Lettera a Sergio Rizzo del Corriere della Sera sul ruolo delle Agenzie di rating - 10/3/2015

 

Leggo sempre i suoi articoli e almeno quarantanove volte su cinquanta sono d’accordo con lei: la cinquantesima riguarda ill procedimento del tribunale di Trani (ma se fosse Roma o Milano sarebbe la stessa cosa) per supposte speculazioni eccetera (Corriere del 9 marzo). Non è che io santifichi le agenzie di rating, come tante altre istituzioni pubbliche o private USA, anzi, credo che su almeno una magniloquente sigla potrei dimostrare (non solo dire) peste e corna.  Come non credo alla santità non credo nemmeno a una assoluta e sempiterna validità tecnica delle analisi svolte dalle suddette istituzioni: e dalle agenzie di rating in particolare. E preferirei di gran lunga che esistessero valide agenzie di rating europee: ma non si possono costituire in quattro e quattr’otto, senza poi contare gli alquanti anni necessari per formarne la necessaria immagine di affidabilità, tenendo conto della inevitabilità degli errori. Intendo dire che una agenzia di rating, a quanto mi pare di sapere, non si fa pagare per presentare solo dei voti  del genere di quelli presentati dalla semplificazione mediatica, AAA, AAB eccetera: si suppone che ai clienti sottoscrittori del servizio vengano presentate delle corpose (e non solo voluminose) analisi da cui gli AAA o BBB (con relativi + o -) discendono. E non credo nemmeno che molti clienti vadano a investire o disinvestire decine o centinaia o migliaia di milioni di dollari o di euro leggendo solo i voti (“AAA” eccetera) senza leggersi, o meglio fare leggere ai propri analisti, le dissertazioni prodotte da Fitch e compagnia. Dissertazioni che, non essendo l’economia e la politica (che influisce sull’economia) scienze esatte, a meno di dire solo banalità, di errori ne rischiano di certo.  Senza contare che un’agenzia di rating europea sarebbe inevitabilmente e giustamente sospettata di vedere i conti dei governi europei con gli stessi occhiali rosa con cui le agenzie americane hanno visto i conti di Lehman e compagnia, almeno fin a che non avrebbe dimostrato il contrario. Quindi per diventare internazionalmente affidabile dovrebbe dimostrarsi, per un congruo periodo di tempo,  sensibilmente e stabilmente più severa delle agenzie esistenti.

Ma, primo argomento, se un declassamento da parte di un’agenzia di rating è certo assai peggio di un giudizio positivo, una non classificazione è ancora (o almeno così mi sembra) assai peggio di un declassamento: pressappoco come una laurea in medicina con il minimo possibile dei voti fornisce comunque una qualificazione maggiore di quella attribuibile a un tizio che pretenda di esercitare la medicina senza la laurea. Quindi, a me pare che risolvere i problemi della inadeguatezza delle agenzie rifiutando di farsi verificare da esse sarebbe un ottimo modo per scoraggiare qualsiasi fondo pensione dei metallurgici del Michigan o che so io dal solo anche immaginare di potere investire i soldi di detti metallurgici (o veterinari o quel che sia) in titoli di Stato o altri, italiani. 
Secondo argomento, soprattutto dopo gli errori del passato, il primo scopo delle analisi delle agenzie di rating è evitare immani fregature ai clienti, ossia esporli a perdite genere Argentina, per intenderci. Il secondo scopo, ma solo il secondo, è metterli in grado di guadagnare bei pacchi di soldi quando se ne presenta l’occasione. Se, leggendo lo scartafaccio di dati e di considerazioni che suppongo venga fornito ai clienti, qualcuno di essi vede la possibilità di guadagnare, bene, ma il rischio è suo. Quindi una valida agenzia di rating mi pare debba essere intrinsecamente pessimista: e mi pare che questo ragionamento possa essere fatto da qualsiasi analista finanziario, anche alle prime armi. Le speculazioni vere dovrebbero (sempre “mi pare”) richiedere sottigliezze di livello un pochino più elevato.

Terzo argomento: secondo me, le agenzie di rating, verso l’Italia, il loro mestiere lo  hanno fatto bene, salvo che avrebbero dovuto essere più severe prima. Dovrei andare a ripescare i conteggi che avevo tentato di fare a suo tempo: ma mi pare di ricordare che ben da prima del declassamento il nostro deficit derivasse, in misura determinante, non da spese per investimenti o altro, ma dalla necessità di pagare gli interessi (sebbene ridotti dalla partecipazione alla moneta unica europea) sul debito pubblico. Ossia, mi pare, l’Italia si indebitava ulteriormente sempre di più proprio per pagare gli interessi sul suo debito, situazione ammissibile solo per un certo periodo di tempo, superato il quale, senza ricorso a livelli di inflazione catastrofica o a meno di miracoli il default diventa aritmeticamente certo. Ma oltre all’indebitamento ufficiale si faceva anche ricorso, in grande stile, a quello meno ufficiale ma non meno sostanziale dei ritardi dei pagamenti della Pubblica Amministrazione, cosa (sempre secondo me, povero profano) ben peggiore del nascondere la spazzatura sotto il tappeto, per l’effetto depressivo che un arretrato di svariate decine di miliardi per ritardi medi tendenti a molti mesi, se non ad anni, mi pare debba avere. E che temo abbia fatto più danni diretti e indiretti (anche per l’incertezza sui tempi di pagamento alle imprese creditrici) del risparmio sugli interessi altrimenti dovuti su un debito palese.

Non approfondisco: ma mi sembra sia stato assai ingenuo il ritenere che le agenzie di rating non sapessero che la somma degli arretrati e il tempo medio di pagamento stessero ambedue aumentando, e non di poco. Io, da cittadino italiano, di un po’ di politica mi interesso (da semplice iscritto al PD), e ritenevo improbabile che l’andazzo della politica economica (se vogliamo chiamarla così) dei governi pre Monti potesse durare ancora a lungo; e nel mio piccolissimo ho fatto quanto ritenevo di dover fare per diffondere la consapevolezza di una situazione che mi pareva assai pericolosa.

Ma mi pare un po’ troppo pretendere dalle agenzie di rating un discorso mediaticamente esplicito di questo genere: “Siete su una china matematicamente pericolosissima: se il vostro governo non cambia politica andate incontro a un  fallimento finanziario (default) sicuro. Quindi noi, anche se per salvaguardare gli investitori dovremmo declassarvi, non lo facciamo, perché abbiamo fiducia in un cambiamento di politica del vostro governo, prima che sia troppo tardi; o, in alternativa, in un cambiamento di governo da parte di voi italiani !”. Mi sembrano cose che l’opinione pubblica, se si vuole che il sistema funzioni, dovrebbe capire da sola.

Quindi a me pare che l’accusa alle agenzie di rating sia in realtà una, quasi certamente involontaria,  assoluzione (del tutto immeritata) dei governi dell’Italia, di un’epoca che si spera passata, dai loro madornali errori.   

   Cordialissimi saluti e ringraziamenti per il suo quasi sempre magnifico lavoro...

                                                                 Claudio Fornasari



                                                                                  Roma, 10 marzo 2015