COSTI DELLA POLITICA E PARTITI -

 


Vediamo di chiarirci tutti un po’ le idee sui famosi  “costi della politica”. Sempre tenendo conto della tanto ripetuta avvertenza “mi sembra che…”, perché ovviamente mi posso sbagliare, per quanto io abbia cercato di verificare sia i dati sia i miei ragionamenti.

DEBITO PUBBLICO: 1989432 MILIONI DI EURO, IL 127% DEL PIL (SENZA CONTABILIZZARE I DEBITI PER RITARDATO PAGAMENTO AI FORNITORI, STIMATI TRA I 30000 E I 60000 MILIONI DI EURO)

PRODOTTO INTERNO LORDO (PIL): 1989432/1.27 = 1566481 MILIONI DI EURO

DEFICIT DI BILANCIO ANNO 2012: 46974 MILIONI DI EURO (2.998 % del PIL)

FINANZIAMENTO PUBBLICO AI PARTITI 91 MILIONI DI EURO

91/46974 = 0,001937 CIOE’ LO 0,1937 % DEL DEFICIT ANNUO

(DATI FINE 2012)

 

IL CHE SIGNIFICA CHE I SOLDI DATI AI PARTITI COME FINANZIAMENTO PUBBLICO SONO MENO DI DUE MILLESIMI DEL NOSTRO DEFICIT ANNUALE, OSSIA DI QUANTO DI NUOVI DEBITI DEVE FARE L’ITALIA OGNI ANNO PER TIRARE AVANTI E RIPAGARE GLI INTERESSI SUI DEBITI GIA’ FATTI.

QUINDI PENSARE DI RIMEDIARE AI GUAI FINANZIARI DELL’ITALIA TAGLIANDO I SOLDI AI PARTITI, GIUSTO O SBAGLIATO CHE POSSA ESSERE PER ALTRE RAGIONI, E’ ALTRETTANTO SENSATO CHE PENSARE DI ANDARE IN BICICLETTA DA ROMA A MILANO IN DUE ORE.

 

Ma perché noi tutti caschiamo in simili fesserie ?

Perché la politica, almeno quella che serve a società complesse come quella in cui fortunatamente viviamo, non è qualcosa di naturale. La politica naturale è quella delle società primitive, di cacciatori raccoglitori, in cui la specie umana è vissuta per almeno un paio di milioni di anni, prima di inventare l’agricoltura pressappoco dieci o dodicimila anni fa. E tale politica naturale era, per quel che mi pare se ne sappia, sufficiente per realizzare un approssimativo equilibrio tra tendenza alla struttura gerarchica (che mi sembra comune a tutti gli animali sociali cosiddetti superiori), tendenza al parassitismo (fenomeno comunissimo in natura: perfino rispetto alla lattuga noi siamo parassiti, la coltiviamo per mangiarla, cosa di cui la lattuga, se ne fosse capace, sarebbe assai dispiaciuta) e legami personali all’interno di un gruppo ristretto.

Ma, per esempio, la questione della ricapitalizzazione della Banca d’Italia, la posso capire e decidere se è giusta o sbagliata all’interno di questo sistema naturale di politica ? A me pare proprio di no: ma allora, o sono particolarmente stupido io, oppure forse posso dire che la politica necessaria oggi è per noi naturalmente incomprensibile. Ossia, rientra fra gli argomenti di cui, se non ricorriamo a strumenti adeguati, come l’uso dei numeri e di quella cosa che si chiama dubbio sistematico, non capiamo (me stesso compreso) un accidenti di accidenti di niente. Dato che io uso o credo o tento di usare sempre il dubbio sistematico e i numeri (quando ci sono), non posso essere sicuro che senza questi strumenti io stesso sarei immune dalla stupidaggine di cui sopra, cioè di credere che l’eliminazione del finanziamento pubblico ai partiti possa dare per esempio un 20 % di miglioramento del deficit annuo, invece di un misero 0,2 %, ma suppongo proprio di sì. Ossia: ritengo che se non usassi i numeri e il dubbio sistematico potrei tranquillamente io stesso sbagliare di cinquanta o cento volte la stima dell’importanza dell’eliminazione del contributo.

Ora, attenzione: io non dico affatto che il PD avrebbe dovuto opporsi alla riduzione del finanziamento pubblico ai partiti: dico invece che ha fatto benissimo a votare per la riduzione, ma per una esigenza tattica: essendo una grandissima parte degli italiani convinta che se abbiamo un debito pubblico al 127 % del Prodotto Interno Lordo è perché “i politici si sono mangiati i soldi” e essendo necessari, nella più ottimistica delle ipotesi, svariati anni per fare capire a un numero sufficiente di persone a) che solo alcuni e non tutti i politici si sono mangiati dei soldi, b) che tali soldi mangiati, pur assommando a parecchio di più del finanziamento pubblico legale dei partiti restano comunque briciole (colpevoli, colpevolissime, infami, ma briciole) rispetto ai guai finanziari dell’Italia, c) che le responsabilità sostanziali di politici ci sono eccome, ma si tratta di incompetenza e dei suoi letteralmente (e numericamente) disastrosi effetti, d) che la versione del “mangiati i soldi” escludendo automaticamente Berlusconi e l’incompetenza sua e dei suoi governi è proprio ciò che Berlusconi e C. pompano per nascondere la loro  colpevolezza, per incompetenza, superficialità, ignoranza eccetera eccetera.

Se il PD si fosse messo a resistere al taglio del finanziamento pubblico avrebbe fatto esattamente ciò che B. e soci si auguravano e aspettavano, per dare addosso a quei ladri del PD che vogliono arricchirsi coi soldi delle inique tasse imposte ai cittadini per finanziare i partiti che non servono a niente eccetera eccetera qualunquizzando cavolate a tutta birra, per  recuperare voti da chi ha votato Grillo. Se il generale Kutuzov, nel 1813, non si fosse ritirato da Mosca, Napoleone in una battaglia in aperta campagna avrebbe molto probabilmente vinto di nuovo e la Russia avrebbe perso la guerra, o almeno così appariva data la situazione: per cui Kutuzov ha fatto benissimo a ritirarsi. Certo sarebbe stato meglio per i Russi vincere la guerra senza dovere abbandonare Mosca, ma non si può avere tutto, no ? E vi risparmio gli infiniti altri esempi di ritirate necessarie e utili, come di esempi del contrario, cioè di casi in cui il non volere ritirarsi ha fatto perdere una guerra. 

Il che non toglie che secondo me il finanziamento pubblico ai partiti sia indispensabile, sacrosanto e, anche, una cosa di sinistra.

Ma prima torno sulla incomprensione dei danni di una politica inadeguata e sulla loro confusione con i suoi costi, che ci sono eccome, ma sono incomparabilmente minori dei danni (sempre secondo me, ovviamente). E’ alquanto facile capire la differenza tra costo di una certa azione e danno causato dalla stessa, se ci si riferisce appunto a una data azione ben definita e compresa: se d’estate butto una cicca di sigaretta ancora accesa in un bosco, il costo è quello di una sigaretta, il danno può tranquillamente arrivare a milioni di euro. Per la politica non è altrettanto facile capirlo, appunto perché quello che oggi intendiamo per politica, oltre alla ricerca del consenso, comprende molte azioni i cui risultati sono differiti nel tempo.

Ma noi oggi non accetteremmo nemmeno, per esempio, la mortalità infantile del 1863 (quando stavamo già infinitamente meglio che nell’età della pietra) e di bambini ne morivano 2320 su 10000, o del 1914, quando ne morivano 1300, mentre oggi, sempre su diecimila, ne muoiono 34, e giustamente troviamo che sono troppi. Ah, ma che c’entra la politica, sono i progressi della medicina ! Sì, e le università, i centri di ricerca per fare progredire la medicina, gli ospedali per applicarla eccetera eccetera, da dove sono saltate fuori queste cose se non dall’azione dei governi, ossia dalla politica ?

Certo che la politica comprende anche l’arte o la tecnica di procurarsi il consenso, ma questo consenso poi serve a governare, a meno di illudersi che le cose funzionino da sole. Senza attività di governo o proposte su di essa non esiste politica.

Questo problema, cioè la difficoltà a capire che accidenti sia la politica e che essa non esiste se non comprende l’attività (anche solo potenziale) di governo, visto che geneticamente (se esiste una predisposizione genetica) siamo adatti alla minima politica (ammesso di poterla chiamare tale) di quando eravamo pochissimi e ci toccava accontentarsi di assai poco, è di tutti i popoli: pare che solo i Cinesi, per i quali l’agricoltura è stata una attività generale alquanto prima che per tutti gli altri, siano appena appena un pochino più furbi di noi: ma ammesso che sia vero si tratta di una differenza psicologica  rilevabile solo con esperimenti assai raffinati.

Poi, essendo la politica vera poco o nulla comprensibile naturalmente, ed essendo per ognuno di noi sgradevole ammettere di non capire una cosa importante, ovviamente si tende a ritenerla poco importante, cosa in cui purtroppo a noi italiani ha involontariamente dato un fortissimo aiuto la Chiesa. Da un lato perché, per consolarci o meno, sosteneva che tutte le cose terrene sono in fondo irrilevanti: e dato che per la massima parte dei nostri antenati italiani fino a un quattro generazioni fa esistevano grossi dubbi che la fame fosse irrilevante, che la pellagra fosse irrilevante, che il non potere mangiare la polenta almeno con la “salacca” (l’aringa) ma solo con il suo odore (la si sospendeva sopra la tavola con uno spago, poi ognuno a turno ci avvicinava il suo prossimo boccone di polenta per fargli prendere un po’ di aroma) fosse irrilevante, almeno dal curato si accettava, da parte di praticamente quasi tutto il popolo, l’idea che la politica fosse roba irrilevante. Tanto più che il massimo che si poteva fare (e non prima che un miglioramento delle condizioni di vita ne desse la necessaria energia) era diventare anarchici e ammazzare qualche Re, il che come politica non è che costruisse un gran che o proponesse una realistica linea di governo.

Dall’altro lato la politica in senso moderno e il tentativo di coinvolgimento in essa di fette crescenti della popolazione  hanno coinciso con la liquidazione (poi Mussolini è tornato parecchio indietro) del potere temporale del Papato, preso da moltissimi italiani come un’offesa al Papa e a Dio.

E non essendo stato Pio IX un genio, non ha trovato di meglio che la bella idea di rincarare la dose e cercare di impedire la partecipazione popolare alla politica, sputtanando la politica (che è laica per definizione) il più possibile. Quando poi i cattolici finalmente, visto che il protettore e possibile restauratore dello Stato della Chiesa, cioè l’Impero (per modo di dire, era una baracca molto malandata, anche se Francois Feijto da bravo ungherese arcidestrissimo non è d’accordo) austroungarico si era sfasciato, sono potuti entrare in politica, insieme a tante cose ottime, si sono portati dietro la sua sottovalutazione. E per giunta confuse aspirazioni vaticane a inventarsi qualcosa di facile facile da fare come una terza via tra capitalismo (compreso quello meno idiota) e socialismo (compresa la socialdemocrazia).  

Il che come obiettivo non era ignobile, ma invece di prenderlo come un obiettivo su cui lavorare per generazioni lo si è preso come una pappa fatta, una dottrina, in cui il problema di costruire i mezzi per procedere verso l’obiettivo non si pone: una dottrina è anche il mezzo di sé stessa, almeno così mi pare e pareva a tanti.

Sproporzione tra obiettivi e mezzi e equivoci sulla finalità dell’azione del governo (potersi tutti comperare magari la BMW come sogno degli elettori, fornire a tutti invece la bicicletta o al massimo la 500 secondo la dottrina) hanno ulteriormente sfiduciato la gente nella politica o meglio in quella che gli veniva presentata come tale. 

A sinistra c’è stato l’innamoramento  per l’utopia (mi sembra che  Nicolao Merker, “Karl Marx, vita ed opere”, riferisca che Marx da anziano dichiarasse di “non essere marxista”: e aveva ragione, proprio per una questione di metodo) e soprattutto per la rivoluzione (concettualmente contrapponendola alla trasformazione) in forme successive anche assai improbabili, il che non ha certo giovato all’immagine della Politica.

Per me il discorso è stato alquanto diverso: per esperienze e sforzo mio mi è stato facile comprendere come tantissime persone di grande valore siano state travolte dall’ammirazione per una forma irrealizzabile (almeno in tempi fulminei) di quella che più di un’utopia mi sembrava dovere essere una traccia verso un obiettivo ancora non ben definito oltre che lontano, una linea di tendenza, per proseguire lungo la quale sarebbero stati necessari molti sforzi (innanzitutto intellettuali), verifiche e quindi conseguenti delusioni eccetera. Il dubbio sistematico evita le delusioni, perché sconta in partenza la quasi certezza di intoppi ed errori, ma impone di effettuare passi progressivi che non si accordano con l’urgenza di migliorare rapidamente certe condizioni sociali inaccettabili e con gli entusiasmi romantici e occidentali per gli eventi sensazionali (sto raccogliendo le mie scarse idee per la prossima presentazione di un ottimo piccolo libro di tale Francois Jullien) come le rivoluzioni. Anche se poi, con il dubbio sistematico, in generale si arriva molto prima a quanto di realizzabile c’è nell’obiettivo iniziale.

Ma il mio dissenso relativo e ragionato dall’utopia mi ha evitato di scambiare i seguaci dell’utopia stessa per degli stupidi o peggio, quindi ho semmai meglio compreso (o almeno mi pare !) le difficoltà della politica. Per il berlusconismo (non mi metto certo a farne un’analisi particolareggiata qui, ma in realtà secondo me è qualcosa di ben precedente a Berlusconi), di cui in forma lieve ma insidiosa sono affetti anche moltissimi italiani avversi a Berlusconi, i comunisti, avendo creduto nell’URSS e simili, avrebbero dimostrato non di fare degli errori (errori inevitabili cercando di raggiungere obiettivi sociali non tradizionali continuando a ragionare in modo tradizionale, ossia senza applicare il dubbio sistematico, reso necessario dalla giustamente ambiziosa scelta degli obiettivi) ma di essere in pratica degli imbecilli, il che ha anche sputtanato la politica laica.

Oltretutto nella tradizione c’è almeno contiguità, ma più spesso confusione completa, tra errore e colpa. Il che secondo me spiega benissimo perché B. insiste tanto a sparare volontarie stupidaggini contro i comunisti. Perché volontarie ? Perché essendo tanta gente convinta che la politica sia qualcosa di concettualmente cretino, dicendo cretinerie li conforti e te li fai amici.

Esempio, che mi pare valga la pena di sottoporvi. Qualche giorno fa B. ha rilasciato un’intervista a Alan Friedman, in cui per risolvere i nostri problemi finanziari si propone, visto che in Italia il sommerso vale il 30% del Pil (Prodotto Interno Lordo), basta conteggiare questo 30 % nel numero che esprime il PIL e quindi il nostro deficit annuale di bilancio dal 3 per cento diventerebbe il 2 e rotti, quindi possiamo alzarlo, spendere di più e rilanciare l’economia (stranamente non parla più di guerra all’euro: pare abbia finalmente capito che gli USA preferiscono che l’Europa abbia una moneta unica forte che i tremendi casini che le monetine producevano). Tre piccole osservazioni: a), il sommerso non ce lo abbiamo solo noi, ma, sia pure in misura minore, pure gli altri. I quali a questo punto farebbero lo stesso: e allora noi non ci guadagniamo X, ma la metà (se la media del sommerso negli altri è il 15 invece che il 30). B), il sommerso per definizione comunque non paga le tasse, quindi il sublime artifizio di conteggiarlo nel PIL non migliora di un centesimo la nostra difficoltà a pagare il debito a tassi abbastanza bassi da non farlo crescere fuori controllo e mandarci a gambe all’aria. C), la perdita di certezza sui numeri inevitabilmente crea un rischio, e il rischio costa: ossia, se adesso l’Italia trova soldi in prestito a un X per cento di interesse, con il costo del rischio questo X aumenta. Di quanto ? A questo punto decidono non i numeri ma le opinioni: evviva, per la speculazione ! E perché B. dice fesserie sapendo di dire fesserie ? Appunto perché fesserie intuitive fanno sentire intuitivamente intelligenti. Ma allora, anche nella parte della politica che riguarda la ricerca del consenso, che è relativamente facile rispetto al governare, è necessario affrontare problemi niente affatto facili, come combattere tecniche pubblicitarie psicologicamente raffinate.

Quindi a me pare che la politica sia una cosa seria, indispensabile, difficile e intrinsecamente rischiosa, pure nel senso che la non linearità, la possibile sproporzione tra cause ed effetti, può provocare effetti assai positivi o viceversa disastrosi anche in seguito a misure che a prima vista sembrano poco importanti. In questo caso. i partiti, servono o no ?

A me di quello che diceva Jean-Jacques Rousseau importa un bel niente rispetto alla deificazione che tuttora in molti ambienti che vorrebbero tanto essere di sinistra (ma intellettualmente a buon mercato, senza troppi strappi da mamma tradizione) se ne fa. In duecentocinquant’anni si sono capite molte cose e tante altre si stanno comprendendo: pretendere di fare politica ignorandole mi pare come fare fisica ignorando qualsiasi cosa compresa dopo Galileo o dopo Newton, senza togliere proprio nulla alla loro grandezza.

Parlare di volontà popolare senza porsi almeno due grandi problemi, quello della libertà e quello dell’informazione, mi pare assai inefficace. Libertà: il sentirsi liberi è estremamente più facile che esserlo davvero. Guaio primo: se una mia opinione è frutto di una attività deterministica di certi miei circuiti cerebrali deputati a farmi una opinione in un tempo tanto breve che altri circuiti cerebrali di supporto alla presa di coscienza non hanno il tempo di intervenire, per cui la coscienza si sveglia solo quando l’opinione è già formata e decisa e non prima, dandomi l’illusione di avere voluto qualcosa che in realtà è il prodotto di un procedimento del tutto automatico, forse sono libero di esprimere quella opinione, ma non sono certo stato libero nell’averla formata.  Guaio secondo: anche se sono a conoscenza del guaio primo, per cui mi guardo bene dall’esprimere una opinione prima di averla verificata e praticamente sempre modificata per essere ragionevolmente certo che non sia solo una rapidissima risposta automatica circuitale, qualsiasi ragionamento e l’opinione che ne consegue in generale vale solo quanto la completezza e la qualità dei dati su cui si basa. Quindi c’è un enorme problema di informazione, senza la quale la libertà di fatto è tanto poca .

Quindi, sempre secondo me, parlare di democrazia diretta (intesa sul serio) è illusorio, prima che tutti gli attori della democrazia siano arrivati a essere coscienti dei problemi (o guai) primo e secondo. Il che, secondo me, è ancora un terzo compito della politica, da aggiungere alla attività di governo (anche attraverso la partecipazione ai dibattiti, la formazione di proposte) e alla ricerca del consenso, visto che senza cercare il consenso si riesce a fare ancora più cavolate che arruffianandosi per ottenerlo.

E non vedo, sarò stupido, stupidissimo, ma proprio non vedo come si possa fare questa attività di creare una abitudine generale al pensiero politico razionale senza i partiti. Dico i partiti al plurale, perché nel pensiero critico creativo, nel dubbio sistematico, è utile, anzi necessario, pure chi ha torto, se sta alle regole del gioco. Anche perché non succede quasi mai che un partito abbia torto sempre e un altro abbia ragione sempre, se non altro perché (e sarebbe poi il guaio terzo) nella formazione delle opinioni conta anche, e parecchio, il caso.

Ora, se la politica, come a me sembra, è una cosa maledettamente difficile da fare bene, come fare funzionare una democrazia o almeno un sistema che tenti di essere il più democratico possibile ? I politici degni di questo nome, si possono trovare pescandoli a sorte ? A me pare di no: secondo me ci sono dei grossi problemi di formazione (per tutti quanti gli elettori), di selezione, di addestramento, di tirocinio a vari gradi e di ulteriore selezione. Il tutto in un contesto di fortissima moralizzazione e di rigore giuridico che costringano tutti a essere infinitamente più onesti di quanto sia adesso la media corrente. Per almeno due motivi: perché condizione indispensabile (ma non sufficiente) della democrazia liberale (in quanto a me pare che la libertà sia assolutamente necessaria, non solo bella, ma necessaria funzionalmente, altrimenti il famoso e ripetuto fino alla noia dubbio sistematico non può sussistere) è la trasparenza. E perché il rigore, con pene severe per i reati economici e finanziari, associate al fare della condizione di politico un’aggravante, almeno costringe a una chiarezza dei processi decisionali che contribuisce a limitare il numero degli errori catastrofici per non linearità delle conseguenze rispetto alle cause.

Può la scuola farsi carico di tutte queste esigenze di formazione, selezione eccetera ? Per la formazione generale, secondo me può e dovrebbe incaricarsene parecchio: ma non è che possa andare oltre. Proprio non vedo un diploma o una laurea ufficiali (attenzione !) di politico di destra oppure di candidato alla Camera per le sinistra.

Formazione specialistica: un vero politico efficiente, tra molte altre cose, dovrebbe essere anche in grado di capire benissimo una montagna di specializzazioni senza esserne un creativo. Il tecnico specialista dovrebbe trovare le soluzioni a un dato problema, ma il politico deve essere in grado di capirne la sostanza e i motivi e di esporli, assieme ai motivi delle sue decisioni, agli elettori. Utopia ? Forse, ma in realtà, sia pure in piccolissima misura, qualcuno già lo fa: quindi non siamo nel regno dell’impossibile.

Selezione: fino a che l’arte politica, comprendendovi la capacità di non farsi distruggere dai problemi derivanti dalla infinita flessibilità del comportamento umano, non sia stata tanto bene formalizzata in scienza che con adatte prove attitudinali si possa individuare tempestivamente chi è capace di cavarsela e chi andrebbe incontro solo a sconfitte.

Ma reclutamento, addestramento e selezione sono passi dello stesso processo: e qui salta fuori un altro guaio. Come cavolo fai a reclutare giovani intelligenti e capaci senza proporgli un minimo di mezzi materiali per potere vivere decentemente e un minimo di sicurezza ? Se dopo magari dieci anni di progressione di incarichi si scopre che X a 30 o 35 anni è arrivato al massimo delle sue possibilità, che fai, lo butti via come uno straccio ? Se si trova a fronte di un avversario che per esempio sostiene che per risolvere i problemi dell’Italia sfrutta i punti deboli del nostro sistema mentale (punti ben noti per esempio a molti pubblicitari) proponendo di conteggiare la stima del sommerso nella cifre del Prodotto Interno Lordo, e non è tipo capace di immergere il braccio nella tazza del cesso (è un esempio tratto da un libro di Heinrich Böll, che ho usato da poco in un’altra predica) per sturarla, lo butti sul lastrico ?

Ulteriore casino: tutti questi problemi, di reclutamento, selezione, assicurazione, retribuzione, la Destra già li gestisce, con mezzi in generale leciti anche formalmente. Se Tizio esce da un certo liceo privato ma parificato, si laurea in certe università come allievo di certi professori (magari con tanto di studio di fiscalista), fa certi tirocinii aggiuntivi in certi ambienti, è praticamente certo che poi te lo ritrovi in posizioni di potere anche formalmente politiche a destra, e non a sinistra. Molte volte (non tutte) chi se la prende con la partitocrazia è un solenne ipocrita, perché sa benissimo che la sua parte le funzioni di partito le esercita eccome senza apparire tale.

Allora, a me sembra che occorrano varie cose: una definizione giuridica dei partiti che imponga anche certi indispensabili meccanismi di democrazia interna. Un movimento può benissimo diventare partito purché accetti la democrazia interna: se la democrazia interna non ti piace, mi pare ovvio dedurne che neghi l’efficacia della democrazia parlamentare come mezzo per l’applicazione, alla politica, del pensiero critico (o dubbio sistematico, o procedimento per iterazione di ipotesi e verifiche, chiamatelo come vi pare) e del confronto costruttivo tra punti di vista diversi.

Occorrono poi una assoluta trasparenza e una severissima repressione dei reati economici e finanziari, sia nell’ambito giuridico che in quello del costume. Non dico che un genio della politica debba essere espulso dal partito la prima volta che fa una telefonata personale coi soldi del partito e pubblici, e nemmeno la seconda volta, ma la terza, sì. I politici devono essere di esempio, visti i danni che corruzione, malaffare anche da quattro soldi e mentalità lassista poi producono alla collettività quando dalla telefonata personale si passa al traffico di influenza. La Legge non può arrivare a perseguire tutto, e in genere arriva tardi, quando il danno per una scelta sbagliata non impedita per difetto di trasparenza è ormai irreparabile. Quindi è indispensabile, secondo me, lavorare sul costume anche per fare capire alla generalità degli italiani che la politica deve essere presa per la cosa importante e decisiva che è, contrariamente a quanto proposto dalle tradizioni, anche quella che si rifà al pensiero politico di duecentocinquant’anni fa (ignorando tutta la biologia, l’etologia, la psicologia eccetera).

Il tutto presuppone delle strutture organizzative serie e evidenti, che non vedo come chiamare altrimenti che partiti.

                                                                                                                                                               (8/2/2014)