LA NEOPLASIA IDEOLOGICA


Questo a destra è un diagramma, preso dal testo di Biologia del Kimball (facilmente leggibile in Rete) della frequenza delle morti per cancro su 100000 persone, (in verticale), in funzione dell'età (in orizzontale). Non va oltre i 75 anni in quanto lì comincia a perdere significato. Neoplasie infantili non ne mostra, perchè riguarda i tumori solidi ("cancer") e comunque alla scala  grossolana del diagramma sono troppo pochi (fortunatamente) per evidenziarli. A me sembra dire, tra altre cose, che anche se si migliorano le condizioni di salute generali, facendo campare più a lungo più gente, comunque le morti per cancro aumenteranno. La prevenzione più efficace (a parte alcune cose ovvie come il non fumare) sarebbe morire prima: e grazie tante ! Lo stato dell'arte non è soddisfacente: parliamone un po'.




             PARTE PRIMA

                

Mi sembra che il cancro, da malattia molto spesso mortale, sia stato smaterializzato, sia diventato un concetto idealmente rappresentante la punizione di svariate colpe umane, in risposta a disparate esigenze psicologiche e culturali che hanno assai poco a che fare con la realtà. Realtà di una malattia concettualmente ben più grave di quanto gli stessi strumentalizzatori (anche in buona fede) e gli utilizzatori del simbolo riescano a capire. Il rifuggire dal fatto che il cancro è essenzialmente un fenomeno naturale è una illusione comprensibilissima (e condivisibilissima), però in gran parte volontaria, indotta in buona misura dal tradizionalismo culturale, ma che ha conseguenze gravi sia a livello individuale che sociale e politico. Anche sanitario: ostacola la soluzione medica del problema e troppo spesso provoca inutili e ingiusti danni alle persone. Il sollievo psicologico dato a molti di noi dall’apparenza di una sorta di giustizia (noi sporchiamo, offendiamo la Natura e quindi ne scontiamo la conseguenza, il cancro) costa troppo caro in termini umani e non risolve il problema del dovere, una buona volta, affrontare la realtà: che la giustizia non è qualcosa di naturale, ma va costruita senza indulgere a gratificazioni psicologiche e alla superficialità che da tali gratificazioni delle buone intenzioni sembra giustificata.

Ma anche perché io ho scelto assai spesso di frequentare ambienti relativamente naturali e ne ho conosciuto la severità non condivido quindi un amore per la natura fittizio perchè basato sulla insufficiente conoscenza delle stessa. O sulla strumentalizzazione del cancro per sostenere, a fini di autoaffermazione, seppure assai spesso inconsapevoli, che seguire la natura ci libererebbe dalle malattie e dalla morte.     

Anche affidare la difesa della tradizione culturale a una illusione perché coerente con essa tradizione mi pare una pessima idea, proprio dal punto di vista della conservazione di quanto nella tradizione c’è di (tuttora e in futuro) valido.

 

(E scusate la pomposità, ma non sono certo un bravo scrittore, per cui se devo tentare di esprimere dei concetti seccanti, abrasivi e complessi in forma chiara ma sintetica divento appunto pompous, anglicismo che mi pare renda bene l’idea).

 

Da ragazzo, sarà stato forse nel 1947, sono stato colpito dalla sicurezza con cui un luminare della medicina clinica di allora, scrivendo su un quotidiano romano tuttora esistente, se la prendeva a morte con la diffusione dei moderni gabinetti con la tazza. Mentre la posizione accovacciata costringerebbe a esercitare il “torchio intestinale”, l’assenza di questo sforzo sarebbe stata la causa di una lunga serie di gravissimi malanni. Ma con ancora più foga, in un successivo articolo, condannava  l’ipotesi che tra le cause delle neoplasie umane potesse esservi un qualche virus: le cause potevano essere, secondo lui, esclusivamente le “sostanze teratogene”, cioè quelle che assunte durante una gravidanza provocano malformazioni fetali; in altre condizioni avrebbero causato il cancro.

E queste sostanze teratogene, ovviamente, dovevano essere per la massima parte (se non tutte) di origine artificiale, anzi, per quanto me ne ricordo, industriale. Ora. il pensare alle sostanze teratogene come cancerogene non è che fosse un’idea assurda, anzi, ma l’indignata sicurezza (nel mio ricordo) con cui sosteneva che soltanto esse potessero causare il cancro mi pareva (e mi pare) indicare che le conoscenze di allora sui virus e sulle neoplasie fossero da lui considerate completamente esaurienti: cioè che non ci potesse essere più assolutamente nulla da scoprire su tali argomenti. E’ ovvio che non condivido: anche per esperienza personale non posso condividere una simile presunzione.

E a quei tempi si era già scoperta l’associazione tra un virus e l’ASV, un tumore dei polli, con uno studio iniziato nel 1909 ma premiato col Nobel a Peyton Rous piuttosto tardi: solo nel 1966.

Che nel 1947 o pressappoco l’industrializzazione potesse provocare, in aggiunta a tanti altri sconquassi (di cui, secondo me, molti positivi e comunque quasi tutti indispensabili), una recrudescenza del bisogno di certezze non mi pare poi sorprendente: ma che oggi una ipotesi intrinsecamente debole già allora debba continuare a creare enormi problemi sanitari, sociali, politici e economici, francamente mi pare un po’ troppo. Che, come scrive Michael Gazzaniga, il cervello umano sia una fabbrica di credenze è risaputo o dovrebbe esserlo, data l’importanza di questa nostra caratteristica: ma proprio perché doverosamente risaputo mi sembra alquanto grave continuare (soprattutto da parte della Sinistra) nell’autocastrazione. Identificare lo scopo primario della Sinistra con la guerra all’industria giustificando, di fronte al pubblico, questa posizione con l’ipotesi che se non ci fosse l’industria il cancro non esisterebbe e che quindi l’unico rimedio efficace alla diffusione del cancro sia eliminare l’industria o cose in qualche modo ad essa assimilabili, come la TAV o le antenne di radiotelefonia mobile, mi pare un’ottima ricetta per il disastro.

Un inciso per il cui sapore didattico mi scuso: dunque, tutti, per nostra natura, abbiamo il paraocchi e tendiamo a vedere principalmente il nostro gruppetto ideologico: ma non ci vuole molto a capire che non si è soli, che per una serie di ragioni, anche geografiche, ci sono moltissime persone le cui azioni non dipendono dalle nostre convinzioni. Si  può anche convincere tutto l’elettorato italiano che il problema del cancro non è risolvibile altrimenti che eliminando l’industria e simili, sostituendola con la moda e il design (cosa che nasconde un fraintendimento: in inglese, designer è anche chi progetta un macchinario, magari esteticamente orrendo): e poi ? I biologi (e il pubblico) cinesi, per esempio, possono essere davvero costretti a pensarla allo stesso modo ? E a gentilmente astenersi dalla concorrenza anche nelle cose (come il lusso, la moda e simili) di cui a torto crediamo di avere una qualche innata superiorità al riparo da altrui tentativi ? Ma se la Cina è stata per millenni esportatrice di generi di lusso, dalla seta alle porcellane, con una bilancia commerciale tanto in attivo e accettando solo pagamenti in oro da doverne subire poi le aggressioni note come le guerre dell’oppio ?

E tornando alla ricerca, visto che la parasinistra (il prefisso para richiederebbe una spiegazione a parte) non è in grado, per fortuna anche sua, di impedirla nemmeno in Italia, ricerca che i risultati piano piano li ottiene eccome (di persone che con i mezzi terapeutici disponibili nel 1963 sarebbero morte da un pezzo ne conosco parecchie, ben vive, invece), che succede, se si riesce a ridimensionare il problema del cancro ? Che la Sinistra non ha motivo di essere ? Bel lavoro !

 

Allora, vediamo un po’ di fatti sperimentali, ma sperimentali sul serio, ossia verificati, verificati e di nuovo verificati e coerenti con altri fatti facilmente verificabili. E anche con la versione dell’AIRC, tradizionalmente sostenitrice della prevenzione, e quindi semmai piuttosto conservatrice. Che dice per esempio “L’infiammazione, in particolare, è ormai considerata dagli esperti il più importante filo conduttore che unisce tra di loro gli stili di vita nocivi (alimentazione scorretta, sedentarietà, fumo) e le più importanti malattie croniche… non solo il cancro, ma anche il diabete…eccetera”. Poi: “L’invecchiamento è il più importante fattore di rischio… eccetera”.  

Ora, il cancro era già ben conosciuto in antico, visto che si dice che a dargli il nome tuttora usato è stato Galeno. E mi pare che da qualsiasi storia della medicina risultino antichi studi sul cancro: mi pare di ricordare che sia stato il Malpighi, in pieno XVII secolo, a notare la maggiore frequenza del cancro al seno tra le monache della città di Bologna rispetto alle donne con figli.

Poi, mi pare opportuno richiamare alla memoria il caso Sardegna, su cui esiste un ottimo articolo di Eugenia Tognotti, Università di Sassari, pubblicato sulla rassegna dei CDC (Centers of Disease Control and Prevention), Settembre 2009 tramite il quale sono risalito a uno studio di Cocco, Fadda, Billai e altri su Cancer Research nel 2005. In Sardegna tra il 1945 e il 1950 si sono eliminate un bel po’ di zanzare da malaria con dosi pesantissime di DDT (267 tonnellate totali di principio attivo): in quegli stessi anni Rachel Carson (un paio dei cui libri ho letto anch’io) sosteneva che nel giro di una generazione si sarebbe tutti morti di cancro a causa del DDT. In realtà nemmeno lo studio del 2005 (di Cocco, Fadda e altri) su 4557 occupati nello spargimento del DDT, ovviamente gli individui più esposti, ha dato prove certe di un aumento dei casi di cancro. Mi pare importante notare che il DDT (giustamente vietato anche per la sua tendenza all’accumulo), a quanto ne so, risulta effettivamente cancerogeno nei test di laboratorio. Ma sul campo, in Sardegna non si è verificata nessuna strage, come non si sono verificate le drammatiche previsioni della Carson. Perché in corpore vili (ossia nella panza der burino, avrebbe forse detto il Belli) l’esperimento, involontario ma sempre esperimento, ha dato risultato opposto ?

Allora: siamo tutti composti di cellule, che per una serie di ragioni non durano più di tanto: devono rinnovarsi, dividendosi e copiando il DNA di quella vecchia in quella nuova. Con la strumentazione attuale non è stato molto difficile contare le differenze, dette mutazioni o “errori” tra DNA copiato e DNA originario, che risultano essere mediamente 120, per il DNA di ogni singola nuova cellula. L’ultima stima presa per attendibile dai NIH (National Institutes of Health) USA del numero di cellule nel corpo di un adulto di 70 Kg è circa 37.000.000.000.000, cioè 37 mila miliardi. Il che vuol dire che in ogni momento ne abbiamo qualcuna che è arrivata a fine funzionamento e si deve duplicare, coi suoi 120 errori. Che in realtà sarebbero ben mille volte di più, se non fosse che una serie di sistemi biochimici della cellula riescono a individuare moltissime anomalie e a correggerle.

Cito l’AIRC: “La cellula è fornita di diversi sistemi di controllo e riparazione del DNA, capaci di individuare e correggere le mutazioni che avvengono continuamente, anche nei processi fisiologici nel corso della vita delle cellule. Quando questi stessi meccanismi protettivi sono compromessi, le mutazioni si possono accumulare e la cellula può diventare tumorale.”

Indipendentemente dall’AIRC, io mi sono andato a cercare verifiche e chiarimenti nei vari testi di biologia e in rassegne specializzate verifiche e dati: per esempio l’articolo di presentazione del primo studio esauriente sugli errori spontanei di trascrizione del DNA come causa del cancro, che risale addirittura al 1974. Temo che sugli argomenti sgradevoli per troppi di noi sia spiacevole aggiornarsi: ma non è una scusa valida.

Ma perché ci sono questi “errori”  e perché, quindi, i sistemi biochimici di riparazione sono stati costruiti dall’evoluzione ? Se io scrivo che 2H2 + O2 = 2 H2O, scrivo la semplicissima reazione di formazione dell’acqua da idrogeno e ossigeno. Ma in un ambiente naturale, e tanto più organico, non posso dire che, sempre, due miliardi di miliardi di molecole di idrogeno si combinano con un miliardo di miliardi molecole di ossigeno dandomi esattamente due miliardi di miliardi di molecole di acqua, perché non  avrò mai una corrispondenza esatta tra i due numeri di molecole: le cose non sono così esatte, le molecole non sono oggetti macroscopici, facili da contare e isolare.

Almeno in teoria potrebbe essere possibile contare esattamente un miliardo di arance, ma non posso gestire un miliardo esatto  di molecole, ne avrò, in una situazione reale ma ottimale (in un laboratorio molto bene attrezzato), un miliardo più o meno diecimila, se mi va da sogno: e una strumentazione da un tale laboratorio in una cellula proprio non ce la posso mettere. E anche se riuscissi per miracolo a avere le proporzioni esattissime delle molecole che dovrebbero reagire, avrei sempre qualche molecola di ossigeno e di idrogeno non accoppiate, o che vanno magari a reagire con le pareti del “dove” si svolge la reazione, o delle molecole di acqua ossigenata (H2O2) o che so io di altro mai possibile. Le cose non sono mai così pulite: uno schema è sempre utilissimo per capire e prevedere le cose, ma anche esso non va divinizzato, interpretato come una descrizione assolutamente completa della realtà, una ricerca di Dio o quasi. E questo anche senza tirare in ballo la casualità e Monod (“Caso e necessità”).

Ora, dato che la chimica, di cui nostro malgrado (è una cosa così brutta, volgare, poco romantica !) siamo interamente fatti, non è una cosa tanto precisina da poterla semplificare in pochissime formulette (ce ne vorrebbero migliaia, per descrivere quello che avviene all’interno di una cellula, con i relativi necessariamente imprecisi parametri), è del tutto normale che quando avviene la copiatura del DNA per dare esistenza a una nuova cellula, avvengano degli errori. Molto raramente: uno ogni 100000 “nucleotidi” (Timina, Guanina eccetera, costituenti sempre chimici, del DNA, mi dispiace per voi anime belle e trendy o cool o come cavolo è di moda definirsi adesso, che non vorreste avere dentro noiosa roba chimica e essere quindi irrimediabilmente noiosi !) che vengono copiati.

Ma essendo il DNA composto circa da sei miliardi di coppie di nucleotidi, ne verrebbero fuori circa 120000 errori ogni volta che una cellula si divide. Un po’ troppo per poter vivere un tempo sufficiente a combinare qualcosa, anche per un qualche insettuzzo (perché anche gli insetti vanno a DNA e anche a loro viene il cancro), che viva pochi giorni.

Ma, visto che io sto scrivendo, evidentemente l’evoluzione ha sviluppato sistemi per aggiustare (non perfettamente, altrimenti sarebbe Dio e io sarei panteista) le cose: esistono vari meccanismi enzimatici (sempre chimica, è) che con le loro reazioni con i tratti di DNA che presentano incongruenze o distorsioni quasi sempre li riparano. Ma non sempre: l’evoluzione, per quanto mi pare di saperne, non genera mai sistemi perfetti, tanto meno secondo il nostro metro di giudizio. Questo è un punto di differenza fondamentale tra evoluzionismo (teoria sintetica dell’evoluzione, originata da Darwin e espansa, integrata, verificata e utilizzata dai tantissimi successori) e creazionismo, generalmente tanto diffuso quanto  inconsapevole, che poi condanna molto ambientalismo a essere irrilevante o a riuscire perfino dannoso anche per l’ambiente (come per l’avere fornito alle imprese capitalistiche che ti vendono l’acqua minerale la ghiotta occasione della diffidenza per i rubinetti di casa).

Quindi accade, raramente in senso relativo ma spesso in senso assoluto, (un evento che accade una volta su mille casi è raro, ma su un miliardo di casi avviene un milione di volte) che degli errori restano e diventano permanenti, detti allora “mutazioni”, che anche negli esseri umani (tutta questa roba succede in qualsiasi organismo a DNA, pesci rossi, lumache, giraffe e mosche incluse, e da non so quanti milioni o miliardi di anni, è intrinseca alla chimica della faccenda fin da quando si sono formati i primi esseri con il DNA) accadono, appunto, spesso in assoluto. E la frequenza, per complicare le cose, dipende purtroppo anche da che regione del DNA è stata danneggiata: con il che  il processo da casuale diventa casuale “al quadrato”.

Poi, queste mutazioni possono essere neutre (nel senso che alla fine non contano gran che, per esempio perché casualmente riguardano zone del DNA scarsamente rilevanti (genere colore dei capelli, tanto per dire) oppure codificanti per funzioni importanti ma anche duplicate, triplicate o quadruplicate in zone diverse del DNA: anche la ridondanza è una difesa.

Oppure possono essere positive, perché comportano un qualche vantaggio per l’organismo in rapporto all’ambente in cui vive: e queste sono il motore dell’evoluzione: senza di esse, noi tutti, ambientalisti inclusi, saremmo ancora piccolissimi batteri.

Ma se invece, sempre casualmente, vanno a danneggiare i sistemi enzimatici (e sempre chimica, è !) che servono a riparare gli errori (tutti questi sistemi di riparazione sono codificati nel DNA stesso) e si accumulano, la situazione diventa pericolosa. Se in una stessa cellula si sono accumulate 20 o 30 o 40 mutazioni a carico di sistemi di riparazione e altre mutazioni disabilitano gli altri sistemi che controllano il riprodursi della cellula (o ne provocano la morte nei vari casi in cui questo è opportuno per l’organismo), la cellula può cominciare a proliferare senza controllo. Il che, per una singola cellula, è estremamente raro: ma su miliardi e  miliardi di cellule, è decisamente frequente. O meglio troppo frequente per le nostre giuste attuali esigenze. E naturalmente, più a lungo si vive, più è alta la possibilità che questo succeda.

E qui riprendo un punto importante. Se nel nostro organismo, a livello di ogni singola cellula, esistono tanti svariati sistemi biochimici di riparazione del DNA da ridurre di migliaia di volte il caso che un errore permanga, non posso sostenere che tutti questi svariati e complessi sistemi di riparazione siano lì senza una utilità. Non è che la selezione naturale impedisca sempre la presenza di cose inutili, esempio tipico i capezzoli degli uomini,  ma in questo caso si tratta di permanenza e di una imperfezione: e chi ha mai detto che l’evoluzione produca la perfezione ? Il casino concettuale, che secondo me tutti, ecologisti, non ecologisti, scrittori, giornalisti, politici, magistrati, medici, attori, notai, netturbini, preti (veramente mi pare che lo abbiano già fatto, che in Vaticano e dintorni siano assai più avanti di moltissimi di noi) eccetera eccetera,  dovremmo deciderci a risolvere, secondo me nell’unico modo sensato che conosco, è che lo stesso fatto naturale e inevitabile della imprecisione con cui certe reazioni chimiche si svolgono è la causa, l’origine sensibile (lascio da parte la teologia, almeno per il momento…), ossia per quanto noi possiamo vedere e capire, di noi stessi, è anche la causa di svariati inconvenienti di cui uno gravissimo è il cancro.

Causa di noi stessi: se non ci fosse la casualità, l’imprecisione, non esisterebbero le mutazioni: ma se non ci fossero state le mutazioni i primi organismi a DNA non si sarebbero mai evoluti in tante svariate e più o meno meravigliose cose come noi stessi. Ma dato che la perfezione non è di questo mondo le mutazioni non possono essere sempre vantaggiose, anzi, nell’enorme maggioranza dei casi non lo sono affatto. La soluzione evoluzionisticamente coerente e funzionante è la formazione, passo passo in tempi lunghissimi, di un complesso di meccanismi, di sistemi biochimici all’interno della cellula capaci di limitare (ma non annullare) la frequenza delle mutazioni.

Noi ereditiamo almeno in parte pezzi di questi sistemi formatisi in bestioline evolutesi assai prima che esistessero i primi mammiferi: e guarda caso strano, la complessità di questi sistemi è legata alla lunghezza del ciclo vitale degli organismi il cui DNA deve essere protetto dai troppi errori. Una Drosophyla, il moscerino della frutta, che vive poco tempo, ha sistemi di limitazione della frequenza delle mutazioni relativamente semplici (per cui i ricercatori lo usano proprio anche per le ricerche sul cancro, sistemi meno complessi sono più facili da studiare): se artificialmente  si fanno vivere i moscerini della frutta più a lungo di quanto proporzionato ai loro sistemi di riparazione del DNA, sviluppano tutti il cancro. Il che è un fatto generale, a quanto mi pare di avere scoperto dalle pubblicazioni (derivanti da esperimenti) che ho trovato, anche per i topi, da laboratorio o meno.

Ma quanto era lunga la vita degli ominidi nostri antenati ? Assai meno della nostra: il che (secondo Occam e il suo criterio logico, entia non sunt multiplicanda sine necessitate, tradotto a suo tempo anche come non inventare il pitale col manico a sinistra, basta girarlo) sarebbe abbondantemente sufficiente a spiegare, al 98 o 99 per cento, la frequenza dei casi di cancro nella nostra società. Quindi, se vogliamo vivere più a lungo, dobbiamo capire davvero che cos’è il cancro: esigenza che se mi permettete trovo assai più importante del buon gusto estetico delle persone tanto orripilate dalla puzza e dai fumi da ridurre a tali inconvenienti un problema assai più grave.

E allora si comprenderanno meglio le varie forme di cancro infantile e giovanile, cosa che mi pare assolutamente necessaria. E forse non troppo difficile: ma anche se non rifiuto l’argomento, lo devo rimandare a più avanti.

Per il momento osservo questo: tutte le volte che gli europei sono entrati in contatto con popolazioni mancanti di difese organiche contro il vaiolo, per esempio, ci sono state delle epidemie terribili che hanno massacrato milioni di individui. Ma non è che le popolazioni dell’interno della Nuova Guinea, totalmente isolate dal mondo esterno fino al 1930 o pressappoco (sono state scoperte sorvolando aree che si credevano totalmente disabitate), quando sono precipitate nel mondo moderno in pochissimo tempo (la guerra, DDT compreso, è arrivata fin lì), ne siano state sterminate: al contrario fioriscono, semmai hanno problemi per eccessi alimentari, ma non certo per un’epidemia di cancro. E a Port Moresby, c’è una raffineria di prodotti petroliferi ? Penso di sì: cercherò di controllare. Ma di sicuro nessuno si è ancora mai sognato di sostenere che i Forè e compagni, per fortuna allegramente sopravvissuti al contatto con gli australiani  (stavolta almeno nessuno gli ha sparato) abbiano un corredo genetico in cui mancano i sistemi di riparazione del DNA presenti nelle cellule di tutti quanti noialtri.

E’ poi completamente irreale, secondo me, pensare che le nostre difese (imperfette) dagli errori di trascrizione del DNA e conseguente cancro si siano evolute nelle dieci o quindici generazioni in cui gli europei sono stati esposti all’inquinamento industriale, anche facendo il massimo credito a una cosa chiamata epigenetica (scoperta importantissima di cui non parlo perché non ne so abbastanza), tempo relativamente brevissimo. Ma i Forè non hanno avuto neanche questo minimo tempo, eppure non si è notata proprio nessuna epidemia di cancro.

E d’altra parte la Sardegna degli anni 1945-1950, che fosse industrializzata, non ha mai ardito dirlo nessuno. Eppure neanche lì niente estinzioni di massa, e neanche incrementi di mortalità: anzi.

Quindi, mi ritengo del tutto giustificato a sostenere che le mutazioni provocate da errori nella trascrizione del DNA, se casualmente vanno a interessare i tratti codificanti i sistemi di riparazione, e se nel tempo si ripetono parecchi eventi di questo tipo, sono necessariamente causa di cancro e contribuiscono anche a tutti i casi dovuti anche a altre cause naturali o meno: mentre appare estremamente improbabile che sia pure un solo caso di cancro sia stato mai causato da soli fattori antropici, sostanze chimiche artificiali eccetera: nemmeno nel caso dell’amianto, che tra l’altro è un naturalissimo minerale. Se ne sarebbero dovute distinguere le due forme, di cui una è innocua, e fidandosi meno della naturalità tenersene alla larga: abbasso la superficialità !

Questo solo per quanto riguarda gli errori di trascrizione del DNA: ma di cause di mutazioni ce ne sono parecchie altre. Una, importante credo quasi solo concettualmente (ma non è poco), è la presenza, in tutto il Carbonio dell’atmosfera, di una piccolissima ma non trascurabile parte del suo isotopo radioattivo C14 i cui atomi hanno la pessima tendenza a trasformarsi in atomi di azoto più radiazione beta, un elettrone ad alta energia, che è ionizzante: la questione dovrebbe essere notissima, dato che è alla base del metodo detto appunto del C14  assai spesso usato dagli archeologi per datare reperti organici, come nel caso arcinoto dell’Uomo del Similaun. Anche una piccolissima parte degli atomi di carbonio che entrano nella composizione del DNA sono appunto del suo isotopo radioattivo.

E’ stata quindi usata la presenza del C14 per datare approssimativamente, in un tumore, la mutazione ultima, quella che aggiungendosi alle precedenti 20 o 30 o 40 già accumulatesi trasforma la cellula in cancerosa: e ne è risultato che questa mutazione definitiva per la trasformazione della cellula in cancerosa avviene diecine di anni prima che la patologia diventi in qualche modo avvertibile (ora mi pare che si comincino a trovare marcatori precocissimi nel sangue). La progressione delle moltiplicazioni dalla singola prima cellula mi pare sia al massimo geometrica, 1, 2, 4, 8, 16 eccetera: ma dato che le duplicazioni non avvengono istantaneamente e dato che le cellule sono comunque alquanto piccole, fino a che il loro ammasso non e diventato di svariati miliardi il processo patologico è inavvertibile; e ci vogliono anche venti o trent’anni.

Nel caso dell’amianto si sono viste latenze anche di quarant’anni, pare; ma perfino in questo caso non è affatto detto che la mutazione finale delle 30, 40 o 50 necessarie perché una cellula diventi l’iniziatrice di una neoplasia sia stata causata dall’amianto. Non c’è un legame temporale prevedibile; dato che le mutazioni causate dall’amianto si sommano a quelle, preesistenti o no, dovute a tutte le altre cause naturali o meno, che quella particolare mutazione sia l’ultima o la penultima o la ventesima o la prima in ordine di tempo delle 40 (per esempio) necessarie non fa alla fine nessuna differenza: conta il complesso delle tot mutazioni e la loro distribuzione nel DNA, non l’ordine in cui si sono verificate. Il che comporterebbe dei bei problemi giuridici, a volere inquadrare fenomeni che avvengono alla scala degli atomi e delle molecole con i criteri usati per roba macroscopica come gli esseri umani, punto su cui tornerò più avanti.

Comunque è totalmente impossibile che una cellula normale, col suo DNA perfettino perfettino, venga in un colpo solo trasformata in cancerogena, neanche a imbottirla di radiazioni o di aflatossina (una cosa che si trova nei vegetali con muffa e spesso anche nel latte, se la vacca ha mangiato foraggio con l’Aspergillum flavum, cosa che a occhio nudo normalmente non si vede e tranquillamente ignorata fino a non molti anni fa), perché l’agente o il processo che causa le mutazioni non andrà, in uno e un solo colpo, a danneggiare solamente quei relativamente pochi siti del DNA dov’è codificato il controllo e la correzione degli errori lasciando, con una precisione strabiliante, intatto qualunque altro tratto del DNA. Non essendo possibile una simile precisione la cellula sottoposta, per esempio, a una dose fortissima di radiazioni, ha abbastanza danni per morirne senza creare altri problemi. Anzi, in tal caso eccezionale il proprietario della cellula interessata si sarà beccato tante radiazioni da morirne subito, ma non è il cancro, mi pare che sia chiamata radiation disease e non ci sono questioni derivanti da cellule immortali: è che al contrario ne muoiono tantissime in una volta sola. Quindi, nel caso consueto e estremamente più frequente del cancro, tra il momento della prima mutazione subita dal DNA e quella trentesima o quel che sia che rende la cellula cancerosa, passano un bel po’ di anni. E poi c’è il tempo dello sviluppo, della progressione di duplicazioni che richiede un altro bel po’ di anni.

Il che significa che tra la primissima mutazione subita dal DNA di una data cellula e l’evidenziarsi della patologia che è originata proprio da quella cellula possono passare sessanta e più anni: nella massima parte dei casi si muore prima, per altre cause. Tenendo poi conto che molti cancri allo stadio iniziale di ammassi di poche cellule vengono poi (a quanto mi pare di saperne) eliminati dal successivo intervento del sistema immunitario, ne segue che a una certa età tutti abbiamo un qualche stadio di cancro o lo abbiamo già avuto senza saperlo, nei casi in cui il sistema immunitario ha fatto bene il suo lavoro.

E per inciso l’analogia corrente con ciò che si intende per un veleno non ha assolutamente senso se non per retorica, per controllare le teste dei nostri prossimi, ma nella biologia non funziona: un veleno agisce subito, o comunque in tempi brevi e deterministici nel tempo e nello spazio, non casuali in tutti e due i domini. Ma quando mai !

E poi c’è il potassio: informandomi ho scoperto, con alquanta sorpresa (non è che l’informazione sui fatti nostri di base sia gran che, numeri e scienza sono cose tanto noiose), che anche il potassio (elemento indispensabile per la nostra vita) presente in natura è in realtà tutto composto da una miscela comprendente l’1,17% di un isotopo radioattivo. E visto che in una persona da 70 kg ci sono 140 grammi di potassio totale, ne risultano circa 4000 decadimenti (e emissione di radiazione) al secondo, circa uguale a quello dato dal C14. Non è che siano cifre spaventose rispetto alle radiazioni di Hiroshima o Nagasaki, ma ci conviviamo continuamente, secondo dopo secondo.

E poi ci sono i danni ossidativi: pudicamente si parla di radicali liberi, ma pare che sia soprattutto l’ossigeno non combinato (quello che nella equazioncina della formazione dell’acqua si trova in eccesso rispetto all’idrogeno) a danneggiare il DNA: quindi, anche l’ossigeno è cancerogeno.

E come fornitrici di mutazioni le reazioni ossidative valgono almeno quanto gli errori di duplicazione, pare. Quindi tutto quanto detto a proposito dei danni al DNA da errori di trascrizione andrebbe ripetuto per l’ossigeno: penso di non offendere nessuno se invece non lo ripeto di nuovo.

E poi ancora ci sono i cancerogeni naturali, tra cui appunto l’aflatossina. E qui ritorna in scena la teoria dell’evoluzione. Io francamente non vedo vie di mezzo: o sono creazionista, nel senso che prendo alla lettera il racconto dell’Antico Testamento o qualcosa di equivalente, nel qual caso riterrei di dovermi adeguare, rinunciando a tutte le gradevoli fesserie del mondo. Oppure, se credente, accetto l’ipotesi del Dio legislatore, che ha formato le leggi della natura, ma non  decide quanti crini ha la coda di un particolare cavallo e non determina se un errore di trascrizione o da ossidazione interessa o meno una zona del DNA rilevante ai fini della difesa da una degenerazione cancerosa di una cellula. D’altra parte mi pare di avere letto (continuo a rimandare la faticaccia di verificarlo) che l’allora cardinale Ratzinger avvertisse che “nel mondo, Dio è invisibile”; il che non significa che non ci sia, ma che le cose non sono tanto semplici semplici e la religione non funziona in senso strumentale, “accendi un cero in chiesa alla Madonna e passerai l’esame per il diploma”.

Nel qual caso dobbiamo costruirci noi gli strumenti di interpretazione della realtà, e allora sono costretto a essere evoluzionista. Il che significa che devono esistere, che è statisticamente impossibile non esistano, numerosissimi cancerogeni naturali. Perché il mestiere della pianta di pimpinella o che so io non è quello di essere mangiata, ma quello di vivere e proliferare senza essere mangiata, il che comporta la difesa dagli insetti.  Ma se il vegetale X si è naturalmente evoluto per il vantaggio datogli difende dalla presenza di un gran numero di composti (e sempre chimici, la cosa mi dispiace !) che limitano la sua commestibilità da parte degli insetti, non possiamo mica pretendere che una qualche sua ipotetica coscienza evolutiva gli abbia dettato di astenersi dal formare quei composti che dopo qualche centinaio di miglia di anni sarebbero potuti risultare nocivi per gli esseri umani. Vegetali velenosi ce n’è tanti, compreso il comunissimo oleandro: perché mai non dovrebbero essere cancerogeni ? E difatti, nei test di laboratorio, se ne trovano e parecchi. Alquanti anni fa uno dei soliti gruppi di danarosi fanatici californiani voleva proporre l’alimentazione con le sole varietà selvatiche di verdure, molto più resistenti agli attacchi degli insetti rispetto alle varietà domesticate: hanno dovuto smettere alla svelta. Ma non possiamo affatto escludere la presenza di sostanze cancerogene naturali oltre alle tante già conosciute: qualcuno vuole proporre un esperimento in cui, ai soliti poveri topi, sia somministrato come solo alimento un pastone completo con una robusta percentuale di prezzemolo ?

E comunque è di solo qualche anno fa la scoperta della sostanza più cancerogena in assoluto a parità di peso, prodotta da comunissime muffe che attaccano i vegetali. Il che ha costretto a introdurre parecchia normativa nuova, sulla frutta secca in particolare (arrabbiati i Turchi che si sono dovuti adeguare a norme igieniche più rigorose per le loro esportazioni) ma anche sul latte e i suoi derivati. Il foraggio attaccato dall’Aspergillum flavum contiene aflatossina, che poi passa nel latte delle mucche e da qui nei formaggi, di cui qualche marca popolare è stata proprio fatta sparire dagli scaffali della distribuzione. Ma assolutamente nessuno ci può garantire l’assenza di composti naturali altrettanto o più cancerogeni ma sconosciuti. Sarebbe molto facile difendersi se, come nel caso dei veleni, l’evidenza patogena risultasse entro poco tempo dal contatto: ma chi può mai sapere se il suo cancro è stato causato dalla presenza, tra le 40 o quante siano mutazioni del DNA di una sua cellula, di una indotta dalle schifezze respirate da bambino assistendo allo spettacolo di fuochi artificiali la sera della festa del Santo Patrono del paese ? E già, perché la stessa identica cosa, all’ILVA deve causare il cancro, ma respirata (sia pure per breve tempo) in dosi centinaia di volte maggiori e da bambino deve essere innocua, per virtù del Santo Patrono…

Perché poi è ovvio che ci siano i cancerogeni artificiali. Ma basta seguire in macchina un qualsiasi autobus urbano, soprattutto in una città collinare come Roma, per letteralmente vederli: basta guardare la sommità del tubo di scappamento per vedere la zaffata di PM10 e tante altre cosine che ne esce quando il conducente dà gas per ripartire, soprattutto se in salita: e figurarsi se non ce ne sono anche dentro alle industrie ! Ma è il problema del piccione che si posa sul tetto innevato. Un X a primavera torna al paese a vedere la casa dei nonni, normalmente disabitata, e trova il tetto sfondato dalla neve. Dalla sola neve o anche dal piccione che ha l’abitudine di posarsi su quel tetto ? E’ del tutto ovvio che il piccione ha un suo peso, ma temo che se X rifà il tetto tenendo conto del solo peso del piccione alla prima pioggia crolli tutto, mentre se rifà il tetto secondo i criteri moderni né il piccione, né la neve, né la somma della neve più il piccione gli sfasceranno il tetto.

Quanto pesano questi cancerogeni artificiali, voli in aereo e radiografie incluse, sul totale delle mutazioni che causano il cancro ? Fumo a parte, sembra, al massimo, l’uno per cento, visto che le mutazioni naturali giuste (solo per caso diverse da quelle cancerogene) sono tante da averci trasformato da batteri a esseri umani. Il che significa che è irresponsabile prendersela col piccione e trascurare la neve.

 

     

15/1/2014

                 PARTE SECONDA


Non è che una concezione errata delle cause del cancro debba essere considerata dannosa solo per un astratto amore della verità, per pignoleria o per certi possibili riflessi su attività economiche, come l’installazione di antenne per la telefonia mobile o per il caso ILVA. E’, secondo me, dannosa perché provoca a) danni diretti alla salute delle persone e b) danni culturali, che poi hanno conseguenze negative anche in campo politico, sociale e anche economico.

Danni alle persone: prendo a esempio un caso reale. Pietro era un dirigente industriale nella stessa baracca dove mi agitavo io: la moglie scriveva programmi di software a carattere gestionale-amministrativo, e per un breve periodo siamo stati a lavorare assieme su progetti affini. Due persone in gamba, che mi piacevano, indipendentemente da tendenze diverse in politica o altro. Di tanto in tanto mi invitavano a cena da loro, dove si mangiava assai bene, ma venivo tramortito dalle rassicurazioni sulla salubrità delle materie prime, provenienti da non so quale podere di loro parenti. Io già allora non ero affatto convinto della identificazione tra naturalità e salubrità, ma per una ovvia cortesia (di cui mi rammarico ancora) non mi sono mai deciso a contestare una opinione tanto radicata nel senso comune. Poi sono tornato a Roma, mi sono sposato, ma siamo rimasti in contatto: abbastanza spesso mia moglie e io incontravamo questa nostra coppia di amici (e gran brave persone). Veniamo a sapere che Pietro soffriva di ulcera gastrica: e fin qui, cose che capitano, tanto più che il medico a cui si sono rivolti lo conoscevo per bravissimo, avendo risolto anche a me un problema non grave ma alquanto strano. Passa il tempo e l’ulcera non si risolve, cosa alquanto normale fino a una dozzina (mi pare) di anni fa. Poi un giorno mia moglie e io incontriamo per caso Pietro e la moglie e li vediamo letteralmente stravolti: ci raccontano che finalmente si erano decisi a ignorare le assicurazioni del medico, secondo cui non c’era nessun bisogno di una radiografia (che non era mai stata prescritta), e si sono rivolti a un altro medico meno famoso: immediata esecuzione di una radiografia, da cui diagnosi di cancro allo stomaco, troppo avanzato per essere operabile e stima di vita residua tre o quattro mesi.

Il povero Pietro è stato ucciso da tre idiozie, di cui due legate direttamente proprio alle false idee sul cancro. Per la prima il legame è indiretto (ma sensibile), e riguarda una tendenza tradizionalistica della dottrina medica: pur essendo nota da molti anni la frequente presenza di un certo batterio (Helicobacter pilori) nello stomaco degli ammalati di ulcera si continuava a considerarlo innocuo (e dando la colpa dell’ulcera allo stress, troppe volte l’occasione di fustigare i costumi attrae assai più della pratica del dubbio sistematico) in quanto si presumeva che quel batterio non potesse prosperare in un ambiente acido. La chimica e le altre scienze cosiddette “dure” non sono molto sentite come importanti dalla maggior parte dei medici, per cui l’opinione errata di qualche antico cattedratico in cuor suo ancora refrattario alla teoria microbica proposta da Pasteur e Lister (due scientisti, pur essendo, mi pare, cattolicissimo il primo) ha continuato per molti decenni a essere ancora presa per buona, a meno di casi inequivocabili, e tramandata. Fino a che appunto una dozzina (mi pare) di anni fa uno sconosciuto mediconzolo australiano si è rotto le palle delle autorevoli tradizioni e con un esperimento su sé stesso ha finalmente dimostrato il nesso causale tra quel batterio e l’ulcera, la cui cura da allora è diventata molto più semplice ed efficace. Intanto milioni di ammalati, e Pietro tra loro, nel lunghissimo periodo intercorso tra la scoperta del batterio e la dimostrazione della sua nocività, hanno continuato a soffrire e a morire di cancro allo stomaco da ulcere degenerate, per qualcosa in realtà assai facilmente risolvibile. Il legame tra questo ritardo nella comprensione del ruolo dell’Helicobacter nell’ulcera e la non comprensione del cancro come processo stocastico (casualmente risultante da fattori a loro volta almeno parzialmente casuali) naturale sta appunto nella scarsa attrattiva concettuale ed emozionale (per non parlare di repulsione) che hanno le scienze dure per moltissimi medici, anche dotati di grande talento.

Ma senza i metodi delle scienze dure (chimica, fisica e quindi biochimica e via dicendo) certi approfondimenti indispensabili non sono possibili, oltre un certo grado, ora diventato per noi insufficiente, di conoscenza. Viceversa, l’ipotesi errata che le cause del cancro siano al 99% (invece che all’uno o due %) imputabile all’industria, quindi alla tecnica e quindi alla durezza della scienza è estremamente attraente per chi trovando noiosa la chimica e affini desidera trovarla inutile, anzi dannosa. Il ritenere che la scienza in senso galileiano non serva a capire le cause del cancro, anzi che attraverso la tecnica e quindi l’industria essa scienza ne sia proprio la causa, è sommamente godurioso: a spese dei malati, naturalmente. 

 

La seconda idiozia, dopo l’avversione per la scienza “dura” e “noiosa”, è stata appunto la conseguente credenza che il cancro fosse causato dall’inquinamento industriale: quindi, essendo gli alimenti consumati in famiglia da Pietro di assoluta genuinità, questa genuinità avrebbe dovuto essere una forma efficacissima di prevenzione. Anche qui, le vittime di questa errata convinzione sono state e continuano a essere molte: mia moglie ancora ricorda con orrore certi pasticcini vegetariani (o macrobiotici ?) ammuffiti offertile da una sua amica fanatica della naturalità. E che come tale non poteva (e non può, se ancora viva) sapere che certe diffusissime muffe che attaccano alimenti vegetali contengono delle tossine tra cui rientra il più potente cancerogeno conosciuto, spesso presente in dosi piccolissime, ma da cui buonsenso e le norme sanitarie attuali impongono di stare ben lontani. Dico che non poteva e non può sapere perchè di fatto tendiamo ad accedere selettivamente alle informazioni, privilegiando quelle che ci confermano nelle nostre opinioni preesistenti (gli psicologi lo chiamano information bias): e una delle ragioni per cui proprio non condivido la divinizzazione del mercato è la sua tendenza a premiare economicamente proprio la fornitura di conferme.

Ma senza arrivare ai casi estremi dei pasticcini con la muffa però creduti salutiferi, è diffusissimo il non sapere che sono cancerogeni processi (come la duplicazione delle cellule) o sostanze (come l’ossigeno o l’insulina) di cui è assolutamente impossibile fare a meno: quantificare gli effetti di questa non conoscenza è altrettanto impossibile, ritengo: ma se volessimo davvero applicare il criterio di precauzione la prima cosa da fare sarebbe proprio il chiarire che almeno il 98 o 99 per cento del cumulo di concause del cancro, fatta eccezione per il fumo e l’amianto, è del tutto naturale: per cui la migliore prevenzione è costituita dall’attenzione e dai controlli periodici. Viceversa, propagandare, anche in buona fede, il concetto che il cancro sia sostanzialmente dovuto all’inquinamento di fonte industriale è assolutamente irresponsabile, per la totalmente falsa sicurezza che procura in chiunque non senta una qualche puzza industriale o non abbia un’antenna per la telefonia mobile sul tetto di casa. La confusione tra fastidio e cancerogenicità è una assoluta stupidaggine, la cui diffusione è completamente irresponsabile, nel migliore dei casi.

 

La terza idiozia è la mancanza di una, anche approssimativa, stima quantitativa degli effetti delle radiazioni ionizzanti, tra le quali rientrano a pieno titolo i raggi X usati per le radiografie e i loro vantaggi. Argomento a suo tempo intoccabile, a meno di non volere passare per venduto agli interessi delle grandi Corporation che ci avrebbero tutti uccisi per le emissioni delle centrali atomiche. L’argomento delle bassissime dosi di radiazioni è parecchio complesso (c’entra perfino una cosa chiamata ormesis, che non ho capito bene cosa accidenti sia) e non ho certo la preparazione necessaria per occuparmene seriamente: ricordo solo due cose: la prima, che ai lontani tempi della mia infanzia le bottiglie di acqua minerale riportavano la radioattività, come un elemento positivo, a seguito della infatuazione giornalistica per la sua scoperta e conseguente nascita di un mito ucciso a Hiroshima. Ma anche a seguito della tradizione che considerava altamente raccomandabili certe cure delle acque presso sorgenti termali attualmente vietatissime. Che magari sono state rilanciate lasciando credere che intrugli resi innocui dall’uso dell’acqua del rubinetto, argilla indistinguibile da quella della cava più vicina e sale del Mar Morto contenga invece l’acqua della sorgente a cui il nome degli alberghi fa riferimento. Come suppongo avvenga ora in una località piemontese, dove ancora una quarantina di anni fa esisteva un “Albergo  Radio” e un “Hotel Uranio”.

E la seconda cosa: che non mi pare di ricordare studi epidemiologici su una possibile maggiore incidenza di casi di cancro in regioni caratterizzate da relativamente alta radioattività naturale: poi non so se gli studi sono stati fatti e con che esito, più o meno gradito al mercato immobiliare.

Detto questo, mi pare del tutto probabile che le radiografie siano cancerogene, nel senso che i raggi X usati producono ulteriori mutazioni oltre a quelle continuamente causate da tutte la altre cause naturali e che non possiamo assolutamente evitare: che vogliamo fare, non respirare per evitare i danni al DNA da ossidazione?

E è probabile che queste mutazioni, causate dai raggi X con una certa frequenza statisticamente rilevabile, ma in modo assolutamente casuale per quanto riguarda una data persona X, possano entrare in quelle 40 o 50 mutazioni a carico di sistemi di difesa e riparazione del DNA il cui cumulo provoca, con una latenza di 30 o più anni, il cancro e uccidere X (se il suo sistema immunitario non reagisce e se X non è già morto per altre cause). Ma probabile significa solo che può essere: poi bisogna quantificare, cercare di capire il quanto è probabile. Se fare una radiografia aumentasse del 10% la probabilità di sviluppare un cancro, ovviamente ci si dovrebbe ricorrere solo in casi disperati: ma se la aumentasse dello 0,0001 sarebbe irresponsabile limitarne l’uso, visto che in realtà si tratterebbe di un aumento trascurabile rispetto all’effetto di tutte le altre cause naturali ineliminabili, sempre che non si facciano radiografie per divertimento.  Che poi è vero che per un anziano il rischio di sviluppare un cancro da radiografia è relativamente maggiore: faccio un esempio con numeri inventati che hanno il solo scopo di chiarire concettualmente la questione. Un signor X a quarant’anni, ha per esempio nel suo corpo, mettiamo, dieci cellule il cui DNA ha, mettiamo, già quarantanove mutazioni potenzialmente cancerogene nel loro DNA: se a una di queste capita la cinquantesima mutazione dello stesso genere, quella cellula impazzisce. Ma a settanta anni le cellule con quarantanove mutazioni pericolose non saranno dieci, ma (sempre “mettiamo”) ottanta, quindi il rischio che una radiografia provochi la mutazione decisiva sarebbe otto volte maggiore. Però a settant’anni è anche assai più probabile che abbia un cancro ancora silente o al primissimo stadio: allora, se gli si fa una radiografia quello si salva, mentre se la radiografia è inutile, perché non c’è nulla da scoprire, e quella radiografia provoca una mutazione che va ad aggiungersi alle precedenti quarantanove del DNA di quella stessa cellula che quindi impazzisce, il risultato dipende dal tempo che deve passare tra il momento che la cellula impazzisce e il momento in cui l’eventuale cancro (ammesso che il sistema immunitario non faccia il suo mestiere) diventi patologicamente evidente. Se gli ci vogliono venticinque anni, il signor X campa tranquillo fino a novantacinque anni oppure muore prima per tutt’altra causa. Non mi risulta che la questione sia mai stata studiata da questo punto di vista: eppure, sebbene complicata, non lo è più di tanti altri problemi di ricerche di mercato e simili. In assenza di un simile studio a me pare, data la frequenza di casi di anziani fregati da cancri non diagnosticati in tempo per mancanza di radiografie, che non fare dette radiografie  per paura del rischio derivante dalle radiazioni ionizzanti sia ancora più colpevolmente cretino. Eppure è proprio sugli anziani che molti medici, che di biologia pare non vogliano capire nulla, tendono a evitare radiografie, anche se l’età avanzata è (come ovvio trattandosi di un processo naturale, cumulativo e di carattere fortemente casuale) il massimo fattore di rischio: sempre come pare a me, naturalmente.

 

Ma qui ci vorrebbe una digressione, una incavolatura laterale, la cui spiegazione completa rimando alla terza parte (le cause della falsa credenza sull’origine del cancro). Ma se negli USA le autorità governative, innamorate della supremazia strategica data dal possesso  di molte più bombe atomiche che non l’Unione Sovietica, per minimizzare le conseguenze di un eventuale conflitto nucleare minimizzavano anche le conseguenze per la salute delle radiazioni ionizzanti, sempre negli USA era comprensibile e probabilmente assai opportuno che gli oppositori di questa politica al contrario esagerassero anche enormemente le stesse conseguenze. Analogamente, se negli USA la fede nel Divo Mercato ha indotto degli sprovveduti (come minimo) a inventare e produrre apparecchi portatili per radiografie, da utilizzare nei negozi di calzature per verificare la corretta posizione delle ossa del piede del cliente nella scarpa che sta provando, è stata comprensibilissima e giustissima la reazione a una tale cretineria esagerando al massimo la pericolosità dei raggi X.

A me il prezzemolo, su parecchi piatti, piace: ma se vedo che una persona è tanto stupida da ingurgitarne tre etti al giorno trovo comprensibile e giusto strillargli una pia menzogna, ossia che il prezzemolo è il più potente cancerogeno esistente: forse così la smette di intossicarsi. E probabilmente il prezzemolo, a investire parecchi milioni di euro e uccidere decine di migliaia di topi da laboratorio, si rivelerebbe cancerogeno: anche qui, la questione è il quanto (e sempre statistico).

Ma se negli USA, per problemi loro, poteva essere giusto raccontare pie menzogne facendo credere che una radiografia possa aumentare sensibilmente il rischio che il paziente, magari già settantenne, vivendo ancora svariati decenni, debba poi morire di un cancro conseguente alla cinquantesima mutazione nel DNA di una stessa cellula provocata proprio da quella radiografia, in Italia l’importazione di questa pia menzogna, essendo da noi del tutto impensabile che un venditore di scarpe possa usare un apparecchio per le radiografie e non avendo mai avuto bombe atomiche da agitare per spaventare San Marino o che altro, è stata (sempre secondo me) una colossale e irresponsabile cretineria.

E cerco di chiarire meglio. Non ho trovato i dettagli e le cifre, ma pare che esista una statistica per cui tra un campione abbastanza grande di persone sottoposte a radiografie e un analogo campione di persone non sottoposte a radiografie, nel primo gruppo ci sia una, a quanto mi pare di ricordare, molto leggera prevalenza di casi di cancro. Il che sembrerebbe ovvio: se ai componenti del secondo gruppo nessuno ha mai sentito il bisogno di prescrivere una radiografia è probabile dimostrassero buona salute, mi pare, quindi i due gruppi non sarebbero omogenei, se la statistica è stata fatta a questo modo. Nel qual caso sarebbe stata fatta coi piedi: bisognerebbe escludere dai conteggi almeno tutti i casi in cui la radiografia abbia dimostrato un cancro già in atto: ma non ho trovato finora un  modo di acchiappare gli studi originali. Accettandola comunque per buona, la questione è, e rimane sempre, quantitativa per un verso e di visione realistica dei processi naturali per l’altro verso. Il medico X, terrorizzato dal pericolo di indurre il cancro nei suoi pazienti, prescrive radiografia tutt’al più soltanto per verificare una diagnosi (come ho letto ancora recentissimamente come norma da seguire, e spacciata per buona !). Il medico Y invece prescrive radiografie anche come mezzo di indagine, e quindi ne prescrive parecchie di più. Allora chiamiamo MY i pazienti di Y che, in un periodo congruo, di almeno quaranta anni decorrenti dal trentesimo anno dall’inizio dell’attività professionale di Y muoiono per cancri tra le cui concause rientri (a saperlo, poi !) una radiografia prescritta da Y  e analogamente quelli di X, MX, morti per radiografie non prescritte o prescritte tardivamente. Se il mondo naturale fosse perfetto (secondo i nostri criteri) e se le molte mutazioni necessarie per lo sviluppo del cancro non potessero mai o quasi mai avere cause naturali, ovviamente MX sarebbe molto minore di MY: ma se i danni da radiazione X per radiografie vengono confrontati con i  danni da errore dei duplicazione, ossidazione eccetera eccetera è vero proprio il contrario. Cioè le morti e gli altri danni, per qualsiasi patologia, cancro compreso, conseguenti al non volere impiegare le radiografie altrimenti che come mezzo di verifica di diagnosi già formulate sono certamente (secondo me) assai più frequenti delle morti per cancro tra le cui N concause rientrino mutazioni provocate da radiografie fatte anche per indagine (e non solo per conferma) e aventi risultato negativo (il che però non significa  mancanza di contenuto informativo).  Il che coincide con quanto mi pare di avere ripetutamente constatato: motivo per cui sono piuttosto furibondo con la superficialità che mi pare venga impiegata nell’affrontare, o meglio non affrontare, questi problemi. Sempre pronto a discuterne meglio, poi. Attenzione: io non dico affatto che MY, il numero di morti causati indirettamente (attraverso le mutazioni indotte) dall’uso esteso di radiografie, sia certamente zero: ed è certo non meno ingiusto morire ipoteticamente per una radiografia fatta e rivelatasi superflua che morire per una radiografia necessaria non fatta. Io dico che nella realtà, essendo il mondo naturale ben diverso da quanto le fughe misticheggianti da essa realtà propongono per farci sentire tanto contenti e anche venderci le tisanine e peggio, le ingiustizie esistono naturalmente: il che non significa affatto fregarsene. Io sto con Semmelweiss, medico che caratterialmente era uno stronzo (e non da poco) piuttosto che con il suo sinceramente santo e filantropo primario: se non conoscete già la storia, che credo di avervi ripetutamente rifilato, chiedetemela, perché dimostra che la buona volontà può essere un fattore negativo, se viene impiegata edonisticamente, per illudersi che basti a renderci superiori e onniscienti. Allora ? Allora, darsi da fare, cioè Tecne,  Tecnica, vale a dire costruire apparecchi per la radiografia più efficienti. Il che vuol dire con un migliore rapporto tra informazione prodotta e radiazione assorbita dal paziente: la TAC appunto usa maggiori dosi di radiazioni, ma la sua affermazione incontestabilmente vantaggiosa nella pratica clinica coincide proprio con la mia valutazione di idiozia riguardo al terrore delle radiografie e al “pompaggio” mediatico o meno di questo terrore. Poi, altre tecniche: per indagini sul feto si usa la benedetta ecografia, ottima invenzione (sempre tecnica). E poi continuare nella ricerca sul cancro, e intensificarla, rigettando le trappole mistico-ideologiche che servono solo agli affari o peggio ancora all’autoaffermazione di chi le propone.

E tutto questo, fin qui, solo per i danni diretti alle persone del mito (nel doppio significato di convinzione collettiva e di stupidaggine) del cancro come risultato dell’industria per il 98 o 99 %, invece che per l’1 o 2 %. Che poi non è zero: il che significa che non è affatto lecito spargere in giro polvere di amianto, tanto per dire. Ma non è neanche lecito che ogni autobus urbano a ogni ripartenza dalla fermata si faccia la sua bella fumata di PM10, secondo me, anche perché  nella fumata ci sono altre cose che col cancro non c’entrano, probabilmente, ma di male ne fanno lo stesso.

 

Ma invece il mito dell’origine quasi totalmente industriale del cancro, oltre ai danni diretti, ne provoca anche di indiretti, che non sono meno gravi e che riguardano tutti, compreso anche il più broccolo tra gli adoratori di una Natura di cui non sa quasi nulla. Io sono contro il cancro: sono indignatissimo per il fatto che tante persone ne muoiano. Ho ragione sì o no ? Ovviamente sì. Ma se ho ragione come individuo, come persona, sono buono. Se sono buono, allora ho ragione, non ho nessun bisogno di approfondire, di indagare, di verificare. E così frego me stesso (e pazienza) e gli altri (e col cavolo, pazienza). Il che è la tradizionale trappola della giustificazione moralistica della superficialità. Invece di seguire il criterio che più serio è il problema più è necessario rifuggire dalla superficialità, tendiamo a fare il contrario: più siamo emotivamente coinvolti dal problema più cerchiamo di risolverlo rapidamente, col cosiddetto pensiero veloce. Almeno così mi pare di avere capito, di fronte alla palude di superficialità in cui ci infogniamo se messi di fronte proprio ai problemi più drammatici e alla relativa abilità profusa in, non dico cavolate, ma attività meno urgenti. L’accoppiamento di profondità emotiva e superficialità razionale, secondo me, è disastroso,  in maniera del tutto generale: è anche, anzi in primo luogo, un enorme problema politico, intendendo “politica” nel senso esteso, rivolto non alla sola ricerca del consenso. Il peggio è che per la ricerca del consenso l’accoppiamento di profondità emotiva e superficialità razionale funziona benissimo: mentre per affrontare problemi economici, sociali, sanitari e politici in senso esteso invece non funziona per niente. Io forse non capisco un tubo, ma onestamente, e sono alquanti anni che cerco di capire la questione, mi pare che si tratti di un problema enorme. La musica del periodo romantico mi piace assai: ma uscito dal memorabile concerto all’Auditorium  in qui il baritono Quasthoff ha interpretato meravigliosamente “Die Schöne Müllerin” di Schubert, mentalmente si chiude: alla larga dal Romanticismo e dal preromantico Rousseau, al di fuori del divertimento.

Trovo disonesto fare altrimenti. E invece il mito dell’origine industriale del cancro rappresenta proprio la giustificazione del dare la priorità all’emozione, negando l’utilità dell’approfondimento e della verifica. Certo che il dubbio sistematico è antiautoritario, anzi pare troppo (non per me !) antiautoritario: ma non mi va, proprio non mi pare ammissibile, l’avere una magistratura che spesso si fa letteralmente prendere per il sedere dai peggiori imbroglioni sul mercato o si assume il compito di diffondere e avallare col suo prestigio illusioni (quasi mai benefiche). Il famoso studio che proponeva una relazione di causa ed effetto tra vaccinazioni e autismo puzzava (e parecchio) fin dal principio, ben prima che l’autore dovesse ammettere la sua truffa, ma è stato preso sul serio, e anche dopo la scoperta della sua falsità, per lo stesso atteggiamento di identificazione assoluta tra artificiale e nocivo da un lato e naturale e sano dall’altra che è alla base del mito che le cause del cancro siano solo per l’uno o due per cento naturali, organiche e per tutto il resto artificiali e industriali. Ma sperare in bene fino a che consistenti parti della magistratura, della politica, della burocrazia, della scuola e della cultura  vogliono continuare a essere volenterose vittime dei truffatori mi pare impossibile. E io rompo le scatole a dire che è un atteggiamento intollerabilmente balordo e profondamente antisociale, per quanto involontaria possa essere questa antisocialità, non solo per quanto riguarda il caso specifico, anche tragico, della persona X o dell’opera pubblica Y (se necessaria non solo per fare guadagnare gli amici) o dell’industria Z, ma in generale. Non ho ritrovato una citazione che mi pare di avere letto in un (peraltro bello) libro di Rossana Rossanda (chiedendo scusa se ricordo male), dove si parla dell’autoritarismo della razionalità, ma questo è un equivoco frutto di un eccesso di soggettività, per me. La razionalità (che oggi è fatalmente galileiana, si identifica con il dubbio sistematico) è autoritaria solo in quanto ci demolisce le illusioni, prima di tutte quella che basta l’empatia per capire tutto, prendendola (e questo per me è ancora definibile come pensiero magico) in senso strumentale. Che poi  lo strumento venga impiegato per fini positivi socialmente è ancora peggio dell’impiegarlo a scopi personali, di arricchimento o di affermazione della propria superiorità, perché la sua inefficienza reale, esterna, contrapposta alla sua efficienza interna, nel gratificarci. E per esperienza personale e diretta posso dire che se non ci si identifica con le proprie illusioni, e in generale con la propria umana, naturale, biologica fallibilità la razionalità non è autoritaria. E non mi pare lecito danneggiare gli altri per la vanità di credere di capire tutto pensando e agendo superficialmente.

 

(segue la III parte).