GRUPPISMO NUMEROFOBICO -


GRUPPISMO, “ISMI” IN GENERALE E NUMEROFOBIA.


Qualche premessa.

Quello che oggi, abbastanza pretenziosamente, vi propongo è un insieme di cognizioni ormai, mi pare, accettate e utilizzate nel mondo della Scienza (ma ancora insufficientemente diffuse tra di noi “gente”) e di mie elucubrazioni e ipotesi.

Diciamo che scriverlo, durante il caldo, è stata una bella rogna, ma non ho desistito perché non mi piace il nostro progressivo dimenticarsi delle fregature subite per troppa fiducia nella “pancia”: col passare delle generazioni fascismo e nazismo perdono importanza come lezioni sulla pericolosità del populismo (di qualsiasi apparente colorazione), della superficialità e, anche, della stessa spontaneità. La Sinistra è stata troppo condizionata dall'idea che la Natura sia perfetta, e che quindi anche la natura umana sia normalmente impeccabile, tranne interventi diabolici.

Mi sembra poi che anche persone e movimenti normalmente piuttosto prudenti si lascino influenzare dal fracasso di parole come “identità culturale” riguardo a situazioni dove il “culturale” è in realtà subordinato a “genetico”, anche nel senso di “arcaico”. E che si stia facendo troppa più confusione di quanto ci possiamo permettere. Per cui mi pare giusto affrontare temi normalmente piuttosto sgraditi, come la possibilità che il tradizionale non sia poi qualcosa di molto equo e nemmeno poi funzionale, nemmeno quando si è formato.

Premessa: la prima è la solita e irrinunciabile, il “mi sembra”, vale a dire che le ipotesi e congetture mie sono deliberatamente proposte per la critica: senza critica non si combina nulla, e questo emergerà anche dalla stessa mia argomentazione.

La seconda, è che se si parla di “tendenza”, anche se ne esiste un correlato genetico, non si tratta di un vincolo assoluto, come se fossimo ingranaggetti di macchinette. Il nostro comportamento concreto dipende dall'interazione complessa di nostre tendenze (anche opposte tra di loro), da contingenze particolari e anche da nostre intenzioni. Mi pare che molte tendenze filosofiche diano importanza solo a aspetti qualitativi, disprezzando le quantità: ma non posso farci niente se dire “gli uomini sono naturalmente buoni” è una fuorviante banalità come dire che sono “naturalmente malvagi”: siamo tutti, tranne casi patologici, l'una e l'altra cosa.

Poi: non è che tutto quello che scriverò, anche se apparirà inconsueto, sia congettura mia: non mi metto a fare una bibliografia perché non ne ho il tempo, ma posso citare due testi comodi da trovare e da leggere. Il primo è la “Storia naturale della morale umana” di Michael Tomasello, e il secondo, divulgativo ma niente affatto stupido, è di Jared Diamond “Il mondo fino a ieri”.

Avvertenza: di tanto in tanto mi capita di fare degli “incisi” che mi sembrano importanti, ma che andrebbero collocati in modo da non divagare da una certa linea logica. Non avendo io tempo e organizzazione quanto servirebbe alle mie politiche, perverse e tuttologiche ambizioni, userò coppie di parentesi quadre [[]] per delimitare l'inciso.


E coraggio, eccovi le mie elucubrazioni, la cui lettura, ovviamente, è assolutamente facoltativa: non mi offendo se lasciate perdere.


Una tendenza naturale: il “gruppismo”.

Un punto fondamentale è che noi esseri umani, come vari altri animaletti (non tutti), abbiamo una naturale tendenza ad aggregarci, formando quelli che per non avvilupparmi in questioni di terminologia qui indicherò come “gruppi” (tra virgolette) di persone assai solidali tra di loro, ma alquanto fortemente tendenti all'ostilità verso gli esterni al “gruppo” e verso gli altri “gruppi”. Un certo Dunbar ha dimostrato che per ogni specie un dato individuo può conoscere “personalmente” al massimo un certo numero di altri individui, e questo numero dipende dalle dimensioni relative del cervello (detto sbrigativamente). Per noi esseri umani questo numero pare non superi circa i centocinquanta (mi pare). Entro questi comunque assai ristretti limiti, l'aggregazione, per mantenersi, non avrebbe bisogno di artifici: tutti conoscono personalmente tutti e la reciproca responsabilità è spontanea. A me pare di ricordare che appunto Tomasello e parecchi altri abbiano enunciato l'idea che i vantaggi conseguenti al vivere in gruppi di consistenza numerica maggiore, o anche enormemente maggiore, del limite dato dal numero di Dunbar, abbiano indotto evoluzionisticamente una tendenza (che quindi si è geneticamente iscritta) all'uso di strumenti di carattere culturale per l'identificazione degli altri componenti lo stesso “gruppo”. Ma che sia di Tomasello o di X o Y non conta: l'importante è che il concetto funzioni, nel senso di spiegare: e secondo me arriva a spiegare, e parecchio, molta parte delle scemenze che ci affliggono. Voi chiamatelo come volete, ma per comodità e chiarezza io chiamo “gruppismo” l'organizzazione in un “gruppo”, 1) di numerosità anche enormemente superiore a quanto sarebbe permesso dalle nostre capacità di conoscenza personale diretta (numero di Dunbar), e 2) dove l'identificazione tra appartenenti al “gruppo” (reciprocamente fortemente solidali, ma ostili verso l'esterno) è ottenuta dalla corrispondenza a un certo complesso di elementi culturali, opinioni, riti, credenze eccetera.

Prima di tutto, l'ipotesi dell'esistenza di una base genetica è campata in aria o solida ?

Beh, praticamente tutti i cosiddetti “buoni selvaggi” (assai irritante paternalismo, poi) sono costituiti in “gruppi” di consistenza maggiore di quanto permesso dal volume del nostro encefalo (numero di Dunbar) e dove l'identificazione come appartenenti non è data (se non per relativamente pochi) dalla conoscenza personale, ma appunto da modalità comportamentali, come uno specifico linguaggio, specifici abbigliamenti, riti, credenze eccetera. In Nuova Guinea, di cui certe zone interne sono state conosciute solo negli anni 1920-1930 sorvolandole con l'aereo, e dove l'essere state scoperte in tempi alquanto più civili che nel 1700 o 1800 ha evitato massacri e stermini degli abitanti originari, per poco più di 8 milioni di abitanti si contano circa 850 lingue diverse e quindi , comunque, un gran numero di “gruppi” diversi anche per riti, costumi, eccetera. Che allo stato relativamente naturale (relativamente perché anche loro l'ambiente naturale lo modificano) erano in perpetua guerra reciproca all'esterno, mentre all'interno valeva una forte reciproca solidarietà. Dico subito che, anche senza tenere conto della diffusa ostilità cruenta verso gli estranei (con poche eccezioni) e verso gli altri gruppi, questa sistemazione in “gruppi” utilizzanti specifici indicatori culturali per superare il limite del numero di Dunbar, è assolutamente naturale, è una risposta evoluzionistica al vantaggio corrispondente alla crescita del numero di appartenenti a un gruppo oltre il numero di Dunbar. Lasciamo stare tutta la retorica in cui si esprime l'aspirazione alla metafisica, o l'aspirazione dei singoli a trovare una metafisica di cui essere sacerdoti, con tutto il prestigio sociale e la gratificazione psicologica che ne consegue. Non ci sono stati, in Nuova Guinea, 850 Padreterni creatori di altrettanti Adami: c'è stato il fatto che ad essere in mille a comporre un “gruppo”, in tre o quattro villaggi vicini, anziché 100, si possono avere più maiali da allevare senza che altri te li rubino, si possono pretendere come propri più spazi di foresta con le relative risorse, si è meno svantaggiati nelle continue piccole (ma alla fine relativamente sanguinose) guerricciole tra “gruppi”, eccetera eccetera. Se il superare il limite fisiologico individuale ha cominciato a fornire vantaggi già milioni e milioni di anni fa, è abbastanza ovvio che la tendenza a utilizzare segnali culturali per l'identificazione degli appartenenti al gruppo, condizione necessaria per superare il limite alla consistenza numerica del gruppo dato dalla inevitabile limitazione del volume (e peso, e consumo energetico) disponibile per il cervello, ha avuto tutto il tempo per una sua fissazione genetica. Il che non significa che siamo davvero proprio costretti ad organizzarci in “gruppi” (tribù, nazioni, confederazioni, Stati) esclusivi, solidali all'interno, e caratterizzati da elementi identificativi di carattere culturale ma sempre nemici rispetto all'esterno: significa però che esiste in noi una forte tendenza in questo senso.

Che è spessissimo poi sfruttata, di solito neanche consapevolmente, da vari imbecilli e apprendisti stregoni.

Ora, mi pare praticamente certo che questo genere di organizzazione, e in particolare l'uso di identificatori di carattere culturale, abbia dato ottima prova di sé per generazioni su generazioni durante milioni di anni: ma mi pare anche più certo che da un dato punto in poi essa sia diventata inadatta, anzi disastrosa. Torniamo, per dire, nella Nuova Guinea di un secolo fa: per i Mundugumor (esistevano e probabilmente tuttora esistono) che la Terra sia rotonda o piatta, non gliene frega niente, perché per vivere non fanno nulla in cui la forma della Terra conti qualcosa: quello che importa è che se loro la ritengono piatta, i vicini Arapesh la ritengano rotonda, perché così il concetto della forma della Terra si presta a essere usato come carattere culturale distintivo. Ogni “gruppo” si crea una serie di credenze, il più ampia possibile, diverse dagli altri, la cui funzione per loro, in quelle condizioni, è solo quella di agevolare la distinzione tra “componente del mio stesso gruppo” e “estraneo”. Secondo Jared Diamond, che sebbene volgarizzatore concetti e documenti utili ne presenta spesso, una etnia costiera, sempre Papua, vive relativamente assai meglio delle altre perché naviga anche in alto mare per commerciare, e a furia di baratti questi proto imprenditori si procurano molte più risorse di quelle investite. Presumo che per loro la Terra sia rotonda, perché per navigare in alto mare sapere che la Terra è rotonda serve eccome. Ma per gli abitanti degli altipiani (sempre Nuova Guinea) che sia piatta, rotonda o cubica, non serve, serve solo sapere che X la crede in un modo e Y in un altro. Quindi il valore di verità non risiede nel fatto, risiede nella funzionalità della convenzione, o della differenza di convinzioni.


Un esempio storico: il nazismo.

Faccio un salto a un esempio del Nazismo (documentatissimo esempio di “gruppismo” realizzato), che rifiutava e ordinava a tutti di rifiutare la “Fisica ebraica”. Notiamo che per “fisica ebraica” si intendeva tutto il complesso di teorie, relatività e quantistica comprese, da un certo momento storico in poi, in quanto costruite con importanti apporti di ebrei o di persone ritenute complici o succubi di una cospirazione ad opera della razza ebraica.

Che queste teorie concretamente funzionassero o meno (e se non funzionassero voi non potreste leggere queste righe), per i nazisti era un problema mal posto: perché, per l'identificazione del Tedesco ideale, componente del “Gruppo” dei Tedeschi, gli ebrei in quanto estranei, non Tedeschi, dovevano essere nemici (componenti di un altro “gruppo”) e quindi inferiori. Se un altro gruppo fosse stato composto di individui superiori, allora i tedeschi (nazisti o meno), come etnia sarebbero stati destinati alla scomparsa (ed è quello che sinceramente parecchi nazisti autentici credevano nell'aprile del 1945). Al modo degli Avari o dei Sorbi o altre popolazioni di cui è rimasto solo un nome. Se uguali, idem, perché sempre i Tedeschi non avrebbero potuto prevalere sugli altri “gruppi” e dominarli o eliminarli, se non fisicamente almeno culturalmente, come appunto certe popolazioni (slave o meno) dell'oltre Elba. Quindi, ai fini della definizione di identità di “Tedesco”, la verità era che gli ebrei sono inferiori e la fisica (almeno almeno da Rutherford in poi) era falsa. La funzione dell'artefatto culturale consistente in un corpo di teorie chiamato Fisica, per i nazisti, era l'identificazione dell'appartenenza a un “gruppo” o a un altro, non la possibilità di prevedere il comportamento di un neutrone in una certa situazione. A me sembra non si possa comprendere il nazismo se non tenendo conto che in qualsiasi situazione di divergenza tra la risposta identitaria e quella tecnico-scientifica alla stessa domanda, a prevalere doveva essere sempre quella identitaria (generalmente intesa anche come “politica”).

In William Shirer, “Storia del Terzo Reich”, c'è una importantissimo punto sull'insegnamento scientifico nel regime nazista: in sei anni di nazismo, gli iscritti alle università tedesche sono passati da quasi 128000 a 58300, e quelli negli istituti tecnici (attenzione, in Germania ne escono scienziati e ingegneri) da 20474 a 9554, con perdita anche di qualità, e conseguente grave allarme dell'industria, perfino rispetto alla perdita di efficienza militare: se non hai a disposizione orde di bravi ingegneri, sei fregato da chi invece li ha.

Ma anche nello stalinismo è successo qualcosa di analogo, con gli onori all'impostore Lysenko e l'uccisione di un biologo evoluzionista serio. Il fenomeno è stato assai più limitato che nella Germania nazista, perché comunque l'identificazione primaria era di carattere socio economico, essere proletari o meno, non dipendeva, almeno ideologicamente, da un artefatto culturale (che, anche se fantasioso, come identificatore funziona lo stesso). E comunque la concessione al “gruppismo” dell'URSS, sebbene assai limitata e parziale (poi quando nella guerra si è palesato il bisogno dei tecnici sono stati ben chiamati al comando), è costata alla Russia e a tutta la sinistra mondiale, carissima.

Perché in questo genere di organizzazione, in cui l'identificazione attraverso discriminanti culturali indipendenti dal reale è necessaria, deve esserci questa priorità, perfino della bufala, se identitaria, rispetto al fatto ? Perchè la necessità di identificare se un X mai visto prima è appartenente al mio stesso “gruppo” e quindi innocuo, anzi da aiutare, o differente, e quindi pericoloso, da ostacolare o da uccidere, è una questione di difesa, non solo di me stesso, ma anche di tutti gli appartenenti al mio stesso gruppo, e quindi è un dovere morale.

Se non fosse che la Tecnica (attenzione, la Tecnica comincia scheggiando ciottoli qualche tre o quattro milioni di anni fa, ma diventa decisiva con l'agricoltura, diciamo quindici o dieci mila anni fa) ha reso obsoleto il “gruppismo”: imparare a coltivare ha permesso di avere a disposizione infinitamente più risorse alimentari che ammazzando i “gruppi” rivali. Oggi noi consideriamo del tutto normale estendere il livello di vita italiano, o francese, o olandese, a tutti gli abitanti del mondo: con difficoltà anche enormi, ma il solo fatto di poterci pensare è già assai indicativo.

Viceversa, la pretesa di continuare ad applicare il “gruppismo” porta a un secondo me progressivo ma inesorabile peggioramento intellettuale. Cerco di spiegarmi con un esempio niente affatto buonista riguardante eventi storici documentatissimi, che dovrebbero essere decisamente remoti, ma che attraverso conservatorismi e nostalgie continuano a romperci, perfino oggi, le scatole. Per quanto mi pare di sapere e ricordare (dalle letture di saggistica varia, ovviamente non c'ero...), il “tedeschismo” politico è stato realizzato, da Bismarck, con la creazione dell'Impero Tedesco, o “Secondo Reich” nel1871. Il quale Bismarck però ha impostato la sua politica, anche negli aspetto di peggiore aggressività, sulla prudenza verso la Russia. E di guerre Bismarck ne ha fatte varie, tutte vinte. Ma la logica interna stessa del “tedeschismo” in quanto realizzazione particolare del “gruppismo” portava in sé l'inaccettabilità di una parità con gli Slavi e il loro massimo “gruppo” (o almeno visto dai Tedeschi come tale), la Russia, per cui la impossibilità di condivisione con loro dello stesso insieme di elementi distintivi culturali (costruiti o meno) ha portato i successori di Bismarck all'imprudenza e all'ostilità verso Russia, qualunque fosse poi l'ideologia prevalente politicamente in Russia. Ideologia che comunque era ritenuta impossibile coincidesse o fosse conciliabile con quella dei Tedeschi (e per la verità, a loro imposta politicamente dai governi), se non altro perché carattere distintivo irrinunciabile del “gruppismo” è la superiorità rispetto all'altro, da combattere e possibilmente annullare. Quindi, mandato in pensione Bismarck, la politica tedesca ha eliminato la contraddizione ed è diventata attivamente nemica della Russia. Manifestazione di questa nuova e più coerente politica ( coerente, però con la irrazionalità...) è stata la guerra 1914-1918, dove lo zarismo è crollato, ma l'esercito tedesco, come ovviamente prevedibile, si è logorato troppo per potere arrivare alla vittoria: nell'autunno 1918 Ludendorff, di fatto comandante supremo in Germania, è stato costretto a sostanzialmente ordinare al governo civile di chiedere l'armistizio agli Alleati. Successivamente Ludendorff ha, in maniera decisamente determinante, appoggiato Hitler per la sua presa del potere: e lo ha continuato a fare anche dopo avere letto il Mein Kampf. Coerentemente con la sua ideologia, in una concezione estremamente arcaica (ma realizzante il “gruppismo” nella sua declinazione nazista) della politica estera come un susseguirsi di guerre per il possesso di risorse naturali, in questo caso la terra per una Germania agricola estesa fino agli Urali o pressappoco, costituita da una moltitudine di fattorie, campi eccetera, il nazismo è andato poi ad attaccare la Russia. E secondo me lo avrebbe fatto anche se il potere in Russia non fosse stato del “bolscevismo”: questo punto lo ha solo stimolato all'aggressione in quanto, non avendoci capito nulla, lo ha interpretato come un segno della inferiorità mentale della “razza” slava. Un inciso importante: non ho mai preso Stalin per un genio e non ho mai condiviso gli innamoramenti per la versione dogmatica e para-religiosa del “comunismo”. Ma sta di fatto che (ripeto) l'elemento di distinzione del “comunista” era di carattere economico-sociale, l'essere “proletario”, non culturale come la credenza in una terra piatta o rotonda o cubica. Ricordo, di nuovo, che “culturale” non significa necessariamente “vero” in senso “oggettivo”.


[[Che poi anche nell'URSS fossero assai presenti elementi di “gruppismo” nel senso che ho esposto, mi pare ovvio. E non poteva essere altrimenti, se la tendenza al “gruppismo” si è fissata geneticamente in noi attraverso milioni di anni di evoluzione in contesti che la rendevano vantaggiosa. Ma per me non c'è dubbio che da questo punto di vista l'URSS era assai più avanzata del cosiddetto Terzo Reich Millenario (di dodici anni). Di conseguenza, anche dopo che Stalin è uscito dal marasma in cui lo aveva gettato il rendersi conto della sua sottovalutazione della cretineria dell'avversario (sotto valutazione nel senso che fino all'estremo non è riuscito a capacitarsi che i tedeschi potessero davvero volere la guerra) ha smesso eccome di ammazzare tecnici riluttanti a pensare secondo il canone teorico ufficiale, anzi vi si è affidato: parecchi affidabilissimi testimoni hanno attestato che nelle riunioni di lavoro il maresciallo Zhukov non aveva nessun ritegno, in caso di disaccordo, a imporre il suo punto di vista trattando Stalin da incompetente.]]


Per cui i Russi, indipendentemente da quanto potessero essere realmente condizionati dall'ideologia ufficiale e nonostante alcune carenze tecnologiche, hanno fatto presto a sfruttare intelligenza e tecnica per fare la guerra assai meglio dei nazisti. Che hanno commesso errori enormi, inspiegabili, secondo me, senza prendere in considerazione il loro dare l'assoluta supremazia agli elementi culturali di definizione dell'identità di “gruppo” rispetto ai dati di fatto e alle spiegazioni razionali (“scientifiche” in senso generale) dei fatti. Io, pur ragazzino, ho fatto in tempo ad assistere a scempiaggini davvero formidabili, e sopratutto tanto numerose da rendere impossibile trattarne decentemente qui. Quello che posso dire è che la situazione militare della Germania nell'autunno 1918, quando Ludendorff ha voluto l'armistizio per interrompere una guerra ormai certamente persa e così salvare quanto possibile delle strutture politiche e militari della Germania, non era ancora arrivata, per le strutture politiche e militari tedesche, al livello di gravità di quella del dicembre 1942. Ossia, il fatto che per altri due anni e quattro mesi si sia ancora tentato di rovesciare una situazione già diventata irreversibile, secondo me, non dimostra solo caparbietà, ostinazione eccetera, ma dimostra anche che la élite nazista ha avuto un decadimento mentale anche rispetto ai già non eccelsi livelli di partenza.

Mi pare altrimenti impossibile anche spiegare una gravissima contraddizione: dopo il successo dello sbarco in Normandia e la liberazione della Francia, l'orientamento strategico tedesco (documentato) è stato di resistere a oltranza sul fronte occidentale, privilegiandolo nella difesa dei territori occupati dalla Germania a Ovest rispetto a quelli a Est, minacciati dalle offensive dell'Armata Rossa. Questo perché si riteneva che le avanzate “bolsceviche” avrebbero provocato, nelle dirigenze dei belligeranti “capitalisti” (USA in primo piano) la preoccupazione per una invasione sovietica dell'Europa e una sua “comunistizzazione”. Allora, gli Alleati occidentali e capitalisti avrebbero compreso essere loro interesse un totale cambiamento di fronte: accettare il nazismo in Germania e creare un'alleanza militare e politica tra “capitalisti” e nazisti, per cui le truppe USA e inglesi, fianco a fianco con quelle tedesche, avrebbero ricacciato la paventata invasione comunista.

Questa bella pensata sembra essere stata tra i motivi dell'ultima grande offensiva (ovviamente fallita, non poteva andare diversamente) di Hitler, nelle Ardenne, contro le truppe americane e inglesi, nel dicembre del 1944. Ma contemporaneamente i nazisti non abbandonavano la loro convinzione dell'esistenza di una cospirazione ebraica ad opera degli ebrei al vertice dell'URSS e di Wall Street: su come facessero a convivere questa convinzione e l'altra che i capitalisti avrebbero imposto un voltafaccia militare, in sostanza che la cospirazione ebraica si sarebbe messa a combattere sé stessa, non è che ne posso essere sicuro, ma a me sembra una dimostrazione della potenza di rincretinimento data dal “gruppismo”. Il successo della presa del potere dei nazisti, in quanto applicazione della (secondo me) innata tendenza appunto a quello che io chiamo appunto “gruppismo”, ha fatto sparire dalle loro menti qualsiasi freno all'abbandono del confronto con la realtà, e dato che il contesto reale del mondo nel 1933-1945 non era più quello del periodo da 4000000 a 20000-15000 anni fa, gli è andato il cervello in pappa.


Il rimbecillimento da “gruppismo”, passato e attuale.

Attenzione, perché, secondo me, questo fenomeno, su scala ovviamente assai ridotta per la presenza di vincoli oggettivi a voli extragalattici, continua a manifestarsi quotidianamente. Quando gente che, anche per mestiere, un minimo minimo di economia e di cifre su debito pubblico, deficit, PIL eccetera, certamente lo sanno, dicono che non si deve essere condizionati dalle agenzie di rating, in sostanza dicono che non è il cane (il mercato finanziario mondiale e in ultima analisi i risparmiatori, metallurgici del Michigan o controllori del traffico aereo neozelandesi, che mettono i loro soldi in fondi e fondi di fondi) che muove la coda (le agenzie) ma la coda che muove il cane.

[[ Prova a riportare tutti i dati finanziari di cui si parla tanto, al bilancio dell'aziendina di un vostro amico, che supponiamo abbia un fatturato annuo di 100 mila euro e un debito verso banche e fornitori di 131 mila euro circa, e ogni anno vada in passivo dell'1,9 per cento: a che interesse pensi possa spuntare un prestito sul mercato interno o anche internazionale ? E se il passivo fosse del 2,4 ? E tu, a che tasso glieli presti i soldi ? Occhio, perché non puoi limitarti a coprire il suo deficit (al massimo, per un anno, 2400 euro, ma anche, via via, cambiali o altre forme di prestito già accese e che arrivano a scadenza. A quanto glielo metti, il premio di rischio ?

E poi, Di Maio e C., avrebbero un mezzo ottimo per tranquillizzare i mercati: fare versare una certa quota dei loro emolumenti come ministri (occhio, non dico che sono troppo alti, al contrario, la competenza, se c'è, bisogna pagarla e conviene, pagarla benissimo), una quota almeno del 35% (a spannometro) in un fondo vincolato a 5 anni e costituito da soli Buoni del Tesoro italiani. ]]


Ma anche Mussolini mi sembra essere stato colpito dal rimbecillimento provocato da un successo (limitato e interno) seguito dalla impossibilità di accettare la smentita conseguente al confronto diretto con la realtà. I suoi ultimi giorni non hanno avuto più nessuna razionalità: la Svizzera, o al limite le linee dell'avanzata militare alleata, non è che fossero irraggiungibili anche con mezzi limitatissimi: ma tra le alternative a disposizione, raggiungere tempestivamente la Svizzera, consegnarsi agli Alleati, oppure formalmente al CLN di Milano città, o rifugiarsi presso la Chiesa, o suicidarsi, ha fatto tanta confusione da farsi catturare in una evidente fuga, travestito male, da soldato tedesco. Mussolini non è che nella prima guerra mondiale, da soldato, abbia fatto sfracelli (a differenza del pluridecorato Hitler), ma non è che sia stato congedato per infermità mentale; e neanche nelle conversazioni con Emil Ludwig si era dimostrato totalmente idiota, ma alla fine si è comportato con un livello di intelligenza paragonabile a quello di Luigi XVI nella fuga di Varennes. Ma Luigi XVI era notoriamente sciocco assai fin da giovane: Mussolini, delinquente (secondo me) sì, ma talmente idiota no.

Un altro elemento interessante la mia tesi della fiducia nella nostra (secondo me naturale, innata e geneticamente favorita) tendenza al “gruppismo” come fattore di separazione mentale dalla realtà sta nel comportamento politico del Caudillo Francisco Franco (y Bahamontes e un sacco di altri y), il quale, pur di destra arcidestra e uno veramente spietato, l'impossibilità o l'indesiderabilità di una vittoria nazista l'ha capita per tempo, e ha limitato il suo ringraziamento per l'appoggio avuto nella guerra civile di Spagna all'invio di una divisione di volontari a combattere (non gran che, pare) a fianco dei tedeschi in Russia. E ha decisamente resistito agli strenui tentativi di Hitler e Mussolini (scomodatisi per incontrarlo in missione congiunta) di fargli abbandonare la neutralità, che di fatto favoriva, poi, gli Alleati. A me pare che ci sia stato un rapporto tra il suo mantenimento della razionalità e il suo non essere stato razzista, quindi non succube del “gruppismo”: il potere lo aveva preso usando truppe marocchine (e musulmane): non lo turbava per niente il fatto che i suoi soldati mori ammazzassero i soldati (di pelle chiara e tradizione cattolica) della Repubblica. E sopratutto, la Spagna, negli anni delle persecuzioni naziste, ha sempre aiutato tutti gli ebrei che riuscivano a mettervi piede: non so di nemmeno un caso di consegna ai nazisti o ai loro succubi di Vichy.


[[Per dare un'idea del clima di divorzio dalla realtà degli ultimi giorni del nazismo, vi riporto una notizia dal quotidiano di Trieste “Il Piccolo” in data 27 aprile 1945, quando nel centro della città già si sentiva il rumore dei combattimenti tra truppe tedesche in ritirata e gli jugoslavi del IX Korpus che li incalzavano:


La leva della classe 1927

L'Ufficio leva del Deutscher Berater comunica: Gli appartenenti alla classe 1927 che non lo hanno ancora fatto, devono presentarsi oggi alle 15 alla Caserma Duca d'Aosta per la visita medica e per il completamento della loro cartella personale, e ciò indipendentemente dalla circostanza se la loro cartella personale è stata o meno riempita dagli uffici comunali.


Il “Berater” era il “Consigliere”, in pratica la massima autorità presente, visto che di fatto Trieste era annessa politicamente al III Reich. In pratica, ci si aspettava che i nati nel 1927 ancora non burocraticamente censiti per la leva si presentassero alla visita medica in vista di un successivo arruolamento e addestramento per entrare nelle forze armate tedesche. Non credo se ne siano presentati molti...

Ma già solo in quella copia di giornale (un foglio 43 cm per 30) si trovano tante sciocchezze che la loro esposizione richiederebbe decine e decine di pagine. ]]


Ora, la mia ipotesi è che il lasciarsi dominare dalla tendenza al “gruppismo”, nel contesto attuale, a meno di limitarsi alla chiacchiera del genere puramente ricreativo, comporta inevitabilmente una qualche frattura tra il vero funzionale alla comprensione e controllo dei fenomeni (del genere “la Terra gira attorno al Sole, e con questa assunzione i calcoli astronomici tornano) e il veroide (e scusate l'arditezza neologistica) funzionale alla identità di “gruppo”, del genere “la Terra sta ferma e il Sole le gira attorno, e solo se sei di questa opinione puoi essere un Cristiano cattolico”. Inevitabilmente perché non siamo nella situazione dei Papua Mundugumor, per i quali che la terra sia piatta o rotonda, o giri o sta ferma, non cambia niente del loro modo di vivere. Ma se sei un economista e ti ritieni di una certa corrente politica, per cui la sinistra per definizione non ha capito e non capirà mai niente, in conseguenza di che l'euro è una cretinata della sinistra, che bisogna levare di torno altrimenti si strangolano le esportazioni, e poi invece le esportazioni aumentano come non mai, e una grossa azienda italiana si consorzia con l'americana Boeing per fornirle una bella partita di costosi elicotteri con cui vincere una gara del Ministero della Difesa USA, quelli del famoso complesso militar-industriale, qualcosa cambia eccome.

Da un punto di vista diverso: per me e tanti altri che mi sembrano “di sinistra”, ammettere che Hitler amava il suo cane e che ha fatto bene a abolire l'uso dei tipi di scrittura “gotica” (Fraktur e simili, che sono spariti) non mi crea nessun problema, perché la mia identità non dipende da una convinzione che Hitler dovesse fare solo cose sbagliate: anzi, è stato arcicolpevole per averne fatte soltanto due, di giuste, rispetto a centinaia di azioni ingiuste costate vita e infinite sofferenze : e per riuscire a farne solo due, di azioni sensate, bisogna proprio volere sbagliare... E viceversa, ritengo me stesso, e molte persone mi ritengono, “di sinistra” pur ammettendo che i partiti e movimenti “di sinistra” hanno fatto molte cose ottime, ma anche parecchie stupidaggini.

Al contrario, un ipotetico tizio per il quale la valutazione dell'operato della “sinistra” fosse “La Sinistra non ha sbagliato mai” non lo considererei “di sinistra” ma uno non libero di essere qualcosa o qualcuno, ma uno vincolato dalla necessità di usare un segnale culturale di appartenenza inequivoco per fare parte di un “gruppo” per il quale la sinistra è infallibile. Perché i segnali di appartenenza, mi pare, per funzionare, devono essere inequivoci.

Ma una abitudine mentale di questo tipo, in un mondo che, anche per l'influenza della Tecnica, cambia minuto per minuto, non può sussistere se non in una condizione di isolamento in qualche modo voluta e scambiata per onniscienza. Non essendo uno psichiatra, sono andato già troppo avanti: quindi la mia ipotesi che a livello individuale la permanenza in una situazione di “gruppismo” provochi danni mentali, resta una ipotesi, suggeritami dall'osservazione di molti casi, ma sempre ipotesi. A livello sociale, politico ed economico, invece, che si generi una vera e propria patologia mi sembra davvero provato. E il problema non riguarda solo le masse (più o meno tali) che ne sono vittime, ma tutti. Noi viviamo in un mondo diversissimo dalle condizioni naturali, nelle quali il genere Homo consisteva di qualche milione di individui sparsi sulla superficie della Terra, nessuno dei quali sapiens: non avremmo potuto arrivare ad esserlo, sapiens, col nostro lunghissimo periodo di crescita (dalla nascita alla maturazione della capacità riproduttiva), durante il quale siamo deboli e inetti: gli altri animali si spicciano, mancando degli strumenti materiali e immateriali (organizzazione) di difesa dei deboli e inetti che attraverso l'evoluzione e le successive “specie” Homo si è creato. Ma, mi sembra, ci siamo arrivati perché il “gruppismo” non è mai stato un vincolo insuperabile: è stato una tendenza, anche forte o fortissima, ma comunque non una costrizione assoluta come in tempi moderni si è tentato di fare.

Secondo il presuntuosissimo “me”, almeno quattro fattori positivi hanno svolto un ruolo nell'impedire che il “gruppismo” diventasse un vincolo assoluto, nei milioni di anni della nostra evoluzione: autodomesticazione, esogamia, interesse e religioni di buonsenso.

Autodomesticazione: a pancia piena, non siamo più intelligenti, ma siamo meno stronzi: quindi, se non assillati dalla fame, i nostri lontani antenati erano meno propensi a rischiare la pelle per fregare ad altri “gruppi” le loro risorse alimentari e magari anche mangiarsi i membri: l'agricoltura, anche la primitiva orticultura quasi indistinguibile dalla raccolta, e l'allevamento, pur attività faticose, sono meno pericolose della guerra e spesso più redditizie.

Esogamia: i miscugli genetici sono vantaggiosi, una popolazione geneticamente più variata se la cava meglio rispetto ai cambiamenti ambientali, e questo vantaggio si è trasformato, attraverso l'evoluzione, in tendenza. Anche quando un “gruppo” di nostri lontanissimi antenati ne distruggeva un altro, le femmine (per quanto mi pare se ne sappia) erano assai più spesso catturate e utilizzate riproduttivamente che uccise e mangiate.

Interesse: Fibonacci in Tunisia ha imparato l'aritmetica araba (che aveva incorporato comodissimi concetti indiani), e l'ha importata in Europa, dove in un tempo relativamente brevissimo, nonostante la provenienza dalla infedele musulmanità, per i suoi enormi vantaggi, si è universalmente diffusa.

Religioni di buonsenso: più avanti affronto l'argomento.


Obsolescenza evolutiva e antidemocraticità del “gruppismo”, anche come populismo.

Ma oggi, eventi della portata della diffusione dei numeri arabi ne avvengono continuamente, solo che la Tecnica applicata non riesce a starvi dietro. Il “gruppismo”, invece, si è formato come nostra tendenza naturale per i vantaggi che produceva; ma oggi, se si crede che la Terra stia ferma e il Sole ci giri intorno, o comunque la verità come corrispondenza coi fatti viene vinta da un concetto che vale solo per il suo essere un segno identificativo di appartenenza a un “gruppo”, di capire la Scienza non se ne parla proprio, e la democrazia è quindi assolutamente impossibile, perché senza capire metodi, limiti, pericoli e prospettive della Scienza io, Claudio Fornasari, non posso “agire”. Posso dichiarare dei desideri: e vabbè ! Ma “democrazia” è una parola composta da un elemento che significa “popolo” e un'altra che significa “potere”, il che viene normalmente confusa con il “deliberare”, mentre l'interpretazione corretta sarebbe “fare”. Il che comunque ha dei limiti, perché anche se a Di Maio non sta bene, non abbiamo nessuna possibilità di obbligare il metalmeccanico del Michigan ad andare dal suo gestore di risparmi e ordinargli di comperare BTP italiani...

E comunque anche conoscere i limiti, pur spiacevole, è necessario per potere “fare”.

Di notevole poi c'è che i contrari alla democrazia rappresentativa (in cui almeno posso votare per chi mi pare competente e affidabile) e fanatici di quella diretta, cascano nel proporre forme che comunque sono riconducibili al “gruppismo” o da esso condizionate. Il populismo o ignora la tendenza ad esso (e ne viene condizionato senza consapevolezza) o ritiene l'organizzazione politica “gruppistica” valida, in quanto naturale (e questo è vero) e quindi ottima (come qualche milione di anni fa, forse), in quanto tutta la baracca deriva dalla convinzione che il mondo materiale sia stato creato da Dio, perfetto per definizione, e quindi la Natura deve essere perfetta, e il popolo, in quanto più vicino alla Natura sia meno corrotto dall'avidità che permette ai ricchi di diventare ricchi eccetera eccetera. Ma in realtà l'organizzazione in “gruppi” ha per scopo originario solo il vantaggio relativo nel procurarsi risorse alimentari, cosa per cui da un bel po' di tempo è diventato relativamente inefficiente, anzi terribilmente inefficiente. La volontà dei nazisti, consenziente il popolo (perché fino a che non se ne capisce l'errore la tendenza al “gruppismo” essendo naturale sembra, a tutti, indipendentemente dal ceto, intrinsecamente valida) di conquistare ai contadini tedeschi le vaste (e in parte assai fertili) terre agricole russe ha portato alla trasformazione di Koenigsberg, la città di Kant, in Kaliningrad...

Anche la forma di “gruppismo” che sembrava meno stupida, quella di un “nazionalismo liberale”, è fallita: la tendenza naturale comporta l'ostilità verso altre strutture nazionali allo scopo di appropriarsi delle loro vere o presunte risorse. Quindi alla fine liberalismo (che distinguo dal liberismo economico) e nazionalismo sono incompatibili. Il sovranismo poi secondo me è un volontario mettersi il prosciutto sugli occhi, o un tentativo di difesa psicologica dal cambiamento tecnico: di che diavolo parliamo, quando sopra la nostra testa passano continuamente centinaia di satelliti di rilevamento o quando lo stipendio reale di qualunque X è legato all'economia del resto del mondo ? Per esempio, l'invenzione e poi la diffusione dei “container”, riducendo i costi di trasporto, ha cambiato il commercio mondiale di più di tutti i trattati commerciali mai fatti: ma mentre uno Stato supposto “sovrano” un trattato commerciale lo poteva stipulare o meno, all'utilizzo dei “container” non si poteva e non si può opporre, il che ha eroso lo spazio della sovranità. E, sempre uno Stato “sovrano”, la cui economia si vale del possesso di certe risorse, può essere “sovrano” quanto ai grulli pare, ma non può impedire che qualcun altro inventi qualche particolare tecnica sostitutiva e meno costosa delle sue. Della “sovranità” il Venezuela come avrebbe potuto servirsene per impedire a imprese USA di inventare la tecnica del “fracking” per estrarre idrocarburi dagli scisti ? O impedire a imprese petrolifere di tutto il resto del mondo di inventare una tecnica per realizzare perforazioni curve anziché semplicemente verticali e rettilinee ?

Forse il ragionamento è circolare, ma, almeno a prima vista, l'ignorare questi e parecchi altri evidenti limiti del sovranismo si accorda perfettamente con l'idea che la tendenza al “gruppismo” (organizzazione umana in gruppi, solidali internamente ma ostili all'esterno, di numerosità maggiore del limite di Dunbar, utilizzando artefatti culturali per l'identificazione dei membri o degli estranei nemici) sia geneticamente iscritta, e quindi relativamente resistente alle dimostrazioni della sua attuale falsità, o meglio assoluta inadeguatezza al contesto in cui la nostra specie oggi vive, contesto creato da essa stessa proprio un ancora assai parziale superamento del “gruppismo” stesso. Superamento permesso dalla Tecnica, a sua volta frutto dell'emergere di sistemi più efficienti, al fine di usufruire di maggiori risorse, rispetto all'uccidere i supposti possessori fi maggiori risorse... (E scusate la lunghezza della frase). Insomma, la Tecnica alimenta sé stessa, e capisco possa spaventare: ma se vuoi il cacio, non puoi essere nemico della vacca che te ne produce la materia prima, direi.

Un punto importantissimo e caratteristico, sempre secondo me, del “gruppismo” poi è la numerofobia, l'incapacità di usare i dati quantitativi come tali. A me, sentire parlare di “impiccarsi ai decimali” (allora negli ospedali dove registrano come importantissimo un grado in più o in meno sono tutti cretini ?), o di “numeretti”, o di “numerini”, mi ricorda tanto un tizio che parlava di “Otto milioni di baionette !”. In più o in meno, si usano i numeri per un uso retorico, annullandone il significato proprio. Se lo scopo della comunicazione è identificarsi come partecipante o meno di un “gruppo” (etnico, ideologico, nazionale, religioso) solidale all'interno e ostile all'esterno, comunicare numeri non serve a nulla, serve trasmettere una propria credenza che l'interlocutore può confrontare con la propria per decidere se è in presenza di un pericoloso nemico o di un appartenente allo stesso gruppo, per cui se quel numero è vero o meno non importa. Ma se si deve invece “fare” qualcosa, che quel numero descriva correttamente un fenomeno o una proprietà di qualcosa, come la temperatura del corpo di un ammalato, il suo valore è invece importantissimo che rispecchi strettamente il fatto e non una convinzione.

Tutti i populisti sono inconsapevolmente antidemocratici, perché propongono una appartenenza a un “gruppo” (di buoni in quanto sono di più, e sono di più perché credono le cose giuste... o viceversa) e questa appartenenza comporta un uso dei numeri per esprimere una credenza identificativa, il che è incompatibile con l'uso nella Tecnica. Tutte la chiacchiere sulla democrazia diretta stanno in piedi solo se si accetta che la massima parte della “gente” sia tagliata fuori dal “fare” e si limiti a esprimere desideri o a deliberare cose senza la responsabilità di distinguere il fattibile e il conveniente, cose per cui ci vuole un uso dei numeri come tali.

Anche qui, nazismo e fascismo hanno mostrato una nettissima incapacità di uso corretto dei numeri. Già tra il giugno e il settembre del 1940 i nazisti continuavano in buona fede a credere di potere ottenere la superiorità aerea sulla Manica e sull'Inghilterra per le perdite di aerei della caccia difensiva inglese: dopo ogni grosso combattimento erano convinti che gli avversari non avessero più sufficienti aerei. Il giorno successivo i piloti tedeschi smadonnavano o fuggivano di fronte agli inesauribili “ultimi 100” aerei inglesi, eppure una elementare analisi dei dati già conosciuti prima dello scoppio della guerra avrebbe permesso di capire che per gli inglesi la criticità stava nell'addestramento di nuovi piloti, non certo nella fabbricazione di nuovi aerei. Io capisco degli errori di valutazione del 10, 20, 30 e perfino 40 per cento, ma i nazisti valutavano le capacità di produzione di materiale bellico degli avversari a un terzo, un quarto o a un decimo della realtà: e questo è successo nei confronti di tutti gli avversari principali, Gran Bretagna, Unione Sovietica e USA. E non sto parlando della propaganda: per quella, gli Stati Uniti non erano capaci di costruire nulla di più complesso dei frigoriferi domestici. Quando a Hitler sono state presentate le stime, corrette mediante l'esperienza dei combattimenti, della produzione russa di carri armati, Hitler si è arrabbiato moltissimo e ha considerato quelle stime come risultato di vigliaccheria o di insufficiente fede nazista: ossia, come indicatori di non appartenenza al nazismo degli autori delle stime.


[[ Durante i combattimenti aerei della tarda estate 1940, gli inglesi continuavano a mandare sulla Germania formazioni di bombardieri, relativamente ancora assai piccole rispetto ai successivi raid con fino a 1000 aerei, con pochi risultati e forti perdite. Ma queste forti perdite non scoraggiavano la continuazione dell'attività. Ora, un bombardiere, di motori ne aveva quattro, mentre un aereo da caccia uno solo, ed era la produzione di motori, come i tedeschi sapevano benissimo, il fattore limitante la produzione di nuovi aerei. Che gli inglesi si potessero permettere il lusso di perdere bombardieri, coi relativi quattro motori ciascuno, per smentire le chiacchiere di Goebbels, anche al più scemo degli analisti avrebbe fatto capire che il problema della produzione di aerei non poteva essere che assai meno grave delle stime tedesche. ]]

Secondo me, grillini e leghisti (ma non solo loro) hanno, difendono e nutrono una mentalità assolutamente inadatta a occuparsi di Tecnica. Il che, temo, vanifica le loro buone intenzioni contro il precariato e i bassi stipendi: sul mercato del lavoro, mentre sono privilegiati i talenti particolari, per la massima parte di ragazzi e ragazze che prossimamente arriveranno all'età di dovere cercarsi un lavoro la insufficiente comprensione dell'utilità dei numeri e quindi insufficiente comprensione della Tecnica sarà un grossissimo danno.


Ora, ripeto che la naturale tendenza umana a formare grandi “gruppi” coesi e identificati da complessi di specifiche credenze, “gruppi” in cui gli individui sono molto o estremamente solidali tra di loro mentre sono quasi sempre ostili verso gli altri “gruppi” e verso gli appartenenti ad essi, da un pezzo è diventata un ostacolo al miglioramento delle nostre condizioni di vita. Ci sono parecchi indizi che il nostro processo di autodomesticazione, che tende all'indebolimento del “gruppismo” e della intrinseca ostilità verso l'altro, stia procedendo: ma non è che possiamo aspettare i tempi lunghi dell'evoluzione, mentre la permanenza di strutture mentali e sociali condanna a sofferenze assolutamente inutili tanti di noi. A me pare occorra la coscienza della nostra tendenza verso quello che ho chiamato “gruppismo”, la coscienza della sua naturalità e nel contempo nocività. Se ho un disturbo genetico per cui esiste cura, sarei cretino a tenermelo perché è naturale, direi.



Qualcosa su “gruppismo” e religione.

A questo punto mi sembra necessario parlare di aspetti positivi o meno delle religioni che chiamo “di buon senso”, cioè che richiedono ai loro aderenti l'amore verso il prossimo in genere, senza limitarlo agli aderenti alle specifiche convenzioni culturali di uno specifico “gruppo”.


[[ Metto questa notazione per inciso, perché non ho la possibilità di verificarla, a meno di metterci alquanto tempo, e d'altra parte, anche se a me sembra di ricordare benissimo, sempre di ricordo si tratta, e il falsi ricordi (falsi in tutto o in parte) sono comunissimi.

A Lione (W la TAV !) esiste un importantissimo museo sulla civiltà gallo-romana, dove io ricordo avere trovato la storia di uno sfruttamento piuttosto intelligente della tendenza al “gruppismo” da parte di un governatore (proconsole ?) romano. Una volta pacificata la regione e avviata alla prosperità economica conseguente alla pax romana, relativa certezza del diritto, sicurezza delle comunicazioni, eccetera, discutendo nel normale esercizio del governo coi rappresentanti delle tribù galliche locali, il Romano ha osservato che la conquista era stata resa possibile dal continuo stato di discordia guerreggiata tra i Galli, e ha chiesto loro il perché di quella situazione. Gli hanno risposto con la stessa risposta standard dei Papua degli altipiani della Nuova Guinea in tempi assai più recenti: “Perché quella (della guerra continua fra tribù) era allora il nostro costume”. Allora, visto che i vantaggi della dominazione romana ormai erano tali da rendere inverosimile un suo rifiuto, il politico romano ha inventato una religione (a quei tempi era abbastanza normale) di concordia, con divinità opportune (mi pare due fratelli simboleggianti la fraternità fra tribù), riti, sacerdoti, e una grande festa annuale in cui tutti si incontravano in amicizia (e suppongo, mangiate e bevute). Se il mio ricordo è esatto, questo mi pare essere stato un esempio intelligente di utilizzo della tendenza al “gruppismo”, reso possibile, naturalmente, dalla superiorità militare romana e dai concreti vantaggi per i Galli della nuova organizzazione. ]]


Ma per varie ragioni prima fra tutte la mia ignoranza (se di Storia del Cristianesimo qualche cosa ho letto, per altre religioni non sono solo ignorante: sono totalmente ignorante. Quindi, solo di Cristianesimo posso cercare di trattare. Sempre ricordando la clausola del “mi sembra”, secondo me la prescrizione dell'amore per il prossimo non è esclusiva del Cristianesimo, ma è invece esclusivo l'averne fatto una personificazione e una divinizzazione con l'asserzione dell'essere Dio un, appunto, “povero cristo” tradito, processato, torturato e ucciso con una morte infamante. Il che mi pare essere stato un elemento assolutamente fondamentale verso la Civiltà. E indirettamente ma in modo decisivo, anche per il progresso, pure materiale: materiale quanto volete, ma la fortissima diminuzione delle morti e delle sofferenze infantili, tra molte altre cose, sarà roba “materiale”, ma io la trovo positiva e irrinunciabile. Essere obbligato al riconoscimento, come minimo, della parità tra me e l'altro significa riconoscere in me la fallibilità dell'altro, il che è la base della Scienza in senso moderno.

Detto questo, l'affermarsi del Cristianesimo è stato facilitato dalla inconsistenza di una possibile teologia pagana o comunque alternativa: non amo il precristiano Vecchio Testamento, ma perfino il mito di Noè che se ne va a spasso nella acque del Diluvio con un barcone pieno di bestie, bestioline e bestiacce, rispetto alla fauna composta da Giove, Apollo, Afrodite, Efesto e compagnia, con relativi fatti e misfatti (il Dio della Giustizia che fa spellare vivo Marsia colpevole di aver saputo suonare il flauto in gara con lui, o lo spassoso fattaccio della nascita di Erittonio) è stata una affermazione di razionalità, e pure estrema, relativamente al contesto culturale della religione popolare di allora.

Quindi il Cristianesimo al suo irrompere è stato contemporaneamente assai razionalista (sempre rispetto all'epoca) e vigorosamente affermativo della solidarietà umana: il che significa, mi pare, in assoluto contrasto con la tendenza che ho chiamato “gruppismo”. Ora, non è che io mi possa mettermi a pasticciare con la teologia, ma mi sembra che gli strumenti intellettuali (metodo scientifico in generale, teoria sintetica dell'evoluzione, antropologia, psicologia sperimentale, neuroscienze eccetera) che potevano permettere ai Padri della Chiesa (categoria che mi sembra parecchio eterogenea) di prendere coscienza della tendenza in questione, delle sue niente affatto metafisiche origini, dei suoi inconvenienti proprio tanto più dannosi quanto più la civilizzazione causata dal Cristianesimo procedeva, proprio non fossero, allora, disponibili. Quindi una maggiore o minore (lasciata molto alle capacità e alla coscienza dei singoli) degenerazione (o se la parola è grossa, trasformazione) in clericalismo, secondo me, era inevitabile.

E tipica degli ismi mi pare la convinzione per cui se un tizio sosteneva che è la Terra a girare attorno al Sole e non viceversa potesse segnalare che il tizio in questione non fosse cristiano. Ossia, l'opinione su una questione del tutto materiale e concretamente esaminabile assumeva il valore di identificazione ai fini della appartenenza o meno al ”gruppo” dei Cristiani. E ci sono voluti 359 anni per smentire questa, che a me sembra assai grossa, sciocchezza.

Il guaio è che noi tutti, e particolarmente noi italiani, ci muoviamo ancora in una cultura fortemente costruita in una tradizione compatibile col “gruppismo”, per cui artefatti culturali meno facili da demolire di quello della centralità della Terra nel sistema solare continua a condizionare la nostra politica, la nostra economia, il nostro rapporto con la Scienza e con la Tecnica.

E tra questi artefatti culturali mi sembrano importantissimi, tra i tanti altri, quelli della perfezione della Natura, della unicità di una causa per ogni effetto, la convinzione che la somma delle risorse impiegate o disponibili in ogni momento sia finita (che poi mi pare sarebbe il concetto dell'economia che dovrebbe essere sempre “a somma zero”), la convinzione che per ogni evento negativo, anche solo spiacevole, debba esserci necessariamente un colpevole, e reciprocamente la convinzione che se si fa tutto secondo le regole poi non può succedere nulla di male (e poi crolla il viadotto...), la negazione del ruolo del caso (disse Einstein, soggetto assai più complesso della sua immagine pop, “Dio non gioca a dadi”, ma pare proprio volesse anche dichiarare ulteriormente il suo ateismo) eccetera. Ma non è che posso continuare ancora questo scritto: se siete riusciti a leggere e non mi volete lapidare, ne scriverò la prossima volta.


E a chi è arrivato a leggere fin qui,

Salve et valete !

Claudio Fornasari -  30 9 2018


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      IL VISCHIO -



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Foto scattata il 30 9 2018, sulla stradina che da Filetto di Camarda (luoghi di eccidi nazisti) sale a incrociare la strada statale 17 bis, che dall'Aquila sale a Campo Imperatore (precisazioni che vi permettono di verificare l'autenticità della foto). L'albero, poveretto, non si capisce più che cosa sia, tanto è malridotto e deperito dall'invasione del troppo vischio. Di solito il vischio non cresce tanto da fare addirittura morire l'albero a cui succhia elementi nutritivi, ma comunque, per quanto possa essere bello, è uno degli innumerevoli casi di “parassitismo” che si trovano in Natura. Volendo essere precisi precisi, il vischio è un “emiparassita”, nel senso che parte delle sostanze nutritive che gli occorrono se le procura con la sintesi clorofilliana, come appare ovvio dal verde delle sue foglie: sono invece i composti azotati quelli che, non avendo radici, non può estrarre dal terreno e che quindi deve prendere dal ricambio dell'organismo (l'albero) parassitato. Ma sta di fatto che il vischio non può vivere senza entrare nel sistema dell'albero e prelevargli quanto gli serve, mentre l'albero, dal vischio, non ricava proprio nessun vantaggio: anzi, come in questo caso, rischia pure di morirne. Ho scritto “innumerevoli casi” di parassitismo: se non credete che siano davvero innumerevoli, consultate qualche testo, o meglio ancora riflettete: non è che le gazzelle o le zebre o i bufali siano fatti per essere mangiati dai leoni, anzi, semmai sono fatti per scappare ed evitarlo; e pare proprio che quando vengono predati non ne siano affatto contente. Cartesio avrebbe detto che non sentono dolore, e Rousseau avrebbe detto che ne sentono poco poco, anzi trascurabile: io la penso come Voltaire e come, secondo me, ha dimostrato la scienza. i circuiti nervosi di trasmissione degli stimoli dolorosi ce li hanno perfino le lumache, che imparano subito a stare alla larga da un contatto elettrico e relativa scossa: per cui zebre e gazzelle, secondo me, è proprio certo che non si divertano a essere mangiate. E vi risparmio anche i tantissimi esempi piuttosto ributtanti di parassitismo tra insetti, come certe vespe che depositano un ovetto sull'involucro che racchiude una larva quiescente di una farfalla (per esempio). Così, quando il bruco esce dall'involucro, è già pronto il bruchino della vespa che comincia a mangiarselo un po' al giorno lasciandolo vivo: anzi, lo uccide solo quando non gli serve più...

Per fortuna nostra, ci sono anche tantissimi casi di “simbiosi”, in cui due organismi si avvantaggiano reciprocamente. Noi digeriamo moltissimi cibi grazie a batteri che passano una oscura e brevissima vita a moltiplicarsi nelle nostre budella, producendo sostanze utilissime per noi: contenti loro... E d'altra parte, se avete un balcone, basta metterci un paio di vasi con delle piante di rose: al massimo il secondo anno, se non fate niente in merito oltre a bagnare e metterci, se necessario, un po' di concime, ve li trovate invasi di pidocchietti generalmente verdi e di formiche che li accudiscono e li difendono con estrema cura: la pastorizia l'hanno inventata loro prima di noi.

Ma resto sul parassitismo: questa sua naturalità è un particolare caso della estrema complicazione e imperfezione della Natura e di tutto il mondo materiale in genere, che NON, ripeto NON, è colpa di quella impicciona di Eva.... Perché accidenti anche antilopi, cavalli, bovini eccetera dovrebbero crepare per l'infezione dalla mosca tze tze (che rende impossibili gli allevamenti in una vasta fascia dell'Africa) per colpa di Eva ? Sarà, ma a me sembra che crederlo dimostri di meno di avere un'idea di Dio peggiore di quella dei Greci su Giove...

[[Un inciso importante (secondo me) l'incomprensione della naturalità del parassitismo, concorre alla nostra insufficiente capacità di combattere la corruzione. Mi pare difficile farlo solo veramente bene solo con strumenti punitivi (o prevalentemente tali), senza, per esempio, sfatare l'idea che la gravità delle conseguenze di una malversazione possa essere anche enormemente maggiore della gravità della malversazione in termini monetari. Cosa che invece, nella complessità del reale, è frequentissima.]]

Comunque, la complessità, l'imperfezione evidente ma anche la frequenza di casi in cui l'imperfezione della Natura non impedisce di vivere o almeno vivacchiare, non possono (secondo me) non avere obbligato gli appartenenti alla nostra specie (Homo sapiens) a porsi alquante domande. La prima e ovvia, ma logica (apparentemente) risposta ad esse, è il congetturare una qualche forma di religione per estensione delle caratteristiche umane, in cui degli Enti (o uno solo) di potenza (carattere quindi anche umano) maggiore, o molto maggiore, o enormemente maggiore, o infinitamente maggiore, di quella del più forzuto e capace appartenente alla tribù (o al “gruppo”), e corrispondente autorità, domini la Natura e il reale in genere. Questa spiegazione, oltre a essere ovvia, è anche logicamente semplice. Mi pare opportuno notare che il signor UUUURRGHHAAAO !, mio possibile antenato di tre o quattrocentomila anni fa, non è che intendesse fare della “metafisica”: questa è una classificazione, una categoria, un cassetto ideale, esterno e successivo. E, sempre con la clausola “mi pare”, direi che questo Ente poi oltre che essere supposto reale, inizialmente in carne ed ossa, ma nascosto, poi può essere interpretato e concettualmente usato, sempre come agente onnipotente,&