PAGINA DEDICATA A "DU CONTRAT SOCIAL", J. J. ROUSSEAU, 1762

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SUL “DU CONTRAT SOCIAL” DI J. J. ROUSSEAU
1) PREMESSA.
Perchè accidenti mi sono messo a tentare di infangare la Santissima Memoria di un Grandissimo Rivoluzionario ? Perchè non credo nei miti e nelle santificazioni, sia ingenue sia strumentali, e le ritengo comunque disastrose per la Sinistra (e forse peggio ancora per chi di Sinistra non è).
Chi si fida di me può anche, provvisoriamente, saltare subito a “3) CHE ACCIDENTI HA SCRITTO ROUSSEAU”, o magari addirittura anche alle “4) CONCLUSIONI”, ma io preferisco che chi legge non si fidi dei miei eventuali pregiudizi, più evidenziabili dalla lettura completa.
Mi sono accorto che Rousseau è citatissimo, santificato, ma non letto. Ma proprio per niente. Allora, tra gli scopi di questo scritto c'è ovviamente quello di chiarirci, tra di noi, almeno un po', le idee su un argomento di moda anche politicamente, ma anche quello di fornire ulteriori argomenti a chiunque voglia fare opera di carità, nel senso di cercare di aprire un po' gli occhi a quella non indifferente parte di insegnanti desiderosi di suicidio, che votano o sostengono i 5 Stelle. Che secondo me continuano a farsi fregare, pur dopo tanti anni, del distruttivo indirizzo a suo tempo dato alla politica scolastica dal fascismo (della quale politica oggi per trattare non ho né tempo né spazio), dando invece la colpa delle insufficienti condizioni della scuola alla Sinistra. La quale, se vuole essere davvero “progressista”, si trova sempre in conflitto (più o meno percepito) con tutti quegli insegnanti che, per esigenze tecniche del loro lavoro o per carenze di preparazione (o di aggiornamento culturale) hanno bisogno, o credono di avere bisogno, di giocare principalmente, o soltanto, sull'autorità personale (e non quella dei fatti rispetto alle anche più eleganti e suggestive congetture).
In questioni che anche se indirettamente possono riguardare la scuola è comunque necessario, sempre secondo me, tenere presente un grosso problema italiano: che da noi sono ancora presenti due generi di imprenditori. Un genere è costituito da quelli le cui aziende sfornano ed esportano prodotti ad alto valore aggiunto, e che quindi hanno bisogno, generalmente, di personale ad alta e valida scolarità. L'altro genere, da quelli che fabbricano, per esempio, diciamo, pedalini, per i quali la alta e valida scolarità dei dipendenti è un male assoluto, perchè i margini di guadagno sui pedalini sono tanto bassi che è impossibile, per loro, pagare dei dipendenti con remunerazioni che persone scolarizzate possano accettare: per cui tali persone, piuttosto, emigrano verso altri lidi.
Nel primo tipo di imprese rientrano per esempio la farmaceutica, l'aerospaziale, o quella ditta di Monopoli che fa e esporta in tutto il mondo mezzi speciali avanzatissimi per il controllo delle sedi ferroviarie, ma anche la cantina che produce un vino tanto buono (o creduto tale) da poter essere venduto a 30 euro a bottiglia. Nel secondo tipo io ci metto, per esempio, anche i “call center”, nonostante siano stati purtroppo presi per “terziario avanzato”.
Ora, a me pare (ma non ho sottomano statistiche dettagliate e filtrate come vorrei io) che siano le aziende dell'alto valore aggiunto a fornire al Prodotto 1
Interno Lordo e alle esportazioni un contributo assai maggiore, mentre i produttori di pedalini vi contribuiscono molto meno. Ma, invece, gli imprenditori del secondo tipo, per i quali è vitale il basso costo del lavoro (e che incidentalmente sono avversi alla grande industria, che sequestra abbondante forza lavoro riducendone l'offerta e aumentandone il costo) sono in numero assai maggiore di quelli del primo tipo (alto valore aggiunto e bisogno di personale qualificato). E mi sembra anche che molta imprenditoria di tipo familiare, sempre del secondo tipo, abbia grandissime difficoltà a evolversi, il che richiederebbe un cambiamento di mentalità della stessa proprietà dell'azienda. Poi, il dogmatismo leninista (ma anche quello trotzkista e quello staliniano, mandando in malora il cosiddetto “socialismo reale”, hanno anche favorito l'illusione conservatrice e archeocapitalista di potere continuare indefinitamente a guadagnare palate di soldi fabbricando pedalini, in quanto la catastrofe dell'URSS avrebbe fatto ridimensionare le aspirazioni dei lavoratori, agevolando la credibilità di un vantaggio economico generale prodotto dalla abbondanza di manodopera non qualificata.
Attenzione, adesso: era oggettivamente difficile, per molti insegnanti, ai miei tempi, capire sempre cosa significa realmente “personale qualificato”: io ho lavorato a stretto e strettissimo contatto con “operai” che, per esempio, gestivano un tornio a controllo digitale lungo sedici metri, che lavorava pezzi di acciaio specialissimo di oltre un metro e mezzo di diametro, con precisioni del micron, con i quali operai potevo parlare anche di concetti “umanistici” e “filosofici” che, purtroppo, avrebbero completamente spiazzato la coppia di giovani professori miei vicini di casa. Non per colpa loro ma, sempre secondo me, del fascismo, o meglio della sua non irrisolta eredità. E la superficialità che ho constatato ancora adesso nei riguardi di cosa realmente ha scritto il povero Jean Jacques Rousseau mi fa temere che anche oggi molto spesso venga presa per “preparazione culturale”, presumibilmente fornita dalla scuola, e anche da parecchi ambienti universitari, e anche in genere dall'ambiente, qualcosa che riesce a non essere né preparazione né culturale. Il che è un problema politico. Torno su questo punto nelle conclusioni: qui osservo che il “Du Contrat Social” non viene preso come un saggio o un trattato di politica, ma come qualcosa di letterario, salvo poi la pretesa di estrapolarne i concetti come strumenti nella realtà.
I sindacati poi, ovviamente (e giustamente dal punto di vista morale) tendono a difendere i più deboli, ossia quelli che sono costretti a lavorare producendo pedalini, in confronto ai quali le richieste degli insegnanti sembrano pretese esagerate, e la Sinistra non è che possa fregarsene, della posizione dei sindacati.
Ma d'altra parte la Sinistra tende, anche di fatto, a combattere il tipo di capitalismo basato sulla iperproduzione di pedalini: ma a sua volta questo rende appunto necessaria una idea della istruzione alquanto diversa da quella che assai spesso, come posso testimoniare, è stata troppo spesso fornita per molti anni. Non si tratta solo di capacità e impegno: io ho avuto, per fortuna, parecchi insegnanti davvero eccellenti: ma, a parte il fatto che anche un solo insegnante scadente è un disastro (come lo è uno scadente pilota di aerei passeggeri), è anche necessario accettare il fatto che molti di quei 2
insopportabili impiastri degli alunni tra qualche anno dovranno essere capaci di pensare (e per propria iniziativa) meglio di tanti filosofi “professionali”
(come Heidegger, secondo me) che il professore propone, sia pure senza convinzione, come modelli, per cui Spinoza o Nietzsche basta “saperli” per rispondere all'interrogazione.
Iniziativa: un'amica prof di matematica, parlando di cose inutili, portava a esempio i “passaggi” che in matematica anche elementare si fanno continuamente e che lei faceva fare ai suoi allievi, anche se non aveva mai capito a che cavolo servissero: al che io le ho osservato che un qualsiasi problema concreto (e più interessante del tempo di riempimento della vasca da bagno), risolvibile con la formula per un'equazione di secondo grado, deve prima essere messo in una certa forma “canonica” con un po' di, appunto, passaggi. Tutta contenta mi ha ringraziato perchè finalmente le avevo chiarito le idee: ma non si è resa conto quanto fosse tragica la situazione, di avere insegnato per quindici o vent'anni roba che non aveva idea servisse a qualcosa. E, peggio che mai, non si è resa conto che avrebbe potuto e dovuto arrivarci da sola.
Andando a chiedere a mille italiani medi se per progettare e produrre automobili è necessario il calcolo differenziale (senza pretendere di saperlo usare, ma sapere spiegare che cos'è e a quante infinite applicazioni può servire sarebbe assai utile, e eventualmente chiarirebbe anche certe sue conseguenze culturali), temo che la grande maggioranza cascherebbe dalle nuvole. Ma analoghi risultati otterrei chiedendo se è utile una anche minima conoscenza della storia delle guerre puniche, conoscenza secondo me utile, eccome, visto che l'Italia sta a mollo nel Mediterraneo, dove, oltre agli stabilimenti balneari, ci sono i porti, e attraverso il quale mare passa il dieci per cento del traffico marittimo mondiale.. E analoghi risultati otterrei se chiedessi se è utile sapere cosa sono il deficit e il debito pubblico.
Per non parlare poi della differenziazione tra “cultura umanistica” e “scientifica”: io proprio non mi sono accorto di avere subito trapianti di cervello ogni volta che sono passato dal leggere senza problemi (o almeno, non mi è sembrato di averli) “Cleofonte deve morire” di Luciano Canfora a un articolo che presenta le ultime scoperte della biologia quantitativa.... Se io non ho (o almeno, non mi pare) questi problemi, in parte è merito di alcuni eccezionalmente bravi insegnanti che ho avuto, e in parte è frutto del caso. Il fatto che ci debba entrare il caso non è giusto, ma è anche socialmente, economicamente e politicamente non funzionale.
Domanda: perchè si studia ? Per essere promossi... E perchè devi essere promosso ? Perchè se no non ho il diploma... E a che ti serve il diploma, o la laurea ? A fare i concorsi... Ma le cose che ti hanno insegnato, sul lavoro, ti serviranno ? Boh ! E per te personalmente ? Ma va !
Altro guaio: informazione e intrattenimento. Per i giornali, ma anche per le case editrici, per la televisione, è assai più difficile informare che intrattenere. Grillo sogna che l'intrattenimento sia anche informazione, ma è un ottimista fesso: capisco che sarebbe assai bello se bastasse divertirsi per comprendere, ma anche per mia esperienza personale (oltre che di tanti altri) ho trovato che 3
è meglio, tranne casi alquanto rari, non aspettarselo. Certo che l'ipotesi proposta da Serge Latouche, della “decrescita felice”, mi piacerebbe, il che provocherebbe, se non sapessi la necessità del verificare, un piacere a leggerla e a sostenerla. Ma so che i fatti, i “brutti, piccoli fatti”, dal mio piacere
soggettivo a leggere qualcosa che sarebbe assai gradevole realizzare (se possibile) non sono influenzati. E allora cerco di verificare, invece di lasciarmi prendere dai piacevoli entusiasmi, e mi chiedo: tutti i progressi della medicina, con il consegente allungamento della vita media e il mantenimento in vita di tantissime persone con patologie croniche e invalidanti, hanno qualche conseguenza economica generale ? E', direi, estremamente probabile, in termini di una sempre crescente necessità di risorse per assistenza e pensioni. Un ragionamento analogo mi pare vada fatto per l'insopprimibile desiderio di condizioni di vita migliori da parte di miliardi di persone che vivono fuori dal relativamente assai comodo e salubre mondo industrializzato. E allora, stando così le cose, nelle condizioni presenti e in quelle prevedibili, fare conto sulla validità dell'ipotesi della “decrescita felice”, a me pare estremamente stupido.
Ma che c'entra Rousseau ? Perchè la deformazione delle idee di Rousseau in fattibile e piacevole è appunto una negazione dell'informazione sostituendola con intrattenimento.
2) Contro il semplicismo pro ignoranza: 5 Stelle e J.J. Rousseau.
Occasione immediata di questo scritto è, quindi, il casino concettuale dei 5 Stelle a carico del povero Jean Jacques Rousseau, che se potesse si incavolerebbe assai. Il che è un caso particolare di confusionaria superficialità (sempre secondo me).
Per cui, innanzitutto, vi fornisco in allegato il testo originale del “Contrat social” di Rousseau, scaricato da uno dei tanti siti che lo mettono a disposizione garantendone l'autenticità e correttezza, in questo caso il francese “Atramenta”. Per sicurezza ho fatto il confronto con altre edizioni e per vari punti ho anche fatto il confronto con la parte dedicata a JJR nella “Storia della filosofia occidentale” di Bertrand Russell, scritto parecchi anni fa. Se Russell critica la distinzione di Rousseau tra la volontà generale e la volontà di tutti mi pare del tutto lecito assumere che questa distinzione, presente nel testo del Contrat scaricato da me, non ce l'abbia messa qualche malevolo falsario intenzionato a distruggere il buon nome di Rousseau. E naturalmente ho anche cercato nel testo incoerenze interne che segnalassero manipolazioni. Qualche incoerenza l'ho trovata, mi pare, ma nulla che non fosse diretto, da parte di Rousseau stesso, a rendere più digeribili le sue asserzioni.
Poi, ne presento, con un carattere diverso, dei brani importanti, o perchè JJR (abbreviazione per Jean-Jacques Rousseau) ha preso una cantonata, o è stato condizionato da fesserie o ignoranze specifiche del suo tempo, oppure perchè dicono proprio il contrario di quello che i 5 Stelle credono o immaginano dicesse. Rousseau, secondo i seguaci di Grillo, non riesce ad essere nemmeno un Rousseau da “bigino”: è proprio frainteso, non letto o letto da qualcuno a cui non gliene fregava niente o assai poco della sostanza politica.
E faccio le relative osservazioni.
Avvertenza: JJR scriveva benissimo, il che porta a confondere l'ammirazione 4
per la sua prosa alla convinzione che il contenuto sia altrettanto valido, il che, generalmente, non è affatto vero. Sviluppo una osservazione di una mia bravissima professoressa di Storia dell'Arte, che si incavolava per il generale condizionamento dalla cultura letteraria: per cui un saggio o un trattato di politica scritto bene sono belli e quindi veri o almeno più veri che se dicessero le stesse cose in modo goffo. Il che è disastroso e intrinsecamente
reazionario, secondo me: questione importante ma nella quale qui non entro.
Avverto anche che sorvolo sulle parti di polemica contro Grozio, che, per quanto molto spesso evidentemente valide non sembrano di interesse attuale per noi.
3) CHE ACCIDENTI HA SCRITTO ROUSSEAU
Ora, parto con una prima citazione, dalla prefazione al Libro I del Contrat social, che trovo assolutamente condivisibile:
“quelque faible influence que puisse avoir ma voix dans les affaires publiques, le droit d’y voter suffit pour m’imposer le devoir de m’en instruire “
Il che mi pare sacrosanto, ma appunto assai poco seguito, anche da chi crede di utilizzare JJR senza, pare, averlo letto. Viva il dovere di istruirsi !
Prima di proseguire, mi pare che vada chiarito un punto: nel 1762 il concetto del “contratto sociale” esisteva già da parecchio: quella di Rousseau non è stata una sua invenzione, come mi sembra credano i suoi adoratori, ma è stata la sua interpretazione del concetto già proposto da altri. Ed è anche la sua ipotesi sulla formazione di questo contratto e conseguentemente sulle condizioni perchè esso funzioni. Ma come altre analoghe opere di quei tempi e anche parecchio oltre, si tratta di ipotesi completamente priva di verifiche “sul campo”.
Ed ecco il famosissimo incipit:
Chapitre 1.1
Sujet de ce premier livre
L’homme est né libre, et partout il est dans les fers, Tel se croit le maître des autres, qui ne laisse pas d’être plus esclave qu’eux. Comment ce changement s’est-il fait ? Je l’ignore. Qu’est-ce qui peut le rendre légitime ? Je crois pouvoir résoudre cette question.
Ve l'avevo detto, che quando voleva scriveva benissimo !
Però non facciamoci fregare dalle belle parole, dalla retorica, e pensiamoci un attimo. Ovviamente JJR sapeva benissimo che un neonato non è per niente “libero”, e resta condizionatissimo dal buon volere degli altri per alquanti anni. Quindi do per scontato che in realtà intendesse dire qualcosa come: “l'uomo da una certa età in poi potrebbe (e dovrebbe ?) essere libero politicamente e dappertutto è invece politicamente incatenato”. Attenzione: la carica emotiva della frase porta a ritenere che il senso giusto comporti il “dovrebbe”, ma le cose non sono tanto semplici. Innanzitutto sapeva perfettamente, anche lui, e 5
già nel 1762, che esistono dei condizionamenti di carattere culturale. Al capitolo immediatamente successivo teorizza che “les enfants” diventino indipendenti quando non hanno più bisogno delle cure del padre (la mamma, in tutto il testo, non si sa mai bene che fine abbia fatto). Indipendenti economicamente ? E va bene: ma della cultura, dell'influenza dell'ambiente familiare sulle abitudini mentali, a me sembra che JJR sapesse benissimo essere fattori importanti, eccome, anche politicamente. Oggi sappiamo (secondo concetti sperimentalmente verificati) che la nostra mente è influenzata anche da fattori biologici, quindi materiali: possono essere genetici ereditati, genetici casuali, esperienze precedenti, o magari perfino la composizione della nostra flora intestinale. Secondo me (ma voi siete liberissimi di dissentire) il mio livello di libertà dipende parecchio dalla consapevolezza dell'esistenza di questi condizionamenti: già rendendomene conto ne ridimensiono almeno un po' l'influenza e penso (o spero di pensare) un po' più liberamente. Questo discorso nel 1762 forse era impossibile: ma che JJR non si rendesse conto dell'esistenza dei condizionamenti da cultura familiare, mi sembra assai difficile. Anticipo subito una cosa essenziale: nel capitolo 4.8, ci dice che secondo lui è necessaria una “religion civile” come condizione di appartenenza a un dato Stato (altrimenti esilio) e bisogna accettare determinati dogmes:
L’existence de là Divinité puissante, intelligente, bienfaisante, prévoyante et pourvoyante, la vie à venir, le bonheur des justes, le châtiment des méchants, la sainteté du contrat social et des lois.
Libertà ? Non se ne parla proprio. Occhio: non è che Rousseau fosse in mala fede, come porta a ritenere il contrasto tra il suo, qui, apparentemente, deprecare l'essere “dans les fers” e poi a fine testo pretendere di imporre (sotto pena di esilio o morte !) la credenza in un Dio manifesto e provvidenziale: è che bisogna capirlo e capire il concetto religioso di libertà, che non è certo il mio e credo nemmeno dei 5 stellini....
Capitolo 1.2: l'idea che la sola società politica naturale sia la famiglia e il concetto che essa debba essere il modello delle istituzioni politiche. I 5 Stelle vogliono il paternalismo ?
Des premières sociétés
La plus ancienne de toutes les sociétés, et la seule naturelle, est celle de la famille : encore les enfants ne restent-ils liés au père qu’aussi longtemps qu’ils ont besoin de lui pour se conserver. Sitôt que ce besoin cesse, le lien naturel se dissout. Les enfants, exempts de l’obéissance qu’ils devaient au père ; le père, exempt des soins qu’il devait aux enfants, rentrent tous également dans l’indépendance. S’ils continuent de rester unis, ce n’est plus naturellement, c’est volontairement ; et la famille elle-même ne se maintient que par convention.
Cette liberté commune est une conséquence de la nature de l’homme. Sa première loi est de veiller à sa propre conservation, ses premiers soins sont ceux qu’il se doit à lui-même ; et sitôt qu’il est en âge de raison, lui seul étant juge des moyens propres à le conserver, devient par là son propre maître.
La famille est donc, si l’on veut, le premier modèle des sociétés politiques : le chef est l’image 6
du père, le peuple est l’image des enfants ; et tous, étant nés égaux et libres, n’aliènent leur liberté que pour leur utilité. Toute la différence est que, dans la famille, l’amour du père pour ses enfants le paye des soins qu’il leur rend ; et que, dans l’État, le plaisir de commander supplée à cet amour que le chef n’a pas pour ses peuples.
Vi faccio subito notare quello che ho detto nel commento al capitoletto precedente: una volta che il bisogno di cure parentali cessa, secondo lui, la famiglia sussiste solo “par convention”.
Tralascio il resto, del capitolo, che è polemica contro Grozio. Quello che avete letto, è appunto antropologia ipotetica, immaginata prima che nascesse la scienza dell'antropologia. La quale invece, dopo tanti assidui studi dal vivo sulle società cosiddette primitive, spiega le cose in modo assai diverso. Voglio dire che certi soggetti strani, tra cui anche parecchi missionari, ma anche molti studiosi laici, pur più o meno condizionati dalle loro religioni, sono andati a vivere, per periodi anche lunghi, presso società di cacciatori-raccoglitori o anche praticanti forme particolari di agricoltura semplice, cercando proprio società il meno possibile modificate dal contatto con l'esterno. E col materiale faticosamente raccolto hanno pubblicato studi non solo interessanti ma sopratutto utili anche a capire noi stessi, abitanti in Stati industrializzati.
Dato l'indubbio interesse dell'argomento, io, già parecchi anni fa, forse qualcuno di più di tre o quattro libri abbastanza seri li ho letti e giudicati (sperando di averli capiti). Senza fare la fatica di ricostruire una bibliografia mia personale, posso solo indicarvi i tanti titoli di Margaret Mead (per esempio “Sesso e temperamento in tre società primitive”) o, forse meno specialistico, “Il mondo fino a ieri” di Jared Diamond.
La sostanza è che JJR ha detto tradizionalissime assurdità, come d'altra parte probabilmente non poteva non fare. Non poteva non fare per vari motivi: non era certo pensabile che se ne andasse a vivere mesi e mesi presso gli Yanomani o i pigmei del Congo o uno qualsiasi dei “gruppi” della Nuova Guinea. Poi, la tradizione culturale assolutamente prevalente allora (ma purtroppo anche oggi, per molti fra noi), non richiedeva che una congettura qualsiasi, per essere considerata valida, dovesse essere verificata confrontandola con dati reali. Valevano i dogmi, e i pensatori, in massima parte, fabbricavano quelli che speravano fossero presi come dogmi: pare che tutti o quasi aspirassero alla dignità di Padri della Chiesa, o qualcosa di simile. Galileo Galilei contro i dogmi ci si era sgolato, Newton ha lasciato montagne di scritti inediti che non ha mai pubblicato perchè “Hypoteses non fingo”, “non vi presento delle ipotesi fingendole realtà”, ma si riteneva, normalmente, che la verità stesse nella “dogmaticità” (oltre che nel bello scrivere). E poi JJR era anche molto più conservatore di quanto si immaginava di essere e di quanto sembra essere a molti, 5 Stelle in prima fila. Da cui tutta quest'enfasi sulla famiglia. Eva Cantarella, nel suo “Come uccidere il padre”, Feltrinelli, cita Cesare Beccaria, e a mia volta riporto la sua citazione da “Dei delitti e delle pene”, 1764: “Funeste ed autorizzate ingiustizie vennero approvate dagli uomini, anche i più illuminati, ed esercitate nelle repubbliche più libere, per aver considerato piuttosto la società come un'unione di famiglie che come un'unione di uomini”. Il che mi pare un atteggiamento assai diverso dalla fissazione familista di 7
Rousseau. O meglio: paternalista, perchè in tutte le parti del testo che ho letto attentamente (dove se la piglia con Grozio ho letto solo superficialmente) una madre, o più generalmente una donna, proprio non esiste...
Solo che già gli scimpanzè e molte altre scimmie non se ne vanno in giro in famiglie isolate, vivono in gruppi sociali di numerosità tale da comprendere quelle che noi considereremmo più famiglie. Non sono orsi o orangutang che vivono da soli in ambienti che glielo permettono per relativa facilità di reperire risorse alimentari e per assenza di predatori a loro superiori. Invece, papà, mamma e qualche piccolo di uomini o di babbuini o scimpanzè a spasso da soli per la savana sono un'ottima merenda per un gruppo di leoni o di iene: mentre un gruppo di quindici o venti babbuini o scimpanzè (o umani) è molto più difficile da predare. Questo per la difesa: ma anche per l'aiuto reciproco vale altrettanto. Se qualcuno della famigliola di cui sopra si storce una caviglia, il problema è enorme: se il gruppo comprende una ventina di individui, la cosa è gestibile. Per il reperimento di risorse: nessun pigmeo del Congo si sogna o si sarebbe mai sognato di attaccare, lui da solo, un elefante, ma una cosiddetta “banda” (come viene definita un gruppo di almeno qualche decina di individui) di pigmei riesce a ucciderlo e sfamarsi ben bene, mamme e bambini compresi. Una “banda” di certi altri soggetti, che parlano quelle lingue comprendenti oltre a normali vocali e consonanti anche schiocchi e rumori, il cui impronunciabile (o quasi) nome è traslitterato in !Kung, hanno la deprecabile abitudine di andare a rompere le palle a un gruppo di leoni e leonesse che abbia appena ucciso una preda, per esempio un bufalo. I !Kung prima aspettano che i leoni abbiano mangiato abbastanza da sentirsene appesantiti e non più scattanti nonché disperati dalla fame, poi li scocciano con urla e gesti aggressivi con lance eccetera: se sono abbastanza numerosi (ma se non lo fossero si guarderebbero bene da tentare simili gesta) i leoni rinunciano a continuare il pasto e se ne vanno, lasciando il mezzo bufalo restante agli scocciatori.
Ripeto l'osservazione sul carattere di ipotesi di quanto a JJR sembrava verità assoluta: e ipotesi non verificata, da nessuna parte JJR ci dice che per esempio in una certa occasione gli Yanomani si comportano in un certo modo, come i Forè o i Nuer, per dire.
Ora, l'ottima prosa di Rousseau non può cambiare il fatto che la sua concezione delle originali società politiche sia contemporaneamente 1) sbagliata, 2) conservatrice, 3) paternalista: cose di cui i 5 Stelle sembrano appunto non avere il neanche minimo sospetto.
Capitoli 1.3 e 1.4
Non li commento: qualche osservazione ci sarebbe, ma poco rilevanti rispetto a punti successivi. E moltissimo è invece valido, anche per semplice buon senso.
Cap. 1.5: una esibizione di formalismo.
Ometto i primi periodi del capitolo 1.5: quanto segue è invece importante in 8
quanto premessa per le asserzioni successive.
Un peuple, dit Grotius, peut se donner à un roi. Selon Grotius, un peuple est donc un peuple avant de se donner à un roi. Ce don même est un acte civil ; il suppose une délibération publique. Avant donc que d’examiner l’acte par lequel un peuple élit un roi, il serait bon d’examiner l’acte par lequel un peuple est un peuple ; car cet acte, étant nécessairement antérieur à l’autre, est le vrai fondement de la société.
En effet, s’il n’y avait point de convention antérieure, où serait, à moins que l’élection ne fût unanime, l’obligation pour le petit nombre de se soumettre au choix du grand ? et d’où cent qui veulent un maître ont-ils le droit de voter pour dix qui n’en veulent point ?
La loi de la pluralité des suffrages est elle-même un, établissement de convention et suppose, au moins une fois, l’unanimité.
Notiamo qui una per me inaspettata pignoleria formalistica: ricordiamoci che concettualmente siamo in una fase formativa della società. JJR postula che per esempio i Mundugumor della Nuova Guinea, che certamente sono un “popolo”, lo siano in virtù di un apposito “atto”. Ma addirittura, sembra, questo atto di formazione di un popolo sarebbe stato preceduto da una convenzione unanime con la quale si è deciso che nelle successive deliberazioni basta la maggioranza.
Manca assolutamente l'idea che nella socialità umana giochino tendenze naturali: la “natura” secondo Rousseau è molto meno potente di quanto lo sia secondo la teoria sintetica dell'evoluzione, anche già nella forma di Darwin.
Uso “teoria” nel senso delle scienze, ossia il risultato di un processo iterativo ipotesi-verifica della stessa a fronte di fatti osservati- modifica dell'ipotesi – nuova verifica dell'ipotesi modificata e così via fino a che abbiamo uno strumento che funziona.
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Cosa invece ci dice l'antropologia ? Dalla osservazione di, mi pare, tutte le società per mera comodità considerate “primitive”, che in contemporaneità temporale esistono o esistevano fino a pochi anni fa (e ora travolte dal quasi generale consenso dei partecipanti a un modello di vita meno “vicino alla natura” ma che, nonostante parecchi inconvenienti, garantisce una vita media assai più lunga), risulta, dove le condizioni ambientali e la tecnologia padroneggiata lo permettono, una tendenza all'aumento del numero dei membri. Usando la più semplice delle classificazioni, esiste la “banda”, di poche decine di individui: poi la “tribu”, con centinaia di persone, poi la “chiefferie” o “chiefdom” o “potentato” (mi pare) con migliaia e poi gli “stati” primitivi, con oltre 50000 membri. Fino alla tribu, mi pare, non esiste un capo definibile come tale: per dimensioni maggiori, sì.
Faccio una mia ipotesi, che presento soltanto in nota. Non so se è già stata fatta da altri, ma direi senz'altro di sì; comunque mi sembra non completamente inutile. Ognuno di noi può avere rapporti di amicizia o comunque rapporti personali solo con un certo numero di altre persone, che dal nome dell'antropologo che ha scoperto e evidenziato questo fatto si chiama “numero di Dunbar” e che può variare, ma (mi sembra) mai superare valori da 150 a 180, circa. Allora, in una chiefferie di duemila individui, nessuno può conoscere (e quindi potenzialmente fidarsene) che una relativamente piccola quota di altri. Ma invece un X può essere compreso nei “numeri di Dunbar” individuali di tutti gli altri, essere cioè conosciuto da tutti, anche se lui non può realmente conoscere tutti. Ora, tra duemila individui, attriti, diversità di interessi, rivalità eccetera, è inevitabile ci siano e anche frequentemente: un tizio che si trovi nella situazione di X, perchè magari a caccia ha ammazzato molte più antilopi di chiunque altro, si trova automaticamente, o meglio naturalmente, a diventare un riferimento generale. Questa sarebbe una spiegazione di un'autorità nascente, senza ipotizzare improbabili elezioni di un “re” senza sapere che cavolo sia un re.
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Anche per analogia con le società animali, dove, in molti casi, esiste addirittura una ben definita gerarchia, mi pare molto legalistica (in senso negativo) la posizione di JJR.
Il capitolo 1.6 invece è importantissimo di per sé.
Ecco un argomento molto “di destra”:
Du pacte social
Je suppose les hommes parvenus à ce point où les obstacles qui nuisent à leur conservation dans l’état de nature l’emportent, par leur résistance, sur les forces que chaque individu peut employer pour se maintenir dans cet état. Alors cet état primitif ne peut plus subsister ; et le genre humain périrait s’il ne changeait de manière d’être.
Si suppone che “gli uomini” viventi in condizioni naturali (al capitolo precedente si parla di deliberazioni, quindi sembrerebbe che qui debbano intendersi in un qualche modo già aggregati), a un certo punto incontrano degli ostacoli che resistono alle singole azioni (di quegli uomini) intese a restare nelle condizioni naturali. Quali siano quelle azioni e quegli ostacoli JJR non ce lo dice, ma ci dice che quelle condizioni di naturalità non possono essere mantenute e che il genere umano perirebbe se non cambiasse il suo modo di essere, uscendo quindi dallo stato primitivo, di natura. La traduzione è fedele e chiara ? Mi pare di sì: e allora siamo davvero nei guai, e grossi. Nelle varie spiegazioni antropologiche ed evoluzionistiche, il movente del cambiamento (come innanzitutto inventare strumenti) è attivo, che sia il grado generale di capacità di utilizzare meglio l'ambiente, o in particolare il desiderio di una minore mortalità infantile, o di una vita più lunga, o di evitare un troppo frequente rischio di morire di fame.
La motivazione proposta da JJR è il contrario, è la difesa contro un pericolo emergente, che comporta addirittura il rischio che il genere umano (e non una sola parte di esso ?) perisca. Il guaio enorme, di cui a quanto pare i 5 Stellini non si rendono minimamente conto, è che questo argomento “difensivo” è stato larghissimamente adottato come cavallo da battaglia delle destre. Che io sappia non ce n'è nemmeno una che rinunci a usarlo, sotto le varie possibili forme particolari di minaccia di annientamento fisico o almeno culturale. Il nazionalsocialismo, in breve detto “nazismo”, postulava che il popolo (Volk) tedesco fosse di per sé, naturalmente, costituito da un insieme di famiglie di relativamente piccoli proprietari agricoli, e che una serie di ragioni, in ognuna o quasi delle quali entrava l'azione degli ebrei, minacciasse questo popolo e il suo bisogno di Lebensraum, “spazio vitale”, e contro questo pericolo era necessario appunto unire tutte le forze e seguire Hitler. Oggi gli immigrati minacciano la distruzione della nostra cultura e quindi del nostro modo di vivere: per cui dovremmo tutti unirci e seguire Salvini... Non è che Rousseau prevedesse simili utilizzi del suo argomento, d'accordo, ma mi sembra che ritenesse lecito non sforzarsi troppo il cervello su questioni 10
secondarie (rispetto ai sentimentalismi) come la politica (vedere anche l'Avertissement iniziale nel testo allegato).
Perchè facendo del pacte social il momento fondante della struttura politica, ne subordina l'esistenza a quella degli ostacoli (non spiega quali) al poter restare nello stato di natura. Se gli ostacoli non ci sono, allora non c'è bisogno di uscire dallo stato di natura e non c'è bisogno della politica. In certi casi forse è anche parzialmente vero: sono esistite fino a non molti decenni fa, e forse esistono ancora, bande e tribù che in ambienti particolari possono accontentarsi di uno stato completamente (o quasi) naturale: ma se fosse vero quello che sosteneva Clausewitz (“La guerra è la politica fatta con altri mezzi”, o pressappoco), la politica la fanno eccome, visto che sono di solito in stato di guerra con altre eventuali aggregazioni vicine. Ma di solito, se vivono di caccia, sono felicissimi di sostituire le punte di freccia in legno indurito o in pietra con quelle di metallo.
Per JJR invece gli uomini, almeno finchè vivono allo stato naturale, sono, anzi devono essere conservatori. A me pare che la posizione di JJR, per cui la politica è innaturale, segua quello che la Chiesa ha continuato a sostenere per millenni, accettando tutt'al più la politica come male (anzi schifezza) necessario. Ma nei gruppi di babbuini, scimpanzè, lupi eccetera eccetera, dove dei rapporti di gerarchia esistono eccome ed esiste la relativa dinamica, di che si tratta ? Certo non si tratta di governare una polis, ma, chiamiamola come vi pare, qualcosa esiste. E' un punto su cui qui mi limito a dire che la visione di una Natura statica perchè perfetta in quanto creata da un Ente metafisico è, appunto, un punto di vista che più conservatore non si può.
Il dramma personale di Rousseau mi pare comprendere il suo essere caratterialmente e culturalmente arciconservatore e l'essere invece conscio della necessità del cambiamento.
Un altro punto: gli “ostacoli” della prima riga riguardano evidentemente tutti gli uomini presenti, o per meglio dire, forse, tutte le famiglie presenti al mondo, visto che se non cambia modo di essere il genere umano perirebbe. Il “genere” comprende tutti. Se riuscite a spiegarlo altrimenti, bene, ma a me sembra che JJR pensi in termini sostanzialmente vetero testamentari, ossia di un insieme di umani non ancora organizzati se non in famiglie. Per il Vecchio tTestamento la divisione delle lingue avviene al tempo del tentativo di costruzione della Torre di Babele: e con tale divisione avviene la separazione in popoli.
Va bene, non è che uno debba per forza ritenere Rousseau un cretino se nel 1762 faceva riferimento al Vecchio Testamento, negli USA oggi sono, pare, ancora circa il 45 %, ma va tenuto presente che tutto l'edificio concettuale di JJR necessita di certe premesse, e in queste premesse non ci può ovviamente essere la teoria sintetica dell'evoluzione.
Quindi, oggi, se prendi davvero ancora sul serio tutto Rousseau (ci sono abbondanti parti, che non commento, per cui questo problema non si pone, come il rifiuto della schiavitù) come pensatore politico, a meno di voler essere incoerente, non puoi accettare l'evoluzionismo: e questo è un problema grosso assai, perchè se non lo accetti e vuoi mantenere la coerenza, dovresti per esempio (il più piccolo e banale venutomi in mente) rifiutare moltissimi 11
alimenti (anche vegetariani, anzi “vegani”) e sopratutto farmaci la cui genesi sarebbe stata impossibile senza il contributo materiale o concettuale dell'evoluzionismo. Ma negli USA come fanno ? I problemi della nostra scuola sono diversi da quelli della scuola USA, se non altro, detto brutalmente, noi non abbiamo le loro risorse materiali disponibili sul loro territorio (per prima la superficie territoriale), ne abbiamo assai di meno, per cui noi abbiamo bisogno di efficienza, il che comporta il capire che sapere qualcosa sulle guerre puniche o sull'evoluzione è indispensabile. Non possiamo, noi, essere ignoranti, e quindi funzionalmente scemi, quanto lo possono essere loro.
Si prosegue immediatamente con uno dei passaggi chiave:
Or, comme les hommes ne peuvent engendrer de nouvelles forces, mais seulement unir et diriger celles qui existent, ils n’ont plus d’autre moyen, pour se conserver, que de former par agrégation une somme de forces qui puisse l’emporter sur la résistance, de les mettre en jeu par un seul mobile et de les faire agir de concert.
“Ora, dato che gli uomini non possono generare nuove forze...”: e chi lo dice ? Qui Rousseau dice esattamente quello che diceva un mio professore imbecille, il prete che avrebbe dovuto insegnarci la religione al liceo. Preciso immediatamente che un altro prete “insegnante” di religione (al ginnasio) era una persona a cui la bonomia e la cordialità non impedivano per nulla di essere estremamente capace e intellettualmente sveglissimo. Ma tornando al primo, cardine del suo para-pensiero era il dogma che gli esseri umani non possono creare. “Se costruiscono questo tavolo, devono usare il legno, che viene dalla Natura, che è creata da Dio”: e di lì non lo schiodavi. Il concetto di funzione gli pareva irrilevante, anche se usare un albero vivente nel suo bosco per appoggiarci sopra, a scuola, il registro di classe gli era piuttosto difficile. Ma noi, in realtà, costruiamo funzioni: da qualche decennio sappiamo anche produrre nuova materia dall'energia, ma per millenni abbiamo comunque creato vere utilità: come quella degli occhiali, per la prima che mi viene in mente, e che in natura proprio non erano mai stati trovati. Ossia, a noi risulta che i nostri lontanissimi antenati a un certo momento hanno cominciato non solo ad usare strumenti, ma anche a sistematicamente crearseli. Non si sa, mi pare, quando hanno imparato ad accendere e usare il fuoco: queste capacità, quando vengono concretamente esplicate, sono “forze” o no ?
JJR non specifica quali possono essere esattamente gli “ostacoli” a cui opporle: pare che il concetto comprenda tutto ciò che può essere utile a vincere la resistenza degli ostacoli alla volontà umana di restare nello stato di natura.
Ma nel brano precedente (andatevelo a rileggere) dice che comunque gli uomini devono cambiare maniere d'etre. Qui invece dice che “devono conservarsi”, sembra nel senso di “non perire”, ma devono mettere in atto una somma di forze capace di vincere la resistenza degli ostacoli alla volontà umana. Volontà di restare nello stato di natura o volontà di non perire ? Ancora: parla di “formare per aggregazione una somma di forze...” alt: i nostri lontanissimi antenati è assolutamente certo non fossero tanto stupidi da non trasmettersi conoscenze. Se le “bande” A, B e C conoscono la tecnica del fuoco, mentre la D no, e se alla D diventa indispensabile un fuoco, non è che 12
devono chiamare in soccorso A, B e C che vengano ad “aggregarsi” a D per accenderlo: basta trasmettere la conoscenza. Cosa che fanno anche parecchi animali, non per il fuoco, ma per la tecnica atta a rompere certe resistentissime noci commestibili, per esempio. Manca anche il concetto di sinergia: è normale che cognizioni, o capacità, o sostanze materiali, separate non presentino caratteristiche o forniscano utilità come unite.
Prosegue con l'enunciazione del problema, posto nei termini di cui sopra:
Cette somme de forces ne peut naître que du concours de plusieurs ; mais la force et la liberté de chaque homme étant les premiers instruments de sa conservation, comment les engagera-t-il sans se nuire et sans négliger les soins qu’il se doit ? Cette difficulté, ramenée à mon sujet, peut s’énoncer en ces termes :
« Trouver une forme d’association qui défende et protège de toute la force commune la personne et les biens de chaque associé, et par laquelle chacun, s’unissant à tous, n’obéisse pourtant qu’à lui-même, et reste aussi libre qu’auparavant. » Tel est le problème fondamental dont le Contrat social donne la solution.
State attenti alla contorsione: “....per la quale (forma associativa) ciascuno, unendosi a tutti, non obbedisca tuttavia che a sé stesso, e resti libero come prima”. Questo è un vecchio giochetto verbale, che è stato assai usato per sostenere che il peccatore è schiavo, non è libero, mentre il credente attivo, quello che va a messa, rispetta i dogmi e le regole, eccetera, è libero, perchè quando decide di credere in Dio (secondo il concilio di Nicea) ha esercitato il suo libero arbitrio. Si sostiene che una decisione libera che comporta una perdita di libertà in realtà mantenga la libertà: mi pare una confusione tra concetti e condizioni, e di tempi. Se X decide liberamente di buttarsi dalla finestra da un cinquantesimo piano, ha parecchi secondi in cui è vivo ma non è affatto libero... E secondo me qui JJR “ci ha marciato”, come romanescamente si diceva una volta. Tant'è che immediatamente dopo distingue tra “libertà naturale” e “libertà convenzionale”. Quasi certamente intende dire “libertà originata dell'essere in stato di natura” (ammesso e niente affatto concesso che in stato di natura si sia liberi) e “libertà discendente da una convenzione”, che forse ritiene essere uguali o almeno equivalenti. Ma se non sono almeno equivalenti l'aderente al patto sociale non può, a mio modestissimo e ignorantissimo parere, essere libero come prima di aderirvi.
Les clauses de ce contrat sont tellement déterminées par la nature de l’acte, que la moindre modification les rendrait vaines et de nul effet ; en sorte que, bien qu’elles n’aient peut-être jamais été formellement énoncées, elles sont partout les mêmes, partout tacitement admises et reconnues, jusqu’à ce que, le pacte social étant violé, chacun rentre alors dans ses premiers droits, et reprenne sa liberté naturelle, en perdant la liberté conventionnelle pour laquelle il y renonça.
Il che è una enunciazione, ma contiene anche una ipotesi: “benchè forse non siano mai state formalmente enunciate, sono dappertutto....” eccetera. Ossia: per quella strana e bizzarra cosa che si intende per “Scienza” in senso moderno, le ipotesi non verificate restano ipotesi, non diventano né strumenti 13
né fatti. JJR dice che le clausole sono definite per coerenza interna all'atto (il “contratto sociale”), ma questo è un modo di procedere assai arrischiato. Forse il libro più pesante che io sia mai riuscito a leggere è una “Storia delle logica formale”, che tra l'altro sostiene la necessità della formalizzazione, perchè con un esempio dimostra che perfino Tommaso d'Aquino, una volta, usando il normale linguaggio, ha commesso un errore logico. E in quanto a rigore logico, JJR non avrebbe avuto successo letterario (e parafilosofico) se fosse stato tanto cauto e preciso come l'Aquinate, o almeno come quel pochissimo che tantissimi anni fa mi pare di averne letto.
Solo che a me pare che per JJR le clausole siano determinate dalla natura dell'atto, ma poi l'atto sia in sostanza definito da una clausola riassuntiva. Francamente, io, volontariamente, a un patto così circolarmente definito, non ci aderirei: io sono nato in uno Stato con una certa normativa costituzionale, fortunatamente cambiata in meglio, che io sostanzialmente accetto senza costrizione. Un bambino che nasca oggi si trova poi di fatto a essere obbligato a vivere (a meno che non emigri) in una entità statale-territoriale con certe leggi costituzionali da cui discendono poi le altre. Quindi il nuovo cittadino in realtà non è affatto totalmente libero di aderire o meno a quelle leggi: ci si trova e basta. E' la sostanza di quelle leggi e la possibilità di modificarle che garantisce una discreta libertà di comportamento e una alquanto più vasta libertà di opinione. Rousseau invece, già a questo punto, concepisce una struttura “a tutto o niente”, molto più simile a una credenza religiosa che a un sistema politico.
Ces clauses, bien entendues, se réduisent toutes à une seule – savoir, l’aliénation totale de chaque associé avec tous ses droits à toute la communauté : car, premièrement, chacun se donnant tout entier, la condition est égale pour tous ; et la condition étant égale pour tous, nul n’a intérêt de la rendre onéreuse aux autres.
Ritorniamo un attimo allo scopo di tutta questa costruzione: gli ostacoli (non precisati) che si oppongono alla volontà degli uomini di restare nello stato di natura, e contro i quali occorre riunire e coordinare tutte la “forze” umane mediante il patto sociale. A questo scopo, ci dice Rousseau, occorre l'alienazione totale di tutti i diritti di ciascuno. Solo che l'alienazione totale di tutti i diritti diventa di per sé lo scopo autosufficiente e non solo il mezzo per superare quei non specificati ostacoli di cui sopra. Perchè ? Perchè nelle nostre fisiologiche, naturali caratteristiche comportamentali c'è anche l'adattabilità a strutture gerarchiche, per cui ognuno di noi, se una cultura contraria non lo soccorre, si trova automaticamente a comandare a un certo numero di inferiori (scaglionati gerarchicamente anche loro) e a essere a sua volta comandato da una serie di superiori anche loro scaglionati. Non è, o per lo meno non credo, che nel 1762 questi problemi fossero stati studiati seriamente, ma di esperienza della facilità e contemporaneamente inefficienza dell'autoritarismo mi pare se ne fosse fatta abbastanza. Anticipo un attimo un punto delle conclusioni: Rousseau non era un antiautoritario, era contro l'autorità dei Re in quanto supposta come attribuita ad essi da Dio, mentre riteneva obbligatoria l'autorità del Popolo in quanto essa sì attribuita da Dio. 14
Ma a sua volta il Popolo era legato a certi dogmes obbligatori, che pur essendo pochi, poi di costrizioni ne avrebbero generate tantissime e pesantissime. E credendo davvero in Dio, anche se non quello del catechismo cattolico (anzi a maggior ragione perchè non quello) che aveva abbandonato per altri lidi sempre religiosi,secondo me, non poteva ragionare altrimenti.
Altro problemino: l'uguaglianza. Come tanti altri, Rousseau confonde l'uguaglianza dei diritti con l'uniformità, come se gli esseri umani diversi dal sé stesso e pochi amici suoi fossero tutti identici tra di loro per ogni tratto rilevante. L'uguaglianza dei diritti di persone differenti tra di loro pone, questa sì, un enorme problema politico, che richiede il continuo tentativo di costruire una struttura adeguata, senza dover pensare a ostacoli esterni. Una volta ho conosciuto un ragazzino simpaticissimo e assai intelligente, ma Down, che si rendeva perfettamente conto della sua condizione, e di tanto in tanto si prendeva letteralmente e fisicamente a pugni (e forti) in testa insultandola per gli errori che gli combinava. Oppure prendiamo il caso del bambino con l'epidermolisi bollosa: che colpa ne ha della sua condizione ? Questi sono esempi estremi, ma siamo tutti differenti l'uno dall'altro, più o meno avvantaggiati o svantaggiati, per una infinità di motivi casuali. Per non dico realizzare, ma almeno avvicinarsi a realizzare il diritto di tutti a un'esistenza decente, di struttura e di razionalità (sempre secondo me) socialista (ecco, l'ho detta, la parolaccia !) ne occorrono montagne.
Per un altro verso, una cosa che di Rousseau mi rompe assai è che da sfrenato soggettivista per quanto riguarda sé stesso, quando si parla degli altri la dimensione soggettiva sparisce. L'alienazione dei propri diritti non è soggettivamente uguale per tutti: senza il diritto di leggere quello che mi pare io starei malissimo, mentre anche ottime persone che conosco non sentirebbero nessun dolore se gli si levasse il diritto di leggere. E così per l'andare in bicicletta, e per infinite altre attività. Viva Rabelais, che immaginando l'abbazia di Thelème le attribuisce il motto: “Fais ce que tu voudrais !”.
Ancora un'altra osservazione: “essendo la condizione uguale per tutti nessuno ha interesse a renderla onerosa agli altri” (se si mantiene l'uguaglianza, perchè solo a questa condizione diventerebbe più onerosa anche per sé stesso, ma mi pare “circolare”). Primo, ammesso che possa essere vero, JJR ritiene gli esseri umani perfettamente razionali (pur sapendo benissimo di non esserlo, lui). Secondo (ma ammetto che JJR non lo potesse sapere o avere capito) in natura esiste, eccome, il parassitismo. Ed è diffusissimo, anche tra appartenenti alla stessa specie e all'interno di un gruppo di tali appartenenti. Quindi, per tendenza fisiologica e naturale, certamente molti, se non tutti, nella ipotesi di contratto sociale secondo Rousseau, tenterebbero di rendere dissimmetriche a proprio favore le condizioni, o meglio l'attuazione di esse.
De plus, l’aliénation se faisant sans réserve, l’union est aussi parfaite qu’elle peut l’être, et nul associé n’a plus rien à réclamer : car, s’il restait quelques droits aux particuliers, comme il n’y aurait aucun supérieur commun qui pût prononcer entre eux et le public, chacun, étant en quelque point son propre juge, prétendrait bientôt l’être en tous ; l’état de nature 15
subsisterait, et l’association deviendrait nécessairement tyrannique ou vaine.
Enfin, chacun se donnant à tous ne se donne à personne ; et comme il n’y a pas un associé sur lequel on n’acquière le même droit qu’on lui cède sur soi, on gagne l’équivalent de tout ce qu’on perd, et plus de force pour conserver ce qu’on a.
Si donc on écarte du pacte social ce qui n’est pas de son essence, on trouvera qu’il se réduit aux termes suivants : « Chacun de nous met en commun sa personne et toute sa puissance sous la suprême direction de la volonté générale ; et nous recevons encore chaque membre comme partie indivisible du tout. »
Con il che non aggiunge sostanzialmente nulla.
À l’instant, au lieu de la personne particulière de chaque contractant, cet acte d’association produit un corps moral et collectif, composé d’autant de membres que l’assemblée a de voix, lequel reçoit de ce même acte son unité, son moi commun, sa vie et sa volonté. Cette personne publique, qui se forme ainsi par l’union de toutes les autres, prenait autrefois le nom de cité, et prend maintenant celui de république ou de corps politique, lequel est appelé par ses membres État quand il est passif, souverain quand il est actif, puissance en le comparant à ses semblables. À l’égard des associés, ils prennent collectivement le nom de peuple, et s’appellent en particulier citoyens, comme participant à l’autorité souveraine, et
sujets, comme soumis aux lois de l’État. Mais ces termes se confondent souvent et se prennent l’un pour l’autre ; il suffit de les savoir distinguer quand ils sont employés dans toute leur précision.
E qui invece c'è del nuovo. Un punto è la personalizzazione del cosiddetto “organismo” statale, cosa che mi pare balorda e pericolosa. A JJR pare fare bene parlando di “unità”, “sè comune”, “vita” e “volontà”: non lo sfiora il sospetto uno Stato con attributi di una Persona istituisce una gerarchia in cui lo Stato è appunto in cima. Fa (sempre secondo me) un casino peggiore del diritto divino dei Re, perchè il Re stava in cima ai suoi sudditi, ma in una religione “rivelata” e formalizzatissima, con tanto di Credo e tutto un apparato teorico, magari scombinato ma esplicito, a sua volta il Re sta sotto un Dio, e la distanza gerarchica tra Dio e il Re è enormemente maggiore della distanza tra il Re e anche l'ultimo dei suoi sudditi. Sia il Re che l'ultimo schiavo mangiano, dormono, vanno di corpo e alla fine muoiono: Dio.... è tutt'un'altra faccenda. La personalizzazione dello Stato è la premessa della sua divinizzazione: un ente non soggetto ai limiti fisici miei o tuoi può essere immaginato come metafisico e soprannaturale. Si diceva “Il Reich dei mille anni” (poi ne sono bastati dodici), non si diceva che Hitler sarebbe vissuto fisicamente mille anni, ma che Hitler era il fondatore, la guida, il maestro eccetera eccetera, trasmettendo a Hitler la divinità dello Stato chiamato “Reich”.
Ed è questo che assai giustamente (ma non, di solito, nei nostri licei, e tanto meno nei bigini usati per prepararsi all'esame di maturità) viene rimproverato a Rousseau. Da bravo sentimentalone volontariamente (perchè credente...) non troppo profondo, ha involontariamente creato un arsenale apparentemente filosofico per i totalitarismi, colorandolo di “progressismo” e “di sinistra”.
Un altro punto: “questa persona pubblica.... prendeva una volta il nome di cité”, ed è immediato il riferimento alle città stato, già da JJR nominate, Di 16
Atene, Sparta eccetera. Quindi l'ipotesi di Rousseau sul contratto sociale è originata anche dal ricordo letterario (più che storico) della Grecia classica. Ma quelle società erano schiavistiche: Rousseau non si è reso conto della contraddizione tra il prendersela con Grozio (che giustificava lo schiavismo) e l'ammirare, il prendere in questo passo più che a esempio, le cité schiaviste.
D'accordo che Marx nel 1762 era di là da venire, ma che l'esistenza della schiavitù non condizionasse la cultura politica delle città stato greche, secondo me, JJR sarebbe stato perfettamente in grado di capirlo, se avesse voluto pensarci seriamente.
Altro problemino: “puissance en le comparant a ses semblables”: se ci sono delle “simili” o anche solo “somiglianti”, si suppone che il processo di formazione dell'entità statale, con le modalità definite “contrat social”, si verifichi o si sia verificato in più occasioni particolari. Ricordiamo che sopra, si parlava di ostacoli eccetera con il rischio di perire riferito al “genere umano” e non solamente a una certa quota di esso.
E passiamo al
Capitolo 1.7 “Du Souverain”
On voit, par cette formule, que l’acte d’association renferme un engagement réciproque du public avec les particuliers, et que chaque individu, contractant pour ainsi dire avec lui-même, se trouve engagé sous un double rapport : savoir, comme membre du souverain envers les particuliers, et comme membre de l’État envers le souverain. Mais en ne peut appliquer ici la maxime du droit civil, que nul n’est tenu aux engagements pris avec lui-même ; car il y a bien de la différence entre s’obliger envers soi ou envers un tout dont on fait partie.
Concisamente, l'obbligazione al patto (il Contrat social) non è revocabile, suppongo neanche quando siano stati superati gli ostacoli (obstacles) di cui all'inizio di 1.6. Notiamo qualcosa che nel 1762 sarà anche stato normale da accettare, ma mi sembra, come minimo, incongruo. Qui si parla di fondamenti della Politica che più alta non si può, ma JJR trova necessario argomentare che questa irrevocabilità non contrasta con la massima del diritto civile per cui nessuno è legalmente tenuto agli impegni presi con sé stesso, in quanto l'impegno dell'accettare il contratto sociale vale anche verso il tutto della struttura, ossia anche verso gli altri e non solo verso sé stesso. Pare concettualmente giusto, ma su una base concettuale ristretta a quanto si sapeva nel 1762.
E qui viene il bello.
Il faut remarquer encore que la délibération publique, qui peut obliger tous les sujets envers le souverain, à cause des deux différents rapports sous lesquels chacun d’eux est envisagé, ne peut, par la raison contraire, obliger le souverain envers lui-même et que, par conséquent, il est contre la nature du corps politique que le souverain s’impose une Ici qu’il ne puisse enfreindre. Ne pouvant se considérer que sous un seul et même rapport, il est alors dans le cas d’un particulier contractant avec soi-même ; par où l’on voit qu’il n’y a ni ne peut y avoir 17
nulle espèce de loi fondamentale obligatoire pour le corps du peuple, pas même le contrat social. Ce qui ne signifie pas que ce corps ne puisse fort bien s’engager envers autrui, en ce qui ne déroge point à ce contrat ; car, à l’égard de l’étranger, il devient un être simple, un individu.
Attenzione alla quarta riga: “...s'impose une Ici qu'il ne puisse....”: nell'edizione completa delle opere con “rousseauonline” trovo invece:
Il faut remarquer encore que la délibération publique, qui peut obliger tous les sujets
envers le Souverain, à cause des deux différens rapports sous lesquels chacun deux estʼ
envisagé, ne peut par la raison contraire, obliger le Souverain envers lui-même; et que, par
conséquent, il est contre la nature du Corps politique que le Souverain simpose une loi quil ʼʼne puisse enfreindre. Ne pouvant se considérer que sous un seul & même rapport, il est alors dansle cas dun particulier contractant avec soi-même: par où lon voit quil ny a ni ne peut y ʼʼʼʼavoir nulle espece de loi fondamentale obligatoire pour le Corps du peuple, pas même le contrat social. Ce qui ne signifie pas que ce corps ne puisse fort bien sengager envers autrui ʼen ce qui ne déroge point à ce contrat; car à légard de létranger, il devient un être simple, un ʼʼindividu.
Con “loi”, legge, al posto di “Ici”.
Non so se a quelli di Atramenta la cosa non piaceva, ma il testo non può che essere quello con “loi”, altrimenti la cosa non sta in piedi. Ma la sostanza è che il (Popolo) Sovrano non è obbligato al rispetto dello stesso Contratto sociale. Il che vuol dire che aderendo al “contratto sociale” non aderisci a qualcosa di certo: domani l'assemblea decide che l'uguaglianza di diritti non vale più, e così deve essere. Ripeto: è detto chiaramente che il Sovrano, che sarebbe le “Corps du Peuple”, non può avere nessuna legge fondamentale.
E occhio, occhio e ancora occhio, alle righe finali: il “Corps” (che vedremo dovrebbe essere l'assemblea) può istituire rapporti esterni fino a che questi non contraddicono il “Contrat Social”: li può istituire perchè detto Corpo del popolo verso lo straniero è un “essere semplice, un individuo”. A parte il lapsus freudiano di ritenere un “individuo” un “essere semplice”, che anche in francese può essere inteso come “non complicato” invece che come “singolo”, mi pare già a questo punto essere chiaro che per Rousseau tutti i rapporti sociali all'interno della comunità dovrebbero passare attraverso il “Contrat Social”: lo vedremo meglio poi.
Mais le corps politique ou le souverain, ne tirant son être que de la sainteté du contrat, ne peut jamais s’obliger, même envers autrui, à rien qui déroge à cet acte primitif, comme d’aliéner quelque portion de lui-même, ou de se soumettre à un autre souverain. Violer l’acte par lequel il existe, serait s’anéantir ; et qui n’est rien ne produit rien.
Attenzione: nelle cose che il corpo politico (“ou le souverain”, qui non è di una chiarezza logica esemplare, anche se si capisce che per lui sono la stessa cosa) non può fare non specifica il delegare. Ricordiamo anche tutta la manfrina sulla famiglia come modello della struttura politica: che se ne rendesse conto o no, nella realtà storica, Rousseau partendo dal paternalismo finisce col fornire strumenti dialettici a tendenze niente affatto liberali (cosa che poi certo non 18
era) ma decisamente assai più totalitarie di quanto, pare, potesse immaginare.
Le ultime parole mi sembrano un tormentone (o mantra) creazionista, un modo per riproporre continuamente il concetto della necessità di un Dio Creatore.
Proseguo:
Sitôt que cette multitude est ainsi réunie en un corps, on ne peut offenser un des membres sans attaquer le corps, encore moins offenser le corps sans que les membres s’en ressentent. Ainsi le devoir et l’intérêt obligent également les deux parties contractantes à s’entraider mutuellement ; et les mêmes hommes doivent chercher à réunir, sous ce double rapport, tous les avantages qui en dépendent.
Or, le souverain, n’étant formé que des particuliers qui le composent, n’a ni ne peut avoir d’intérêt contraire au leur ; par conséquent, la puissance souveraine n’a nul besoin de garant envers les sujets, parce qu’il est impossible que le corps veuille nuire à tous ses membres ; et nous verrons ci-après qu’il ne peut nuire à aucun en particulier. Le souverain, par cela seul qu’il est, est toujours ce qu’il doit être.
La sostanza è che la potenza sovrana, secondo lui, non ha bisogno di garante verso i soggetti: intendo “non c'è bisogno che i soggetti vengano protetti da garanzie”. Se lo dice lui... Parlando seriamente, JJR continua a vedere “i soggetti” come un insieme di elementi uniformi, non uguali tra di loro per diritti, ma proprio identici l'uno all'altro. Di fatto, e qui parlo proprio di fatto storico, basta attribuire una diversità a una parte dei soggetti per considerarli estranei al “popolo” e quindi non garantiti dal patto sociale. Quindi trattarli... come gli ebrei. D'altra parte tutta la costruzione del patto sociale secondo Rousseau non considera la differenziazione all'interno del “popolo” se non per eventuali “interessi particolari”, dove già il vocabolario usato implica importanza secondaria e connotazione negativa. Notiamo la ripetizione del termine puissance, potenza, che, per quanto involontariamente, è autoritario.
Si prosegue:
Mais il n’en est pas ainsi des sujets envers le souverain, auquel, malgré l’intérêt commun, rien ne répondrait de leurs engagements, s’il ne trouvait des moyens de s’assurer de leur. fidélité.
En effet, chaque individu peut, comme homme, avoir une volonté particulière contraire ou dissemblable à la volonté générale qu’il a comme citoyen ; son intérêt particulier peut lui parler tout autrement que l’intérêt commun ; son existence absolue, et naturellement indépendante, peut lui faire envisager ce qu’il doit à la cause commune comme une contribution gratuite, dont la perte sera moins nuisible aux autres que le payement ne sera onéreux pour lui ; et regardant la personne morale qui constitue l’État comme un être de raison, parce que ce n’est pas un homme, il jouirait des droits du citoyen sans vouloir remplir les devoirs du sujet ; injustice dont le progrès causerait la ruine du corps politique.
Non specifica i “doveri del soggetto”, se non quando precedentemente dice che il patto consiste nella alienazione totale dei diritti. Allora, mettiamo che un cretino come me dissenta da una decisione (esplicita o implicita) dell'assemblea o ad essa attribuita. Per esempio, trovo idiota ammazzare Socrate: ho alienato evidentemente il diritto a esprimere il dissenso, ma ho alienato anche il diritto a pensare, anche senza esprimere il mio pensiero, in modo diverso ? L'interpretazione storica di Rousseau assai spesso è stata 19
quella estensiva. Molto del pensiero dogmatico, o come in questo caso, del pensiero influenzato dal dogmatismo, per evidente maggior facilità di trattazione concettuale (altrimenti detta “superficialità”), non può accettare la differenziazione. Il mito della Torre di Babele definisce la differenziazione delle lingue come un male, una punizione da parte di quel niente affatto simpatico personaggio che è il Geova dell'Antico Testamento inflitta agli umani per la loro presun

     

  

SUL “DU CONTRAT SOCIAL” DI J. J. ROUSSEAU

 

1) PREMESSA.

Perchè accidenti mi sono messo a tentare di infangare la Santissima Memoria di un Grandissimo Rivoluzionario ? Perchè non credo nei miti e nelle santificazioni, sia ingenue sia strumentali, e le ritengo comunque disastrose per la Sinistra (e forse peggio ancora per chi di Sinistra non è).

Chi si fida di me può anche, provvisoriamente, saltare subito a “3) CHE ACCIDENTI HA SCRITTO ROUSSEAU”, o magari addirittura anche alle “4) CONCLUSIONI”, ma io preferisco che chi legge non si fidi dei miei eventuali pregiudizi, più evidenziabili dalla lettura completa.

Mi sono accorto che Rousseau è citatissimo, santificato, ma non letto. Ma proprio per niente. Allora, tra gli scopi di questo scritto c'è ovviamente quello di chiarirci, tra di noi, almeno un po', le idee su un argomento di moda anche politicamente, ma anche quello di fornire ulteriori argomenti a chiunque voglia fare opera di carità, nel senso di cercare di aprire un po' gli occhi a quella non indifferente parte di insegnanti desiderosi di suicidio, che votano o sostengono i 5 Stelle. Che secondo me continuano a farsi fregare, pur dopo tanti anni, del distruttivo indirizzo a suo tempo dato alla politica scolastica dal fascismo (della quale politica oggi per trattare non ho né tempo né spazio), dando invece la colpa delle insufficienti condizioni della scuola alla Sinistra. La quale, se vuole essere davvero “progressista”, si trova sempre in conflitto (più o meno percepito) con tutti quegli insegnanti che, per esigenze tecniche del loro lavoro o per carenze di preparazione (o di aggiornamento culturale) hanno bisogno, o credono di avere bisogno, di giocare principalmente, o soltanto, sull'autorità personale (e non quella dei fatti rispetto alle anche più eleganti e suggestive congetture).

In questioni che anche se indirettamente possono riguardare la scuola è comunque necessario, sempre secondo me, tenere presente un grosso problema italiano: che da noi sono ancora presenti due generi di imprenditori. Un genere è costituito da quelli le cui aziende sfornano ed esportano prodotti ad alto valore aggiunto, e che quindi hanno bisogno, generalmente, di personale ad alta e valida scolarità. L'altro genere, da quelli che fabbricano, per esempio, diciamo, pedalini, per i quali la alta e valida scolarità dei dipendenti è un male assoluto, perchè i margini di guadagno sui pedalini sono tanto bassi che è impossibile, per loro, pagare dei dipendenti con remunerazioni che persone scolarizzate possano accettare: per cui tali persone, piuttosto, emigrano verso altri lidi.

Nel primo tipo di imprese rientrano per esempio la farmaceutica, l'aerospaziale, o quella ditta di Monopoli che fa e esporta in tutto il mondo mezzi speciali avanzatissimi per il controllo delle sedi ferroviarie, ma anche la cantina che produce un vino tanto buono (o creduto tale) da poter essere venduto a 30 euro a bottiglia. Nel secondo tipo io ci metto, per esempio, anche i “call center”, nonostante siano stati purtroppo presi per “terziario avanzato”.

Ora, a me pare (ma non ho sottomano statistiche dettagliate e filtrate come vorrei io) che siano le aziende dell'alto valore aggiunto a fornire al Prodotto Interno Lordo e alle esportazioni un contributo assai maggiore, mentre i produttori di pedalini vi contribuiscono molto meno. Ma, invece, gli imprenditori del secondo tipo, per i quali è vitale il basso costo del lavoro (e che incidentalmente sono avversi alla grande industria, che sequestra abbondante forza lavoro riducendone l'offerta e aumentandone il costo) sono in numero assai maggiore di quelli del primo tipo (alto valore aggiunto e bisogno di personale qualificato). E mi sembra anche che molta imprenditoria di tipo familiare, sempre del secondo tipo, abbia grandissime difficoltà a evolversi, il che richiederebbe un cambiamento di mentalità della stessa proprietà dell'azienda. Poi, il dogmatismo leninista (ma anche quello trotzkista e quello staliniano, mandando in malora il cosiddetto “socialismo reale”, hanno anche favorito l'illusione conservatrice e archeocapitalista di potere continuare indefinitamente a guadagnare palate di soldi fabbricando pedalini, in quanto la catastrofe dell'URSS avrebbe fatto ridimensionare le aspirazioni dei lavoratori, agevolando la credibilità di un vantaggio economico generale prodotto dalla abbondanza di manodopera non qualificata.

Attenzione, adesso: era oggettivamente difficile, per molti insegnanti, ai miei tempi, capire sempre cosa significa realmente “personale qualificato”: io ho lavorato a stretto e strettissimo contatto con “operai” che, per esempio, gestivano un tornio a controllo digitale lungo sedici metri, che lavorava pezzi di acciaio specialissimo di oltre un metro e mezzo di diametro, con precisioni del micron, con i quali operai potevo parlare anche di concetti “umanistici” e “filosofici” che, purtroppo, avrebbero completamente spiazzato la coppia di giovani professori miei vicini di casa. Non per colpa loro ma, sempre secondo me, del fascismo, o meglio della sua non irrisolta eredità. E la superficialità che ho constatato ancora adesso nei riguardi di cosa realmente ha scritto il povero Jean Jacques Rousseau mi fa temere che anche oggi molto spesso venga presa per “preparazione culturale”, presumibilmente fornita dalla scuola, e anche da parecchi ambienti universitari, e anche in genere dall'ambiente, qualcosa che riesce a non essere né preparazioneculturale. Il che è un problema politico. Torno su questo punto nelle conclusioni: qui osservo che il “Du Contrat Social” non viene preso come un saggio o un trattato di politica, ma come qualcosa di letterario, salvo poi la pretesa di estrapolarne i concetti come strumenti nella realtà.

I sindacati poi, ovviamente (e giustamente dal punto di vista morale) tendono a difendere i più deboli, ossia quelli che sono costretti a lavorare producendo pedalini, in confronto ai quali le richieste degli insegnanti sembrano pretese esagerate, e la Sinistra non è che possa fregarsene, della posizione dei sindacati.

Ma d'altra parte la Sinistra tende, anche di fatto, a combattere il tipo di capitalismo basato sulla iperproduzione di pedalini: ma a sua volta questo rende appunto necessaria una idea della istruzione alquanto diversa da quella che assai spesso, come posso testimoniare, è stata troppo spesso fornita per molti anni. Non si tratta solo di capacità e impegno: io ho avuto, per fortuna, parecchi insegnanti davvero eccellenti: ma, a parte il fatto che anche un solo insegnante scadente è un disastro (come lo è uno scadente pilota di aerei passeggeri), è anche necessario accettare il fatto che molti di quei insopportabili impiastri degli alunni tra qualche anno dovranno essere capaci di pensare (e per propria iniziativa) meglio di tanti filosofi “professionali”

(come Heidegger, secondo me) che il professore propone, sia pure senza convinzione, come modelli, per cui Spinoza o Nietzsche basta “saperli” per rispondere all'interrogazione.

Iniziativa: un'amica prof di matematica, parlando di cose inutili, portava a esempio i “passaggi” che in matematica anche elementare si fanno continuamente e che lei faceva fare ai suoi allievi, anche se non aveva mai capito a che cavolo servissero: al che io le ho osservato che un qualsiasi problema concreto (e più interessante del tempo di riempimento della vasca da bagno), risolvibile con la formula per un'equazione di secondo grado, deve prima essere messo in una certa forma “canonica” con un po' di, appunto, passaggi. Tutta contenta mi ha ringraziato perchè finalmente le avevo chiarito le idee: ma non si è resa conto quanto fosse tragica la situazione, di avere insegnato per quindici o vent'anni roba che non aveva idea servisse a qualcosa. E, peggio che mai, non si è resa conto che avrebbe potuto e dovuto arrivarci da sola.

Andando a chiedere a mille italiani medi se per progettare e produrre automobili è necessario il calcolo differenziale (senza pretendere di saperlo usare, ma sapere spiegare che cos'è e a quante infinite applicazioni può servire sarebbe assai utile, e eventualmente chiarirebbe anche certe sue conseguenze culturali), temo che la grande maggioranza cascherebbe dalle nuvole. Ma analoghi risultati otterrei chiedendo se è utile una anche minima conoscenza della storia delle guerre puniche, conoscenza secondo me utile, eccome, visto che l'Italia sta a mollo nel Mediterraneo, dove, oltre agli stabilimenti balneari, ci sono i porti, e attraverso il quale mare passa il dieci per cento del traffico marittimo mondiale.. E analoghi risultati otterrei se chiedessi se è utile sapere cosa sono il deficit e il debito pubblico.

Per non parlare poi della differenziazione tra “cultura umanistica” e “scientifica”: io proprio non mi sono accorto di avere subito trapianti di cervello ogni volta che sono passato dal leggere senza problemi (o almeno, non mi è sembrato di averli) “Cleofonte deve morire” di Luciano Canfora a un articolo che presenta le ultime scoperte della biologia quantitativa.... Se io non ho (o almeno, non mi pare) questi problemi, in parte è merito di alcuni eccezionalmente bravi insegnanti che ho avuto, e in parte è frutto del caso. Il fatto che ci debba entrare il caso non è giusto, ma è anche socialmente, economicamente e politicamente non funzionale.

Domanda: perchè si studia ? Per essere promossi... E perchè devi essere promosso ? Perchè se no non ho il diploma... E a che ti serve il diploma, o la laurea ? A fare i concorsi... Ma le cose che ti hanno insegnato, sul lavoro, ti serviranno ? Boh ! E per te personalmente ? Ma va !

Altro guaio: informazione e intrattenimento. Per i giornali, ma anche per le case editrici, per la televisione, è assai più difficile informare che intrattenere. Grillo sogna che l'intrattenimento sia anche informazione, ma è un ottimista fesso: capisco che sarebbe assai bello se bastasse divertirsi per comprendere, ma anche per mia esperienza personale (oltre che di tanti altri) ho trovato che è meglio, tranne casi alquanto rari, non aspettarselo. Certo che l'ipotesi proposta da Serge Latouche, della “decrescita felice”, mi piacerebbe, il che provocherebbe, se non sapessi la necessità del verificare, un piacere a leggerla e a sostenerla. Ma so che i fatti, i “brutti, piccoli fatti”, dal mio piacere

soggettivo a leggere qualcosa che sarebbe assai gradevole realizzare (se possibile) non sono influenzati. E allora cerco di verificare, invece di lasciarmi prendere dai piacevoli entusiasmi, e mi chiedo: tutti i progressi della medicina, con il consegente allungamento della vita media e il mantenimento in vita di tantissime persone con patologie croniche e invalidanti, hanno qualche conseguenza economica generale ? E', direi, estremamente probabile, in termini di una sempre crescente necessità di risorse per assistenza e pensioni. Un ragionamento analogo mi pare vada fatto per l'insopprimibile desiderio di condizioni di vita migliori da parte di miliardi di persone che vivono fuori dal relativamente assai comodo e salubre mondo industrializzato. E allora, stando così le cose, nelle condizioni presenti e in quelle prevedibili, fare conto sulla validità dell'ipotesi della “decrescita felice”, a me pare estremamente stupido.

Ma che c'entra Rousseau ? Perchè la deformazione delle idee di Rousseau in fattibile e piacevole è appunto una negazione dell'informazione sostituendola con intrattenimento.

 

2) Contro il semplicismo pro ignoranza: 5 Stelle e J.J. Rousseau.

Occasione immediata di questo scritto è, quindi, il casino concettuale dei 5 Stelle a carico del povero Jean Jacques Rousseau, che se potesse si incavolerebbe assai. Il che è un caso particolare di confusionaria superficialità (sempre secondo me).

Per cui, innanzitutto, vi fornisco in allegato il testo originale del “Contrat social” di Rousseau, scaricato da uno dei tanti siti che lo mettono a disposizione garantendone l'autenticità e correttezza, in questo caso il francese “Atramenta”. Per sicurezza ho fatto il confronto con altre edizioni e per vari punti ho anche fatto il confronto con la parte dedicata a JJR nella “Storia della filosofia occidentale” di Bertrand Russell, scritto parecchi anni fa. Se Russell critica la distinzione di Rousseau tra la volontà generale e la volontà di tutti mi pare del tutto lecito assumere che questa distinzione, presente nel testo del Contrat scaricato da me, non ce l'abbia messa qualche malevolo falsario intenzionato a distruggere il buon nome di Rousseau. E naturalmente ho anche cercato nel testo incoerenze interne che segnalassero manipolazioni. Qualche incoerenza l'ho trovata, mi pare, ma nulla che non fosse diretto, da parte di Rousseau stesso, a rendere più digeribili le sue asserzioni.

Poi, ne presento, con un carattere diverso, dei brani importanti, o perchè JJR (abbreviazione per Jean-Jacques Rousseau) ha preso una cantonata, o è stato condizionato da fesserie o ignoranze specifiche del suo tempo, oppure perchè dicono proprio il contrario di quello che i 5 Stelle credono o immaginano dicesse. Rousseau, secondo i seguaci di Grillo, non riesce ad essere nemmeno un Rousseau da “bigino”: è proprio frainteso, non letto o letto da qualcuno a cui non gliene fregava niente o assai poco della sostanza politica.

E faccio le relative osservazioni.

Avvertenza: JJR scriveva benissimo, il che porta a confondere l'ammirazione per la sua prosa alla convinzione che il contenuto sia altrettanto valido, il che, generalmente, non è affatto vero. Sviluppo una osservazione di una mia bravissima professoressa di Storia dell'Arte, che si incavolava per il generale condizionamento dalla cultura letteraria: per cui un saggio o un trattato di politica scritto bene sono belli e quindi veri o almeno più veri che se dicessero le stesse cose in modo goffo. Il che è disastroso e intrinsecamente

reazionario, secondo me: questione importante ma nella quale qui non entro.

Avverto anche che sorvolo sulle parti di polemica contro Grozio, che, per quanto molto spesso evidentemente valide non sembrano di interesse attuale per noi.

 

3) CHE ACCIDENTI HA SCRITTO ROUSSEAU

 

Ora, parto con una prima citazione, dalla prefazione al Libro I del Contrat social, che trovo assolutamente condivisibile:

 

quelque faible influence que puisse avoir ma voix dans les affaires publiques, le droit d’y voter suffit pour m’imposer le devoir de m’en instruire “

 

Il che mi pare sacrosanto, ma appunto assai poco seguito, anche da chi crede di utilizzare JJR senza, pare, averlo letto. Viva il dovere di istruirsi !

 

Prima di proseguire, mi pare che vada chiarito un punto: nel 1762 il concetto del “contratto sociale” esisteva già da parecchio: quella di Rousseau non è stata una sua invenzione, come mi sembra credano i suoi adoratori, ma è stata la sua interpretazione del concetto già proposto da altri. Ed è anche la sua ipotesi sulla formazione di questo contratto e conseguentemente sulle condizioni perchè esso funzioni. Ma come altre analoghe opere di quei tempi e anche parecchio oltre, si tratta di ipotesi completamente priva di verifiche “sul campo”.

 

Ed ecco il famosissimo incipit:

 

Chapitre 1.1

Sujet de ce premier livre

L’homme est né libre, et partout il est dans les fers, Tel se croit le maître des autres, qui ne laisse pas d’être plus esclave qu’eux. Comment ce changement s’est-il fait ? Je l’ignore. Qu’est-ce qui peut le rendre légitime ? Je crois pouvoir résoudre cette question.

Ve l'avevo detto, che quando voleva scriveva benissimo !

Però non facciamoci fregare dalle belle parole, dalla retorica, e pensiamoci un attimo. Ovviamente JJR sapeva benissimo che un neonato non è per niente “libero”, e resta condizionatissimo dal buon volere degli altri per alquanti anni. Quindi do per scontato che in realtà intendesse dire qualcosa come: “l'uomo da una certa età in poi potrebbe (e dovrebbe ?) essere libero politicamente e dappertutto è invece politicamente incatenato”. Attenzione: la carica emotiva della frase porta a ritenere che il senso giusto comporti il “dovrebbe”, ma le cose non sono tanto semplici. Innanzitutto sapeva perfettamente, anche lui, e

già nel 1762, che esistono dei condizionamenti di carattere culturale. Al capitolo immediatamente successivo teorizza che “les enfants” diventino indipendenti quando non hanno più bisogno delle cure del padre (la mamma, in tutto il testo, non si sa mai bene che fine abbia fatto). Indipendenti economicamente ? E va bene: ma della cultura, dell'influenza dell'ambiente familiare sulle abitudini mentali, a me sembra che JJR sapesse benissimo essere fattori importanti, eccome, anche politicamente. Oggi sappiamo (secondo concetti sperimentalmente verificati) che la nostra mente è influenzata anche da fattori biologici, quindi materiali: possono essere genetici ereditati, genetici casuali, esperienze precedenti, o magari perfino la composizione della nostra flora intestinale. Secondo me (ma voi siete liberissimi di dissentire) il mio livello di libertà dipende parecchio dalla consapevolezza dell'esistenza di questi condizionamenti: già rendendomene conto ne ridimensiono almeno un po' l'influenza e penso (o spero di pensare) un po' più liberamente. Questo discorso nel 1762 forse era impossibile: ma che JJR non si rendesse conto dell'esistenza dei condizionamenti da cultura familiare, mi sembra assai difficile. Anticipo subito una cosa essenziale: nel capitolo 4.8, ci dice che secondo lui è necessaria una “religion civile” come condizione di appartenenza a un dato Stato (altrimenti esilio) e bisogna accettare determinati dogmes:

L’existence de là Divinité puissante, intelligente, bienfaisante, prévoyante et pourvoyante, la vie à venir, le bonheur des justes, le châtiment des méchants, la sainteté du contrat social et des lois.

Libertà ? Non se ne parla proprio. Occhio: non è che Rousseau fosse in mala fede, come porta a ritenere il contrasto tra il suo, qui, apparentemente, deprecare l'essere “dans les fers” e poi a fine testo pretendere di imporre (sotto pena di esilio o morte !) la credenza in un Dio manifesto e provvidenziale: è che bisogna capirlo e capire il concetto religioso di libertà, che non è certo il mio e credo nemmeno dei 5 stellini....

 

Capitolo 1.2: l'idea che la sola società politica naturale sia la famiglia e il concetto che essa debba essere il modello delle istituzioni politiche. I 5 Stelle vogliono il paternalismo ?

 

Des premières sociétés

La plus ancienne de toutes les sociétés, et la seule naturelle, est celle de la famille : encore les enfants ne restent-ils liés au père qu’aussi longtemps qu’ils ont besoin de lui pour se conserver. Sitôt que ce besoin cesse, le lien naturel se dissout. Les enfants, exempts de l’obéissance qu’ils devaient au père ; le père, exempt des soins qu’il devait aux enfants, rentrent tous également dans l’indépendance. S’ils continuent de rester unis, ce n’est plus naturellement, c’est volontairement ; et la famille elle-même ne se maintient que par convention.

Cette liberté commune est une conséquence de la nature de l’homme. Sa première loi est de veiller à sa propre conservation, ses premiers soins sont ceux qu’il se doit à lui-même ; et sitôt qu’il est en âge de raison, lui seul étant juge des moyens propres à le conserver, devient par là son propre maître.

La famille est donc, si l’on veut, le premier modèle des sociétés politiques : le chef est l’image du père, le peuple est l’image des enfants ; et tous, étant nés égaux et libres, n’aliènent leur liberté que pour leur utilité. Toute la différence est que, dans la famille, l’amour du père pour ses enfants le paye des soins qu’il leur rend ; et que, dans l’État, le plaisir de commander supplée à cet amour que le chef n’a pas pour ses peuples.

Vi faccio subito notare quello che ho detto nel commento al capitoletto precedente: una volta che il bisogno di cure parentali cessa, secondo lui, la famiglia sussiste solo “par convention”.

 

Tralascio il resto, del capitolo, che è polemica contro Grozio. Quello che avete letto, è appunto antropologia ipotetica, immaginata prima che nascesse la scienza dell'antropologia. La quale invece, dopo tanti assidui studi dal vivo sulle società cosiddette primitive, spiega le cose in modo assai diverso. Voglio dire che certi soggetti strani, tra cui anche parecchi missionari, ma anche molti studiosi laici, pur più o meno condizionati dalle loro religioni, sono andati a vivere, per periodi anche lunghi, presso società di cacciatori-raccoglitori o anche praticanti forme particolari di agricoltura semplice, cercando proprio società il meno possibile modificate dal contatto con l'esterno. E col materiale faticosamente raccolto hanno pubblicato studi non solo interessanti ma sopratutto utili anche a capire noi stessi, abitanti in Stati industrializzati.

Dato l'indubbio interesse dell'argomento, io, già parecchi anni fa, forse qualcuno di più di tre o quattro libri abbastanza seri li ho letti e giudicati (sperando di averli capiti). Senza fare la fatica di ricostruire una bibliografia mia personale, posso solo indicarvi i tanti titoli di Margaret Mead (per esempio “Sesso e temperamento in tre società primitive”) o, forse meno specialistico, “Il mondo fino a ieri” di Jared Diamond.

La sostanza è che JJR ha detto tradizionalissime assurdità, come d'altra parte probabilmente non poteva non fare. Non poteva non fare per vari motivi: non era certo pensabile che se ne andasse a vivere mesi e mesi presso gli Yanomani o i pigmei del Congo o uno qualsiasi dei “gruppi” della Nuova Guinea. Poi, la tradizione culturale assolutamente prevalente allora (ma purtroppo anche oggi, per molti fra noi), non richiedeva che una congettura qualsiasi, per essere considerata valida, dovesse essere verificata confrontandola con dati reali. Valevano i dogmi, e i pensatori, in massima parte, fabbricavano quelli che speravano fossero presi come dogmi: pare che tutti o quasi aspirassero alla dignità di Padri della Chiesa, o qualcosa di simile. Galileo Galilei contro i dogmi ci si era sgolato, Newton ha lasciato montagne di scritti inediti che non ha mai pubblicato perchè “Hypoteses non fingo”, “non vi presento delle ipotesi fingendole realtà”, ma si riteneva, normalmente, che la verità stesse nella “dogmaticità” (oltre che nel bello scrivere). E poi JJR era anche molto più conservatore di quanto si immaginava di essere e di quanto sembra essere a molti, 5 Stelle in prima fila. Da cui tutta quest'enfasi sulla famiglia. Eva Cantarella, nel suo “Come uccidere il padre”, Feltrinelli, cita Cesare Beccaria, e a mia volta riporto la sua citazione da “Dei delitti e delle pene”, 1764: “Funeste ed autorizzate ingiustizie vennero approvate dagli uomini, anche i più illuminati, ed esercitate nelle repubbliche più libere, per aver considerato piuttosto la società come un'unione di famiglie che come un'unione di uomini”. Il che mi pare un atteggiamento assai diverso dalla fissazione familista di Rousseau. O meglio: paternalista, perchè in tutte le parti del testo che ho letto attentamente (dove se la piglia con Grozio ho letto solo superficialmente) una madre, o più generalmente una donna, proprio non esiste...

Solo che già gli scimpanzè e molte altre scimmie non se ne vanno in giro in famiglie isolate, vivono in gruppi sociali di numerosità tale da comprendere quelle che noi considereremmo più famiglie. Non sono orsi o orangutang che vivono da soli in ambienti che glielo permettono per relativa facilità di reperire risorse alimentari e per assenza di predatori a loro superiori. Invece, papà, mamma e qualche piccolo di uomini o di babbuini o scimpanzè a spasso da soli per la savana sono un'ottima merenda per un gruppo di leoni o di iene: mentre un gruppo di quindici o venti babbuini o scimpanzè (o umani) è molto più difficile da predare. Questo per la difesa: ma anche per l'aiuto reciproco vale altrettanto. Se qualcuno della famigliola di cui sopra si storce una caviglia, il problema è enorme: se il gruppo comprende una ventina di individui, la cosa è gestibile. Per il reperimento di risorse: nessun pigmeo del Congo si sogna o si sarebbe mai sognato di attaccare, lui da solo, un elefante, ma una cosiddetta “banda” (come viene definita un gruppo di almeno qualche decina di individui) di pigmei riesce a ucciderlo e sfamarsi ben bene, mamme e bambini compresi. Una “banda” di certi altri soggetti, che parlano quelle lingue comprendenti oltre a normali vocali e consonanti anche schiocchi e rumori, il cui impronunciabile (o quasi) nome è traslitterato in !Kung, hanno la deprecabile abitudine di andare a rompere le palle a un gruppo di leoni e leonesse che abbia appena ucciso una preda, per esempio un bufalo. I !Kung prima aspettano che i leoni abbiano mangiato abbastanza da sentirsene appesantiti e non più scattanti nonché disperati dalla fame, poi li scocciano con urla e gesti aggressivi con lance eccetera: se sono abbastanza numerosi (ma se non lo fossero si guarderebbero bene da tentare simili gesta) i leoni rinunciano a continuare il pasto e se ne vanno, lasciando il mezzo bufalo restante agli scocciatori.

Ripeto l'osservazione sul carattere di ipotesi di quanto a JJR sembrava verità assoluta: e ipotesi non verificata, da nessuna parte JJR ci dice che per esempio in una certa occasione gli Yanomani si comportano in un certo modo, come i Forè o i Nuer, per dire.

 

 

Ora, l'ottima prosa di Rousseau non può cambiare il fatto che la sua concezione delle originali società politiche sia contemporaneamente 1) sbagliata, 2) conservatrice, 3) paternalista: cose di cui i 5 Stelle sembrano appunto non avere il neanche minimo sospetto.

 

 

Capitoli 1.3 e 1.4

Non li commento: qualche osservazione ci sarebbe, ma poco rilevanti rispetto a punti successivi. E moltissimo è invece valido, anche per semplice buon senso.

 

 

Cap. 1.5: una esibizione di formalismo.

Ometto i primi periodi del capitolo 1.5: quanto segue è invece importante in quanto premessa per le asserzioni successive.

 

Un peuple, dit Grotius, peut se donner à un roi. Selon Grotius, un peuple est donc un peuple avant de se donner à un roi. Ce don même est un acte civil ; il suppose une délibération publique. Avant donc que d’examiner l’acte par lequel un peuple élit un roi, il serait bon d’examiner l’acte par lequel un peuple est un peuple ; car cet acte, étant nécessairement antérieur à l’autre, est le vrai fondement de la société.

En effet, s’il n’y avait point de convention antérieure, où serait, à moins que l’élection ne fût unanime, l’obligation pour le petit nombre de se soumettre au choix du grand ? et d’où cent qui veulent un maître ont-ils le droit de voter pour dix qui n’en veulent point ?

La loi de la pluralité des suffrages est elle-même un, établissement de convention et suppose, au moins une fois, l’unanimité.

Notiamo qui una per me inaspettata pignoleria formalistica: ricordiamoci che concettualmente siamo in una fase formativa della società. JJR postula che per esempio i Mundugumor della Nuova Guinea, che certamente sono un “popolo”, lo siano in virtù di un apposito “atto”. Ma addirittura, sembra, questo atto di formazione di un popolo sarebbe stato preceduto da una convenzione unanime con la quale si è deciso che nelle successive deliberazioni basta la maggioranza.

Manca assolutamente l'idea che nella socialità umana giochino tendenze naturali: la “natura” secondo Rousseau è molto meno potente di quanto lo sia secondo la teoria sintetica dell'evoluzione, anche già nella forma di Darwin.

Uso “teoria” nel senso delle scienze, ossia il risultato di un processo iterativo ipotesi-verifica della stessa a fronte di fatti osservati- modifica dell'ipotesi – nuova verifica dell'ipotesi modificata e così via fino a che abbiamo uno strumento che funziona.

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Cosa invece ci dice l'antropologia ? Dalla osservazione di, mi pare, tutte le società per mera comodità considerate “primitive”, che in contemporaneità temporale esistono o esistevano fino a pochi anni fa (e ora travolte dal quasi generale consenso dei partecipanti a un modello di vita meno “vicino alla natura” ma che, nonostante parecchi inconvenienti, garantisce una vita media assai più lunga), risulta, dove le condizioni ambientali e la tecnologia padroneggiata lo permettono, una tendenza all'aumento del numero dei membri. Usando la più semplice delle classificazioni, esiste la “banda”, di poche decine di individui: poi la “tribu”, con centinaia di persone, poi la “chiefferie” o “chiefdom” o “potentato” (mi pare) con migliaia e poi gli “stati” primitivi, con oltre 50000 membri. Fino alla tribu, mi pare, non esiste un capo definibile come tale: per dimensioni maggiori, sì.

Faccio una mia ipotesi, che presento soltanto in nota. Non so se è già stata fatta da altri, ma direi senz'altro di sì; comunque mi sembra non completamente inutile. Ognuno di noi può avere rapporti di amicizia o comunque rapporti personali solo con un certo numero di altre persone, che dal nome dell'antropologo che ha scoperto e evidenziato questo fatto si chiama “numero di Dunbar” e che può variare, ma (mi sembra) mai superare valori da 150 a 180, circa. Allora, in una chiefferie di duemila individui, nessuno può conoscere (e quindi potenzialmente fidarsene) che una relativamente piccola quota di altri. Ma invece un X può essere compreso nei “numeri di Dunbar” individuali di tutti gli altri, essere cioè conosciuto da tutti, anche se lui non può realmente conoscere tutti. Ora, tra duemila individui, attriti, diversità di interessi, rivalità eccetera, è inevitabile ci siano e anche frequentemente: un tizio che si trovi nella situazione di X, perchè magari a caccia ha ammazzato molte più antilopi di chiunque altro, si trova automaticamente, o meglio naturalmente, a diventare un riferimento generale. Questa sarebbe una spiegazione di un'autorità nascente, senza ipotizzare improbabili elezioni di un “re” senza sapere che cavolo sia un re.

 

Anche per analogia con le società animali, dove, in molti casi, esiste addirittura una ben definita gerarchia, mi pare molto legalistica (in senso negativo) la posizione di JJR.

 

Il capitolo 1.6 invece è importantissimo di per sé.

 

Ecco un argomento molto “di destra”:

 

Du pacte social

 

Je suppose les hommes parvenus à ce point où les obstacles qui nuisent à leur conservation dans l’état de nature l’emportent, par leur résistance, sur les forces que chaque individu peut employer pour se maintenir dans cet état. Alors cet état primitif ne peut plus subsister ; et le genre humain périrait s’il ne changeait de manière d’être.

 

Si suppone che “gli uomini” viventi in condizioni naturali (al capitolo precedente si parla di deliberazioni, quindi sembrerebbe che qui debbano intendersi in un qualche modo già aggregati), a un certo punto incontrano degli ostacoli che resistono alle singole azioni (di quegli uomini) intese a restare nelle condizioni naturali. Quali siano quelle azioni e quegli ostacoli JJR non ce lo dice, ma ci dice che quelle condizioni di naturalità non possono essere mantenute e che il genere umano perirebbe se non cambiasse il suo modo di essere, uscendo quindi dallo stato primitivo, di natura. La traduzione è fedele e chiara ? Mi pare di sì: e allora siamo davvero nei guai, e grossi. Nelle varie spiegazioni antropologiche ed evoluzionistiche, il movente del cambiamento (come innanzitutto inventare strumenti) è attivo, che sia il grado generale di capacità di utilizzare meglio l'ambiente, o in particolare il desiderio di una minore mortalità infantile, o di una vita più lunga, o di evitare un troppo frequente rischio di morire di fame.

La motivazione proposta da JJR è il contrario, è la difesa contro un pericolo emergente, che comporta addirittura il rischio che il genere umano (e non una sola parte di esso ?) perisca. Il guaio enorme, di cui a quanto pare i 5 Stellini non si rendono minimamente conto, è che questo argomento “difensivo” è stato larghissimamente adottato come cavallo da battaglia delle destre. Che io sappia non ce n'è nemmeno una che rinunci a usarlo, sotto le varie possibili forme particolari di minaccia di annientamento fisico o almeno culturale. Il nazionalsocialismo, in breve detto “nazismo”, postulava che il popolo (Volk) tedesco fosse di per sé, naturalmente, costituito da un insieme di famiglie di relativamente piccoli proprietari agricoli, e che una serie di ragioni, in ognuna o quasi delle quali entrava l'azione degli ebrei, minacciasse questo popolo e il suo bisogno di Lebensraum, “spazio vitale”, e contro questo pericolo era necessario appunto unire tutte le forzee seguire Hitler. Oggi gli immigrati minacciano la distruzione della nostra cultura e quindi del nostro modo di vivere: per cui dovremmo tutti unirci e seguire Salvini... Non è che Rousseau prevedesse simili utilizzi del suo argomento, d'accordo, ma mi sembra che ritenesse lecito non sforzarsi troppo il cervello su questioni 

secondarie (rispetto ai sentimentalismi) come la politica (vedere anche l'Avertissement iniziale nel testo allegato).

Perchè facendo del pacte social il momento fondante della struttura politica, ne subordina l'esistenza a quella degli ostacoli (non spiega quali) al poter restare nello stato di natura. Se gli ostacoli non ci sono, allora non c'è bisogno di uscire dallo stato di natura e non c'è bisogno della politica. In certi casi forse è anche parzialmente vero: sono esistite fino a non molti decenni fa, e forse esistono ancora, bande e tribù che in ambienti particolari possono accontentarsi di uno stato completamente (o quasi) naturale: ma se fosse vero quello che sosteneva Clausewitz (“La guerra è la politica fatta con altri mezzi”, o pressappoco), la politica la fanno eccome, visto che sono di solito in stato di guerra con altre eventuali aggregazioni vicine. Ma di solito, se vivono di caccia, sono felicissimi di sostituire le punte di freccia in legno indurito o in pietra con quelle di metallo.

Per JJR invece gli uomini, almeno finchè vivono allo stato naturale, sono, anzi devono essere conservatori. A me pare che la posizione di JJR, per cui la politica è innaturale, segua quello che la Chiesa ha continuato a sostenere per millenni, accettando tutt'al più la politica come male (anzi schifezza) necessario. Ma nei gruppi di babbuini, scimpanzè, lupi eccetera eccetera, dove dei rapporti di gerarchia esistono eccome ed esiste la relativa dinamica, di che si tratta ? Certo non si tratta di governare una polis, ma, chiamiamola come vi pare, qualcosa esiste. E' un punto su cui qui mi limito a dire che la visione di una Natura statica perchè perfetta in quanto creata da un Ente metafisico è, appunto, un punto di vista che più conservatore non si può.

Il dramma personale di Rousseau mi pare comprendere il suo essere caratterialmente e culturalmente arciconservatore e l'essere invece conscio della necessità del cambiamento.

Un altro punto: gli “ostacoli” della prima riga riguardano evidentemente tutti gli uomini presenti, o per meglio dire, forse, tutte le famiglie presenti al mondo, visto che se non cambia modo di essere il genere umano perirebbe. Il “genere” comprende tutti. Se riuscite a spiegarlo altrimenti, bene, ma a me sembra che JJR pensi in termini sostanzialmente vetero testamentari, ossia di un insieme di umani non ancora organizzati se non in famiglie. Per il Vecchio t
Testamento la divisione delle lingue avviene al tempo del tentativo di costruzione della Torre di Babele: e con tale divisione avviene la separazione in popoli.

Va bene, non è che uno debba per forza ritenere Rousseau un cretino se nel 1762 faceva riferimento al Vecchio Testamento, negli USA oggi sono, pare, ancora circa il 45 %, ma va tenuto presente che tutto l'edificio concettuale di JJR necessita di certe premesse, e in queste premesse non ci può ovviamente essere la teoria sintetica dell'evoluzione.

Quindi, oggi, se prendi davvero ancora sul serio tutto Rousseau (ci sono abbondanti parti, che non commento, per cui questo problema non si pone, come il rifiuto della schiavitù) come pensatore politico, a meno di voler essere incoerente, non puoi accettare l'evoluzionismo: e questo è un problema grosso assai, perchè se non lo accetti e vuoi mantenere la coerenza, dovresti per esempio (il più piccolo e banale venutomi in mente) rifiutare moltissimi alimenti (anche vegetariani, anzi “vegani”) e sopratutto farmaci la cui genesi sarebbe stata impossibile senza il contributo materiale o concettuale dell'evoluzionismo. Ma negli USA come fanno ? I problemi della nostra scuola sono diversi da quelli della scuola USA, se non altro, detto brutalmente, noi non abbiamo le loro risorse materiali disponibili sul loro territorio (per prima la superficie territoriale), ne abbiamo assai di meno, per cui noi abbiamo bisogno di efficienza, il che comporta il capire che sapere qualcosa sulle guerre puniche o sull'evoluzione è indispensabile. Non possiamo, noi, essere ignoranti, e quindi funzionalmente scemi, quanto lo possono essere loro.

Si prosegue immediatamente con uno dei passaggi chiave:

 

Or, comme les hommes ne peuvent engendrer de nouvelles forces, mais seulement unir et diriger celles qui existent, ils n’ont plus d’autre moyen, pour se conserver, que de former par agrégation une somme de forces qui puisse l’emporter sur la résistance, de les mettre en jeu par un seul mobile et de les faire agir de concert.

 

“Ora, dato che gli uomini non possono generare nuove forze...”: e chi lo dice ? Qui Rousseau dice esattamente quello che diceva un mio professore imbecille, il prete che avrebbe dovuto insegnarci la religione al liceo. Preciso immediatamente che un altro prete “insegnante” di religione (al ginnasio) era una persona a cui la bonomia e la cordialità non impedivano per nulla di essere estremamente capace e intellettualmente sveglissimo. Ma tornando al primo, cardine del suo para-pensiero era il dogma che gli esseri umani non possono creare. “Se costruiscono questo tavolo, devono usare il legno, che viene dalla Natura, che è creata da Dio”: e di lì non lo schiodavi. Il concetto di funzione gli pareva irrilevante, anche se usare un albero vivente nel suo bosco per appoggiarci sopra, a scuola, il registro di classe gli era piuttosto difficile. Ma noi, in realtà, costruiamo funzioni: da qualche decennio sappiamo anche produrre nuova materia dall'energia, ma per millenni abbiamo comunque creato vere utilità: come quella degliocchiali, per la prima che mi viene in mente, e che in natura proprio non erano mai stati trovati. Ossia, a noi risulta che i nostri lontanissimi antenati a un certo momento hanno cominciato non solo ad usare strumenti, ma anche a sistematicamente crearseli. Non si sa, mi pare, quando hanno imparato ad accendere e usare il fuoco: queste capacità, quando vengono concretamente esplicate, sono “forze” o no ?

JJR non specifica quali possono essere esattamente gli “ostacoli” a cui opporle: pare che il concetto comprenda tutto ciò che può essere utile a vincere la resistenza degli ostacoli alla volontà umana di restare nello stato di natura.

Ma nel brano precedente (andatevelo a rileggere) dice che comunque gli uomini devono cambiare maniere d'etre. Qui invece dice che “devono conservarsi”, sembra nel senso di “non perire”, ma devono mettere in atto una somma di forze capace di vincere la resistenza degli ostacoli alla volontà umana. Volontà di restare nello stato di natura o volontà di non perire ? Ancora: parla di “formare per aggregazione una somma di forze...” alt: i nostri lontanissimi antenati è assolutamente certo non fossero tanto stupidi da non trasmettersi conoscenze. Se le “bande” A, B e C conoscono la tecnica del fuoco, mentre la D no, e se alla D diventa indispensabile un fuoco, non è che devono chiamare in soccorso A, B e C che vengano ad “aggregarsi” a D per accenderlo: basta trasmettere la conoscenza. Cosa che fanno anche parecchi animali, non per il fuoco, ma per la tecnica atta a rompere certe resistentissime noci commestibili, per esempio. Manca anche il concetto di sinergia: è normale che cognizioni, o capacità, o sostanze materiali, separate non presentino caratteristiche o forniscano utilità come unite.

 

Prosegue con l'enunciazione del problema, posto nei termini di cui sopra:

Cette somme de forces ne peut naître que du concours de plusieurs ; mais la force et la liberté de chaque homme étant les premiers instruments de sa conservation, comment les engagera-t-il sans se nuire et sans négliger les soins qu’il se doit ? Cette difficulté, ramenée à mon sujet, peut s’énoncer en ces termes :

« Trouver une forme d’association qui défende et protège de toute la force commune la personne et les biens de chaque associé, et par laquelle chacun, s’unissant à tous, n’obéisse pourtant qu’à lui-même, et reste aussi libre qu’auparavant. » Tel est le problème fondamental dont le Contrat social donne la solution.

 

State attenti alla contorsione: “....per la quale (forma associativa) ciascuno, unendosi a tutti, non obbedisca tuttavia che a sé stesso, e resti libero come prima”. Questo è un vecchio giochetto verbale, che è stato assai usato per sostenere che il peccatore è schiavo, non è libero, mentre il credente attivo, quello che va a messa, rispetta i dogmi e le regole, eccetera, è libero, perchè quando decide di credere in Dio (secondo il concilio di Nicea) ha esercitato il suo libero arbitrio. Si sostiene che una decisione libera che comporta una perdita di libertà in realtà mantenga la libertà: mi pare una confusione tra concetti e condizioni, e di tempi. Se X decide liberamente di buttarsi dalla finestra da un cinquantesimo piano, ha parecchi secondi in cui è vivo ma non è affatto libero... E secondo me qui JJR “ci ha marciato”, come romanescamente si diceva una volta. Tant'è che immediatamente dopo distingue tra “libertà naturale” e “libertà convenzionale”. Quasi certamente intende dire “libertà originata dell'essere in stato di natura” (ammesso e niente affatto concesso che in stato di natura si sia liberi) e “libertà discendente da una convenzione”, che forse ritiene essere uguali o almeno equivalenti. Ma se non sono almeno equivalenti l'aderente al patto sociale non può, a mio modestissimo e ignorantissimo parere, essere libero come prima di aderirvi.

 

Les clauses de ce contrat sont tellement déterminées par la nature de l’acte, que la moindre modification les rendrait vaines et de nul effet ; en sorte que, bien qu’elles n’aient peut-être jamais été formellement énoncées, elles sont partout les mêmes, partout tacitement admises et reconnues, jusqu’à ce que, le pacte social étant violé, chacun rentre alors dans ses premiers droits, et reprenne sa liberté naturelle, en perdant la liberté conventionnelle pour laquelle il y renonça.

 

Il che è una enunciazione, ma contiene anche una ipotesi: “benchè forse non siano mai state formalmente enunciate, sono dappertutto....” eccetera. Ossia: per quella strana e bizzarra cosa che si intende per “Scienza” in senso moderno, le ipotesi non verificate restano ipotesi, non diventano né strumenti né fatti. JJR dice che le clausole sono definite per coerenza interna all'atto (il “contratto sociale”), ma questo è un modo di procedere assai arrischiato. Forse il libro più pesante che io sia mai riuscito a leggere è una “Storia delle logica formale”, che tra l'altro sostiene la necessità della formalizzazione, perchè con un esempio dimostra che perfino Tommaso d'Aquino, una volta, usando il normale linguaggio, ha commesso un errore logico. E in quanto a rigore logico, JJR non avrebbe avuto successo letterario (e parafilosofico) se fosse stato tanto cauto e preciso come l'Aquinate, o almeno come quel pochissimo che tantissimi anni fa mi pare di averne letto.

Solo che a me pare che per JJR le clausole siano determinate dalla natura dell'atto, ma poi l'atto sia in sostanza definito da una clausola riassuntiva. Francamente, io, volontariamente, a un patto così circolarmente definito, non ci aderirei: io sono nato in uno Stato con una certa normativa costituzionale, fortunatamente cambiata in meglio, che io sostanzialmente accetto senza costrizione. Un bambino che nasca oggi si trova poi di fatto a essere obbligato a vivere (a meno che non emigri) in una entità statale-territoriale con certe leggi costituzionali da cui discendono poi le altre. Quindi il nuovo cittadino in realtà non è affatto totalmente libero di aderire o meno a quelle leggi: ci si trova e basta. E' la sostanza di quelle leggi e la possibilità di modificarle che garantisce una discreta libertà di comportamento e una alquanto più vasta libertà di opinione. Rousseau invece, già a questo punto, concepisce una struttura “a tutto o niente”, molto più simile a una credenza religiosa che a un sistema politico.

 

Ces clauses, bien entendues, se réduisent toutes à une seule – savoir, l’aliénation totale de chaque associé avec tous ses droits à toute la communauté : car, premièrement, chacun se donnant tout entier, la condition est égale pour tous ; et la condition étant égale pour tous, nul n’a intérêt de la rendre onéreuse aux autres.

 

Ritorniamo un attimo allo scopo di tutta questa costruzione: gli ostacoli (non precisati) che si oppongono alla volontà degli uomini di restare nello stato di natura, e contro i quali occorre riunire e coordinare tutte la “forze” umane mediante il patto sociale. A questo scopo, ci dice Rousseau, occorre l'alienazione totale di tutti i diritti di ciascuno. Solo che l'alienazione totale di tutti i diritti diventa di per sé lo scopo autosufficiente e non solo il mezzo per superare quei non specificati ostacoli di cui sopra. Perchè ? Perchè nelle nostre fisiologiche, naturali caratteristiche comportamentali c'è anche l'adattabilità a strutture gerarchiche, per cui ognuno di noi, se una cultura contraria non lo soccorre, si trova automaticamente a comandare a un certo numero di inferiori (scaglionati gerarchicamente anche loro) e a essere a sua volta comandato da una serie di superiori anche loro scaglionati. Non è, o per lo meno non credo, che nel 1762 questi problemi fossero stati studiati seriamente, ma di esperienza della facilità e contemporaneamente inefficienza dell'autoritarismo mi pare se ne fosse fatta abbastanza. Anticipo un attimo un punto delle conclusioni: Rousseau non