà fatali. Con questi numeri, la superficialità e impreparazione di parecchi (purtroppo) medici, la fiducia del pubblico nella possibilità di evitare tutti i cosiddetti “veleni” e la scarsa credibilità della propaganda contro il fumo (sempre basata sulla superficiale e contraddittoria presentazione del fumo come veleno) si traducono immediatamente in migliaia di decessi annui altrimenti evitabili.

Quando si dice che oggi mediamente in sostanza la metà dei casi di cancro sono guaribili, ci si riferisce a tutti i casi, compresi quelli diagnosticati tempestivamente ma compresi anche quelli diagnosticati tardi, per i quali la percentuale di guarigione è parecchio inferiore. Seguitemi: se facciamo l'ipotesi assolutamente minima che la tardività della diagnosi conti per appena l'uno per cento delle morti, questo significa cinque al giorno, circa 1800 all'anno: anche se riferito a tutta l'Italia direi che sono davvero troppi, e questo solo per la scarsa coscienza dell'importanza della tempestività della diagnosi.

Quindi, secondo me, il possibile avallo di una sentenza favorevole all'accusa ad argomentazioni basate sul modello VTD provocherebbe un numero X di morti che lascio a voi di valutare e confrontare.

D'altra parte non vedo come l'accusa possa rifarsi al modello AMP e ammettere che per ogni singolo caso è impossibile sapere l'origine di ciascuna delle N mutazioni in quella particolare cellula di quella particolare persona, se non su base statistica con relative incertezze. E non vedo come possa, in un'aula di Tribunale, dichiarare che su questo punto i nostri concetti tradizionali sono sbagliati...

E ancora, dal resoconto di Margherita De Bac, risulta che verrà presentato l'argomento di una correlazione temporale tra aumento della produzione ILVA e aumento dei decessi per cancro, il che va apparentemente assai più immediatamente d'accordo col modello VTD che con quello AMP (dico “apparentemente” perché sarebbe necessaria un'analisi che qui non ho tempo e modo di fare). Ci sarebbero forse altre osservazioni critiche: sembrerebbe (ripeto “sembrerebbe”, perché dovrei leggermi gli atti per esserne certo) che tutte le statistiche vengano fatte presentando sopratutto il numero dei decessi, mentre, per non farci entrare in realtà anche il livello organizzativo della ASL locale, le capacità dei medici e il livello di attrezzatura degli ospedali, occorrerebbe rifarsi all'incidenza, cioè al numero di casi di cancro e non ai soli decessi. Un'altra osservazione (che spero essere fuori luogo) riguarderebbe l'età dei pazienti: ricordiamo che di gran lunga il più potente agente cancerogeno è l'avanzare dell'età.

Ma in generale, la biologia e quella del cancro in particolare non sono certo argomenti facilmente trattabili in un'aula giudiziaria e nemmeno con la forma mentale giuridica: se io fossi un magistrato, mi sarebbe alquanto difficile da accettare.un ruolo della casualità tanto grande quanto esposto da Jacques Monod (premio Nobel per la medicina nel 1965, “Caso e necessità”) o da Edoardo Boncinelli (“Contro il Sacro”).

In ogni modo, ho la sensazione che, anche per i lavori di adeguamento effettivamente eseguiti, che l'aspetto giudiziario del caso ILVA stia diventando meno clamoroso. Anche perché una condanna “esemplare” come forse la vorrebbero i talebani dell'ambientalismo presenterebbe poi dei problemi che in Cassazione sarebbero pesanti. Una giurisprudenza coerente dovrebbe poi quanto meno affrontare il problema del fumo e dei relativi introiti per le casse dell'Erario, per non parlare delle micotossine: la vedo complicata, una tale intromissione in problemi di natura assolutamente politica.

Quello che mi interessa, e per cui mi sono dedicato a scrivere questo testo, è cercare di contribuire, nel mio piccolissimo, a:

primo, almeno diminuire la inaccettabile, indecente frequenza di casi di cancro che avrebbero potuto essere guariti o talvolta perfino evitati (per esempio da fumo, micotossine. Alcool) con una conoscenza appena appena ragionevole della biologia del cancro e più in generale nostra.

Secondo, chiarire che la necessità della prevenzione non dovrebbe mai fare trascurare la assoluta necessità di agevolare e incoraggiare la ricerca terapeutica, visto che l'invecchiamento è il singolo fattore carcinogeno più potente, ed è evidentemente non prevenibile se non morendo prima di potere sviluppare un cancro.

Terzo, evidenziare meglio la estrema utilità della tempestività delle diagnosi.

Quarto, dissipare le parecchie e non sempre totalmente bene intenzionate (da parte di chi le propone) illusioni di potere risolvere il problema mangiando solo vegetali o astenendosi dalla carne alla griglia.

Quinto, combattere le strumentalizzazioni del cancro come fenomeno utile per interessi ideologici o personali (che possono anche essere ideologici, e perfino in buona fede).

Sesto, richiamare l'attenzione sulla necessità di una visione concettuale subordinata ai fatti (credo che si possa definire “empiriocritica”) per affrontare una vasta classe di problemi presenti, di cui il cancro è solo uno, o secondo me incombenti, di carattere anche sociale, politico ed economico. Due fatti ben conosciuti ma considerati solo da pochi: la diffusione del cancro in tutti gli animali, almeno i mammiferi, del tutto paragonabile e spesso superiore a quella negli esseri umani e la forte crescita dell'incidenza del cancro con l'età. Ma sul cancro io ho letto e sentito moltissime cose che di questi due fatti non tengono assolutamente nessun conto. Pensiamo di potere davvero affrontare problemi assai più complessi trascurando tutti i fatti che per un motivo o l'altro non ci sono simpatici ?

 

E infine: non mi va giù che io abbia dovuto invano cercare di spingere, fino a rischiare di diventare ridicolo e importuno, per un approfondimento diagnostico per una “faringite” di un mio amico, “faringite” che durava mesi e mesi e che tale ovviamente non era e per cui quel mio amico è morto. Forse sarebbe morto anche se la diagnosi fosse stata tempestiva: ma il clima culturale, l'andazzo, in cui queste cose succedono e anche frequentemente, mi pare inaccettabile.

 

 

 

 

CF

 

Roma, 12 nov. 2016

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1 Non rientra nell'argomento di questa letterona, ma sarebbe opportuno vaccinare le persone, contro i farsi raggirare, con una esposizione dei sistemi che gli erbivori usano per digerire la cellulosa. Si va da intestini molto lunghi e da chimica particolare dei “succhi gastrici” (cavalli, pecore, capre) a digestioni a rate successive. I bovini mangiano, tengono il cibo per un po' in un primo stomaco, poi lo rigurgitano, lo rimasticano, lo mandano in un secondo stomaco, lo rigurgitano per un totale di quattro volte. Che schifo ! Invece lepri e conigli mangiano l'erba, poi fanno le cacchine, contenenti cellulosa non ben digerita, e se le rimangiano: così la cellulosa la digeriscono. Invece quei dritti degli elefanti si infilano reciprocamente la proboscide nel culino, si aspirano fraternamente la cacca e se la inghiottono: così anche loro digeriscono la cellulosa, Che arcischifo ! E poi, avete notato che gli erbivori hanno tutti la pancia grossa ? Attente vegane, ci si rovina la linea ! (della serie “Ma non facciamoci prendere in giro...”)