QUESTA PAGINA E' DEDICATA A QUESTIONI DI NON LINEARITA', DI CUI UNA, LA PRIMA, RIGUARDA  ANCHE LA POLITICA.

 

        LA NON LINEARITA’ IN UN’ECONOMIA TECNICA.

 

Non sono un economista, sono uno che rompe le scatole cercando errori, miei o altrui. Quindi, anche per mancanza di un vocabolario tecnico adeguato, ricorro all’esposizione di tre esempi. Che sono anche casi realmente accaduti.

 

Primo caso, A.

In un paese che non sappiamo, ormai parecchi anni fa, il Ministero della Difesa, per le varie esigenze tra cui impegni internazionali, soccorsi in caso di calamità, esercitazioni eccetera eccetera aveva bisogno di un certo numero di aerei da trasporto. In quel momento in commercio ce n’erano pochissimi tipi, tra cui uno russo (non molto sicuro per i nostri criteri) che nemmeno per idea ci avrebbero venduto e che noi avremmo potuto comprare. L’unica soluzione decente era il C130 americano della Lockheed, eccezionalmente valido, visto anche che viene utilizzato (sia pure con ammodernamenti) tuttora dagli stessi USA con ottimi risultati. Trattative varie e si comperano. Poi salta fuori che ce li avevano fatti pagare un TOT, non indifferente, di più di quanto sarebbe stato il prezzo vero: il TOT è stato girato dalla Lockheed a un certo partito italiano sulla base più o meno del concetto: “Noi facciamo la diga, impediamo che l’Italia venga assoggettata dall’Unione Sovietica, il che vi dispiacerebbe e danneggerebbe assai: voi però per favore aiutateci a fare la diga finanziando noi e i nostri scopi per la comune buona causa: quindi vendeteci gli Hercules a prezzo maggiorato e la maggiorazione poi datela a noi”. La Lockheed ne avrà certo informato il governo USA: ma non so poi quali altri accordi oltre al benestare governativo ci siano stati. Comunque gli aerei sono stati comprati al prezzo di mercato più la mazzetta, ma si sono dimostrati ottimi e rispondenti in tutto alle aspettative. La differenza tra un affare onesto e uno disonesto, dal punto di vista dei soldi, trascurando i non trascurabili effetti secondari come la diffusione del malaffare (o meglio il non combatterlo, essendo esso tradizionale) sta solo nel TOT. Che non è poco, ma almeno è definito.

 

Secondo caso, B.

Parecchi anni fa a un congresso sui metodi di calcolo per mezzo di elaboratori elettronici (eravamo ancora ai tempi delle batterie di armadi che richiedevano tutto un sistema di raffreddamento e di alimentazione elettrica per fare quello che potrebbe fare anche la circuiteria, l’hardware del PC su cui sto scrivendo) ho assistito alla relazione di un paio di ingegneri della allora Bombrini, Parodi e Delfino. La quale aveva avuto la commessa per la realizzazione del motore dell’ultimissimo stadio nel lancio del primo satellite sperimentale dell’ESA, European Space Agency. Il che era una faccenda apparentemente semplice ma rognosissima. Semplice perché in sostanza era un razzo a propellente solido, come in piccolissimo e elementare quelli per la festa del Santo Patrono. Ma rognosissima perché le prestazioni richieste erano assai difficili da progettare. I due ingegneri hanno fatto ricorso a un metodo di calcolo per elaboratore detto “agli elementi finiti”, che però è stato concepito per strutture ferme e non che vadano a spasso per il cielo, dove il risparmio di peso è essenziale (se no non si riesce a portare la cosa tanto in alto). Poi, in un razzo a propellente solido, mentre brucia, l’interno, fatto appunto del propellente, cambia forma e quindi cambia la distribuzione degli sforzi al suo interno: e ovviamente cambia la temperatura, che sulle caratteristiche del materiale influisce. Insomma, un enorme casino, ingestibile con il metodo agli elementi finiti come allora esisteva. Però l’accrocco è stato progettato, costruito e usato con i risultati che si volevano: tutti contentissimi. All’intervallo di mattina di quel congresso abbordo uno degli ingegneri (che nessuno si filava) e gli chiedo chi e dove aveva fatto le modifiche al metodo di calcolo: mi ha risposto che se le erano fatte loro. Tanto di cappello, congratulazioni e previsioni di fulgido avvenire. La Bombrini Parodi Delfino, successivamente diventata una divisione della Avio che a sua volta fa parte della Finmeccanica, ha poi costruito tutti i cosiddetti booster per tutti i lanciatori europei Ariane, che a loro volta hanno messo in orbita anche alquanti satelliti commerciali di comunicazioni, di cui probabilmente anche voi vi servite quando googlate. Per spiegare che cosa sono i booster: vi ricordate il lancio di quel satellite americano con astronauti a bordo dove tutto è esploso subito dopo il lancio ? Allora, dalla rampa di lancio parte il razzo, composto di vari elementi: inizialmente si accende il primo stadio e dei razzi ausiliari, i booster, a combustibile solido, che poi ausiliari non sono perché più grossi e potenti dello stesso primo stadio, per sollevare e lanciare fino a velocità e quota relativamente alta il tutto. Poi i booster, quando hanno bruciato tutto il propellente, si staccano e cadono (generalmente in mare), il primo stadio prosegue, poi passa il testimone al secondo eccetera. In quella catastrofe USA s è rotto un anello di guarnizione di uno dei due bomboloni e sono andati tutti arrosto. In tutta la serie dei razzi Ariane, se guardate le foto o i filmati, i booster  sono assai più grossi di quelli americani, con notevoli vantaggi tecnici e economici. Adesso la Avio ha costruito e collaudato con successo un razzo lanciatore di satelliti quasi tutto a combustibile solido: e nell’aerospaziale tutti fanno la corte alla Finmeccanica per comprarsi, anche a carissimo prezzo, una partecipazione. Tutta questa catena di eventi ha avuto luogo dal lavoro di quei due ingegneri, che sono riusciti nella difficilina impresa di realizzare un metodo di calcolo eccellente. La cittadina di Iron Hill Town (che sarebbe Colleferro, nella cosiddetta agro pastorale Ciociaria) è diventata una capitale dell’aerospazio, con ottimi stipendi e niente crisi per un bel po’ di gente. In questo caso, io definisco il TOT come la differenza approssimativa tra l’investimento e gli stipendi (più premi di produzione eccetera) delle persone a tutti i livelli coinvolte e i risultati economici netti, in gran parte andati allo Stato, con l’avvertenza che il TOT non è qualcosa di fermo: cresce e continuerà a crescere ancora per parecchi anni.

 

Terzo caso, C.

Una grossa industria dell’allora IRI, nata da uno scorporo in due settori di attività tra loro diverse, con una ottima storia aziendale e altrettanto buona immagine internazionale, si è trovata di fronte alla necessità di ammodernare i suoi sistemi interni di controllo e servizio aziendale acquisendo un sistema di elaborazione dati. Si era all’epoca in cui gli elaboratori digitali comportavano una serie di armadi, tutto un ambiente da sistemare con un’alimentazione elettrica apposita, immani sistemi di condizionamento aria, pavimenti a pannelli flottanti e tutto il resto: per chi è del mestiere, si parla dell’introduzione dell’IBM 360 e analoghi. La ditta USA X (non l’IBM né l’Olivetti), che aveva costituito una filiale italiana, ha proposto il suo sistema, che sembrava presentare notevoli vantaggi: costo inferiore, immagine aziendale diversa da quella delle multinazionali come l’IBM e minori pretese di intromettersi negli affari interni dell’azienda. Una spiegazione: trattandosi di una grossissima innovazione era normale politica aziendale dell’IBM e altri proporre l’affitto di un sistema come parte di un pacchetto comprendente la manutenzione, l’addestramento del personale dedicato e anche una importante consulenza aziendale, per certi aspetti praticamente obbligatoria, su aspetti anche organizzativi che in Italia venivano ancora considerati competenza dei vertici (italiani) della ditta. La X ha fatto anche una pesante campagna pubblicitaria proponendo la sua immagine come alternativa all’IBM, suggerita graficamente come un enorme monumento, un torso con una testa di fattezze mussoliniane e grandi braccia tendenti ad abbracciare gli omini che si azzardavano a avvicinarsi troppo al monumento. Il tutto con evidenti segni di sgretolamento. Se non ci credete fatevi una bella ricerca sui quotidiani di tanti anni fa (ben lieto di guidarvi) e ne resterete alquanto sorpresi. Quindi X se l’è giocata sui bassi costi, la non ingerenza e sull’immagine politica: per cui il governo dell’epoca e a seguire chi in quel momento comandava in IRI (non Prodi !) ci sono cascati in pieno e la C ha scelto X per la fornitura.  Addirittura X è stata considerata come possibile alternativa a IBM, UNIVAC eccetera per tutte le aziende IRI: alcuni tecnici irriverenti non ci sono cascati e il rischio è stato scongiurato: ma la povera C, che ha fatto da cavia, si è presa e tenuta i sistemi della X. Ne sono sorti vari problemi: C aveva importanti settori a ciclo di produzione continuo ma altrettanto importanti settori che producevano su commessa e il periodo di lavorazione di queste commesse poteva spalmarsi perfino su tre anni: ora, il sistema X poteva, accontentandosi dei criteri organizzativi antiquati, produrre una immane massa di tabulati per le applicazioni standard (paghe, ordini, magazzino eccetera) e per la produzione a ciclo continuo: forse avrebbe potuto gestire anche quella su commessa, ma non tutte e due assieme. Questo sia per limitazioni tecniche che per carenza di risorse interne esperte: insomma non si impicciava di consulenza organizzativa non per una sua scelta ma perché non poteva farlo. Anche per cose abbastanza banali toccava prendere contatto con altri clienti di X in possesso delle necessarie conoscenze, e spesso non si trovavano, perché non ce n’erano. Il che poi  ha irrigidito, ha congelato la gestione anche per le produzioni continue, facendola così in pochi anni diventare antiquata. Altro punto: mentre l’IBM, Univac eccetera hanno sempre posta molta attenzione ai problemi di progettazione di manufatti di qualsiasi genere, in cui la potenza di calcolo dell’elaborazione digitale permette vantaggi enormi (su un IBM 360 si potevano fare i tabulati della situazione magazzino ma anche i più complicati calcoli di fisica delle particelle) la X era iperspecializzata nei soli compiti amministrativi. La impossibilità di competere con i concorrenti che ai committenti di manufatti costosissimi offrivano anche la progettazione con mezzi efficaci (vedi l’esempio B) ha progressivamente buttato fuori mercato le produzioni su commessa, con le ovvie conseguenze sulle molte centinaia di personale occupato. Non so se in questa storia sia anche girata qualche mazzetta: ma si è tutt’al più trattato di diecine o al massimo pochissime centinaia di milioni di lire, mentre la C a un certo punto è arrivata a perdere quasi cinquanta miliardi di lire in un solo anno. In questo caso il TOT, il numero che dovrebbe misurare le conseguenze della scelta, è negativo ma enorme rispetto alla cifra iniziale dell’investimento.

 

Ho fatto questi tre esempi per sostenere che in un sistema economico dove esiste la tecnica è assolutamente sbagliato aspettarsi una uguaglianza, e nemmeno una proporzione, tra costo iniziale delle scelte e i loro risultati: parlare di “gioco a somma zero”, per quanto ci si sia affezionati per tradizione, è estremamente superficiale e può condurre a disastri.

Anche in politica: per la visione tradizionale della questione, gli italiani sono convinti che se abbiamo un debito pubblico immane, la cifra di questo debito corrisponda a quello che si sono mangiati i politici, il che è qualcosa di estremamente ottimistico. E’ il concetto di quello che in autostrada butta dal finestrino un mozzicone di sigaretta acceso perché non riesce a collegare l’immensità di un incendio di foresta con un decimo di grammo di brace accesa. I politici disonesti vanno puniti eccome, ma è una pia (letteralmente, perché deriva da tradizione religiosa) illusione che un politico onesto ma incompetente non faccia peggio. (Segue).  

 

Seguito (del 29/12/2013)

Voglio dare qualche ulteriore notizia sul Caso B. Cominciamo dal sistema di lanciatore di satelliti (visto che siamo piuttosto pacifici, non parlo di “missili”) dell’ESA, Agenzia Spaziale Europea, Ariane 5, che è capace di mettere in orbita   un carico utile di peso fino a 10 tonnellate (o più, secondo configurazione e orbita da raggiungere). I satelliti servono a parecchie cose: scopi scientifici, controllo territorio (meteorologia, disastri, valutazioni relative a agricoltura e forestazione eccetera) e comunicazioni. Questa è la voce che ha l’impatto economico più immediato, visto l’enorme sviluppo del traffico voce, dati e video via satellite. Di Ariane 5 ne sono stati lanciati ben 71, 60 dei quali hanno portato in orbita 2 (o raramente 1) satelliti commerciali. Gli altri 11 sono stati o lanci di prova (qualcuno fallito) o lanci di satelliti scientifici/governativi (sorveglianza, difesa). Ogni lanciatore parte da terra con una spinta per il 92% fornita da due booster, che in inglese vorrebbe dire “propulsore”, inizialmente “ausiliario”. Storia del nome: i missili di questo genere erano inizialmente (e sono tuttora) composti da più stadi via via accesi e scartati (lasciandoli cadere in mare o paracadutati) finito il combustibile. Quello appoggiato sulla rampa di lancio, che viene ovviamente acceso per primo, è il primo stadio. Poi si è capito che conveniva dare tutta o quasi la spinta iniziale con elementi, di solito 2, collegati lateralmente al primo stadio: questi sono i  booster, che usano combustibile solido.

Quelli dell’Ariane 5 sono alti 31 metri, il diametro  è di 3,05 e a vuoto, senza il combustibile (238 tonnellate), pesano 37 t. Di acciaio, perché devono resistere alla pressione interna dei gas di combustione. Lo spessore della parete è di 6 millimetri, notevolmente poco, visto che la pressione arriva a oltre 60 BAR: d’altra parte il fattore critico è il peso. I gas prodotti dalla combustione del propellente solido escono da un elemento a forma di cono rovesciato (ugello) orientabile (di qualche grado) per mezzo di un sistema di cilindri idraulici, cosa che permette di controllare la traiettoria.

Il tutto non è certo tecnologia facile: vale la pena di ricordarsi il disastro (CHALLENGER 28/1/1986) in cui morirono 7 astronauti, causato proprio dal cedimento strutturale di un booster al decollo. In quel caso la temperatura troppo bassa ha fatto perdere l’elasticità a un giunto tra due sezioni del booster, lo sforzo ha distorto la struttura, il giunto che avrebbe dovuto fare da riserva, in una struttura deformata nonostante il rinforzo locale, ha ceduto, i gas della combustione sono usciti dalla falla investendo i serbatoi dei propellenti liquidi del primo stadio e il tutto è esploso.

La ELV, azienda del gruppo AVIO e partecipata dall’ASI, Agenzia Spaziale Italiana, di Colleferro (Iron Hill per dirla in para-aziendalese) fornisce e costruisce appunto i 2 booster per ciascun Ariane 5, di cui sono stati fabbricati e lanciati ben 71: 2x71 fa 142. Tenendo conto che Ariane 5 ha più del 50 % del mercato del lancio di satelliti commerciali, la ELV (di Colleferro !) ha un ruolo fondamentale, a livello nientepopodimeno che planetario, nel campo delle comunicazioni via satellite. Perché senza lanciatori efficienti e economici  per mettere in orbita i satelliti voi non potreste, per esempio, scaricarvi da Internet i vostri filmetti porno prodotti negli USA o in Brasile. Pensateci !

Ma non è finita: sono stati lanciati con successo i primi due esemplari (di una serie prevista di 5 per prove, serie interrotta per il felice esito delle prime due) di un nuovo lanciatore dell’Ente Spaziale Europeo, il VEGA. Questo è più piccolo, mette in orbita al massimo una tonnellata e mezza (invece delle 10 o più dell’Ariane 5), ma ha un costo per unità di peso lanciata notevolmente più basso. Il trucco è che a Colleferro (sempre lì) hanno trovato il modo di costruire il corpo in fibra di carbonio invece che in acciaio: perciò il VEGA, tutto a combustibile solido tranne l’ultimo stadio, pesando di meno il veicolo, è di parecchio più efficiente. Quindi l’ESA ha chiuso da poco un ordine per 10 lanciatori VEGA, oltre ai 5 già ordinati per la prima serie, il che fa 15 di cui 2 già lanciati.

Ma mica è ancora finita: si è deciso di avviare il programma Ariane 6, che appunto dal VEGA prende la tecnica di costruzione in fibra di carbonio e propulsione (tranne l’ultimo stadio) a combustibile solido: questo per tagliare drasticamente i costi. Il carico utile sarà minore di quello dell’Ariane 5, dovrebbe essere max di 6 tonnellate: il che permetterà di lanciare i satelliti per telecomunicazioni a uno per volta, invece che due, come normalmente si fa con l’Ariane 5, diventato troppo grosso per la miniaturizzazione degli apparati del satellite.

In tutto questo affare Colleferro è in primissimo piano, come produttore innanzitutto di tecnologia avanzata o avanzatissima. Ma ci è entrato per il vantaggio di competenza (in para-aziendalese know-how) nel calcolo strutturale, vantaggio preso fin dai tempi di quel famoso congresso di ormai parecchi anni fa dove ho conosciuto il loro lavoro e ne ho previsto conseguenze non linearmente assai maggiori, comunque le si voglia misurare (per esempio in posti di lavoro creati) dell’investimento fatto.

E torno alla questione generale. Nella nostra cultura dominante tutto quello che ho raccontato, sebbene verissimo, è inverosimile. A mio parere siamo ancora, soprattutto in Italia (o forse è che da noi il problema è più grave per il nostro bisogno di maggiore efficienza, conseguente a fattori di geografia fisica, scarsezza di materie prime e di terra arabile, altissimo carico demografico per metro quadro coltivabile, eccetera) legati a una mentalità da cultura agricola, formatasi quando di solito il raccolto era di pochissime volte quanto necessario per la prossima semina. E c’era da ringraziare dieci volte al giorno Dio e tutti i Santi per averci salvato dalla morte per fame. E questo sovrappiù (quando c’era) del raccolto rispetto alla semente e alla fatica del contadino era dovuto alla benevolenza della Divinità, eventualmente poi identificata con la Natura o dalle varie religioni col rispettivo Dio. Se il sovrappiù non c’era, perché era piovuto troppo o troppo poco, era comunque colpa nostra: i nostri peccati avevano fatto arrabbiare la divinità che per punizione ci faceva morire di fame. O, in una trasposizione più moderna dello stesso schema culturale, di cancro. Per nostra disgrazia anche Marx da giovane era in sostanza fisiocratico, cioè riteneva che solo l’agricoltura permettesse una limitata non linearità del rapporto tra investimento (di fatica, di materia prima come le sementi, eccetera) e risultato. Poi nella maturità sembra proprio che avesse cambiato parere, quando dichiarava di “non essere marxista”, ma ormai era stato fatto il certo non voluto guaio:  cioè rinforzare con l’avallo del progressismo la tradizionale credenza (religiosa e conservatrice) nella impossibilità della non linearità (ossia che il prodotto possa essere qualcosa di emergente, molto diverso dalla somma dei suoi fattori). Ora, se la cosa si limitasse a ignorare che in Ciociaria si fanno benissimo cose avanzatissime, pazienza: il problema è molto più generale e tale (secondo me) da impedirci di ottenere sia quel grado di efficienza economica che ci è assolutamente indispensabile, sia la funzionalità politica altrettanto indispensabile.

Non è che a Colleferro si facciano o si siano fatti miracoli: si è fatto e si fa quello che ciascuno di noi, nel suo piccolo o grande, nelle condizioni adatte è capace di fare e che dovrebbe fare. Una volta, molti anni fa, entro nella cabina di comando di un forno elettrico e ci trovo gli amici operai di quella squadra che con aria misteriosa e calcolatori tascabili nelle mani combinavano, sui quadri di comando, cose stranissime rispetto alle procedure standard: prima i maledetti mi hanno lasciato friggere nella curiosità,  ma poi mi hanno spiegato che nel rottame di ferro della carica iniziale del forno c’era nascosto qualcosa di rame, che aveva completamente scombinato la composizione dell’acciaio da produrre. In quel caso le procedure standard prevedevano di buttare via tutto, data la difficoltà di eliminare il rame dall’acciaio (che a quel punto era naturalmente bello liquido). Ma ragionandoci sopra, informandosi sulle analisi degli acciai in affinazione negli altri forni, scaricandone un pochino, trasferendone una quantità altrove, facendosi dare altro rottame e altro acciaio liquido, alla fine sono riusciti a salvare la colata: e poi hanno calcolato quanti milioni (di lire) l’azienda (e la collettività italiana, visto che eravamo in IRI) valeva quel salvataggio. Quindi, risultato economico molte e molte volte maggiore del costo.

Non è poi che la cosa gli abbia fatto male dal punto di vista della carriera, ma da gente sveglia e onesta non è che si aspettassero di papparsi loro i soldi risparmiati con una iniziativa che innanzitutto li aveva intellettualmente divertiti. Si sarebbero sentiti cretini a non fare qualcosa di stimolante e, nello stesso tempo, utile.

E esempi di questo genere sarebbero innumerevoli, a tutti i livelli: la industria chimica Bossi e Ghisolfi ha trovato il modo di produrre metanolo dagli scarti cellulosici (steli e foglie delle canne di fosso, tra l’altro) invece che dal mais. E giù contratti in tutto il mondo.

Ma anche il chirurgo del Regina Elena di Roma che mi ha operato di un meningioma, assieme alla squadra del suo ottimo reparto, in cambio di TOT ore-uomo e altri costi assortiti mi ha già dato oltre un anno (e speriamo parecchi di più) di vita attivissima, con conseguente notevole risparmio per lo Stato rispetto a una possibile e gradevolissima condizione di invalidità. E allo stesso modo succede normalmente per moltissimi medici e chirurghi, se bene organizzati e strutturati.

E col cavolo che la Fiat poteva fare lavorare Atessa a pieno regime per fare componenti per gli USA, se non avessero inventato il Common rail, il sistema di distribuzione frazionata, controllato elettronicamente, per motori Diesel e l’altro sistema Multi Air, di dosaggio continuo aria per motori a benzina.

Quindi, le situazioni in cui il risultato è qualcosa di emergente (espressione inventata, pare dai fisici, da usarsi per un sistema una o più caratteristiche sono ben diverse dalla somma delle parti, e quindi non lineare, sono per fortuna comunissime, se no in Italia non ci sarebbe da vivere neanche per una piccola frazione di quelli che siamo.  

Ora, secondo me, invece, il non capire (affidandosi al senso comune e anche alla tradizione giuridica) quanto sia frequente e importante la non linearità degli effetti rispetto alle cause, rimanendo bloccati dentro la cultura tradizionale e dominante, ci frega in due modi: uno è che non si capiscono le occasioni di efficienza (ma non può essere che in Ciociaria si faccia astronautica !), che sarebbero in realtà tantissime. E l’altro è che rende impossibile capire certi nostri problemi moral-politico-economici. Se il nostro debito pubblico è di duemila miliardi di euro, ciò NON è perché i politici se li siano mangiati (nessuno ci sarebbe mai riuscito, neanche usando i biglietti da 500 euro come carta igienica, il che avrebbe causato una gran deflazione…), ma perché i politici, nella loro grande maggioranza (e Grillo in primissima fila) ragionano esattamente come quelli che credono che i politici se li siano mangiati, i duemila miliardi di debito pubblico. E pur sapendo benissimo che di soldi se ne sono mangiati, ma non certamente duemila miliardi e nemmeno forse uno, (aggiungo io), di miliardi, credono di potere uscire dalla stagnazione economica italiana instauratasi ancora prima della crisi solamente con una relativa onestà. Che serve, eccome, ma che da sola, senza competenza e senza comprensione della possibilità di combinare enormi disastri perfino comportandosi onestissimamente (almeno dal punto di vista dei soldi, il che non è detto coincida con l’onestà intellettuale) dai guai non ci salva per nulla. Anzi ci precipita in guai sempre crescenti, da sola, senza la competenza e la comprensione del perché la competenza serve e del quanto disperatamente la competenza ci serve. Molti politici purtroppo continuano a pensare: “Vabbè, se gonfio le spese di trasferta mica va fallita l’Italia” e questo è verissimo. Poi però pensano: “Vabbè, se premo perché quel lavoro lo faccia la ditta X invece di Z, che differenza può mai fare ?” e qui invece molto spesso capita il disastro, anche quando al politico o ai suoi amici in tasca, direttamente o indirettamente, non gliene viene in tasca assolutamente niente. Se Tizio per superficialità, per un’analisi influenzata da pregiudizi o altro, di fronte a un problema sbaglia la soluzione e la collettività ci rimette cinque milioni di euro, mentre Caio sceglie la stessa soluzione fregandoci sopra anche cinquantamila euro, la differenza è dell’1 per cento: la differenza è troppo piccola per santificare l’onesto Tizio. Volete un esempio ? Se lo stesso ricavo lo fa una ditta di costruzioni meccaniche con trenta addetti compresi i proprietari oppure dieci impresine con tre dipendenti e/o proprietari ciascuna, non è la stessa cosa: perché la ditta con trenta addetti può assumere un ingegneretto giovane e bravo che gli permetta di innovare, mentre questo non è possibile per nessuna delle dieci impresine. E questo è un casino bello grosso per l’economia italiana, di cui ci si è accorti solo da poco, e questo tragico errore di politica industriale è stato fatto assolutamente senza che qualcuno ci abbia mangiato sopra !

Grillo e tantissimi come lui non capiscono un tubo (e rotto per giunta), perché associano onestà e positività dei risultati da un lato e la sola disonestà (in senso tradizionale) con la negatività, esattamente come fanno molti politici con cui Grillo se la prende senza capire la sua e loro cretinata.

Perché oggi, 2013 quasi 2014, è una cretinata. Rileggetevi la classica storia (ma non nella versione di Céline, per favore !) del dottor Semmelweiss, che personalmente era uno stronzetto, ma che ha capito che se durante l’anno accademico nella Vienna del 1840 o giù di lì tutte le puerpere dell’ospedale universitario crepavano, ma non durante le vacanze, era perché gli studenti le visitavano dopo l’ora di esercitazioni di anatomia (in cui avevano maneggiato cadaveri) senza essersi lavate le mani (allora non si usava, e a Vienna men che meno: non credete alla balla per cui più si va a Nord e più siamo puliti). Il suo capo invece era un moralissimo santo e non è riuscito a capire che la sua moralità non bastava: per la sua testa era impossibile che uno onesto, altruista, buono come sapeva giustamente di essere potesse non accorgersi di una causa tanto stupida per la strage delle poveracce ricoverate: per cui Semmelweiss è stato sconfitto e le puerpere hanno continuato a crepare, mentre bastava un po’ di acqua e sapone (ecco la non linearità tra cause e effetti) a salvarle.

Vogliamo essere moralisti ? Benissimo: ma allora bisogna esserlo davvero e quindi oltre alla gratificazione di sentirsi righteous, gonfi di certezza della propria superiorità, bisogna accettare l’incomodo del capire che la moralità in senso tradizionale, che si limita alla buona volontà e a non farsi dare le mazzette, non basta. E a me francamente sembra che non rendersene conto, oggi, oltre che disastroso, sia anche involontariamente grottesco. E soprattutto immorale. Non me ne frega niente se Grillo (e, sia pure con meno cretina arroganza, anche tanti di noi stessi) crede che la moralità sia qualcosa di eterno e immutabile: quand’ero bambino io, ancora tante persone serissime erano convinte che Dio le avrebbe mandate all’inferno se di venerdì avessero mangiato la povera e a buon mercato trippa: la moralità, per fortuna, è qualcosa di dinamico, che si costruisce, e quindi cambia, in qualche caso in un senso, in altri casi invece nell’altro, di una maggiore severità, senza sentirsi gonfi di buon diritto perché si sta attaccati alla coda della tradizione fregandosene dell’evidenza. Io scrivo per gli amici: ma nonostante questo, o meglio anche per questo, mi ritengo in dovere di scervellarmi sui problemi di cui parlo: poi magari sbaglio, ma avverto della possibilità di sbagliare. E ovviamente mi dispiace accorgermi di sbagliare: ma se trovate qualcosa da ridire per smentire la mia posizione, che la sola onestà pecuniaria oggi è una truffa, perché non prende in considerazione la spinta alla gratificazione psicologica del sentirsi superiori e quindi autorevoli solo perché non si ruba, ditemelo e ne discutiamo. Ma fino a che non mi dimostrate il contrario, per me la gratificazione psicologica del sentirsi autorevoli non è meno “sporca” del procurarsi i soldi in tasca a danno degli altri, se per ottenerla si giustifica la superficialità e si sfruttano gli errori del senso comune contingente: sempre a danni degli altri si agisce.