CONTRO LA CONFUSIONE TRA LA LIBERTA' DI OPINIONE E L'ACCREDITO A QUALSIASI STUPIDAGGINE 

                     

                                                                                                                               CF, 27/11/2014



Sarà una riflessione banale, ovvia, cretina o quel che vi pare, ma mi sembra che nell’uso comune parlato e scritto, anche su argomenti politici, di noi poveracci ignoranti, non del mestiere, ci sia molto spesso una confusione tra la assolutamente indispensabile libertà di opinione e l’impossibile immunità dalle conseguenze di quell’opinione. In altre parole, la libertà di un’opinione non comporta la sua validità funzionale. Sembra ovvio, ma in pratica non lo è.

Ossia: in realtà io posso uscire di casa nudo bruco, oppure posso prendere a schiaffi un passante o posso anche accoltellarlo, ma nessuno si sogna di dire che io ne sia libero nel senso che non mi prenderò un raffreddore, che il passante non risponda agli schiaffi con un bel pugno sul mio naso o che nel terzo caso io venga arrestato, processato e condannato.

Invece, se si tratta di opinioni, è corrente pensare che la libertà (assolutamente indispensabile) di opinione comporti una assenza di conseguenze pratiche della messa in atto di quell’opinione, per sbagliata che sia. O meglio, mi sembra sistematica la sottovalutazione delle probabilità che quell’opinione sia sbagliata come la sottovalutazione delle conseguenze dell’errore di quell’opinione.

Ma della “messa in atto” di un’opinione fa parte già anche la sua espressione: e qui si pone un problema. Per esempio: a Roma, per almeno una trentina di giorni all’anno, la mattina fa abbastanza freddo perché le automobili appena partite lascino dietro di sé uno sbuffo di vapore acqueo che si condensa: cosa che viene veduta, ognuna di quelle mattine, da parecchie centinaia di migliaia di persone.

Sono poi ancora vive molte migliaia di persone che durante gli anni 1940-1945 hanno visto benissimo, coi loro occhi, le scie di condensazione lasciate dagli aerei (allora ad elica) Alleati o tedeschi o italiani impegnati in azioni di guerra e viaggianti ad alta quota. In più esistono migliaia e migliaia di fotografie e di filmati che documentano lo stesso fenomeno, in anni in cui la CIA nemmeno forse esisteva.

E ancora, per quel poco di fisica al livello elementare che per tutti sarebbe meglio sapere, la scia, piccola o grande, a certe quote, per un aereo è impossibile non lasciarla. Come dietro a una nave in moto non può non esserci almeno un po’ di schiuma,  a meno che non si muova all’indietro… e allora lascerebbe la scia dalla parte della prua. E se sei appena appena un po’ robusto, la scia, su mare calmo, la lasci anche remando su una barchetta.

Eppure, a Piazza dell’Ateneo Salesiano, a Roma, un fesso ha ancora scritto sul muro: “SVEGLIATEVI ! ABBASSO LE SCIE CHIMICHE !”.

Ora, io ho già abbastanza da fare per cavoli miei, compresa la naturale e fisiologica fallibilità mia, per addentrarmi nelle profondità della cazzatalogia, ma sospetto comunque che l’origine della scemenza sia stata una attribuzione alla CIA di alcune scie (il che, con tutte le diffidenze possibili nei riguardi della CIA, sarebbe già assai bello e fantasioso, vista la scarsissima precisione di un simile metodo di disseminazione di non si sa che), forse per analogia con le scie di antiparassitari e simili lasciate dagli aeroplanini che si usano in certe grandi tenute agricole (non da noi, in Argentina, negli USA e in simili grandi spazi) per irrorare di antiparassitari (compreso il buon vecchio solfato di rame) le coltivazioni.

Ma in ogni caso il risultato è che un enorme (enorme relativamente all’evidenza della corbelleria) numero di persone sono ora convinte che in tutte le scie lasciate dagli aerei ci sia lo zampino della CIA. Pressappoco come alquanti anni fa si era diffuso, a livelli incredibili, la leggenda che la Forestale lanciasse dagli elicotteri migliaia e migliaia di viperette neonate, ciascuna col suo paracadutino, per ripopolarne colline e montagne e così ostacolare i cacciatori di lepri, tordi, storni, beccafichi, pinguini e quant’altro.

Nella mia vita (che è un romanzo, come diceva anche Manzoni) mi è capitato di sentire anche questa.

Problema: che le scie degli aerei che volano ad alta quota siano un artefatto della CIA è senza dubbio un’opinione. Ma in quanto tale, è libera: ma “libera” anche nel senso di integralmente rispettabile ? Oppure, sebbene libera, è dannosa, in primo luogo per chi la prende sul serio, aumentandone la nostra naturale e già troppo forte propensione alla fallibilità ?

 

Inciso  complottistico e dietrologico (non in senso anatomico, per favore !): usando il criterio del cui prodest, ossia, in linguaggio “parla come magni”, a chi conviene, il responsabile della leggenda sarebbe proprio la CIA. Per varie ragioni: innanzitutto che la gente si indigni per cazzate distoglie l’attenzione da cose più serie. Ricordo che la grande cagnara su problemi come il colorante “rosso Sudan” (preteso cancerogeno, ma in che misura ? Più o meno di un bicchiere di vino a pasto ?) è tranquillamente convissuta con l’accettazione dell’uso dell’amianto, nonostante che la prima condanna per danni sanitari da amianto in Italia risalga al 1909 e che in Germania l’amianto sia stato vietato nel 1943, nientemeno.

Non dico che il produttore dell’Eternit abbia pompato su stampa e altri mezzi di comunicazione il panico per il “rosso Sudan” per distogliere l’attenzione dall’amianto: dico soltanto che le indignazioni portano spessissimo a diventare autosufficienti e autoalimentanti: uno si incacchia terribilmente per una causa, anche giusta, ma possibilmente tanto poco importante o tanto rispondente ai pregiudizi da non incontrare opposizione, così si sente GRANDE CRANDE e si fa scappare sotto il naso guai infinitamente più seri.

Da quel che mi pare di ricordare di avere letto e forse forse anche capito, la polizia segreta dell’allora Zar di tutte le Russie, l’Okhrana (quella che ha fabbricato il falso del “Protocollo dei Savi di Sion”), era maestra di questa tecnica.

E poi c’è lo sputtanamento: a sinistra c’è gente che protesta per le scie chimiche senza darsi la minima pena di cercare di capire se viene presa per i fondelli o meno, per cui a sinistra risultano esserci dei cretini: e quindi, per proprietà transitiva, a sinistra sono cretini.

E poi ancora: bene, cretini e buzzurri in giro per il mondo si convincono che le scie chimiche siano la realizzazione di un losco disegno della CIA. E poi ? Che fai, gli metti il sale sulla coda, metodo di caccia ai fringuelli che ai tempi della mia infanzia si consigliava ai bambini scemi ? Scrivi cazzate sui muri ? E pensi di impedire il traffico aereo mondiale e le conseguenti inevitabili scie scrivendo cazzate sui muri ? E come no ! Quindi, la conseguenza logica del fatto che le scie non verranno mai impedite, è che la CIA è invincibile. Il che, instillato nelle capoccie di un po’ di buzzurri talebani, può anche andare bene: ma siamo davvero sicuri che sia un bene anche per le capocce di gente che molto approssimativamente dall’elettore medio viene presa per gente “di sinistra “ ? Chiudo l’inciso.

  

Mi pare che, tornando all’esempio delle scie chimiche  essa opinione richiami ben due modi (naturali) di pensiero “veloce” (contrapposto a quello “lento”, meditato, approfondito, verificato, anch’esso “naturale” ma meno “spontaneo).

Il primo, una specie di metafisica o forse meglio un materialismo ingenuo.

Come “metafisica”: ignorare non solo la fisica, ma addirittura l’opportunità dell’approfondimento nell’osservazione dei fenomeni, porta a spiegare qualcosa di apparentemente misterioso (misterioso in conseguenza del valore negativo attribuito all’approfondimento, al modo del Re di un sonetto di Giuseppe Gioacchino Belli, “Io so’ io e voi non siete un cazzo “, nel senso che chi ha bisogno di approfondire, di ragionare, è un poveraccio, non un “signore”) con l’intervento di un Ente capace di provocare quei fenomeni trascendendo la fisica nella sua versione elementarmente conosciuta.

Come materialismo ingenuo: a ogni fenomeno deve corrispondere una e una sola causa, corrispondente a una ben determinata azione: se ci sono i fulmini, c’è qualcuno che li possiede, come cose, e quando gli gira li scaglia, come faceva Giove e tanti altri suoi equivalenti.

E’ materialismo (sempre secondo me) perché in questa versione ogni fulmine non è un fenomeno ma una cosa, come la scia di un aereo non è un fenomeno, ma una sostanza: la si vede, quindi è una cosa che viene gettata dall’aereo stesso, fino a che non si disperde.

 

Secondo modo: il fare rientrare le scie nel vecchissimo, naturale, dualismo tra Bene e Male: in questo caso il Male coincide con la CIA, il capitalismo (per inciso, pare che non ci si accorga di quanto l’economia USA sia diretta dallo Stato, in primo luogo attraverso il suo intervento direttivo dell’innovazione) e lo Stato capitalista delle multinazionali eccetera (tiro via rammentando solo che perfino il Mulino Bianco o la birra Peroni sono prodotti da multinazionali) eccetera.

Il problema, secondo me, è che a questo modo, introducendo il dualismo tra Bene e Male perfino nella condensazione del vapore d’acqua si rende moralmente positiva la coglioneria. E rimando al Frate Cipolla di Boccaccia, quello a cui due allegri ragazzi per scherzo cambiano la falsa reliquia su cui doveva predicare: e lui che fa ? In corsa, cambia Santo: miracolo, miracolo, miracolo ! E poi all’osteria: “Vi credevate di coglionarmi, eh ?” e cosi i paesani sono stati coglionati due volte invece di una.

Il che, strategicamente e tatticamente, avvantaggia (secondo me, sempre) la parte politica che alla solidarietà sociale attribuisce meno importanza.

 

Cercando di sintetizzare, direi che abbastanza spesso una opinione può essere libera ma contemporaneamente nociva, anche a chi la sostiene. Non è poi tanto strano: banalmente, sono liberissimo di fumare, ma non c’è dubbio che il fumo faccia male: ma almeno, me ne avvertono.

Invece, sembra che di per sé, per il solo fatto di essere libera, qualsiasi opinione sia almeno parzialmente vera. Alt ! A me, invece, nella mia pochezza di rompiscatole, pare che ci sia una confusione tra strumenti diversi, tra pinza e cacciavite, per dire.

Ossia, una opinione può essere del tutto disadatta a interpretare utilmente il fenomeno che essa riguarda, mentre la libertà di opinione, o meglio la libertà di esprimere anche assolute cavolate, è sempre (a mio parere) utile agli individui e alla società. Purchè sia davvero libertà, il che significa che rispetto a una opinione espressa quella contraria deve godere della stessa possibilità di espressione della prima.

Ma io non posso materialmente prendere pennello e vernice e andare a Piazza dell’Ateneo Salesiano e aggiungere una scritta: “COGLIONE ! NON HAI MAI VISTO LE FOTO DELLE SCIE DEI CACCIA INGLESI “SPITFIRE” DEL 1940 A BUTTARE GIU’ I BOMBARDIERI TEDESCHI, ANCHE QUELLI CON LE LORO BRAVE SCIE?”.

 

Ora, a me sembra che non se ne esca senza un po’ di fratture di idoli (visto che tanto spesso si frangono altre cose assai più utili, mi pare pure giusto). Dunque: noi veniamo da una cultura in cui per molti e molti secoli la libertà di opinione non era lecita, era vista come peccato: quei pochi che cercavano di valersene venivano detti (quando non arrostiti vivi) “liberi pensatori” con valore di insulto, come letteralmente empi. E mi sembra che questa libertà, anche quando realizzata, non sia mai stata giustificata razionalmente in modo convincente, ma solo empiricamente.

Ossia: date le guerre di religione, in cui ci si ammazzava a tutto spiano per divergenze di dogma religioso, alcuni aggregati politici sono stati costretti, per sopravvivere, a moderare un po’ l’intransigenza dottrinale: secondo me gli Olandesi non sarebbero mai riusciti a sconfiggere la Spagna se non avessero moderato i rispettivi impulsi omicidi al loro interno, tra Calvinisti, Luterani, Cattolici ed Ebrei. Come oggi le liti interne tra sciiti, sunniti e altri impedisce a tutti i contendenti di essere padroni in casa propria.

L’imprevisto sottoprodotto di un pochino (pochino pochino) di tolleranza è stato il decollo della potenza economica e militare degli Stati un pochino pochino meno intolleranti rispetto ai loro avversari.

Sempre secondo me, il motivo sta nella nostra grandissima capacità di sbagliare (il che si riattacca a un altro discorso sulla imperfezione della Natura, per cui noi, essendo il risultato dell’evoluzione, siamo per definizione imperfetti, tant’è vero che a una certo punto tutti inevitabilmente ci leviamo dalle scatole, testiculis tactis eccetera).

Il fatto che la frequenza naturale dei nostri errori concettali sia molto grande rende assai utile qualsiasi metodo per diminuire questa frequenza.

Come il confronto delle opinioni, che se è veramente confronto è una verifica almeno parziale della possibile validità delle opinioni come ipotesi e poi, via via verificando, come teorie operative, cioè strumenti per l’interazione con la realtà.

Ma questo concetto della libertà di opinione come libertà di critica di tutte le opinioni, anche le proprie, e quindi come strumento, socialmente utile, di verifica delle ipotesi e loro trasformazione (attraverso rigetti, modifiche eccetera) in metodi operativi per interpretare e se opportuno cambiare la realtà è (sempre secondo me, povero dilettante nonché ignorante) incompatibile con la diffusa mentalità per cui la libertà, invece di solo permettere l’espressione, giustifica qualsiasi opinione: cioè riconosce a qualsiasi opinione, in qualche misura e per virtù propria, una validità operativa senza una sua verifica.

 

Esempio terra terra: se la mia opinione è che in un impatto della mia auto contro un ostacolo l’energia sviluppata sia solo proporzionale alla velocità (e non proporzionale al quadrato della velocità) non mi preoccupo troppo di rallentare di ritorno da una serata allegra con una comitiva di amicj che scherzano e ridono, perché poi alla peggio ammacco il radiatore. E ammazzo me e i miei amici. Se la mia opinione è che l’energia sviluppata sia proporzionale al quadrato della velocità so che a 100 all’ora la forza del botto non è il doppio che a 50, ma  quattro volte tanto, quindi mi guardo bene dal correre troppo e non ammazzo nessuno.

Il che giustifica la limitazione della libertà: credi pure quello che ti pare, ma se superi i limiti di velocità la Stradale ti multa, ti toglie punti dalla patente o addirittura ti sequestra l’auto e la patente…

Ma a livello delle teste e del loro contenuto, è socialmente accettato che il motivo essenziale per cui non si debba correre troppo sia il rischio della multa e non il rischio di ammazzarsi, ossia è socialmente accettato, implicitamente, il ritenere che l’energia del botto sia solo proporzionale alla velocità e non al suo quadrato. Ossia, una totale e pericolosissima cazzata è, di fatto, socialmente acettabile.

Ma non è che possiamo multare le tutte le cavolate (anche se questo risanerebbe subito il bilancio dello Stato e altre pubbliche amministrazioni), anche perché  definire una cavolata non è sempre semplice, e molto spesso sono state ritenute cazzate cose verissime e viceversa: e poi si perderebbe anche l’enorme utilità della libertà, quella di rendere possibile il confronto e quindi la verifica delle ipotesi, filtrandole e modificandole dialetticamente fino al renderle utili..

 

Ma… ed è un “ma” grosso assai. Una volta la libertà non c’era: dovevi seguire il dogma religioso e le sue conseguenze. Con la necessità della tolleranza si è introdotta la libertà religiosa: ma la libertà di dogma è un controsenso.

Il sentimento religioso come fatto personale, individuale, e come insieme di regole etiche che ciascuno di noi se vuole può seguire, non è impedito dalla libertà: ma un “dogma libero” non esiste se non a volere distinguere la libertà sociale da quella interiore. Ma allora andiamo nel psicologismo individuale: e il movimento romantico è stato anche un modo (mi pare) per cercare di salvare la tradizione culturale appunto ricercandone la validità nel sentimento intimo dell’individuo/a. Con tutte le complicazioni del caso.

Secondo me, invece, la coesistenza forzata di più dogmi religiosi li ha progressivamente indeboliti trasformandoli piano piano in opinioni, ma trasferendo a queste ultime la rispettabilità del dogma religioso (almeno da parte dei credenti, che erano almeno il novantacinque per cento della popolazione). 

Ma dato che un’opinione può benissimo essere una cazzata, anzi la maggior parte delle volte (data la nostra fallibilità) lo è, noi abbiamo di fatto trasferito, almeno parzialmente, il rispetto per la religione anche ad emerite cazzate senza nessuna giustificazione logica, etica o funzionale.

Il che a me pare (ma mi piacerebbe sbagliarmi) che ci costi spa-ven-to-sa-men-te.

E di conseguenza a me pare che sia indispensabile separare la libertà di opinione dalla fiducia, anche parziale, nelle opinioni.

Innanzitutto aumentando la libertà di opinione. Mi spiego: il coglione che scrive sui muri che ci dobbiamo svegliare perché la CIA ci sta schiavizzando con le sue scie chimiche, di fatto, è più libero di quello, un po’ meno coglione, che non si beve simili corbellerie ma proprio perché più razionale non va a scrivere sui muri.

E torniamo alla religione, o meglio a quella sua particolare distorsione che è il cattolicesimo romantico (e i suoi equivalenti in altre dottrine). Nella mia vita (che è un romanzo, come diceva anche Tolstoi) un professore di religione del liceo, proprio perché particolarmente testa di cavolo ha avuto l’utile ruolo di apertura delle mie pupille. Che difatti sono refrattarie all’atropina: glielo devo spiegare al chirurgo che mi ha rimosso la cataratta, che ancora smoccola per le complicazioni che la mia resistenza all’atropina gli ha procurato. Sai le risate, a dirgli che è tutta colpa del mio professore di religione al Liceo che mi ha indotto a tenere gli occhi sempre aperti !

L’enfasi sull’antirazionale, sull’emotivo, sul fintamente profondo dei moti del cuore, fisiologicamente profondi e utilissimi per l’accoppiamento sessuale, che è cosa estremamente valida e seria visto che tutti usciamo di lì, ma (i moti del cuore) troppo spesso a sproposito onanisticamente (le ben note pippe mentali) usati al posto della ragione e della accettazione della fallibilità, ha contribuito alla promozione delle cavolate, anche e soprattutto moralisticamente motivate, “pittandole” di sacro.

Il che mi pare inutile oltre che dannoso anche da un punto di vista religioso (una cosa, un evento, un’azione possono essere contemporaneamente utili per certi versi e dannosi per altri: la guerra al tentativo di dominio mondiale di Hitler, per esempio, da un lato indispensabile e dall’altro lato cosa orrenda, qualcosa ne ho visto fin troppo bene, ma non farla sarebbe stato ancora enormemente peggio). Mi rifaccio a Galileo, tizio profondamente e autenticamente religioso e forse appunto per questo formalizzatore della necessità della verifica delle opinioni mediante il confronto coi fatti: implicitamente riconoscendo la naturalità della fallibilità umana, mi pare..

Ma l’assunto romantico che l’apparente profondità del sentimento sia garanzia di verità oggettiva oltre che soggettiva è anche la giustificazione della commercializzazione del sentimentalismo e del sensazionalismo: e pazienza fosse solo al livello dei giornaletti su chi va a letto con chi, ma anche su argomenti dove l’errore è costosissimo, i mezzi di informazione vendono molte più emozioni che informazioni.

Accidenti ai giornalisti (scusa Pazzi, non te la prendere, se per caso mi leggi…) !

Per cui, alla fine, l’utilizzo (di cattolici e altri) della moda del Romanticismo per rinfocolare l’entusiasmo religioso ha contribuito alla diffusione commerciale della stampa “sentimentale” sia pure in versione meno pudibonda del passato e alla credibilità delle scie degli aerei come artefatto della CIA.

Viceversa, l’utilità della critica è, di fatto, per la gran maggioranza di noi, sottovalutata e inibita dal timore di offendere. Se, come a me sembra, qualsiasi opinione, anche la più cretina, ha ereditato qualcosa della santità dei dogmi religiosi per la discendenza della liberta di opinione dalla tolleranza religiosa, dire a qualcuno “ti sbagli” è un po’ come qualche secolo fa dirgli “sei un eretico, un servitore del Demonio” e quindi degno del rogo.

Ora, nella mia vita (che è un romanzo, come diceva anche Eça de Queiroz: e qui, caro Eventuale, che poi sarebbe il Lettore, ti ho fregato, perché questo Eça lo conosco quasi solo io, con la BUR del 1950 o pressappoco…), ho pure conosciuto un lontano collega d’ufficio che organizzava messe nere. Non capivo bene perché tutti  lo tenessero piuttosto a distanza, nonostante fosse un tipo alquanto immeritevole della quarantena: ho indagato e me l’hanno spiegato. Allora, vado a trovarlo nell’ufficio suo e comincio a divertirmi follemente, a dirgli che non lo capisco esteticamente ed eroticamente, mi pare idiota l’idea di una qualche bella femmina (sia pure professionale e affittata per qualche ora) lordata di sangue di pollo, che poi i polli puzzano, e poi diventa appiccicosa dappertutto, e che ci fai, l’adori, e te credo che l’adori solo, puzzolente appiccicosa che è diventata, eccetera eccetera. Lo lascio mogio e afflitto e me ne vado. Dopo qualche giorno viene da me (che avevo da lavorare come un matto) e comincia a fare discorsi tortuosi assai, fino a che capisco di essere invitato ad assistere a una messa nera appositamente organizzata per liberarmi dai miei pregiudizi. Al che gli rispondo che essendo notorio il mio rifiuto di genuflettermi di fronte all’Altissimo che sta Su Su nall’Altissimo dei Cieli, figurarsi se sarei mai andato a baciare il zozzo culo di quell’altro che sta giù giù giù in fondo in fondo alla cantina… e ancora rido. Eppure, il poveraccio non me ne ha voluto: d’altra parte, nel 1943, da ragazzino, si era fatto un sedici ore sepolto sotto le macerie della casa crollata per bombardamento, assieme ai cadaveri dei genitori.

Quindi, l’ho atrocemente preso per i fondelli, ma sempre amichevolmente, perchè anche lui, pur con la sua enorme coglioneria,  aveva diritto al rispetto.

E, di regola, cerco sempre di comprendere le ragioni delle più cretine opinioni, non per accettarle, ma per scindere la grandissima nostra naturale fallibilità da una qualche presunta indegnità morale. E a contestare le opinioni senza attribuire immoralità (quando ci riesco) a babbo e mamma e nonna e zia dell’interlocutore, a me pare che qualcosa si riesca a concludere.

 

Ma il rispetto verso la persona in quanto essere umano e la comprensione dei fattori o dei processi che portano quella persona a ritenere che la Terra sia quadrata, non comporta in nessun modo rispetto verso la cazzata e verso la sua espressione.

Interpreti romantici del liberalismo sostenevano: “io combatto fino alla morte la tua opinione, ma combatterei fino alla morte per la tua libertà di esprimere quella opinione”. Palle ! Himmler o Rosenberg sostenevano tesi razziste, tra l’altro senza avere la minima idea, non dico di quello che oggi si sa sulla genetica, ma nemmeno di quello che già ai loro tempi si sapeva benissimo (bastava fare la fatica di informarsi seriamente e ragionarci), col cavolo che sarebbe giusto combattere fino alla morte per difendere la loro libertà di dire cazzate. La libertà di opinione non funziona come sostitutivo di un dogma o di un tabù, ma come indispensabile strumento per la verifica, modifica e affinamento delle ipotesi: non trasforma, in nessun modo, cazzate in concetti in qualche modo veri. Serve, proprio al contrario, per ovviare al nostro difetto fisiologico e naturale di essere assai inclini a fabbricarci idee che alla prova dei fatti si rivelano cretine.

Così scrisse il Claudiosaurus philosophicus (e vi risparmio le altre varietà del Claudiosaurus, quello gastronomicus, quello aestheticus, quello politicus eccetera e il peggiore di tutti, il libidinosus. Aiuto !

Alla prossima ripiglio il tema del liberalismo non liberista, sotto sotto surrettiziamente introdotto già nella presente elucubrazione.

 

                                                                                  Ciao !

                                                                               CF,    27/11/2014