ATTENZIONE !

QUI TROVATE UN MALLOPPO BELLO PESANTE SUL RAPPORTO (SECONDO ME CONFLITTUALE) TRA AMBIENTALISMO E CONCEZIONE CREAZIONISTICA DEL MONDO NATURALE.

VI AVVERTO CHE SONO CIRCA UNA SETTANTINA DI PAGINE IN WORD CORPO 11, QUINDI, ANCHE TENENDO CONTO DI VERBOSITA', SPIEGAZIONI SUPERFLUE ECCETERA, IN SOSTANZA NON CREDO CHE UNO CHE SAPPIA SCRIVERE AVREBBE POTUTO RIDURLE A MENO DI 40-45.

E' DIVISO IN CAPITOLI, CHE HO CERCATO DI RENDERE LEGGIBILI SEPARATAMENTE, SEMPRE COMUNQUE SECONDO IL LORO ORDINE PROGRESSIVO.

E' UN CANTIERE APERTO, NEL SENSO CHE HO DOVUTO AFFRETTARMI A SCRIVERLO IN UN INTERVALLO TRA CALDO ESTIVO E LA PROSSIMA SECONDA FASE DI RESTAURI PERSONALI. qUINDI NON VI SCANDALIZZATE PER ERRORI ORTOGRAFICI, RIPETIZIONI, E ALTRI DIFETTI CHE QUANDO AVRO' TEMPO CERCHERO' DI CORREGGERE.

LA MOTIVAZIONE INIZIALE E' STATO LO SCONCERTO NELLO SCOPRIRE QUANTO E' ENORME IL CASINO FATTO SULL'AMIANTO: DALLE RIFLESSIONI SU QUESTO POI HO GENERALIZZATO.



                   CONFLITTO TRA  CREAZIONISMO E  AMBIENTALISMO


1. L’AVVERTENZA STANDARD DI CLAUDIO.

2. IL DISASTRO AMIANTO.

3. TESI: IL CREAZIONISMO NON E’ INNOCUO.

4. UNA BREVE (!) PRECISAZIONE SUI  POSSIBILI APPROCCI AI   

        PROBLEMI AMBIENTALI.

5. MA SIAMO PROPRIO SICURI CHE L’AMBIENTALISMO, SE

        CREAZIONISTA, SIA UNA COSA DI SINISTRA ?

6. IMPORTANZA DEL SENTIMENTO RELIGIOSO NEGLI USA.

7. CREAZIONISMO USA COME FATTORE DI DEBOLEZZA POLITICA

         DELL’AMBIENTALISMO E PER ESTENSIONE DELLA SINISTRA.

8. AUTORITARISMO E TECNICA (QUELLA VERA).

9. MA SONO ESAURITI PETROLIO E IDROCARBURI FOSSILI ?

10. IL CANCRO USATO COME ARMA IDEOLOGICA DEI CREAZIONISTI.

11. CREAZIONISMO E DANNI CULTURALI.

12. LA VULNERABILITA’ DELLA SCUOLA.

13. LA VULNERABILITA’ DEI GIORNALISTI.

14. NOTE alla “Vulnerabilità dei giornalisti” (sempre con la clausola

          “mi pare”)

15. LA VULNERABILITA’ DEI MAGISTRATI

16. NOTA CONCLUSIVA (PER ORA)

 

 

 

1. L’AVVERTENZA STANDARD DI CLAUDIO.

Chi ha già letto qualcuna delle mie polemiche può saltare questa avvertenza: essa è intesa per gli eventuali nuovi lettori, che ancora non sanno quanto secondo me sia importante rendersi conto della nostra comune, umana, naturale propensione a sbagliare.

Se io sostengo che su una data questione X ha torto, questo assolutamente non corrisponde da parte mia  al sostenere che X sia un malvagio, un perverso, un mentitore e che sua mamma, sua nonna e sua zia battessero il marciapiede. E’ un punto fondamentale, secondo me, ammettere che, per ragioni in ultima analisi biologiche e comuni a tutti noi, la fallibilità umana è molto maggiore di quanto siamo normalmente disposti ad accettare. Inoltre errore e colpa sono molto meno sovrapponibili di quanto la nostra tradizione tenda a farci credere: invece, questa confusione ci spinge a ritenere che le buone intenzioni comportino l’infallibilità e quindi rendano superflua la continua verifica della corrispondenza tra quanto ci viene in mente e i fatti. Così diventa purtroppo frequente che la maggiore intensità con cui vorremmo raggiungere obiettivi, per generale consenso ritenuti moralmente giusti, ci faccia sbagliare di più.

Interviene spesso, a fregarci, anche una componente di arrogante strumentalizzazione della tradizione religiosa: essendo Dio infallibile, migliori sono i nostri propositi e più gli siamo vicini e quindi più parteciperemmo della sua infallibilità. Ci cascano anche fior di miscredenti.

Mentre, più importanti moralmente sono gli obiettivi, tanto più, secondo me, dovremmo verificare e fare verificare agli altri i mezzi, le idee, che a nostro parere sono utili per avvicinarsi a quegli obiettivi. Non è che il metodo (che cerco di seguire) costituito da una successione di ipotesi, verifica dell’ipotesi rispetto ai fatti osservabili, spiegazione degli scarti tra previsioni dell’ipotesi e osservazione dei fatti, modifica dell’ipotesi, nuova verifica e così via fino a una coincidenza tra osservazione e previsioni, garantisca l’infallibilità: ma certo permette di ridurre parecchio le castronerie, pur senza eliminarne del tutto il rischio.

Due osservazioni: chiamare “scientifico” il metodo è fuorviante, anche perché viene usato eccome, e da sempre, anche in questioni cosiddette di carattere umanistico, dove per “fatti osservabili” non si possono intendere quelli visti o provocati in un ambiente con provette, lucine lampeggianti, storte, alambicchi e altri misteri, ma restano sempre “fatti” e sono “osservabili”.

La seconda osservazione è che tranne per problemini relativamente facili facili, le varie fasi di formulazione o modifica di ipotesi e verifica delle stesse non coinvolgono un singolo Dottor Calligaris o Dr. Frankenstein ma molte persone diverse, alle volte decine o anche centinaia, in tempi differenti  e a intervalli temporali diversi. In questo contesto il prendersela con X o Y perché ha sbagliato qualcosa, nel senso, per esempio,  che ha formulato una ipotesi senza tenere conto di fatti che al suo tempo nessuno conosceva, è stupido come prendersela coi fatti perché infrangono la divinizzazione di X o Y da parte dei suoi seguaci. Seguaci che troppo spesso sono ben contenti di non dovere lavorare personalmente e di potersi limitare ad attingere a una dottrina, a un dogma, non (o non solo) per pigrizia, ma soddisfacendo una purtroppo negata e inconsapevole tendenza naturale (ma alquanto nociva nelle nostre attuali condizioni che non sono più quelle in cui vivevano i nostri antenati cacciatori-raccoglitori), a inserirsi in un sistema di gerarchie.

Il problema di questa tendenza alla divinizzazione è particolarmente presente riguardo all’antropologia e più in generale alla concezione del mondo naturale di Rousseau (a quanto mi pare di avere capito), ma anche rispetto alla concezione del mondo naturale stesso, che mi sembra assai spesso  gratificante, gradevole, consolatoria, piuttosto che efficace oggettivamente. 

 

Concludo l’avvertenza: se contesto quanto un X sostiene, implicitamente affermo la mia stima di X: se lo ritenessi un malfattore o un imbecille (come l’equivalenza tra errore e colpa comporterebbe) non perderei tempo a litigarci.

Quindi, per favore, che nessuno si offenda se metto in dubbio le sue opinioni: Galileo Galilei ha espresso un’opinione sbagliatissima (e non poteva essere altrimenti) sulle maree, e Einstein ha detto che “Dio non gioca a dadi” (e perchè no ?) che, mettila come ti pare, non è cosa molto geniale.

 

2. IL DISASTRO AMIANTO.

Qualche dato sull’amianto (in inglese, più efficace per ricerche su Internet, asbestos):

1906, prima sentenza italiana di condanna per danni alla salute di operai addetti alla lavorazione di amianto.

1920: produzione italiana di amianto: 166 tonnellate. Impiego, sempre in Italia: 38 mila tonnellate.

1930, Gran Bretagna, riconoscimento pericolosità amianto come cancerogeno.

1943, data della legge tedesca che ha vietato la lavorazione dell’amianto in quanto cancerogeno, in pieno periodo nazista. Per verificare: il riferimento è a un articolo del giornale dell’ADL, Anti Defamation League, che più antinazista di così non si può essere.

1950: produzione italiana, 21000 tonnellate, impiego 24000.

1960: 51000 e 73000.

1970: 118000 e 132000.

1980: 157000 e 180000.

1992: finalmente, divieto di impiego dell’amianto nel nostro Paese.

 

Previsioni: ancora per parecchi anni, avremo almeno 5000 decessi all’anno per malattie associate all’amianto. Non so quanto sia affidabile questa previsione: dovrei andare a verificare quando è stata fatta, pescare i dati epidemiologici delle annate dalla previsione a oggi, e verificare.

Poi, mi pare che in questa previsione si tenga conto dei decessi per forme di cancro chiaramente correlate all’amianto, ma anche di decessi per malattie respiratorie analogamente correlate ad esso.

Ma mi pare anche che non si possa facilmente stimare l’aumento (probabilmente ingente) di morti per malattie cardiovascolari in cui si abbia come concausa una ridotta capacità respiratoria, per fibrosi o altro, provocata almeno in parte dall’amianto.

Per pessimi motivi con cui me la prenderò più avanti, si concentra sempre l’attenzione solo sul cancro: la BPCO (Broncopatia cronica ostruttiva) e simili non “fanno notizia”, anche se probabilmente moltissime volte contribuiscono a rendere mortali patologie altrimenti ben curabili.

Questa influenza indiretta non credo sia facilmente quantificabile, ma per certi ragionamenti miei, che qui ometto, temo sia parecchio pesante.

Esiste anche una stima di 32 milioni di tonnellate di amianto da rimuovere: penso piuttosto che ci si riferisca a “prodotti contenenti amianto”, visto che la somma delle tonnellate di amianto impiegate resta nell’ordine dei 3-4 milioni di tonnellate, quantità comunque enorme.

C’è anche una stima degli anni necessari per una bonifica completa, che sarebbero intorno agli 80. Ma anche se fossero solo trenta, sarebbero comunque tantissimi.

Come è potuto succedere questo disastro, nonostante che già negli anni ’30-40 l’amianto in Germania e in Gran Bretagna fosse  ufficialmente riconosciuto come cancerogeno ?

Secondo me, per l’impossibilità di inquadrarne caratteristiche e azione nociva in una visione tradizionale e deterministica del mondo e dei processi naturali.

Lo si è cominciato a usare, con certezza, verso un 4000 anni fa: in Finlandia si è trovata ceramica nel cui impasto all’argilla era stato aggiunto amianto, per migliorarne robustezza e resistenza al fuoco.

Poi ne hanno parlato Plinio e altri autori classici: più tardi Marco Polo: e di amianto usato per farne tessuti incombustibili se ne parla frequentemente, in antico.

In realtà non è un minerale solo: sono almeno cinque, con certe caratteristiche identiche o quasi e, sembrava, non ugualmente nocive.

E’ anche un tipo  di minerale parecchio diffuso: in Italia sono, mi pare, un’ottantina i siti dove li si  trovano  in rocce affioranti o nel terreno, con conseguenti problemi sanitari per chi ci abita.

Problemi sanitari risultati evidenti quando l’evoluzione economica e sociale (per voler essere irritante, direi progresso) allungando la durata media della vita, ha dato modo a patologie già in atto, ma ancora asintomatiche (perché si moriva prima che diventassero tali), di diventare palesi e mortali.

Avvertenza: qui di seguito espongo cose che poi ripeterò, con qualche integrazione, in un capitolo successivo sulla vulnerabilità dei giornalisti da parte di un cospicuo segmento (arruffone e pasticcione) dell’ambientalismo

In altre parole, per quanto mi pare di saperne, non è che una cellula tra le parecchie (si parla di un centinaio di migliaia di miliardi per un tizio di media corporatura) del corpo umano, avente un DNA perfetto, a causa di un processo o di un agente cancerogeno (la cui azione in dettaglio è almeno in gran parte casuale, punto importantissimo…) si ritrovi in una volta sola i dieci o i quaranta o cinquanta difetti del DNA che la rendano cancerosa. E per di più senza  che quel processo o agente provochino nessuno tra i tanti altri possibili difetti del DNA  tali da uccidere subito la cellula, il che ovviamente le impedisce di dare origine a un cancro.

Normalmente l’agente o processo che sia introdurrà uno o più difetti in un certo numero, anche elevato, di cellule: questi difetti in piccolissima parte possono essere anche vantaggiosi per l’organismo, in parte sono innocui, in parte ammazzano la cellula, e solo in parte possono avere a che fare con una eventuale successiva trasformazione cancerosa. Poi, i difetti (mutazioni) del DNA, quando anche solo per il normale processo di ricambio la cellula deve dividersi, vengono ereditati dalla cellula “figlia” e dalle successive nipoti, pronipoti eccetera. Il cui DNA a loro volta subisce mutazioni: l’accumulo, nel tempo e nelle generazioni successive, di difetti che vanno a colpire proprio regioni del DNA la cui integrità impedisce il cosiddetto “impazzimento” della cellula, alla fine fa eventualmente diventare cancerosa quella cellula. Ma non è che una cellula difettosa faccia gran che, da sola: deve duplicarsi: poi diventano quattro, poi otto eccetera, fino a diventare almeno milioni, per quel che ne so. Quindi ci sono, mi pare, due periodi di tempo: il primo è quello dell’accumulo dei difetti nelle successive generazioni di cellule, l’altro è quello necessario perché le cellule anomale da una sola diventino tante da essere malattia. E si tratta comunque di parecchi anni, se si sommano i due periodi.

Nel frattempo, data la brevità della vita media, assai spesso si moriva per tutt’altro motivo. Cosa che i sostenitori del “come si viveva tanto bene quando non c’era l’industria” non sono in grado di ammettere.

E perciò non possono accettare neanche la cosiddetta “latenza” del cancro, che è il secondo dei due periodi di cui sopra e che  in misura maggiore o minore invece esiste sempre. Nel caso Ilva, addirittura, tra gli argomenti della Procura invece primeggiava quello secondo cui, non essendosi constatata, dopo due anni dall’inizio delle migliorie impiantistiche, una diminuizione della mortalità per cancro, le dette migliorie erano inefficaci e probabilmente false. Argomento assai debole proprio in quanto negava l’esistenza della latenza e presupponeva invece che le migliorie impiantistiche potessero, anzi dovessero, essere immediatamente efficaci: ma non so come diavolo i miglioramenti agli impianti di un’acciaieria potessero fermare selettivamente anche il normale processo di sostituzione cellulare e quindi bloccare la proliferazione delle cellule anomale, lasciando inalterato il processo di replicazione delle cellule normali. Fantastico:  risolverebbe in una volta sola una caterva di malattie oltre al cancro. Il che, oltre a valere un immediato Nobel, avrebbe anche una tale importanza farmacologica da valere economicamente tutto il nostro debito pubblico !

Ora, per l’amianto, invece, la “latenza” è particolarmente lunga: si dice perfino quarant’anni, intendendo come “latenza” però l’intervallo di tempo tra l’ultima esposizione all’amianto e diagnosticabilità del mesotelioma.

E questo è un altro pasticcio, secondo me. Ammettiamo che per diventare cancerosa per mesotelioma una cellula debba avere accumulato 50 particolari difetti nel suo DNA. Ma mi pare del tutto normale che al momento immediatamente successivo all’ultima esposizione all’amianto quei difetti siano, per esempio, solo 30: è del tutto possibile che gli altri venti siano il risultato di processi del tutto diversi che con l’amianto non c’entrano nulla. In particolare, ogni volta che una cellula anche perfettamente sana si divide, la copia del suo DNA che va nella nuova cellula nasce con la bellezza di attorno ai centomila difetti, che solo per l’intervento di complicati meccanismi biochimici di riparazione vengono poi ridotti al centinaio. Vale a dire che il meccanismo che produce il massimo numero di mutazioni, ossia per esempio differenze tra il DNA di una cellula della punta del naso del neonato e la cellula che dopo parecchie decine di duplicazioni occupa la stessa posizione sulla punta del naso del neonato diventato settantenne, è semplicemente il naturalissimo meccanismo biologico interno che ricopia, a ogni duplicazione cellulare, il DNA (lo stesso succede in ogni animale a DNA, insetti compresi). Ma poiché si tratta di qualcosa almeno in massima parte casuale, il discorso di “latenza” come normalmente usato è quanto meno fuorviante: anzi, direi, proprio sbagliato. Mi pare inverosimile che una cellula con le sue cinquanta mutazioni decisive nel DNA, quindi già cancerosa, ci metta quarant’anni per moltiplicarsi abbastanza da formare un cancro: mi pare più sensato un termine di dieci o quindici anni, visto che gli oncologi ne considerano cinque per un caso diagnosticato e guarito, dopo i quali se il cancro non si ripresenta il paziente lo si considera veramente e definitivamente guarito.

Quindi, se quando si è cominciato a usare l’amianto su larga e larghissima scala si fosse voluto usare il cosiddetto principio di precauzione, senza tenere conto del tempo di accumulo più quello di proliferazione della cellula iniziale  e dell’allungamento della vita media, e senza rendersi conto dei limiti propri di tale cosiddetto principio, l’amianto avrebbe tranquillamente passato l’esame. E questo è esattamente ciò che secondo me, pur senza rendersene conto, è stato fatto.

Perché, purtroppo:

l’amianto è assolutamente naturale.

L’amianto non sporca.

L’amianto non puzza.

E quindi non ha le caratteristiche generalmente ritenute (grazie al pasticcio ideologico che è stato fatto sul cancro) indicative di un agente cancerogeno.

E così ci siamo trovati, nel solo 1980, a sparpagliare per l’Italia più di tre chili di amianto per ogni abitante.

Infine: la visione tradizionalmente deterministica della Natura e della realtà in generale, oltre alla catastrofe dell’amianto, di problemi anche altrettanto gravi, sanitari, sociali, economici, politici e culturali ne ha prodotti e ne sta producendo troppi di più di quanto le condizioni (anche di geografia fisica) del nostro paese possano consentire.

 

3. TESI: IL CREAZIONISMO NON E’ INNOCUO.

Me la prendo con una visione del mondo naturale efficacissima psicologicamente, nel senso che rende felici chi la sente propria, ma che è disastrosa se si tratta di capire e risolvere problemi concreti, anche ambientali (cautelativamente inserisco un paragrafo di chiarimento sulla mia posizione).

Visione del mondo sostenuta sempre dalle autorità religiose (salva fatta la cautela della Chiesa cattolica dopo l’affare Galileo) e quindi divenuta tradizionale, ma non certo adatta, secondo me, per le nostre attuali comuni esigenze in campo sanitario, sociale, economico, ambientale e perfino giuridico. Più avanti spiego perchè la ritengo inadeguata e ne propongo alcuni esempi più facilmente verificabili.

L’indebolirsi di questa tradizione in Italia, verso una forma di religione meno ingenua (e che mi pare auspicata almeno dagli ultimi due Papi)  è stato improvvisamente e disgraziatamente interrotto dalla infatuazione dell’ambientalismo italiano per quello degli USA.

Essendo ovviamente le cosiddette classi dirigenti (la cui stessa esistenza mi sta assai sulle scatole, non per le persone, ma perchè tutti dovremmo poter sapere abbastanza cose da essere in grado di dirigere) preoccupate, giustamente, dei problemi ambientali, la loro sensibilità ha aperto la porta all’infatuazione di cui sopra.

E così abbiamo reimportato come una grande scoperta moderna concetti che da noi a ragione andavano pian piano verso l’essere dimenticati, ricascando nella stupidaggine: che tale è secondo me, una interpretazione del mondo funzionale a una società di Homo ergaster o neanderthalensis o anche sapiens, in tempi passati da un pezzo in Europa e da qualche decennio pure in Nuova Guinea.

E le stupidaggini poi si pagano, soprattutto da parte degli altri: ragion per cui dovremmo avere maggiore cura nel cercare di evitarle.

 

4. UNA BREVE (!) PRECISAZIONE SUI  POSSIBILI APPROCCI AI PROBLEMI AMBIENTALI.

 

Prima di proseguire, una precisazione importante (per seguire i miei ragionamenti, giusti o sbagliati che siano) su come la penso: i problemi ambientali esistono eccome, ma le eventuali soluzioni, che per molti di tali problemi vanno assolutamente trovate, possono essere ben diverse.

Per esempio, per avere energia in abbondanza senza riscaldamento del pianeta, due soluzioni opposte potrebbero essere, diciamo, A e B.

Dove A potrebbe consistere nell’invenzione e applicazione di metodologie di risparmio energetico tale da rendere totalmente superfluo il ricorso a fonti di energia che non siano invasive, pericolose, costose, produttrici di gas serra e mettiamo pure antiestetiche: almeno in ipotesi, sembra possibile.

La soluzione B potrebbe essere invece quella di mettere in orbita grandi vele fotovoltaiche e trasmettere l’energia prodotta, per mezzo di fasci di microonde, a stazioni terrestri dalle quali poi verrebbe distribuita tramite reti di tipo normalmente utilizzato, salvo perfezionamenti aggiuntivi. La tecnologia necessaria, con l’apporto anche piuttosto importante di Iron Hill, ossia Colleferro (però Iron Hill come nome di località importante per le attività spaziali suona meglio), ELV, lanciatore Vega e successivi sviluppi, in parte è già disponibile: per il resto sta progredendo rapidamente, anche per spinta della Russia, mi pare. Con una immensa quantità di energia a disposizione poi si può catturare l’anidride carbonica dall’atmosfera fino a ripristinarne la concentrazione a livelli accettabili.

Almeno in ipotesi anche B sarebbe fattibile, e forse forse non meno di A: ma, se permettete, io comunque preferirei la prima, che comunque non è tanto meno tecnologica di B.

Infatti, gli slogan e i disegnini carini e accattivanti col “Sole che Ride” e le altre baggianate del genere hanno bellamente ignorato la necessità di cose tecnologicamente avanzatissime (Smart grid, supercondensatori e quant’altro) per sfruttare appena un po’ seriamente l’energia solare da fotovoltaico. Quindi, per la tecnologia devi comunque passare.

E d’altra parte un grande (secondo me) aiuto al risparmio energetico viene anche dalla sostituzione dei vecchi impianti (privati e pubblici) di illuminazione con sistemi più moderni: ma i LED sono anch’essi una cosa estremamente tecnologica. Chi ha voglia di fare un’analisi quantitativa sull’impatto relativo del solare fotovoltaico e dei LED in termini di Kwh (Chilowattora, misura di energia prodotta o spesa) NON Kw (Chilowatt, misura di potenza) semplicemente, come si continua assai stupidamente a scrivere) ?

Quindi, riassumendo, a me pare che non abbia senso volere essere ambientalisti e antitecnologici: pare invece che gli ambientalisti debbano capire la tecnologia (e se necessario per capire, studiarla) in modo da potere poi fare realisticamente le scelte adeguate.

Questa è la mia posizione: se corretta o meno è materia per altri paragrafi.

 

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5. MA SIAMO PROPRIO SICURI CHE L’AMBIENTALISMO, SE CREAZIONISTA, SIA UNA COSA DI SINISTRA ?

Comunque, ciò che mi ha spinto a questa particolare polemica è la constatazione che, nonostante i tentativi degli organi del governo federale, estrazione e uso dell’amianto (asbestos) negli USA sembra che non siano ancora vietati per legge, nonostante tutte le prove che ne evidenziano la nocività. Prove accumulatesi per oltre un secolo, poi. Può darsi che le notizie che ho pescato nella enorme quantità di dati pertinenti siano ormai sorpassate e che nel frattempo il governo federale sia riuscito a superare le resistenze (anche della Corte Suprema) e abbia varato la legge, ma il ritardo resta comunque impressionante.

Va bene, il loro sistema legale comunque poneva di fatto grossi limiti all’uso dell’amianto. Se chi  si ritrova col mesotelioma pleurico (forma di cancro strettamente associata all’amianto) si rivolge a uno dei tanti avvocati che si fanno un sacco di soldi con la formula “se perdiamo, tu cliente non paghi nulla, se vinciamo mi dai la metà del risarcimento” intenta una causa civile plurimilionaria all’azienda ritenuta responsabile e la vince, dopo un po’ di questi casi il rischio di dovere pagare somme enormi in risarcimenti diventa un dissuasore certo efficace.

Ma non mi pare molto giusto che i soldi se li godano gli eredi, né che la via giudiziaria sia di fatto interdetta alla grande maggioranza di chi non può dimostrare la caratteristica di malattia professionale. Visto che l’amianto è stato usato in centinaia e centinaia di prodotti, compresi i filtri di certe diffusissime sigarette che anch’io ho fumato, come si può dimostrare che il mesotelioma è stato provocato da quel particolare amianto utilizzato da quella particolare ditta a cui fare causa ?

Per questo e altri motivi mi pare gravissimo che il Governo USA non sia riuscito (o sia riuscito estremamente tardi, se la bibliografia non è aggiornata) a fare approvare una specifica legge per vietare produzione e utilizzo dell’amianto (cosa che in Germania non ha certo ostacolato l’industria).

Questa impossibilità (o ritardo che sia) del governo USA a superare le resistenze contro una specifica legge di divieto dell’amianto  mi fa ritenere, assieme a parecchie altre vicende affini, che il movimento ambientalista negli Stati Uniti combini assai poco rispetto alla sua copertura giornalistica e sopratutto rispetto all’immagine che da noi tutti (o quasi) ne hanno.

Ma mi sembra anche che praticamente tutto il nostro movimento ecologista viva nella certezza (secondo me sbagliata) che l’ambientalismo negli USA sia potentissimo e sia sopratutto qualcosa molto, ma molto, di sinistra. E mi pare anche che il nostro movimento si lasci troppo influenzare da queste presunte certezze, il che provochi parecchi guai, sociali, ambientali, economici, giornalistici, giuridici e sanitari: e mi pare che basti.

 L’apparente (solo apparente) sillogismo da cui (secondo me) deriva questa certezza fa: “Gli USA sono dominati dalla destra capitalistica: gli ambientalisti USA sono contro il capitalismo, quindi gli ambientalisti USA sono di sinistra”. A nessuno pare possa venire in testa che si possa essere di destra e avversare il capitalismo, o meglio, in questo particolare caso, non avversare il capitalismo in sé stesso ma solamente (o massimamente) la sua capacità di utilizzazione della Tecnica. Forse sbaglio, ma proprio non mi sembra  che il pensiero di Marx fosse tanto semplicista, e che semmai pendesse in senso opposto. Ossia (e ripeto che forse sbaglio) mi pare che Marx avversasse il capitalismo per un ben altro motivo, e che piuttosto si potrebbe dire che Marx avversava il capitalismo nonostante la sua capacità di utilizzare la Tecnica.

Un punto importantissimo: a me pare di ricordare che Marx non negasse l’esistenza o la possibilità del plusvalore, ma dicesse che il plusvalore va socializzato. Il che è totalmente diverso da quanto dicono i creazionisti coerenti e coloro che sono influenzati, come buona parte degli ambientalisti: i quali ritengono (più o meno consapevolmente) che il plusvalore non possa esistere tranne che in agricoltura. Ossia che qualsiasi altra attività economica debba necessariamente essere a somma zero. Che è anche la posizione di un mio professore di religione al liceo: non può darsi nessuna specie di creazione al di fuori di quella divina, neanche se si parla di “funzione” (come può essere quella di una banalissima sedia rispetto al tronco dell’albero con cui è fatta: e prova a sederti sull’albero…). E a essere coerenti, se un certo ritrovato tecnico passatomi dalla ASL mi permette di vivere dieci anni di più, da qualche parte ci devono essere dieci persone ciascuna delle quali vive un anno di meno per fare vivere di più  me. Occhio, io estremizzo per spiegare, ma il ragionamento, non così crudo come lo metto io, è diffusissimo. E’ lo stesso per cui bravissime e non stupide persone si lamentavano perché le fontanelle pubbliche a Roma buttano acqua mentre nel Sahel c’era la siccità: e come la porti l’acqua da Fontana di Trevi al Sahel ? L’ovvia difficoltà diventa irrilevante se sei davvero convinto del dogma della somma zero delle risorse, che d’altra parte considera il pensiero come una non-risorsa, a meno di essere fede. Quindi, pensare al problema della siccità nel Sahel (o dovunque sia) in termini pratici, concreti, è inutile e in fondo in fondo empio. 

Ora, è vero che dall’ambientalismo USA vengono moltissime parole d’ordine contro gli “insulti alla natura” o “delitti” contro di essa perpetrati da imprese capitalistiche, Big Pharma, petrolieri con i loro pozzi e oleodotti, Monsanto e altri con gli OGM eccetera eccetera.

Ma, anche leggendo l’acutissimo Tony Judt (autore di cui confesso che non conoscevo nemmeno l’esistenza: in particolare ha scritto “Novecento”, con Timothy Snyder, Laterza, € 12 incredibilmente bene spesi !) oltre a varie altre fonti, non sembra che queste parole d’ordine, o temi, si colleghino a una polemica contro le disuguaglianze sociali, per esempio.

Anzi in “Novecento” (a pag. 367) Judt sostiene che un gran numero di persone negli USA  ritiene, a torto, di trovarsi in cima alla scala sociale e un altro grande gruppo crede di arrivarci (sempre “in cima”) entro il tempo necessario per arrivare al momento della pensione. E tutta questa gente è poco incline a cogliere l’ingiustizia vedendo una persona estremamente privilegiata: ognuno vede sé stesso solo in una incarnazione futura ottimistica.

Essendo io un rinomato incosciente, oso aggiungere qualcosa a un discorso proveniente da fonte tanto qualificata. Ci hanno abbondantemente rotto le scatole col legame tra etica protestante, per la quale il successo economico è segno della benevolenza di Dio, e sviluppo del capitalismo (ma la Baviera o la Slesia, centri dell’industrializzazione tedesca, non sono o erano zone a cultura cattolica ?). A questo punto mi pare abbastanza inevitabile andare a cercare di approfondire il ruolo della particolare realizzazione del sentimento religioso negli USA non solo nell’ottimismo (che oso definire asociale) di cui scrive Judt, ma anche in altre caratteristiche (ecco il parolone…) socioculturali.

 

 

6. IMPORTANZA DEL SENTIMENTO RELIGIOSO NEGLI USA.

Innanzitutto, da fonti e autori diversi (avverto che io negli USA personalmente non ci sono mai stato, ma per il problema che tratto andare solo qualche mese a New York servirebbe a poco) sembra assodato che, pur con forti disparità tra Stato e Stato e tra zone diverse in uno stesso Stato, gli americani vadano in una qualche chiesa, e soprattutto dichiarino di andarci, molto più spesso degli europei. Quelli che dichiarano di andarci almeno una volta alla settimana sono il 43%, da confrontare con il 31% in Italia (che data la influenza del Papato viene considerata paese almeno formalmente assai religioso), il 20 in Canadà, il 12% in Gran Bretagna e Francia, fino al 3% in Danimarca e Norvegia. Alla domanda se Dio è molto presente nella loro vita, il 50% degli americani risponde di sì, contro il 10% dei francesi.

E’ anche importante il divario tra la cifra che indica quanto frequentemente gli americani dichiarano di andare in chiesa e quanto effettivamente ci vanno, che sono circa la metà. Quindi anche quelli che non ci vanno più si vergognano ad ammetterlo.

Ma questi dati diventano ancora più importanti se cerchiamo di vedere in che modo ne viene influenzato il modo di vedere ciò che si ritiene il mondo naturale e quindi la concezione di esso, e ancora l’intensità emotiva con cui questa concezione, questo modello, viene sentito.

E qui c’è una divaricazione, mi pare, tra i cattolici in generale e la gran parte dei protestanti americani assieme a una consistente e influente quota di cattolici, sempre USA. Ora, già parecchi grandi pensatori tra i Padri della Chiesa (Sant’Agostino e compagnia fino alla nostra ciociara gloria Tommaso d’Aquino) si sono ben guardati dall’attribuire un assoluto valore letterale al racconto della creazione del mondo secondo il Vecchio Testamento, sostenendo invece  l’interpretazione allegorica, addirittura talvolta mettendo in guardia contro il rischio che l’interpretazione letterale poi potesse essere dimostrata errata discreditando la credibilità del dogma.

Invece i protestanti, o almeno una loro gran parte. hanno preso la strada opposta: a quanto mi pare, ognuno può leggere la Bibbia per suo conto, infischiandosi della direttiva papale per l’interpretazione allegorica… purché interpreti in senso letterale il libro della Genesi. Per inciso, trovo non inutile ricordare che socialmente e politicamente Martin Lutero era un tremendo reazionario, arrivato a scrivere una schifezza di libello propagandistico che presentava non solo come lecito, ma addirittura moralmente doveroso, massacrare i contadini tedeschi in rivolta, per fame, contro i loro Signori.

Mentre per parte sua, la Chiesa Cattolica, se non altro per avere dovuto riconoscere che Galileo Galilei aveva ragione sia in astronomia sia quando sosteneva (da credente, poi) la necessità di distinguere i campi della fede e della scienza, si è ben guardata dal cascarci un’altra volta: quindi in Vaticano, da secoli, solo qualche matto si può essere mai sognato di sostenere che la Terra e tutto il resto dell’Universo siano stati creati dal Padreterno appena sei o settemila anni fa, come dovrebbe essere, a seguire letteralmente la Bibbia.

Negli USA la situazione è assai diversa: la geologia cosiddetta “ufficiale” (che poi è l’unica geologia esistente) viene ancora contestata da non pochi milioni di persone, per le quali l’antichità delle rocce, lo spostamento dei continenti e tutto il resto (comprese le modalità di formazione dei giacimenti di petrolio e altri minerali) sono tutte assolute ed empie balle. E questi non pochi milioni sono l’ala estrema, più radicale, di circa la metà degli abitanti degli USA, che comunque sono assolutamente, fermamente e profondamente convinti che l’universo come è adesso sia stato direttamente creato in una volta sola e in un periodo brevissimo da Dio (ovviamente antropomorfo) in persona.

La cosa è particolarmente evidente se si parla di evoluzione delle specie e umana in particolare: mentre nella Pontificia Accademia delle Scienze siedono fior di “darwiniani” e nessuno si sogna di contestarli (anche perché di “antidarwiniani” non vi si trova, per quanto mi pare di sapere, nemmeno uno), negli USA ancora stanno litigando aspramente sull’insegnamento dell’evoluzione nelle scuole. Non è che da noi in Italia tutti sappiano che accidenti ha detto Darwin e i successivi studiosi della materia, anzi l’enorme maggioranza delle persone se ne infischia totalmente, il che è un male, anche politico, perché comprendendo come ci siamo evoluti si capiscono meglio anche molte nostre caratteristiche più o meno positive (o negative) a seconda delle circostanze. 

Ma il fatto di infischiarsene è un problema culturale e almeno in prima approssimazione non è direttamente un problema politico. O meglio, per noi è un problema politico grave, anzi gravissimo, ma  indirettamente: anche nel senso che infischiarsene e non saperne o volerne sapere niente lascia libera la strada all’importazione di scemenze veicolate dall’autorevolezza di un grande paese moderno come, magari nel male, sono percepiti gli USA. Ma soprattutto (come cercherò di esporre più avanti) per la giustificazione dell’autoritarismo implicita nel creazionismo, anche inconsapevole.

Invece  negli USA il problema politico è direttamente, immediatamente grave, perché a differenza di noi, la maggioranza o quasi delle persone non se ne infischia affatto: e in funzione di questo sentimento popolare (anche se non di tutti, solo circa della metà di chi avrebbe diritto a votare, “popolare” resta) si muovono soldi, leggi, guerre, carriere politiche e parecchie altre cose.

Esagero ? Beh, allora ditemi se secondo voi Caprotti o uno dei tanti altri imprenditori nostrani più o meno destrorsi sarebbe mai andato a tirare fuori dei bei soldi per finanziare spedizioni in Armenia o in Turchia alla ricerca del relitto dell’Arca di Noè. Che tra l’altro avrebbe dovuto essere abbastanza grande per farci entrare anche, a coppie a coppie, tutte le centinaia di specie conosciute di dinosauri, tanto per dire. E sai che puzza ! E cosa  mangiavano ? Quelli erbivori, la biada che Noè aveva previdentemente caricato, assieme alla provvista di quei particolari bambù di cui si nutrono i panda: ma i carnivori ? Domande che per l’interpretazione allegorica della Bibbia sono abbastanza sceme: ma per quella letterale ?

Un’altra, carina: visto che di prove di carattere geologico per l’antichità della Terra ce ne sono infinite, allora  i seguaci della interpretazione letterale della Bibbia hanno inventato un’altra presunta spiegazione: tempi e modi del racconto biblico restano gli stessi e letteralmente veri, ma la Terra sembra antica di miliardi di anni (invece che di seimila anni o pressappoco), perchè Dio ha creato la Terra (e tutto il resto) in modo che sembrasse più antica… Accidenti, dal Dio pignolissimo artigiano dotato di poteri magici lo abbiamo fatto diventare anche imbroglione, come i falsari di quadri di Raffaello o di Caravaggio o di Van Gogh.

La terza, e poi la pianto con questi esempi di corbellerie, scelti tra infiniti altri. Stephen Jay Gould (di cui si trovano tuttora in qualsiasi buona libreria varie raccolte di ottimi e leggibilissimi saggi) in un dibattito televisivo è stato contestato da una ragazza che gli ha dato dell’ignorante in quanto secondo lei non sapeva una cosa che “sanno tutti”, ossia che gli uomini hanno una costola in meno delle donne. Perché Geova per fare Eva ha tolto una costola ad Adamo, dopo di che tutti gli uomini hanno una costola in meno. Non so che cosa le ha risposto Gould, ma so che l’altro cinquanta per cento degli americani per fortuna sul doppio senso del numero dispari delle costole degli uomini ci ha fatto pure vari film, di cui uno vecchissimo ma divertente l’ho pure visto, quindi non sono proprio tutti scemi: solo la metà, almeno.

Perché almeno la metà ? Perché a un sondaggio fatto abbastanza acutamente, mi pare, il 15% ha risposto che Dio con l’evoluzione umana non c’entra niente (ed è la risposta degli atei ma anche di parecchi credenti, magari un po’ a modo loro). Il 32% è per una evoluzione guidata da Dio (e con il 15 di prima fa un 47% che comunque accetta il concetto di evoluzione), ma il 46% è nettamente e integralmente “creazionista” ed “antievoluzionista”, in quanto convinto che il mondo naturale sia stato direttamente creato da Dio secondo il racconto della Bibbia.

Ora, se tu sei convinto che Dio esiste, sei altrettanto convinto che è perfetto e che anzi è la perfezione, e ancora per te la Natura è totalmente e integralmente davvero opera diretta (escludendo dunque l’ipotesi di un Dio che abbia definito le leggi della natura, quindi Dio legislatore e non pignolissimo pasticcione), dicevo diretta di Dio, non puoi essere che convinto dell’empietà, in linea di principio, di qualsiasi modifica alla Natura che non rientri negli strettissimi limiti ricavabili dall’interpretazione, sempre letterale, della Bibbia. Modifica che è sempre e comunque un fatto negativo, perché conseguente, anche in quei ristrettissimi limiti, al peccato originale di Eva e Adamo: stop.

Quindi un creazionista coerente non può essere che assolutamente  avverso a qualsiasi Tecnica che modifichi la Natura, per principio e perché inevitabilmente farà incavolare Dio, per la mancanza di rispetto alla sua Opera.

Tutto questo è assolutamente indipendente dal capitalismo: ai creazionisti il capitalismo sta benissimo, fino a che non impiega la Tecnica per un qualsiasi scopo, tra cui anche il fare soldi (quindi il fare soldi è male solo se impiega ciò che è percepito come Tecnica: occhio al “percepito”) alterando anche minimamente la “Natura” (che a questo punto è divina) oltre a quanto si suppone (il che poi diventa soggettivo) comandato da Geova ad Adamo come punizione per il Peccato Originale. La teologia non è che sia molto gestibile dalla mia preparazione tuttologica, ma mi pare lecito pensare che i creazionisti, senza rendersene conto, dal monoteismo scivolino nel panteismo: sarebbero affari loro, tutto sommato, se avessero il buonsenso di non scaldarsi tanto.

Perché ci si scaldano e tanto, abbastanza da usare influenza e soldi per cercare perfino di esportare da noi, deliberatamente e in modo esplicito nonché diretto, le loro scemenze: com’è che a un certo punto ci siamo trovati a vicepresidente del CNR un professore di Storia Moderna per il quale il Marx ha formulato le sue teorie perché influenzato da Darwin ? Notiamo che il Manifesto dei Comunisti è del 1848, la pubblicazione della Origine delle Specie è del 1859, quella della Discendenza dell’Uomo è del 1871: influenzato come, per telepatia ? E’ molto probabile (io personalmente direi certo, ma non ho la preparazione necessaria per potere dire di più) che nelle idee del Marx anziano la lettura di Darwin abbia avuto un ruolo, ma facendolo diventare meno marxista (quando appunto sosteneva di non essere marxista) e non maggiormente. Del resto non è senza motivo, dal loro punto di vista, che Stalin e accoliti i darwinisti li facessero fuori o che Trotskji ancora giovane già ci litigasse, distinguendoli nettamente dai marxisti. Cose che quel professore probabilmente sa: ha tirato fuori una presunta influenza di Darwin sul Marx del Manifesto per far fare a Darwin la parte del Diavolo, cioè per sputtanare Darwin come quello che poi ha fatto mangiare i bambini…

Come l’Italia abbia potuto trovarsi un De Mattei a vice presidente del CNR, sarebbe argomento da approfondire: qui l’ho solo sfiorato per evidenziare un pesante tentativo, senza dubbio di origine di Destra, di esportare da noi un creazionismo esplicito tagliando fuori quello inconsapevole di moltissimi nostri ambientalisti autopromossisi di Sinistra. Che poi neanche papa Woitila ci sia cascato, tanto meglio.

 

 

7. CREAZIONISMO USA COME FATTORE DI DEBOLEZZA POLITICA DELL’AMBIENTALISMO E, PER ESTENSIONE, DELLA SINISTRA.

Ora (sempre secondo me), il problema degli americani, e anche nostro (vista l’importazione provinciale e superficiale di stupidaggini condizionanti la Sinistra), è che il loro assetto ideologico fa maledettamente comodo al capitalismo più aggressivo e rampante.

Vedo di spiegarmi: non è che la “democrazia” sia un qualcosa di intrinsecamente perfettamente definito e perfettamente funzionante: innanzitutto ci vorrebbe l’aggettivo “liberale”, perché di democrazie non liberali, illiberali o antiliberali ce ne sono state e ce ne sono tante, in generale con risultati assai sgradevoli.

E per questioni che non posso mettermi a raccontare qui (vi rimando alle tante scoperte delle neuroscienze e della psicologia sperimentale, vedi Gazzaniga, Milgram e tantissimi altri) una democrazia non profondamente liberale è, purtroppo, assai facilmente orientabile. 

Un mezzo efficacissimo per orientare l’opinione del “demo”, il δημοσ (di cui fa parte, sia chiaro, anche il Primo Presidente della Corte di Cassazione, pure lui orientabile come tutti, a meno che conosca la Biologia molto meglio di quanto in Italia si ritiene essere di buon gusto), è lo sputtanamento dell’avversario politico, nel caso specifico dimostrandone l’incapacità ad assumersi eventuali responsabilità di governo. E tanto meglio se lo fa da sé, magari con qualche piccola spintarella non troppo evidente.

Questa incapacità, presunta o presumibile o anche vera, mi sembra di solito possa risultare da queste condizioni: mancanza o scarsezza di personale competente, scarsa credibilità della proposta ideologica e insufficiente efficacia della proposta positiva (anche se i due ultimi aspetti si sovrappongono).  

Per spiegarmi meglio uso anche un ricordo personale e italiano (ma negli USA va pure peggio): l’anno successivo alla grande frana della Valtellina, io e la Cucchi, allora ancora un po’ (ma con prudenza) coinvolta nell’ambientalismo, andiamo a passare le vacanze tra campeggi e rifugi nelle Alpi Centrali. Partiamo da Roma in macchina, facciamo tappa non ricordo dove, e il giorno dopo prendiamo una strada secondaria che sale dal versante nord della valle dove si trova Edolo e si affaccia sul crinale che limita a sud la Valtellina, esattamente di fronte all’unghia del distacco  della grande frana, nel versante nord, e lì ci fermiamo a guardare ben bene tutto il paesaggio. Primo choc per Maria Teresa Cucchi: la constatazione che la frana era partita dai prati di alta montagna, dove di alberi non ce n’era traccia, non perché fossero stati mai tagliati, ma semplicemente perché oltre una certa quota (che a seconda delle condizioni e dell’orientamento può variare tra i 1900 e i 2200 metri, eccezionalmente da noi 2300) gli alberi, nemmeno il larice, non possono proprio vivere. Cosa che come tante altre mia moglie non ritiene poco femminile sapere. Quindi, scoprire che persone di cui aveva un’opinione abbastanza positiva avevano pubblicamente dichiarato che la frana era stata causata dal disboscamento mentre bastava guardare per vedere che era venuta giù una enorme fetta di terreno dove gli alberi proprio non c’erano, non l’ha certo divertita. Meravigliatissima mi chiede: “Ma le piste da sci, gli impianti di risalita, dove sono ?” al che le spiego, mappe alla mano, che gli impianti e le piste si trovavano (e si trovano tuttora) a oltre dieci chilometri più a Nord e sul versante della valle opposto a quello franato. Con il che si è arrabbiata moltissimo per tutte le pie menzogne che tutti i mezzi di informazione, sfruttando (per vendere meglio i loro prodotti) i sensazionalismi dell’ambientalismo, ci raccontavano.

Poi tra sopraluoghi vari, spiegazioni di amici valtellinesi autentici di classe non troppo abbiente eccetera, le cose si sono chiarite anche meglio. Chi vuole chiarimenti su Valtellina e Dolomiti (dove le ardite guglie sono quanto resta dopo innumerevoli passate frane) mi contatti e ne parliamo.

Io avevo preso con ancora più cautela i sensazionalismi di cui sopra e sono stato quindi  meno scosso dalla constatazione della realtà, ma da quella volta, anche per parecchie altre esperienze analoghe, parlare perfino semplicemente di effetto serra a mia moglie significa renderla ostile.

E di storie di questo genere, di gente incavolatissima (di solito silenziosamente) con l’ambientalismo per essere stata oggetto di tentativi di presa in giro, ne ho conosciute moltissime. Vale a dire che l’Italia è piena di persone che di ambiente se ne interesserebbero volentieri, ma che vedono l’ambientalismo politico come una fabbrica di tali intollerabili balle, acriticamente mischiate a questioni serissime, che votare per i Verdi o qualcosa di analogo gli è assolutamente impossibile.

E così si perde proprio il contributo di molte persone validissime e ben disposte, che però giustamente si rifiutano di credere a cose non meno assurde dell’attribuzione ai marziani della costruzione delle piramidi egizie o Maya, ma costrette all’ipocrisia dalla fedeltà dei possibili interlocutori alla tradizione che confonde peccato e sbaglio, per cui dire che il famoso (e bravissima persona) ambientalista X su un certo punto ha completamente sbagliato equivale a implicitamente accusarlo dei più orridi vizi possibili e immaginabili.

Questo allontanamento di persone valide dall’ambientalismo, lasciando spazio a altre più emotivamente superficiali, avviene, eccome, anche negli USA: le contestazioni al fideismo “ecologista”, basate su argomentazioni ahimè validissime su specifici argomenti, di antiambientalisti o di ambientalisti pentiti, ce ne sono parecchie.

Non convertono nessuno o quasi, proprio perché con la fede per definizione non si ragiona, ma impediscono, appunto, all’ambientalismo di catturare un gran numero di persone competenti. Il che è il primo fattore di debolezza.

 

8. AUTORITARISMO E TECNICA (QUELLA VERA).

Secondo fattore di debolezza dell’ambientalismo creazionista: nella generale insufficiente conoscenza della Tecnica, si trascura un fattore che mi sembra assai importante, ossia che l’autoritarismo è un fattore fortemente limitante, non favorente, l’evoluzione tecnologica e la comprensione “scientifica” (per meglio dire, “funzionalmente efficace”) di fatti e processi naturali e ambientali.

Ma come, tu Claudio, piccolo Claudio, osi dirmi che esiste una opposizione, una antinomia tra autoritarismo e tecnologia, quando Hitler a momenti costruiva la bomba atomica, aveva le V! e le V2, i carri armati Tigre, le camere a gas per sterminare la gente, eccetera eccetera !

Risposta: accidenti, accidenti e di nuovo accidenti all’ignoranza e alla superficialità retorica e sensazionalistica di troppi giornalisti, coccolati dai direttori per vendere emozioni e non informazioni. La questione è stata già affrontata e approfondita dallo Shirer, nella sua tuttora fondamentale Storia del Terzo Reich, in cui si documenta, tra l’altro, la politica nazista di deliberata distruzione delle scuole tecniche e dell’insegnamento scientifico: va letto. Serve anche per comprendere un po’ il nazista culto dell’agricoltura, possibilmente con tre o quattro schiavi delle razze inferiori (Slavi, ma anche italiani) a materialmente zappare la terra assegnata a ogni famiglia tedesca, ripeto ogni, perché la Grande Germania avrebbe dovuto essere un paese totalmente agricolo. La conquista del mondo avrebbe permesso ai Germani di ridiventare tutti agricoltori, ciascuno con la sua brava fattoria, così da potere fare a meno di quella brutta, sporca, cattiva ed empia industria.

Non si trattava solo di fantasie sulle rune e compagnia: si trattava di un programma a cui si era cominciato a dare attuazione con lo strangolamento delle scuole tecniche (leggetevi la documentazione dello Shirer !) e l’assegnazione, supposta permanente, di terre a famiglie considerate “tedesche” in territori occupati.

Di mio osservo che il famoso GrandeTerzo Reich dei Mille Anni in realtà di anni ne ha fatti solo dodici, in cui certo non poteva riuscire a demolire la tradizione tecnica tedesca, però parecchio in questo senso lo ha fatto, sia pure in un tempo tanto breve.

Allora: per l’atomica, sulla strada che avevano intrapreso, non ci sarebbero arrivati neanche in cent’anni: pensavano a qualcosa di simile a una centrale nucleare che andasse in malora, con fusione del nocciolo: roba che di possibilità belliche non ne aveva nessuna, visto che a portare a destinazione la testata esplosiva di una V2, che pesava una tonnellata era già difficile per Londra (e non oltre, figurarsi poi su New York !), figurarsi un qualche affare pesante centinaia di tonnellate.

Le camere a gas avrebbero potuto benissimo essere costruite, magari più rozze, nel 1830 o giù di lì. E di gas, usando ambienti confinati, per ammazzare milioni di persone, ne hanno usato una minima frazione di quelli sparsi sui campi di battaglia della Prima Guerra Mondiale, compresa Caporetto.

Le V1, una volta capito di che si trattava, venivano abbattute dai caccia inglesi (dotati dell’eccellente, anche se mai sentito nominare da quasi tutti noi, motore Rolls Royce Merlin, sviluppato negli anni 30 proprio in risposta alla minaccia nazista).

Le V2, impossibili da intercettare ma di precisione per forza di cose scarsissima, hanno avuto un’efficacia militare nulla: bello il giocattolo in sé, ha ammazzato tutt’al più qualche migliaio di inglesi, ma non ha minimamente impedito né lo sforzo bellico e industriale inglese e nemmeno i grandi concentramenti di truppe e mezzi per lo sbarco in Normandia. 

La Tecnica non è costruire cazzabubboli estremamente costosi  e divoratori di risorse per uno scopo in sostanza puramente propagandistico e di efficacia solo immaginata: Tecnica sarebbe stato impiegare le risorse disponibili per costruire camion, in modo da permettere, per esempio, alle truppe tedesche in ritirata davanti alla Narodna Armija (l’esercito ”partigiano” di Tito) di potere fare a meno di spostarsi in massima parte a piedi o sui carri agricoli trainati da cavalli requisiti ai contadini (visti coi miei occhi, aprile 1945, a Trieste) senza riuscire a sganciarsi neanche dagli altrettanto appiedati jugoslavi.

E Goering e accoliti non sono mai riusciti a capire il sistema di difesa aerea inglese, concepito già negli anni ’30, anche quando sarebbe stato vitale, per loro, limitare le incursioni aeree alleate e relativi bombardamenti: eccetera eccetera eccetera.

Esempio contrario (tra i tantissimi), di comprensione della Tecnica da parte inglese, oltre a quello della difesa aerea, è proprio quello del motore Merlin, molto meno adatto a  sensazionalistiche ma estremamente efficace. Che tra l’altro permetteva ai velocissimi Mosquito (“Zanzara”) inglesi di scorrazzare in pieno giorno quanto volevano sulla Germania, fotografando tutto il fotografabile, senza che nessuno potesse farci nulla. E vi risparmio ulteriori tanti, ma proprio tanti possibili esempi della inettitudine nazista e della assai maggiore capacità degli Alleati di sfruttare le possibilità tecniche.

Ho detto che la Tecnica non è costruire cazzabubboli o camere a gas: e qui ci vuole una precisazione, stimolata da uno  scritto di Roberto Vacca che ho inserito nella sezione di questo stesso sito dedicata agli Ospiti.

In quanto qualsiasi ragionamento sulla tecnologia serve solo a sbagliare, se non si parte col capire come essa sia definita dal metodo iterativo di proposizione ipotesi e verifica. Reso necessario dalla nostra comune e naturale fallibilità, ma impossibile da comprendere se si prende sul serio l’autorità: mi pare lapalissiano che se X crede che Y (o anche sé stesso X) sia infallibile, X deve anche credere che qualsiasi verifica sia superflua e che quindi il metodo scientifico/tecnico nel migliore dei casi non serva a nulla. Anzi, instillando il dubbio, ritardi l’attuazione di ciò che l’infallibile intuizione detta.

Lo scopo nazista delle V2 e analoghe “armi della vendetta” era quello di terrorizzare la popolazione inglese in modo e misura tali che essa  mossa dallo spavento costringesse il governo inglese a cercare una pace di compromesso con Hitler. Ma non esisteva nessuna analisi seria, neanche lontanamente quantitativa, che indicasse tale possibilità: Hitler e soci facevano affidamento solo sul terrore degli inglesi, cioè su un movente irrazionale, visti i limitati danni che le V2 potevano fare, per imprecisione e breve raggio d’azione. Ma questo affidamento era appunto, a sua volta, irrazionale.

Ma anche l’Olocausto, per quel che mi pare di saperne, è stato deciso per simili considerazioni, anche ancora meno razionali.

Ma come può mai essere che Tecnica e Autoritarismo non siano sinonimi, ma anzi, secondo il Signor Nessuno Claudio Fornasari, addirittura incompatibili ? Rifacendomi alla formalizzazione di Galileo, ragione ed esperienza devono essere usate assieme, la sola ragione è inevitabilmente (i perché qui li salto, ma ci sono eccome, solo che esporli mi richiederebbe varie altre pagine)  fallibile, per quanta fede tu possa impiegare al posto del confronto con la realtà.

E’ la verifica della rispondenza di una data ipotesi rispetto ai fatti osservati che ha sempre l’ultima parola: ai fatti, dell’autorità o dell’autorevolezza del Tizio che ha formulato una data ipotesi o della fede di Tizio, ai fatti, ripeto, non gliene importa nulla: punto e basta. Non esistono sensibilità e coscienza dei fatti: il virus dell’epatite o della poliomielite agisce nell’ambito della biochimica, ambito strettamente naturale, e i vaccini funzionano perché agiscono anch’essi in quell’ambito, senza impicciarsi di metafisica, il che li rende antipatici, nella nostra tradizione culturale per cui ognuno o quasi vorrebbe essere un vicario in Terra di una qualche entità metafisica, tradizionale o  da inventarsi secondo la moda del tempo.

Il metodo della Tecnica, dando l’ultima parola ai fatti, è quindi intrinsecamente irrispettoso: esso si realizza attraverso cicli successivi di negazione, o di aggiustamento, o ancora di integrazione delle teorie accettabili come valide alla fine del ciclo precedente.

L’Autorità è invece pensata, mi pare, come intrinsecamente stabile; una tecnica al contrario è stabile solo fino a quando l’osservazione dei fatti permette di ideare e verificare una nuova ipotesi e utilizzarla come teoria, (che poi è uno strumento, non una dottrina come vorrebbero tanti insegnanti e affini, condizionati dalla tradizione di rispettabilità, autorità e presunta infallibilità del prete), al posto della precedente

Ovviamente ci sono anche i divinizzatori dello strumento tecnico, i quali altrettanto ovviamente si stabilizzano, si fermano, nel migliore dei casi, ma assai più spesso fanno dei gran danni, anche assai tragici.

Comunque, in pochi anni, 1940-1945, in un ambiente in cui le idee di un fuoriuscito italiano come Fermi valevano quanto quelle del più titolato professore di Berkeley o del MIT, essendo tutte pari rispetto al criterio della rispondenza ai fatti, si sono capite una enormità di cose, mentre  i fisici tedeschi rimasti con Hitler non hanno capito nulla oltre quanto già compreso nel 1933.

Questo non piace al giornalismo sensazionalista, innamorato del Gabinetto del Dottor Calligaris o di Frankestein : affari suoi (ma purtroppo anche nostri)

Ma un ambientalismo (USA o italiano che sia) creazionista o influenzato dal creazionismo, può fare a meno di essere autoritario e quindi inadeguato a comprendere il mondo meglio di quanto riescano a farlo i Tecnici ? A me, pare proprio di no.

E mi pare alquanto profondamente che sia inevitabilmente così. Ricorro a un esempio: le Dolomiti sono bellissime, ci sono andato in giro (e non solo per boschi e prati !), moltissimo, ma quel paesaggio non è fatto di Vette che, spinte da una Immanente Forza Psichica della Natura si Elevano verso l’Altissimo Cielo Eccetera Eccetera (sempre maiuscole). Tutta la zona faceva parte di un fondo di mare, che i moti detti “convettivi” (analoghi, su tempi e scale molto differenti, a quelli dell’acqua in una pentola, e con la fonte di calore costituita non dalla fiamma del gas ma dalle reazioni di disintegrazione nucleare o “atomica” che dire si voglia degli elementi radioattivi contenuti nell’interno della Terra) hanno sollevato fino a tremila e passa metri sopra il livello del mare attuale, e che poi migliaia e milioni di frane (come quella della Valtellina) grandi e piccole hanno demolito, lasciando pochi brandelli residui che adesso costituiscono le attuali vette.

Faccio un paragone, per spiegarmi meglio: se vedo al Palatino un alto pilastro di muratura romana con in cima un pezzo di pennacchio di cupola, non è che mi viene in mente che un ignoto architetto antico romano abbia costruito per bellezza quel pilastro con quel pezzo di volta attaccato, ma capisco facilmente che quel che vedo è la rovina di un edificio crollato, di cui quel pilastro è rimasto in piedi.

Quindi, pur amando le Dolomiti, non mi faccio fregare dalla mia biologica e materiale naturale tendenza a gradire almeno una certa dose di stabilità e capisco che per un metro cubo di Torri del Vajolet ce ne sono altri molti milioni di metri cubi della stessa roccia e della stessa montagna che stanno a nutrire granturco in Veneto oppure stanno in fondo all’Adriatico. E quindi NON mi invento una metafisica entità che ha fatto tutto tutto e poi tutto terrebbe fermo fermo.

Se dessi retta al mio umano, normale, generale e biologico bisogno di vedere stabilità e ordine forse sarei più contento, ma, sempre secondo me, capirei meno di quel già troppo poco che mi pare di capire.

Quindi, sempre in Dolomiti, spesso mi divertivo a scandalizzare brave signore e gentili ambientalisti a illustrare la naturalissima frana (di epoca preindustriale)  che ha creato il lago di Alleghe, o uno dei numerosissimi ghiaioni risultanti dall’accumulo di detriti trascinati dai flussi di acqua di scioglimento primaverile delle nevi. O spiegare che il frequentissimo toponimo “masarè” significa macereto, accumulo di pietrame caduto. Non solo per divertirmi: anche per evitare che poi si mettessero a fare un picnic in un punto dove si rischia di prendersi un sasso in testa.

E poi, dopo tutta la retorica sulla Infinita Bellezza della Natura da Dio Creata, vanno a farmi una funivia fino in cima alla Tofana di Mezzo: così io in quella zona non ci sono più andato. Dolomiti sì, ma con meno esteti e meno insincera retorica.

 

A livello meno estetizzante: se accetti A) l’esistenza di un Dio antropomorfo (è tale, se ha fatto Adamo a sua immagine e somiglianza), onnipotente ed eterno ma conoscibile, almeno indirettamente, e B) che questo Dio abbia creato tutto, compresa la morale, per cui è anche infinitamente buono, non vedo altra soluzione (tra le varie proposte) che accettare come un bene di per sé stesso l’Autorità. Per fortuna l’evoluzione non ci ha fatto assoluti, ogni nostra tendenza coesiste con una potenzialità opposta e il comportamento risulta da un equilibrio quantitativo variabile in funzione delle circostanze contingenti, per cui l’incoerenza alle volte ci salva da stupidaggini peggiori.

 

 

9. MA SONO ESAURITI PETROLIO E IDROCARBURI FOSSILI ?

In concreto, l’ambientalismo attuale, nonostante le tantissime cose serie che avrebbe da dire, riesce a dirne molto poche e a mischiarle con parecchie stupidaggini (sia positive che per omissione) assai gravi. E in certi casi enormi.

Come conseguenze politiche la più grave forse è stata, secondo me, l’errata previsione, di tanti anni fa, dell’immediato esaurimento degli idrocarburi fossili. Previsione che tra tante altre cose ha provocato altri errori: la corsa al nucleare, ancora non maturo, e l’inondare con montagne di dollari, per assicurarsi la disponibilità del petrolio residuo creduto scarso, il fanatismo religioso mediorientale. E se vi pare poco possiamo metterci anche il regime italiano degli incentivi alle rinnovabili, tanto bene congegnato da darci il costo dell’energia più alto in Europa, pare. 

Mi spiego: per parecchi anni siamo stati bombardati di “studi” (parola che di per sé assai poco significa) secondo cui entro cinque o dieci anni i giacimenti di petrolio e di gas naturale si sarebbero esauriti. Cosa che non solo non è ancora avvenuta, ma che forse non avverrà mai (come è stato per il carbone, che per i suoi inconvenienti usiamo pochissimo nonostante sottoterra ce ne siano riserve enormi) se riusciremo a usare l’energia solare in modo davvero efficiente.

Io non ero per niente  d’accordo con quella previsione di imminente esaurimento del petrolio e affini,  e per questo motivo litigavo con parecchi miei amici di allora: non è che io mi ritenessi un genio, anzi è la coscienza della mia fallibilità che mi spinge a cercare sempre di verificare sia le informazioni sia le deduzioni che dalle informazioni si possono ricavare. In conseguenza di che, mi pareva invece  che tutte le (pressappoco) analisi catastrofistiche non considerassero l’impatto della elaborazione elettronica dei dati sui metodi di individuazione giacimenti: si faceva un gran parlare di niente meno che cervelli elettronici, ma che molto più modestamente gli elaboratori digitali potessero essere estremamente utili per applicazioni meno fantasiose (anche se assai più complesse dello elaborare e stampare i cedolini stipendio o la situazione magazzino) pare non venisse in mente a nessuno.

Per inciso mi ricordo lo stupore di un discreto numero di politici e aspiranti boiardi di Stato quando gli è stato rivelato che nell’ILVA di Taranto (proprio quella !) all’epoca già funzionavano un paio di centinaia di “cervelli elettronici”, a fornire funzioni di guida operatore (non elementari da utilizzare: gli operai non sono imbecilli, posso assicurarlo, avendoli conosciuti davvero), automazione di base, coordinamento, pianificazione, eccetera eccetera. Il che almeno per quella volta ha fatto ridimensionare molte aspettative a crearsi un ennesimo carrozzone per introdurre l’uso dei “cervelli elettronici” (BUM !) dove di elaborazione elettronica dei dati se ne faceva già assai di più di quanta gli aspiranti a ricchi incarichi sarebbero mai stati in grado di gestire.

Ma  la cosa più grave poi è che, formulata la previsione dell’imminente  esaurimento del petrolio e affini, invece di usarla come argomento di verifica successiva, essa è stata presa come una profezia che immancabilmente doveva verificarsi, sia pure rimandandone via via il termine.  

Ossia, la posizione  ambientalista è riuscita a cascare nello scientismo, passando da Galileo ai suoi inquisitori, dal metodo scientifico all’autoritarismo. Una analisi condotta inizialmente con metodi scientifici (il che NON è una garanzia di infallibilità, ma solo il migliore modo a nostra disposizione per ridurre gli errori) è stata poi sacralizzata.

Cerco di spiegarmi meglio: X fa una analisi secondo cui le riserve di petrolio caleranno in un certo modo: e fin qui nulla di abominevole, anche se X non si rende conto dell’impatto dell’utilizzo dell’elaborazione digitale sul rendimento degli investimenti nella ricerca di nuovi giacimenti.

Ma dopo un certo numero di anni, al massimo cinque, se vuoi continuare ad applicare il metodo scientifico, X deve andare a vedere se l’ipotesi iniziale è stata verificata, ossia se le riserve accertate in quel momento sono quelle corrispondenti alla previsione fatta cinque anni prima. Se pressappoco corrispondono, l’ipotesi di partenza rimane ancora valida: ma se i numeri sono significativamente diversi dalle previsioni, devi rivedere l’ipotesi iniziale e cercare di capire dove e perché era sbagliata.  E’ il non avere fatto questo, e anzi il continuare per decenni a sparare previsioni senza verificare la validità dei dati e dei concetti usati nelle previsioni errate, a trasformare qualcosa che all’inizio poteva essere funzionale e profanamente efficace (salvo gli errori) in un dogma, concettualmente stabile e intrinsecamente autoritario.

Ma a questo punto, primo: e che decisore politico, piccolo o grande, dovrebbe continuare a darti retta ? Secondo: se sei visto come qualcosa o qualcuno di sinistra, o ad essa vicino, povera Sinistra così sputtanata !

Conseguenze: parecchie e generali. La superficialità del creazionismo, che la Chiesa cattolica ha cercato di evitare, ritrova un posto nella cultura dominante italiana attraverso l’assai improvvido sdoganamento di concetti e forme importati dall’ambientalismo USA.

E ne importa quindi anche l’inefficienza. Non è che ci volesse molto a capire che la generazione di elettricità dal vento non andasse molto d’accordo con la salvaguardia estetica dei siti: evitando di confondere Kwh e Kw è ovvio che non ottieni quantità utili di energia con una girandoletta da bambini messa sul balcone: quindi poi non piangere se i generatori eolici sono brutti da vedere. E’ un problema minimo rispetto a tanti altri, ma mi pare indicativo dell’allergia all’aritmetica promossa a cultura estetica e quindi superiore.

E sul regime italiano degli incentivi alle rinnovabili, che adesso il governo di sinistra (o per lo meno, se non vi va la definizione, un po’ meno di destra e alquanto meno balordo: non è che a essere meno balordi di Berlusconi, Tremonti e soci ci voglia gran che, ma comunque…) vi rimando a quanto ripetutamente scritto da commentatori preparati, compreso Di Vico del Corsera. Ma credo sia proprio  la prima volta che si sono dati degli incentivi all’impianto senza assicurarsi che l’impianto possa produrre, assicurazione impossibile se non leghi l’erogazione dei soldini alla effettiva produzione, se no ti trovi i campi fotovoltaici tanto lontani da una idonea sottostazione elettrica che occorrerebbe costruirla nuova, con costi parecchio maggiori del valore dell’energia eventualmente producibile.

Altra conseguenza: il timore dell’esaurimento del petrolio ha spinto ad assicurarsi a carissimo prezzo la produzione futura. Ma i soldi alla immensa famiglia reale saudita e altri reucci vari, se fossero andati tutti in champagne e belle donne, pazienza: ma sono fatalmente andati in opere pie, di cui di regola si avvantaggiano i più pii tra i pii. Poi non meravigliamoci delle riprese di guerre di religione…

Ulteriore conseguenza: la certezza che il petrolio stesse per finire, in un momento in cui il fotovoltaico era ancora una curiosità di laboratorio o quasi, ha fatto risultare (o sembrare) conveniente, o forse addirittura indispensabile,  il nucleare. Anche se l’industria USA era tecnicamente e culturalmente impreparata; ma questo sarebbe un argomento che prenderebbe parecchie pagine.

Comunque, sta di fatto che negli USA nonostante l’opposizione ambientalista funzionano un buon numero di centrali nucleari, numero, secondo me almeno vicino al massimo tecnicamente e economicamente installabile, anche se la loro sicurezza fosse assoluta. E sta sempre di fatto che è anche per il carattere approssimativo dell’opposizione ambientalista che queste centrali sono invece, a parere mio, assai discutibili per aspetti che gli ambientalisti paiono incapaci di comprendere (e nella cui discussione qui non entro). E per i quali aspetti, quindi, gli ambientalisti non hanno potuto rivendicare la relativa presa in esame  e conseguenti opportune misure cautelari, anche volgarmente assicurative.

Insomma, dato che le centrali USA in attività rappresentino un rischio X, una opposizione anche assai più drastica ma che utilizzasse il metodo “scientifico” (o galileiano o della verifica per confronto coi fatti) e  non espressione di misticismo, magari avrebbe lasciato invariato il numero delle centrali costruite negli USA, però certamente almeno sarebbero state fatte meglio, e il rischio che ne deriva sarebbe un decimo di X. Chiarimenti solo a richiesta, altrimenti non finisco più questa mia polemica.

 

10. IL CANCRO USATO COME ARMA IDEOLOGICA DEI CREAZIONISTI.

Ma se la superficiale previsione dell’imminente esaurimento di Petrolio e C è stata la castroneria politicamente (in senso generale) più grave, eticamente e culturalmente (sempre secondo me) la più grave è stata invece la strumentalizzazione del cancro. O meglio: di questa strumentalizzazione potrei anche non scandalizzarmi, se fosse stata fatta con appena un po’ di responsabilità.

Anche io a suo tempo ho letto “Primavera silenziosa” di Rachel Carson, salvo poi a non prenderla tutta come oro colato: quindi non mi ricordo  se, oltre a argomenti validi (che ovviamente esistevano) contro il DDT, già in quel libro lo si presentasse come un cancerogeno tanto potente da sterminare in massa, senza possibilità di scampo (per via dell’effetto accumulo) tutti i bambini degli Stati Uniti (e perché no del resto del mondo),  destinati a rapidissimamente  morire di cancro. 

A me sembra che la Carson abbia commesso un errore concettuale ben comprensibile, ma abbia anche commesso, nonostante la sua divinizzata immagine e la conseguente sua perdurante influenza, una bella porcatina di malafede.

Errore concettuale: il cancro è qualcosa di assolutamente e quasi totalmente naturale, perché i processi naturali indispensabili per la vita degli organismi animali comportano un accumularsi di disordine che a lungo andare non può non provocare delle neoplasie potenzialmente maligne, di cui, in massima parte, quando il sistema immunitario è abbastanza efficiente da eliminarle nemmeno ci accorgiamo (in un documento dell’AIRC di parecchio tempo fa si faceva una cifra, per una media approssimativa, di otto).

Le cellule del nostro corpo sono un numero enorme (tutti i dati per favore fate lo sforzo di andarveli a pescare e verificare, come ho fatto io, comunque siamo attorno al centinaio di migliaia di miliardi, pare) e hanno alquanto spesso bisogno di rinnovarsi: questo rinnovamento avviene attraverso duplicazioni di cellule (normali e staminali) preesistenti, il che rende necessaria la duplicazione del DNA, molecola bella complicata e composta da un assai grande numero di sub unità. Il sistema di duplicazione e di correzione degli “sbagli” introdotti dalla duplicazione è “esattissimo” ma non esatto, vale a dire che le differenze tra originale e copia sono percentualmente pochissime, ma non sono zero. Il che, nel corso di una vita abbastanza lunga e anche in dipendenza della necessità di un gran numero supplementare di duplicazioni (crescita o risposta a irritazioni) rende inevitabile un tale accumulo di “differenze” tra DNA attuale e quello originario della cellula capostipite da causare  parecchi guai, neoplasie comprese.

Ho scritto differenze e sbagli tra virgolette per cercare di eliminare l’equivoco degli “errori”. Un errore è per definizione qualcosa di negativo ma evitabile: le differenze tra DNA originale e copia non sono sempre qualcosa di negativo (forniscono materiale all’evoluzione delle specie, senza di che non saremmo più che amebe o pressappoco) ma sono sempre assolutamente e naturalissimamente inevitabili.

 “Naturalissimamente inevitabili”: potete girare quanti boschi volete, ma non troverete mai due faggi (o due abeti o due larici o quel che vi pare) esattamente uguali.  Potete anche provare a piantare un po’ di faggi (o di quel che volete) nelle stesse identiche condizioni e cercare di averne due spontaneamente esattamente identici: auguri !

Ah, forse non è inutile chiarire: che il cancro sia un processo degenerativo assolutamente naturale, non significa evidentemente che sia una buona idea accelerarlo fumando o respirando amianto o beccandosi una epatite per trascuratezza di certe precauzioni individuali o sociali. Naturale non è sinonimo di benevolo, ma nemmeno di inevitabile sempre e comunque.

La morte è un evento assolutamente naturale (per i creazionisti no, è colpa di Eva) e infine inevitabile, il che non vuole certamente dire che non sia giusto o sensato utilizzare l’igiene, la scienza medica eccetera per campare di più e meglio.  Se fumi ti si irritano i bronchi e i polmoni, l’irritazione comporta un più rapido ricambio delle cellule, quindi aumenta la frequenza delle duplicazioni del DNA, ognuna delle quali comporta naturalmente delle mutazioni, quindi aumenta la velocità di accumulo di queste mutazioni e la probabilità del cancro.

Un processo assolutamente naturale (la duplicazione del DNA) comporta un naturale rischio: aumentando la frequenza con cui si realizza quel processo si aumenta il rischio.

Ma anzi, proprio la naturalità delle mutazioni ha delle conseguenze importanti ma anche, mi pare, troppo trascurate dai giuristi, che a quanto pare spesso ritengono la biologia (o anche la geologia) qualcosa che a loro non serve sapere. O meglio, forse, serve non sapere: sapere troppo potrebbe rendermi insicuro.

Ora, per un qualsiasi veleno esiste una soglia minima di nocività generale: se per ammazzare una persona bastano, diciamo, un grammo della sostanza X, esisterà una quantità, per esempio un centomillesimo di grammo, che è innocua per chiunque. Vale a dire che se centomila persone assumono ciascuna un centomillesimo di grammo nessuno ne ha il minimo danno: tanto è vero che parecchi veleni in dose piccola e adeguata sono addirittura farmaci benefici. E anche se un miliardo di persone assumono ciascuna quel centomillesimo di grammo di X, quella dose rimane deterministicamente innocua per tutti. Adesso, invece che sul veleno X, ragioniamo sulla sostanza cancerogena Y, che agisca direttamente provocando mutazioni casuali del DNA (come mi pare facciano certe aflatossine prodotte da muffe diffusissime in natura) oppure indirettamente, causando una irritazione, quindi rendendo necessario un più veloce ricambio di cellule e perciò una maggiore frequenza di duplicazioni con conseguente aumento di frequenza di mutazioni (sempre casuali), e quindi comunque aumentando il rischio di cancro: la innocuità assoluta generale matematicamente non esiste, per quanto bassa sia la dose.

Ossia, data la naturalità del processo di duplicazione e la conseguente origine di mutazioni (innocue, vantaggiose o dannose) casuali (è importante il “casuali”)  che si accumulano nel DNA cellulare, su un certo numero di persone ci saranno degli X che in una loro cellula di mutazioni a carico dei sistemi cellulari di riparazione del DNA ne hanno relativamente poche e degli Y che ne hanno invece parecchie. Trattandosi di una faccenda originata dal Caso, non posso escludere che ci siano persone, chiamiamole Z, che di mutazioni pericolose (sempre in una cellula, quanto basta) ne hanno già parecchie, per esempio cinquanta, comunque esattamente una in numero e specifica in tipo in meno di quanto necessario perché quella cellula diventi cancerosa. Ma se le cose rimangono così può darsi che la cinquantunesima, quella particolare che definitivamente disabilita i meccanismi di controllo della cellula e la fa diventare cancerosa, non arrivi mai, nel qual caso il signor Z1 morirà magari a novantacinque anni per incidente stradale. Pressappoco come il giapponese morto vecchissimo dopo essersi beccato sia Hiroshima che Nagasaki, il quale di mutazioni nel DNA di sue cellule ne avrà avute miliardi, ma mai in quella particolare combinazione necessaria per lo sviluppo di un cancro. Ma a un altro, chiamiamolo Z2, può benissimo capitare che una duplicazione (tra le tante) di cellula, provocata solo dalla naturale necessità di ricambio e non in conseguenza dell’agente cancerogeno Y (perché si tratta di qualcosa di casuale, non deterministico) origini quella particolarissima cinquantunesima mutazione dannosa e Z2 muore di cancro (se nel frattempo non sono state trovate terapie adeguate al suo caso) di origine totalmente naturale indipendentemente dalla sua esposizione all’agente cancerogeno. Per quanto mi pare di sapere, difatti, non solo ci sono molte persone che esposte all’amianto (perfino io) non sviluppano il cancro, ma ce ne sono anche parecchie che ugualmente o maggiormente esposte sviluppano un cancro che con l’amianto (per fare un esempio) non c’entra per niente.

Anche se è stato esposto a quella minidose di agente cancerogeno, o anche a una dose non mini, basta che sempre per caso l’agente “cancerogeno” (che generalmente sarebbe mutageno, causa di mutazioni) non sia stato la causa di quella particolarissima cinquantunesima mutazione: magari ne ha provocate dozzine o centinaia, ma non quella.

La differenza tra cancerogeno e mutageno dipende in ultima analisi dal caso, per cui, anche se sembra molto meno sensazionalistico (solo in prima approssimazione, però) si dovrebbe parlare di agenti mutageni, che quando per caso danno luogo a mutazioni che in cumulo con altre da qualsiasi altra causa (naturale o meno) derivanti, diventano cancerogeni.

Non si tratta di una sottigliezza né di un sofisma per diminuire le eventuali responsabilità dei dirigenti ILVA e di medici e giuristi che hanno sottovalutato il problema dell’amianto: è che occorre capire certi meccanismi biologici naturali per comprendere che cosa fare di umanamente e socialmente utile. Senza aggiungere altre tremende cavolate a quelle già fatte e in corso.

Invece al signor Z3 succede che proprio quella pur minima, anche molto inferiore al limite pur bassissimo fissato per legge, dose di agente mutageno provochi  quella particolare cinquantunesima mutazione, con il che, se non ci sono terapie adeguate, muore di cancro causato da quella mutazione che si aggiunge a quelle precedentemente accumulate per cause naturali.

Quindi, a me sembra (anche quando non lo scrivo ricordatevi sempre la clausola del mi sembra, non sono onnisciente e non ho la frequentissima illusione di possedere capacità divinatorie) che la presenza di un “fondo” inevitabile di mutazioni naturali ma nocive renda illusorio qualsiasi limite di tolleranza per un agente cancerogeno.

Per basso che sia questo limite si può solo limitare il rischio, diminuire la probabilità di cui al signor Z3 ma non annullarla. Per cui a me sembra che affidarsi al rispetto dei limiti di concentrazione, si tratti di amianto o di aflatossine, a volere essere giuridicamente pignoli ma rinunciando alle illusioni, sia in fondo una licenza di uccidere. Tanto più raramente quanto più sono bassi i limiti, ma mai con probabilità matematicamente zero, il che è assolutamente impossibile.

Che fai, per ogni abitante dell’Italia gli applichi al naso un apparecchio che lo fa starnutire se entra anche una sola microscopica fibrilla di amianto ?

E allora ? O cerchi di essere coerente, per cui molli tutto, vesti il saio e ti fai frate di clausura implorando Dio che abbia misericordia di noi tutti, oppure ti decidi a capire che la soluzione accettabile è una sola: trovare le terapie per guarire il cancro. E’ tecnologia, l’orrida tecnologia ? Mi dispiace, fatevene una ragione e reindirizzate la vostra (e di tutti noi) naturale tendenza a inserirvi nel sistema gerarchico proprio degli animali sociali e complicati, rinunciando alla vostra Autorità.

 

Ora, a capire la causa fondamentale del cancro, le mutazioni nocive, innocue o rarissimamente perfino favorevoli, inevitabili in ogni duplicazione di cellula e quindi del DNA, causa fondamentale senza la quale il cancro sarebbe una malattia parecchio rara (ma noi saremmo ancora amebe o pressappoco), non è che la Carson potesse arrivarci, se non altro per l’impronta mistica dei suoi scritti.

Che un Dio Creatore abbia deliberatamente immesso il disordine, il Caso, come ingrediente fondamentale della sua Creazione non è cosa di cui si potesse pretendere la comprensione o l’accettazione da parte della Carson.

Ma quello che non va, assolutamente non va, è la sua consapevole (per quanto ne so) falsificazione del significato dei dati.

E’ molto probabile che a quel tempo negli USA per certe classi di età (per esempio quelle corrispondenti alla frequenza della scuola primaria) le neoplasie infantili fossero la prima causa di morte, ma detta così è appunto una falsificazione, se non ci metti i numeri assoluti e relativi anche alle altre cause di morte.

Spiego: ipotesi A, morti per cancro dieci per centomila, morti per altre cause nove su centomila. Ipotesi B, morti per cancro ventimila per centomila, per altre cause nove per centomila. In ambedue i casi il cancro è la prima causa di morte, ma la situazione è radicalmente diversa: e non usare i numeri o un’altra forma comprensibile di quantificazione è un trucco vecchissimo per indurre i lettori a capire B anche quando quella vera è A. Magari con cautela, ma sempre fregandoli, perché la persona normale confonde naturalmente (perché il nostro cervello è fatto in un certo modo) l’espressione “prima causa di morte” con l’altra espressione “numericamente grandissima causa di morte”. 

Ma queste cavolate le puoi impunemente somministrare ai pilotabili, ossia a ciascuno di noi che non ricorra a opportuni strumenti di verifica di ciò che ci viene raccontato, qualsiasi sia la reale o apparente relativa superiorità morale di chi racconta.

Coi decisori, piccoli o grandi (compresi i famosi poteri forti ma anche tanti semplici elettori) non te la cavi tanto facilmente, perché, almeno, il nostro sistema politico economico, una pur insufficiente dose di liberalismo (non sto parlando di “liberismo” che è una particolare patologia, secondo me, del liberalismo) la ha assorbita, per cui non tutti i politici sono dei fessi e non tutti i direttori di grandi aziende sono privi di altre qualità intellettuali che non siano il discendere dal fondatore dell’azienda.

E questi decisori,  i giochetti come quello di fare volutamente confusione tra “prima causa di morte” e “frequentissima causa di morte”, hanno imparato a scoprirli già all’asilo.

Per inciso: io non sono un decisore se non in quanto semplice elettore: io invece cerco (per una mia fissazione) di proporre strumenti e informazioni  utili a chiunque altro per essere un decisore, anche da semplice elettore, invece che essere un pilotato.

Comunque, raccontare menzogne (anche pie) oltre che sleale è anche cretino e pericoloso per i tuoi confratelli e consorelle umani, ma annche per la stessa causa per cui ti batti o credi di batterti.

Chi scopre la pia menzogna poi o ti sputtana insieme alla causa A che sostieni o che credi di sostenere o ti illudi di sostenere, e sputtana anche le cause B, C e D che possono essere confuse o sembrare apparentate con A, dove B purtroppo è assai spesso la sinistra in genere, oppure può ricattare te e tutti i sostenitori di A. Costringendoli, per non compromettere maggiormente la causa A, a orientamenti o a sviste anche alquanto madornali.

Il che può volere dire (attenzione è solo una ipotesi !): non fare troppo casino contro gli oleodotti in Alaska o contro l’estrazione di gas naturale dalle rocce scistose con la tecnica detta fracking, in cambio di una relativa moderazione degli attacchi ai punti deboli dei modelli metereologici che prevedono un certo grado di riscaldamento del pianeta per effetto serra. Può anche uscirne una scelta giusta, ma secondo me le pie menzogne non andrebbero usate mai, se non in casi eccezionali, mentre sotto forma di retorica, sensazionalismo giornalistico o ricerca di consenso tra i mistici mi pare che l’ambientalismo le usi quasi sempre.

E poi ti capita il caso Sardegna. Incuriosito dalla previsione della Carson per cui pare che, anche dopo smessone l’uso, il DDT per via dell’effetto accumulo avrebbe spopolato asili e scuole elementari e sapendo che in Sardegna dopo la II guerra mondiale era stata fatta una campagna per eradicare la malaria ammazzando tutte o quasi le zanzare Anopheles con il DDT, ne ho cercato notizie. E ho scoperto uno studio epidemiologico fatto da ricercatori dell’Università di Cagliari sulla diffusione del cancro tra gli operatori ingaggiati per spargere il DDT su ogni specchio d’acqua e pozzanghera della Sardegna. Quantità di DDT sparso: enormi.  Incremento dei casi di cancro rispetto a quanto statisticamente  attendibile: zero.

Occhio, questo in realtà, tenendo conto di quanto sopra ho cercato di spiegare, non dimostra affatto che il DDT non sia cancerogeno, per un motivo esposto sempre nella sezione “Cose serie” di questo sito in una pagina su certi frequenti pasticci statistici. Ma se ovviamente non esclude che il DDT sia cancerogeno,  esclude che lo sia quanto prevedeva la Carson, che probabilmente è caduta anche lei nella trappola del confondere “agente cancerogeno” e “veleno”, dove quest’ultimo agisce deterministicamente mentre nei meccanismi d’azione del primo domina la casualità.

Solo che ragionando con le premesse e i metodi della Carson lo studio dell’Università di Cagliari dimostrerebbe che il DDT non è per niente cancerogeno, il che è sbagliato: il DDT è cancerogeno, anche se in misura debole rispetto, tanto per dire, alle aflatossine, ma non lo puoi dimostrare usando metodi efficaci per evidenziare la tossicità (che è deterministica, quella dei veleni) e non la mutagenicità, che dipende da variabili casuali, come da variabili casuali dipende se la mutagenicità si realizza in cancerogenicità

Ma appunto temo che proprio questo tipo di errore  abbia provocato l’enorme, inammissibile, tragico ritardo nel comprendere che l’amianto è cancerogeno, anche se come tale è infinitamente meno potente delle (naturali anch’esse) aflatossine, e quindi anche l’enorme ritardo nel proibirne l’uso.

Solo che l’ambientalismo USA ( e al suo seguito anche il nostro) per l’essere dominato dal creazionismo e quindi da un livello di autoritarismo che impedisce l’utilizzo positivo della critica (la verifica come strumento di modifica e messa a punto di strumenti concettuali operativi), ha divinizzato la Carson assimilando alla Bibbia qualsiasi cosa essa abbia scritto: con il risultato di capire assai meno cose di quanto necessario all’ambientalismo stesso e a tutti noi.

Ah, un’avvertenza: lo studio dell’Università di Cagliari ò attendibile non perché piace a me ma perché è bene documentato e quindi verificabile. E anche per un’altra ragione: sgomberato il campo dal facile ricorso al sospetto di finanziamenti da parte dei produttori di DDT, perchè questo insetticida  è antiquato, ed è da tanto tempo che non lo produce più nessuno, se all’Università di Cagliari avessero disonestamente cercato vantaggi avrebbero forzato i dati (riducendone il numero è facile non falsificarli e nello stesso tempo falsificare i risultati) per fare risultare il DDT terribilmente cancerogeno, non alquanto, il che al contrario del terribilmente ammazza la rilevanza della notizia.

 


11. CREAZIONISMO E DANNI CULTURALI.

 “Culturali” non significa “trascurabili”, ma “gravissimi”. La concezione, anche solo implicita, che la Natura sia una Divina Armonia eccetera eccetera, riqualificando esteticamente, moralmente e logicamente l’Autorità, non genera solo inefficienza nel comprendere problemi biologici e ambientali: genera inefficienza nel comprendere in generale, cosa di cui la nostra fallibilità naturale ci approvvigiona con  fin troppa abbondanza.

Per fattori sociali vari, di cui potrei forse dire qualcosa ma che vi risparmio (dovrei lavorarci per documentazione e approfondimenti) questa insufficienza a comprendere colpisce parecchio proprio gruppi tuttora particolarmente importanti per un buon funzionamento della nostra società, tra cui parecchi (non tutti, per fortuna, e non sempre) giornalisti, insegnanti, politici e magistrati.

E’ sempre la solita storia: se accetti come un fatto naturale e biologico una nostra comune propensione a sbagliare accetti la necessità del metodo critico-costruttivo, in cui una teoria si costruisce via via fino a renderla accettabilmente funzionante attraverso cicli in cui l’ipotesi si verifica rispetto ai fatti e conseguentemente si modifica.

Se di questo lavorìo non ne senti il bisogno, vuol dire che sottovaluti la nostra fallibilità, di solito attribuendo all’errore un contenuto morale negativo maggiore del vero, cioè confondendo errore e colpa.

Il che porta anche a ritenere, spesso fermissimamente, che una qualche superiorità morale (ecco l’Autorità, anche se morale sempre Autorità resta) impedisca l’errore: e allora avvengono i disastri. Aggiungiamoci il fatto che parecchie professioni comportano una certa dose di autoritarismo (almeno apparente) come indispensabile strumento del mestiere e abbiamo una bella ricetta per confezionare guai. E mi appoggio su una serie di esempi.

Il primo: il rapporto tra terrore del cancro e avversione agli OGM. Dei quali qui non mi occupo (per farlo seriamente mi occorrerebbe del tempo che non ho) se non per notare una cosa: che a quanto mi risulta anche per esperienza personale, è vero che l’ottanta per cento degli italiani è contrario agli OGM, ma è anche vero che è contrario in quanto ritiene certo che gli OGM provochino il cancro.

Non dico che gli ambientalisti abbiano deliberatamente diffuso questa convinzione: per quanto mi risulta non è così. Ma si sono trovati nella parte dell’apprendista stregone: rinforzando il mito tradizionale della perfetta armonia della Natura e relegando qualsiasi disordine in essa, cancro in primissimo luogo, a una conseguenza negativa dell’intromissione tecnologica che sovverte tale Perfetta Armonia eccetera (in cui il disordine per definizione non può esistere) hanno, per una questione di coerenza di cui non si sono resi conto (invece anche la casalinga di Voghera o la sora Cecioni il cervello ce l’hanno), indotto il rapporto concettuale tra OGM e cancro. Da questo punto di vista logico la sora Cecioni avrebbe perfettamente ragione: sono le informazioni che le sono state fornite a essere sbagliate, e per di più rese credibili dall’associazione (falsa) con un movente moralmente positivo.

Ora, fino a un paio di anni fa, ancora si leggeva che nel paese X o Y l’uso degli OGM era in diminuizione: adesso non lo si dice più, si usano altri argomenti che non mi interessa discutere qui. Mi interessa invece notare che la previsione degli ambientalisti, secondo cui gli OGM servivano solo a indurre al suicidio i contadini indiani (come se non bastasse il sistema delle caste !) e quindi per la loro inutilità sarebbero spariti, era sbagliata. Come lo era a suo tempo la previsione dell’immediato esaurimento delle risorse petrolifere…

Ma le analisi previsionali, devono servire a orientare le azioni pubbliche o private oppure a fornire argomenti sensazionali alla cosiddetta industria culturale (che spesso non è né l’una né l’altra cosa) in mancanza di madri infanticide, maniaci sessuali eccetera ?  

 

12. LA VULNERABILITA’ DELLA SCUOLA.

Altro esempio: pare fortunatamente (ma sfortunatamente troppo tardi) passata l’infatuazione (che non avrebbe nemmeno dovuto cominciare) di vari anni fa per una cosa che si chiama Macrobiotica, naturalmente sempre del filone “quanto è bella e sana e naturale la Tradizione !”. Un’amica, insegnante di matematica, ci è cascata: e ci stupiva per la sua convinzione che i formaggi fossero qualcosa di  contrario alla tradizione (e quindi inevitabilmente nocivissimi), restando impermeabile alle nostre argomentazioni e alle domande del genere: “Ma hai mai letto Omero e Virgilio ?” e simili. Un giorno in una libreria scopro un mezzo scaffale di volumi dedicati alla macrobiotica, tra cui uno che il risvolto decantava come il testo autentico e originale del movimento, scritto dal suo promotore. Non mi lascio sfuggire l’occasione di chiarirmi le idee e lo consulto: trovo i Comandamenti, di cui uno diceva di mangiare sempre  solo alimenti tradizionali e un altro, successivo, di non mangiare mai formaggio. Mi viene un dubbio e vado a vedere le note biografiche dell’autore, che scopro essere di nome giapponese: col che mi risulta comprensibilissima l’apparente contraddizione. Infatti nella cultura giapponese e cinese i latticini non esistono, addirittura per Cinesi e Giapponesi sono, o meglio erano, rivoltanti e perfino causa di dolori addominali e diarrea. Passato lo svezzamento, infatti, se non si introducono più alimenti contenenti lattosio, l’organismo gradatamente smette di produrre l’enzima (che seppure naturale sempre chimica è) per digerirlo. Questa intolleranza e l’estraneità di latte e derivati alla cultura cinese e giapponese sono addirittura un luogo comune letterario; pure con risvolti politici, al tempo di Sun Yat Sen e della rivoluzione contro l’Impero i cinesi progressisti si tagliavano il codino e andavano in alberghi e ristoranti frequentati da occidentali per ostentatamente bere latte come contestazione della tradizione !

Va bene, si dà il caso che io lo sapessi: ma c’era proprio bisogno che se ne accorgesse il sottoscritto ? Non ci sarebbe voluto niente alla nostra amica, laureata e insegnante, a accorgersi della contraddizione con la nostra cultura e a approfondire quel pochissimo bastante a scoprire la truffa del proporre come tradizionale per noi qualcosa di tradizionale per un giapponese. Pressappoco come dire che Riccardo Cuor di Leone catturato ha fatto o avrebbe dovuto fare harakiri…

Invece per lei il formaggio, cacio, parmigiano, mozzarelle, ricotte, giuncate eccetera dovevano assolutamente essere  malefiche invenzioni dell’industria moderna, tanto astutamente perversa da introdurre falsificazioni del testo in Omero e tutte le successive fonti, per non parlare dei reperti archeologici.

Tale è le nostra inclinazione ad accettare un’autorità appena appena ammantata di rispetto per la tradizione, di apparenti buone intenzioni e propagandata dalla pseudo industria culturale.

Ma non si tratta di un esempio di stupidità individuale, bensì di orientamento del sistema scolastico contro il metodo costruttivo attraverso la critica (sempre quel metodo assai limitativamente detto scientifico)  e a favore di un approccio autoritario, di cui la nostra amica, proprio per l’essere una brava (in quel contesto) insegnante era vittima. Le nozioni, a scuola, non venivano impartite agli studenti per metterli in grado  poi di costruire interpretazioni coerenti coi fatti osservati o osservabili. Al contrario, a questo scopo, proprio non dovevano servire, ma erano utili da un lato per selezionare chi per censo o altri vantaggi, molto spesso, di fatto, familiari, potesse sorbirsi tante nozioni senza dovere uscire dal sistema scolastico per andare a guadagnarsi il pane (letteralmente, fino a qualche decennio fa) e dall’altro asservire gli stessi studenti nonché futura classe dirigente all’autoritarismo, evitando che potessero cedere alla tentazione del pensiero (sempre limitativamente) chiamato “scientifico”.

Mia moglie ha scoperto solo andando per montagne e vedendo cementate in cima a vette varie le placche dell’IGM (Istituto Geografico Militare), indicanti i caposaldi geodetici, che la trigonometria che avevano preteso studiasse a scuola serviva anche perfino a determinare l’altezza delle montagne: e poi, quando le ho spiegato alcune delle altre tantissime applicazioni, si è incavolata ancora di più col sistema scolastico italiano (che secondo mio padre, laureatosi per sua fortuna alquanto prima del ventennio, giudicava parecchio fascista) che aveva preteso imparasse a forza nozioni deliberatamente dichiarate inutili. “Deliberatamente dichiarate inutili”: bastano tre, letteralmente tre, minuti a elencare almeno una mezza dozzina di applicazioni della trigonometria. E per di più falsificando la Storia: nessuno ha inventato la trigonometria e tanti altri strumenti matematici e geometrici per fornire materia per rompere le scatole ai futuri studenti italiani. Tali cose sono state inventate per applicazioni pratiche, tra cui primaria, come diceva Galileo, il potere leggere il libro in cui sono scritte le leggi della Natura (leggi che comprendono la casualità, poi).

Una volta sola ho dovuto dare delle ripetizioni di matematica a un ragazzo quindicenne allergico alla matematica: alla seconda lezione mi sono accorto che non aveva la più pallida idea che la matematica servisse a qualcosa di diverso che passare gli esami. Gli ho dimostrato che perfino il suo motorino era tutto progettato e costruito per mezzo di enormi dosi di matematica: ha verificato e la sua allergia, che in realtà era una giustificata ma mal diretta avversione all’autorità, gli è passato: tre incontri di mezz’ora ciascuno in tutto. Ma dovevo necessariamente intervenire io per fargli sapere una cosa ovvia e importantissima ? Spiego la faccenda a un’altra docente di matematica e quella mi sciorina la teoria della matematica come puro strumento mentale astratto, in chiave completamente antigalileiana, da fare sembrare uno “scientista” il cardinale Bellarmino, quello a cui non andava giù Galileo, mi pare.  

E potrei continuare, ma vi rimando a uno degli interventi che Roberto Vacca mi manda da diffondere sul mio sito, intervento che mi induce a ritenere che le cose, da molti anni a questa parte, siano cambiate decisamente troppo poco.

 

 

13. LA VULNERABILITA’ DEI GIORNALISTI.

Ora, se la nostra tradizione, in quanto coerente con il dogma secondo cui il mondo è stato direttamente creato da Geova onnipotente e infallibile, ci porta a confondere troppo spesso  “errore” e “colpa”, ci fa  anche viceversa confondere moralità e infallibilità. Più “morale”, più “buono”, cioè più vicino a Dio (spesso oggi identificato con la Natura in quanto opera divina o con addirittura essa stessa come un dio) sei, meno portato a sbagliare devi ritenerti.  Ossia, più “morale” ti senti, meno credi necessario verificare che una qualunque tua ipotesi, riguardante direttamente o indirettamente un problema morale, vada d’accordo coi fatti. In quanto il fatto stesso di volerla verificare dimostrerebbe la coscienza  di essere moralmente insufficiente. Ulteriore complicazione: si sente e si legge continuamente che “l’uomo è un animale sociale”, il che è verissimo, ma mi sembra anche essere capito solo parzialmente. Da quanto mi pare di ricordare da mie letture su questioni di etologia (ma anche di qualche esperienza di sociologia aziendale applicata), essere un animale sociale comporta anche la tendenza a inserirsi in una gerarchia, in cui quasi tutti credono (o desiderano) di essere superiori a qualcun altro, in quanto relativamente più vicini al vertice.

Quindi, almeno per quanto mi pare di avere capito, il sentimento di infallibilità per il ritenersi moralmente elevati viene rafforzato dal sentimento di autorevolezza. Cerco di spiegarmi meglio: a me pare che confrontando due ugualmente moralistici X e Y, identici per tutto il resto, storia personale, cultura eccetera, ma di cui Y abbia rispetto a X, per un qualsiasi motivo (per esempio abitudine a un abbigliamento più curato) una maggiore presunzione di autorevolezza, troveremmo che Y verifica ancora di meno le idee (di qualsiasi origine, originali o recepite) che ha in testa e di conseguenza dice o scrive o fa o fa fare un ancora maggior numero di cazzate. Ed essendo la confusione tra elevatezza morale e infallibilità sentimento comunemente diffuso e generalmente appunto rafforzato da una attribuzione di autorevolezza, le opinioni della persona ritenuta moralmente valida vengono, oltre che ancora meno verificate, più facilmente messe in atto.  Il che mi sembra contribuire a spiegare tante assolute e drammatiche scemenze politiche (in senso generale) che si sarebbero benissimo potute evitare con un po’ di sana, e almeno rispettosa dell’integrità morale  dell’autore di esse opinioni (altrimenti si ricade nella lotta per una gerarchia), critica.

E mi pare anche difficile evitare questa trappola. Perfino se io, in una discussione tra amici, tra cui parecchi laureati, cito Michael Gazzaniga, che in “La mente etica” ha scritto che il cervello umano è “una fabbrica di credenze”, a meno di mettermi a fare salti mortali per evitare l’equivoco, il messaggio recepito non è sempre che tutti noi (Gazzaniga compreso) abbiamo un elevato grado di fallibilità fisiologica (e quindi naturale) il che comporta la assoluta necessità di opportuni strumenti di verifica delle nostre idee. Ma assai spesso viene invece recepito come: “Però, bravo questo Gazzaniga, e Claudio (sarei io) quanto è informato, legge e studia !”: in sostanza il contrario, perché il punto essenziale, cioè la necessità per tutti di verificare, verificare e ancora verificare,  viene eluso.

E non succede certo solo a me: ricordo le tante incavolature di mia moglie che si impegnava a spiegare accuratamente certi aspetti dell’ambiente (di media e bassa montagna) in cui portavamo comitive di amici, quando poi si rendeva conto che delle sue spiegazioni restava soltanto un’alta considerazione delle sue qualità intellettuali ma zero di tutto il ben più importante resto, ossia del guardare, osservare, capire i vari aspetti dell’ambiente con cui si veniva a contatto e verificare se si è capito giusto.  Incavolatura giusta, perché è più importante capire che a camminare vicini all’orlo di una cornice di neve si rischia che si rompa e si caschi di sotto con gravi o gravissime conseguenze, piuttosto che ammirare l’intelligenza di chi guida, persona giustamente più preoccupata, se non altro, delle conseguenze assicurative e legali di una disattenzione che non dell’ammirazione suscitata.

In queste trappole della infallibilità moralistica e dell’autorevolezza, che impediscono di capire la necessità del verificare, verificare e ancora verificare, spesso cascano proprio giornalisti bravissimi professionalmente e moralmente, ma (sempre secondo me) non ancora arrivati alla piena consapevolezza della fallibilità umana.

 

Per chiarire meglio il mio punto di vista su questa vulnerabilità dei giornalisti faccio due esempi tra i tantissimi disponibili, relativi a scritti di professionisti assai bravi;  gli innumerevoli sfondoni commessi da giornalisti mediocri  sarebbero  meno significativi e quindi li trascuro.

 

Una volta  su un grande quotidiano leggo un articolo di un X che stimo parecchio (e che continuo a leggere e stimare): si trattava di due diversi possibili tracciati di una importante strada, di cui uno era più pesante costruttivamente (più viadotti, maggiore larghezza eccetera) e l’altro meno. Ma tira fuori una interpretazione del primo tracciato  nientemeno che con un maggiore ricorso “all’hardware”, non nel senso originario del vocabolo inglese (ferramenta in genere, anche attrezzature meccaniche eccetera) ma in contrapposizione con un presunto opposto maggiore orientamento al software del progetto con meno viadotti, larghezza carreggiate eccetera. Ora, mentre hardware è un vocabolo in uso certamente già nell’Ottocento, software è (o meglio era) un neologismo inventato per indicare, in un qualsiasi tipo di elaborazione elettronica digitale a programma memorizzato, appunto il complesso di programmi, programmini, sistemi e sottosistemi operativi eccetera costituenti le istruzioni lette ed eseguite dall’hardware, e nato solo per l’esigenza pratica di indicare sinteticamente quell’eccetera di cui sopra, ma senza minimamente pensare a una qualche dicotomia, opposizione, dualismo tra i due “ware”: posso garantirlo… Non credo che si possa seriamente ipotizzare, per esempio, una opposizione tra l’hardware di cui si serviva  Tolstoj per scrivere “Anna Karenina” (ossia carta e penna) e il suo software (residente nel suo cervello). E comunque trascuro qui ragioni specificamente tecniche per cui in generale, non dico una dicotomia, ma nemmeno un’alternativa tra Hw e Sw si può porre, tranne certi casi in cui una specifica funzione originariamente svolta da Sw può invece essere per convenienza tecnica essere realizzata da un circuito Hw, che comunque si attiva sempre e solo se il Sw lo ordina. Altrimenti staremmo freschi, come affidabilità se il Sw non fosse realizzato solo in modo da potere essere eseguito dall’Hw e viceversa se l’Hw potesse fare qualcosa di diverso da quanto codificato nel Sw.

Quindi  ho scritto a X chiedendogli se, secondo lui, lo Hw del processore di un apparecchio medico diagnostico per la RMN, Risonanza Magnetica Nucleare, è “bellicista” mentre il Sw del processore del sistema di puntamento del cannone di un carro armato è invece qualcosa di pacifista…

Non mi ha risposto e assolutamente non so se la mia critica sia servita a qualcosa: comunque scemenze simili nei suoi articoli non ne ho mai più trovate altre. E mi pare che la cosa importante sia questa.

Mi pare, anche, che X sia stato fuorviato dall’autorevolezza di un guru alquanto di moda in quel periodo, autorevolezza appunto risultante dalle buone intenzioni dichiarate da quel guru, coerentemente con la confusione tra elevatezza morale (almeno supposta) e infallibilità nonché con la nostra tendenza a arruolarci e seguire, seguire appunto uno, un qualche guru, che sostenga vigorosamente benintenzionate e moralissime stupidaggini. Ma cercare di recuperare mediante l’uso a cavolo di termini  specialistici il concetto della presunta eterna lotta tra Bene e Male, come sospetto che il guru (che non nomino perché non sono certissimo della sua identità) abbia voluto fare per vendere libri mediante il moralismo, direi che è una gran puttanata, salvo l’immeritato insulto alle professioniste. Giocare a sproposito su “duro” e “soffice” per indurre una falsa analogia con “Bene” e “Male”, “Angelo” e “Diavolo” eccetera, non ditemi che non è una puttanata. Anzi, per dispetto la rigiro pure: se in una attività tanto tecnica come l’elaborazione elettronica dei dati, il Male (l’hardware) esegue sempre inappuntabilmente gli ordini del Bene (il software), come in realtà accade a meno di corti circuiti e altri guasti materiali, vuol dire che la Tecnica realizza finalmente il Trionfo del Bene sul Male. Ma, chiarisco, questa mia asserzione è uno scherzo: non si sa mai che qualcuno mi prendesse sul serio, come quella volta che mi sono inventato il nome botanico di “Cularia provvida”  per una comunissima erbaccia dalle foglie larghe supposta utilizzabile in una imprevista emergenza. 

Ma quello che ha conseguenze peggiori è l’errore complementare da parte del pubblico. Il pasticcio tra più cemento e più Hardware da un lato e meno cemento e più Software dall’altro, con successiva estensione a maggiore o minore pesantezza  e quindi a disposizioni belliciste o al contrario pacifiste (io mi domando, alle volte: ma non è che gli anti-TAV ci siano cascati dritti dritti pure loro, in questa scemenza ?) lo hanno letto probabilmente parecchie decine di migliaia di persone. Di cui forse la metà potrebbero avere preso sul serio quell’articolo, ma non credo che nessuno ne sia stato molto influenzato, tranne i tipi capaci di pensare che il regista Steven Spielberg (Jurassic Park) potesse andare davvero a caccia di dinosauri. Per le persone meno traviate dalla propaganda a favore dell’ingenuità come virtù, l’eventuale opinione riguardo alla scelta del tracciato mi sembra dipendere generalmente da considerazioni pratiche.

Per l’altra metà, o meglio tra tutti quelli che di hardware e software hanno un’idea un po’ meno vaga (e ormai sono tanti), sempre secondo il mio parere, in molti si sono fatti una, in realtà ingiustificata, opinione troppo negativa, purtroppo anche moralmente, dell’autore di quell’articolo, proprio per la tradizionale confusione tra errore e colpa se non si accetta il nostro comune essere fisiologicamente assai fallibili. Il che non lo trovo né giusto né utile, anche vista la scarsissima (rispetto a quanto sarebbe necessario) diffusione dell’abitudine di leggere. Quindi io ho preferito scrivere polemicamente a X piuttosto che stare zitto con lui e poi ridergli dietro le spalle e magari godere a ulteriormente sputtanarlo. Ossia, il messaggio ricevuto per molti non è stato: “Attenzione, se non verifichiamo  diciamo fesserie !” ma “X è colpevole e i giornali non vale la pena di leggerli !”. Il che mi pare assai più grave della fesseria, scritta da X, in sé stessa.

 

Comunque, in tempi recenti, il peggiore stimolo a questa “fabbricazione di credenze”, è purtroppo il caso ILVA. Temo essenzialmente perché si tratta di cancro, la cui paura oggi ha molto impropriamente preso il posto dei malefici orditi da streghe o da untori o da eretici o da ebrei.  Anche in questo caso, per mia comodità di esposizione, preferisco prendermela anche con un altro bravissimo giornalista: proprio perché bravissimo ha toccato, in un suo articolo, una serie di punti importanti, ma interpretandoli in modi che molto eufemisticamente si possono dire “discutibili”.

 

Il primo punto: geografia. Taranto sembra essere pensata come qualcosa che non fosse per l’ILVA sarebbe simile a Positano o a Saint Tropez. Cosa che proprio non è fin da prima dei tempi di Pericle, tanto per dire. Taranto fin dalle origini è nata come porto, e come porto è ottimo, intrinsecamente efficientissimo: il che di per sé già significa parecchio (economicamente, non esteticamente), ma ci va aggiunta la sua posizione nella penisola italiana (che permette collegamenti terrestri oltre che marittimi) e piazzata nel bel mezzo del Mediterraneo. Dove tuttora passa, secondo quanto mi pare di avere capito, il 10 per cento di tutto il traffico marittimo mondiale. Che poi la classe dirigente meridionale, appiccicata alle fonti culturali di una sua remota presunta legittimazione (purtroppo coerente con un’agricoltura arretrata e quindi coerente solo con il bassissimo costo della manodopera reso necessario dall’arretratezza), non abbia mai saputo utilizzare la posizione geografica di Taranto e del Sud in generale, è un punto fondamentale su cui torno più avanti, e in modo piuttosto accalorato, anche.

Ora, se per un colpo di bacchetta magica sparisse l’ILVA, Taranto intera se la comprerebbero gli arabi o i cinesi: il valore come porto è troppo superiore a quanto mai sognabile dall’ambientalismo o anche dalla assai più temibile speculazione edilizia sempre in cerca di occasioni (e di involontari alleati) per utilizzare i terreni  come per la Conca d’Oro tra Palermo e Monreale. Con una invasione di seconde e prime case mandando in malora quel vecchiume (secondo lo snobismo provinciale) della antica città. Come al solito, posso sbagliarmi, anzi, è molto probabile che io mi sbagli, ma anche il recente incendio doloso alla Città della Scienza di Bagnoli non lo attribuirei tanto all’avversione per il calcolo differenziale o per l’idrodinamica quanto al dispetto  per il non concretizzarsi di una sperata grandissima occasione di speculazione edilizia.

Tornando a Taranto in particolare, non so come fosse ai tempi della Marina borbonica: ma come Italia Regno e poi Repubblica Taranto è sempre stata la principale base navale della Marina Militare, allora assai più consistente e invasiva di adesso, con arsenali, officine di riparazione, bacini di carenaggio, industrie di supporto, carbonili e successivamente depositi di carburante eccetera, con abbondantissimo amianto, naturalmente. E’ stata anche oggetto di una celebre incursione di idrovolanti inglesi, nella notte tra l’11 e il 12 novembre 1940, che ha messo fuori combattimento in una sola volta tre corazzate, un incrociatore e un cacciatorpediniere italiani.

Quindi Taranto non è nulla di analogo alla bergerie giocattolo di Maria Antonietta.

Mentre può essere che la zona, ILVA o non ILVA, proprio per la sua storia, sia troppo carica di amianto: l’origine di questa mia filippica sul mio sito web è proprio lo sconcerto dovuto all’avere scoperto che fino al 1992, nonostante si sapesse da un pezzo della cancerogenicità dell’amianto (anni 30 del secolo scorso in Inghilterra, divieto d’utilizzo del 1943 in Germania) ce ne siamo ingozzate quantità incredibili.

Forse proprio perché non puzza, non sporca ed è naturale…

I Riva (di cui non sono l’avvocato difensore) lo hanno ovviamente tirato in ballo, e per quanto mi pare di saperne una recente sentenza, forse un pochino cerchiobottista, pur condannando severamente gli imputati, ha appunto riconosciuto l’esistenza e la rilevanza dell’amianto.

Ma non è che le acciaierie producano amianto, e non è che nel 1992 si siano fermate tutte le ferrovie, le navi si siano bloccate in mezzo al mare, le centrali termoelettriche abbiano spento caldaie e turbine, si siano sgomberate case e scuole con Eternit nelle coperture (anche a vista), nelle coibentazioni e nei circuiti idraulici, sfollandone inquilini e studenti in baraccamenti d’emergenza, e così via: semplicemente perché la crisi economica conseguente a un casino simile (nel cui rischio cui ci siamo messi da imbecilli, innamorandoci dell’amianto nonostante le notizie sulla sua pericolosità) avrebbe prodotto una mortalità assai maggiore che non quella, pur estremamente grave, derivante dall’accettare una gradualità nell’eliminazione (sperata !) dell’amianto.

Per inciso noto che sembra moralisticamente da ignorare la relazione tra incremento nella produzione di risorse (assai grossolanamente PIL, Prodotto Interno Lordo) e incremento della speranza di vita alla nascita: ma non è sempre vero che lo sterco del diavolo, il vile denaro, sia inutile e venefico… Ricordo che nel 1900, quando si viveva tanto bene, per gli uomini la speranza di vita alla nascita era di 42 anni: ora è poco sotto gli 80. Mortalità infantile (entro il primo anno): anno 1900, 1714 decessi su 10000 nati; anno 1970, 285; anno 2009, 34. Ah, ma sono i progressi della medicina ! Certo, ma le risorse, i soldi, per avere i progressi nella comprensione delle malattie, per inventare le terapie e poi per applicarle, da dove vengono fuori ? E ricordo anche che le cifre che ho trovato dall’ISTAT sono relative ai primi undici mesi: quelle relative ai decessi entro i 5 anni, soprattutto per il 1900, sono assai più alte.

Ma, tornando all’ILVA, pare che le norme relative all’amianto siano oltre cento: pasticcio normativo che ovviamente offre alla difesa dei Riva abbondanti spazi di gioco. A ogni modo, resta (sempre secondo me) che, ILVA o non ILVA, Taranto è intrinsecamente e storicamente qualcosa di assai più simile a Le Havre o a Amburgo (su scala ridotta) che a Positano, Vietri sul Mare o  altri amenissimi luoghi.

 

Il secondo punto è la nostalgia o l’aspirazione per un impiego agricolo della zona: e sono d’accordo che esteticamente gli oliveti siano più belli delle acciaierie.

Ma ho cercato di fare quattro conti, che mi piacerebbe fossero sbagliati e che vi prego di rifare.

 L’ILVA occupa quindici milioni e rotti di metri quadri, per l’esattezza 15450000 e facciamo per arrotondamento 16 milioni. Riportati a ettari,  essendo un ettaro 10000 (diecimila) metri quadri, sono 16000000/10000 = 1600 ettari. Per rese e costi degli oliveti ho trovato i dati relativi a due ipotesi: A), resa sui 28 quintali di olive a ettaro, prezzo delle olive pregiate 85 euro a quintale, dunque 28 x 85 x 1600 = 3808000, tre milioni e ottocentomila all’anno.

Ipotesi B, di coltivazione superintensiva e supermeccanizzata: resa 110 quintali per ettaro, prezzo olive 35 euro a quintale, quindi 110 x 35 x 1600 = 6160000, sei milioni e centosessanta mila.

Le differenze tra A e B: A si applica a oliveto pressappoco tradizionale, piante di varietà tale da dare olio vendibile a 7 euro al litro. L’ipotesi B invece comporta grandi investimenti, ma olive meno pregiate. Ma le fonti che ho trovato danno ambedue le ipotesi come non remunerative economicamente, ossia non praticabili, in assenza di incentivi, per produrre reddito. Vediamo di combinare le due ipotesi per avere C, il massimo ipotizzabile teoricamente: resa 110 quintali per ettaro, prezzo olive 85 euro a quintale: arriviamo a 110 x 85 x 1600 = 14960000, cifra tonda fatturato ipotizzabile per un oliveto grande circa come l’ILVA, 1600 ettari: 15 milioni di euro annui.

Ricavi ILVA 2012: 6 miliardi di euro: quattrocento volte quanto ipotizzabile nella migliore ipotesi C. Ossia, per uguagliare il fatturato annuo dell’ILVA con il ricavo da oliveti, ci vorrebbe quattrocento volte la superficie occupata dall’ILVA.

Invece, nella ipotesi B,  ce ne vorrebbero 974 volte. E nella realistica ipotesi A, 1575 volte (sempre secondo i dati che ho trovato e che vi prego di verificare, assieme ai conteggi).

Non posso qui analizzare gli utili accuratamente come si dovrebbe fare, perché nell’acciaio anno per anno possono ballare parecchio, quindi per dare una informazione quantitativa corretta dovrei almeno fare delle cosiddette medie mobili e riportarne una serie. E poi conteggiare aumento o diminuizione dei debiti, investimenti, rivalutazione capitale, eccetera: ma già da quel poco che ho visto mi sembra assolutamente certo che gli utili ILVA, sia al lordo che al netto dalle tasse, siano e siano stati decisamente cospicui. Per averne un’idea, mi pare basti il dato del 2012: 1,2 miliardi di euro di utile netto. Ossia utili (e perdite nelle annate in cui va male) sono centinaia di volte superiori non all’eventuale utile, ma addirittura all’intero fatturato di un ipotetico oliveto che ne occupasse il posto.  Non è che il mercato mondiale dell’acciaio sia qualcosa di adatto a cuori deboli (per i quali un oliveto sovvenzionato sarebbe invece accettabile), come d’altra parte qualsiasi mercato davvero mondiale: ma la grandezza dell’impianto (dai competenti considerato molto efficiente), permettendo di spalmare utili e perdite su periodi più lunghi dell’anno, come le grandi quantità prodotte e il gran numero di prodotti è uno dei fattori che hanno permesso all’ILVA di guadagnare assai bene anche quando altre realtà non certo molto più attente a questioni ambientali sono andate a gambe all’aria. 

Occupazione: ILVA 16000 dipendenti diretti, ottomila (almeno) nell’indotto, il che fa pressappoco 24000 assunti a tempo indeterminato. Per contro, su 1600 ettari di oliveto, quante persone e per quanto tempo ? Tempo, sembra, al massimo tre mesi e mezzo l’anno. Per il numero di addetti necessari, ancora non sono bene riuscito a capirlo, ma sembrerebbe, al massimo, qualche migliaio.

Ma il punto essenziale, per quanto mi pare di avere capito, che l’utilizzo di una uguale superficie come oliveto produce reddito zero a meno di sovvenzioni da parte di Pantalone (italiano o europeo) o di una drastica diminuizione del costo del lavoro o di tutte e due le cose assieme.

Ora, l’ILVA non ha fatto solo guadagnare bei soldi ai Riva e data occupazione a un bel numero di addetti, ma ha anche dato dei gran bei soldi al bilancio statale sotto forma di tasse, anche in periodi di utili netti negativi: per esempio l’IRPEF sugli stipendi dei dipendenti, in tali periodi, continua a correre. Tasse poi in parte impiegate male, sono d’accordo: ma andate anche in scuola, sanità e altri impieghi indispensabili o utili.

Torno (e ci tornerò ancora più oltre) sugli gli utili ILVA, che su qualsiasi medio periodo, anche comprendente periodi di sovrapproduzione mondiale dell’acciaio, sono sempre stati ingenti. Tali che, pure nella ipotesi che tutte le morti per cancro a Taranto in eccesso rispetto al “dato atteso” (e attenzione, perché questo è un terreno molto meno facile di quanto sembri a prima vista) siano dovute all’inquinamento industriale, ne sarebbe bastata una piccola parte (di quegli utili) per evitare l’inquinamento e le relative morti.

Ma, almeno da quanto ho letto sulla stampa, l’ipotesi in questione non è certo né esclusa ma nemmeno completamente dimostrata: fare delle statistiche su un qualsiasi fenomeno senza conoscerlo, e conoscerlo molto meglio di quanto il cancro sia stato compreso (a quanto se ne è letto) nella stesura dell’accusa all’ILVA quasi sempre porta a pessimi risultati. E comunque, anche la ASL di Taranto non si capisce cosa ci stesse a fare: non conosco la normativa sulle sue competenze, ma comunque, in ogni caso, una funzione di osservazione su un simile gigante industriale andava fatta, anche nella ipotesi di totale innocuità delle emissioni, se non altro per ottenere un accrescimento di conoscenze.

Quindi, secondo me,  se c’è stata colpa, la ASL la condivide. Su tutto questo torno più avanti: ma ribadisco che, secondo me (il tutto andrebbe verificato innanzitutto per mezzo di confronti con le tante altre acciaierie in esercizio in Europa) eventuali dimostrabili inquinamenti che abbiano realmente causato casi di cancro, amianto a parte, potevano essere evitati con l’impiego di una relativamente piccola parte degli utili guadagnati.

Per chiarire, tutto questo significa non certo che bisogna chiudere l’Ilva, ma, secondo me, proprio il contrario. E credo di potere dimostrare che anche dal punto di vista sanitario, oltre che ambientale, le voglie di chiusura, le voglie di levarsi di torno un brutto, ingombrante e antipatico, anzi addirittura empio, coso che contraddice la sana cultura conservatrice tradizionale e agraria non vanno soddisfatte. Chiudere, secondo me, poi si rivelerebbe un fantastico atto di autocastrazione anche per chi ora è di parere contrario al mio. 

Per occupazione e convenienza finanziaria pubblica quindi a me sembra che per le sognate alternative all’ILVA non ci sia proprio partita.

 

Punto terzo: utilizzabilità turistica (escludendo la speculazione immobiliare, cioè seconde case e simili). A me sembra che per quanto riguarda il turismo balneare l’idea non sia più brillante  che quella dell’utilizzazione agricola: il mondo è pieno di spiagge o scogliere bellissime, con abbondanza di manodopera a buon mercato, clima che le rende frequentate in tutte o quasi le stagioni dell’anno e economiche da raggiungere con il trasporto aereo a buon mercato. Restando più vicino a noi, anche la costa balcanica dell’Adriatico, una volta che si siano accumulate le risorse materiali e immateriali necessarie, ha grosse potenzialità che inevitabilmente si tradurranno in offerta concorrenziale al Meridione d’Italia. Che, secondo me, non riuscirà mai a sfruttare a dovere le sue possibilità, fino a che perdurerà l’irrinunciabile conservatorismo della sua classe dirigente.

D’altra parte in Francia Fos sur Mer, sulla costa della Camargue,  ospita un’acciaieria più piccola dell’ILVA, ma certo non piccola in assoluto, mi pare circa un terzo, il che non è poco: ma Fos è anche località balneare. Non mi risulta che sia un modello di pulizia, anzi il confronto con Taranto sembra andare a tutto vantaggio di quest’ultima. Proprio Fos centro non l’ho mai visitata, ma non molti anni fa mia moglie e io abbiamo soggiornato in un campeggio di quella zona, e posso dire che è un divertimentificio dove i prezzi bassissimi dovuti a una eccellente organizzazione permettono ai turisti di godersi la vacanza e agli operatori di guadagnare bene. E se dico prezzi bassissimi intendo qualcosa di impensabile da noi.

L’altra risorsa turistica del Sud d’Italia, quella artistico-culturale, non decolla nonostante la sua enorme ricchezza proprio perché l’organizzazione non ci piace, o meglio, proprio in quanto organizzazione non piace alle locali dirigenze, visto che non si può intellettualmente ridurre a paradigmi semplici. Il turismo culturale è più difficile da sfruttare di quello balneare: la clientela è mediamente assai accorta (escludendo fenomeni come il traffico sulla Gioconda al Louvre, che comunque è anch’esso uno sfruttamento abilmente organizzato) e relativamente più esigente.

Sulla incompatibilità tra l’organizzazione razionale e la mentalità tradizionale e tuttora imperversante nella classe dirigente meridionale torno comunque più avanti. In quanto proprio questo è il problema nascosto, temo in parte deliberatamente, dalla strumentalizzazione (la quale poi non mi scandalizzerebbe, non è che se un problema viene strumentalizzato la sua gravità, se reale, diventa trascurabile) della diffusione del cancro in generale e all’Ilva in particolare.

 

Punto quarto (non certo per ordine di importanza): salute.

Abbiate pazienza, perché le cose che sto per scrivere non sono semplicissime da esporre, almeno per me. D’altra parte l’ipotesi di chiudere l’ILVA perché “provoca il cancro” mi sembra estremamente ingenua. Per me è ovvio che le leggi vigenti in materia di inquinamento vanno rispettate, quindi, A) dovunque sia necessario vanno fatte le opportune modifiche impiantistiche. E, B) va anche istituito un centro qualificato (per competenze biologiche e mediche) di indagine e controllo scientifico della situazione.  Secondo me, ci sono abbondanti risorse per A e per B assieme, nonostante mi pare che la stampa cada spesso in una gravissima sottovalutazione dell’efficienza dell’ILVA. In un modo che a me (settentrionale) sembra assai simile all’errore fatto sull’efficienza dell’aeroporto di Fiumicino, per cui si dava per scontato da praticamente tutti gli “opinion makers” che il fare di Malpensa  il centro rotte e manutenzione di Alitalia avrebbe prodotto un tale guadagno di efficienza da proiettare la compagnia aerea nel paradiso dei profitti. E invece può succedere che realtà geograficamente situate a sud di Firenze possano essere anche mondialmente tra i primi della classe (cito solo ELV ed EMA), vedi NOTE.  Ma mentre l’errore Malpensa ha prodotto gravissimi danni finanziari, però essenzialmente solo finanziari, un errore Taranto potrebbe avere conseguenze negative, o almeno deludenti, anche dal punto di vista sanitario. In quanto la realtà della biologia del cancro è molto diversa dai modelli ingenui che vengono generalmente proposti per la loro conformità alla tradizione creazionista (rafforzata dalla accettazione acritica, da parte dell’ambientalismo nostrano, di sciocchezze del creazionismo USA, questione che è l’argomento principale di questa mia dissertazione. Nelle NOTE parlo dell’errore (secondo me disastroso) causato dal panico riguardo alla cancerogenicità (reale !) delle radiografie.

Ora, data la complessità delle biologia, trovo inammissibilmente sbagliato parlare di cancro e affini senza chiarirsi almeno un po’ le idee sull’argomento, liberandosi dalle semplificazioni di una tradizione formatasi quando di DNA non se ne aveva nemmeno la più pallida idea. E quando si era sicuri che qualsiasi male, compresa la morte, dipendesse dalla disubbidienza di Eva (e dalla remissività di Adamo che non l’ha presa a botte, come previsto dai sani costumi dell’epoca in cui il racconto è stato messo per iscritto). E anche adesso, se amici sinceramente progressisti mi sentono affermare che in natura i comunissimi topi, se non mangiati da gatti, bisce, civette e compagnia, per il novanta per cento muoiono di cancro entro al massimo un anno e mezzo (per motivi che hanno a che fare con la biologia e l’evoluzione), ne restano quanto meno sorpresi. (NOTE)

Premetto anche che non sono un biologo e che le mie competenze sono ovviamente limitate. Sono, comunque, da parecchi decenni interessato  all’argomento cancro (o se volete “fissato” su di esso) non solo per forti motivi di solidarietà umana, ma anche perché ancora giovanissimo mi sono accorto dei pasticci ideologici  di cui il cancro già allora era pretesto. Un famoso medico (coerentemente, molto di destra) a quei tempi scriveva contro l’ipotesi che un qualche virus potesse avere un’azione cancerogena, e fin qui nulla di anormale: ma usava una grande violenza verbale, segno di una sua assoluta certezza, a quei tempi per niente giustificata, assieme a una vistosa carenza di logica. Che una nuova ipotesi, da verificare poi se valida o meno, suscitasse uno scoppio di irrazionalità in una persona ritenuta capace in una professione difficile mi ha incuriosito: per cui da allora ho cercato, quando possibile, di tenermi aggiornato su un argomento tanto sensibile culturalmente oltre che importante socialmente.  

Comunque, le cose abbastanza elementari che so di biologia e di cancro sono di dominio comune e facilmente reperibili da parecchie fonti abbastanza recenti, che si confermano reciprocamente e che sono verificate non solo sperimentalmente in laboratorio, ma anche dai fatti. Se mio cognato è guarito da ben due successivi diversi cancri, se la mattina al bar continuo a incontrare spesso un vicino di casa che qualche mese fa mi ha raccontato di essere in terapia per un cancro alla prostata metastatizzato ma messo sotto controllo, eccetera, mi sembra logico dedurne che qualcosa si stia cominciando a capire, altrimenti le terapie non avrebbero mai risultati migliori (seppure ancora terribilmente insufficienti per i nostri giustissimi desideri) che trenta o quaranta anni fa.

Si tratta comunque di argomenti che, indipendentemente da malattie e malanni vari, mi sembra riguardino molto da vicino tutti noi: sapere un po’ meglio come  siamo fatti dovrebbe essere importante anche come strumento di consapevolezza e, quindi,  di libertà. Ma anche dal punto di vista personale, per esperienza, posso dire che saperne qualcosa può essere alquanto vantaggioso.

D’altra parte, entro certi limiti, che cerco di non sorpassare, mi sento legittimato a scrivere di biologia del cancro anche perché proprio un punto importante delle accuse all’ILVA mi ha fatto capire che, nonostante la mia ignoranza, sembro comunque saperne parecchio di più di chiunque abbia contribuito a redigere l’atto della Procura di Taranto in cui si presuppone pari a zero (o quasi) la “latenza” del cancro, cioè l’intervallo di tempo intercorrente tra l’esposizione a un agente cancerogeno e la manifestazione della patologia. Ma che la latenza sia zero è cosa impossibile di per sé, proprio per i meccanismi della formazione e sviluppo del cancro. E ricordo anzi che nel caso dell’amianto, di cui secondo notizie di stampa, sembra essere stata riconosciuta la presenza anche a Taranto nonostante non sia certo un prodotto di acciaieria, la latenza può arrivare anche a ben quaranta anni.

 

Se qualcuno che mi legge avesse dei dubbi sulle stranezze che esporrò, posso fargli una bibliografia ragionata, una guida alla verifica e almeno un controllo di coerenza tra eventuali ipotesi diverse. E per chi segue questi argomenti: non tiro in ballo una cosa detta epigenetica, per non doverci studiare mesi e poi scrivere un trattato apposito. Chi eventualmente la considerasse una carenza tale da invalidare le mie conclusioni mi contatti e ne parliamo.

Ma la mole delle informazioni che cerco di rifilarvi è proporzionata alla estrema gravità dell’argomento e alla diffusione di idee che a me sembrano, nel migliore dei casi, assai approssimative. Quindi le riporto via via più estesamente in “NOTE”: qui uso principalmente le conclusioni e le conseguenze di quanto  esposto in esse.

 

Mi sembra indispensabile porre a confronto due ipotesi (o meglio una dottrina e una teoria) di carattere molto generale, non per sfuggire al problema del possibile o probabile o certo eccesso di morti per cancro a Taranto rispetto alla media nazionale e pugliese oppure sostenere una qualche inammissibile fatalistica accettazione, ma per evitare di inevitabilmente cascare  in stupidaggini. Si parla di cancro in generale e quindi del caso ILVA in particolare o dovrei fare implicitamente propaganda per una ideologia balorda, disfunzionale, nonché parecchio di destra ?

Allora: la prima “ipotesi” è in realtà una dottrina tradizionale, per cui la Natura è un qualcosa di sempre, senza nessuna eccezione, intrinsecamente armonico e ordinato, a tutte le scale di grandezza, dall’anno luce al trilionesimo di millimetro o quasi, ma dove “armonico” va inteso anche come completamente statico nel tempo. E quello che correntemente indichiamo come “Natura” nel creazionismo, anche quello più blando, è il risultato di un progetto, percepibile come tale, e perfetto, essendo opera di un Ente supremo infallibile. Ogni (e ripeto ogni) intervento umano  che esca da quanto permesso da Geova all’atto della cacciata dall’Eden, quindi, non può coerentemente essere che sempre sbagliato e dannoso, senza alcuna distinzione tra il realizzare dei vaccini (ricordo esemplare, poliomielite !)  e il costruire una diga a valle di montagne franose (Vaiont).

Non è che questa idea di armonia completa e statica, risultato di un progetto, provenga da un qualche lavoro di misurazione e verifica: discende solo dalla tradizione per cui il mondo è stato creato direttamente da Geova, il Dio dell’Antico Testamento, poi interpretato come infinitamente buono, potente, infallibile e sempre uguale a sé stesso. Ed è appunto la concezione creazionista, per la quale qualsiasi cosa sia male per noi, al mondo, deve essere colpa di Eva e di quel mollaccione di Adamo che le ha dato retta invece di menarla. Anche i terremoti, pure per Rousseau (decisamente creazionista, e forse sarebbe stato difficile che non lo fosse, a quel tempo) dovevano essere in qualche modo (non sempre chiaro) colpa dei terremotati.

In forma attenuata (ma rinunciando alla coerenza di Rousseau) è quanto a tutti ci è stato più o meno (a me, meno) spesso raccontato, e che non potrebbe essere poi tanto sbagliata, se errore e colpa coincidessero (concetto anch’esso inseparabile dal creazionismo, se ritenuto di validità generale). Mamma, nonna, parroco, maestra eccetera erano brave persone: quindi, quello che ci hanno raccontato non può essere poi completamente  sbagliato.

Solo che, a rigore, la dottrina non ammette compromessi: i trentamila utenti di Internet che se la sono presa con Steven Spielberg per la sua foto con presunto dinosaurone preda di caccia e ucciso con una carabina (leggerina, pure), prima ancora di essere formidabilmente scemi, o forse meglio, ingenui fregati dalle chiacchiere di furbi interessati (dietro al traffico di cavolate ci sono pure notevoli interessi), sono innanzitutto coerenti. Se si è davvero convinti che tutto, ma proprio tutto ciò che è naturale è stato creato da Geova una volta per tutte, non si può che essere fissisti oltre che ovviamente creazionisti. I fissisti veri sono convinti (coerentemente al dogma in cui credono) che nessuna specie, essendo stata creata direttamente da Dio, possa evolversi ma soprattutto non possa estinguersi a meno di un empio intervento di umani peccatori (come Spielberg). I fissisti blandi (e già incoerenti) ammettono che possano darsi estinzioni, anche naturali, ma mai evoluzioni.  I trentamila indignati quindi sono gli estremisti tra gli estremisti di quel quasi 50% dei cittadini USA tuttora creazionisti. Il buonsenso dei restanti creazionisti un po’ meno estremisti aiuta a evitare le idiozie più evidenti, ma a prezzo della coerenza logica: a questo punto la combinazione tra una dottrina tradizionale e l’incoerenza, se permette la sopravvivenza della dottrina, pone moltissimi problemi, tra cui anche uno politico: chi è davvero poi in grado di decidere sensatamente mediante il possesso degli strumenti intellettuali necessari ?

E ovviamente, secondo questa concezione, il cancro non può essere che conseguenza del peccato umano. E un presunto incremento di casi di esso ne viene interpretato come conseguenza e assieme dimostrazione della malvagità umana, in particolare dell’industrializzazione e dei suoi presunti falsi benefici. In questa luce, purtroppo, il caso ILVA è scivolato nella ricerca di una legittimazione giuridica della concezione creazionista e “antiscientifica” (prima che di opposizione alla tecnica) del mondo.

 

Ma appunto in completa opposizione alla tradizione creazionista abbiamo un’altra concezione, di carattere laico e verificata con metodo chiamato in modo fuorviante “scientifico”. Fuorviante perché in realtà il procedere per passi successivi di ipotesi, verifiche rispetto a fatti osservabili direttamente o indirettamente, modifica ipotesi, ulteriore verifica e così via iterativamente fino a trovare uno schema, una “teoria” che funzioni abbastanza bene da potere spiegare e possibilmente determinare i fatti che essa riguarda è un procedimento (naturalissimo) che applichiamo spesso anche fuori da qualunque laboratorio (del Dottor Frankestein o meno).  

La differenza fondamentale, con quanto sostenuto dalla tradizione dogmatica è che la “Natura” non è percepibile come un “progetto” come umanamente lo intendiamo noi, ma come il risultato di una serie di contingenze che, per quanto possiamo, anche ai fini pratici, verificare, sono in massima parte casuali. Il che, tra le tante altre cose, comporta che l’organismo umano non abbia mai avuto un qualche momento di origine in cui sia stato perfetto. Ho detto “percepibile”: voglio dire che forse il progetto potrebbe pure esserci, ma molto diverso di come lo penseremmo noi. E in forma talmente nascosta che dal punto di vista pratico funziona infinitamente meglio tenerci, per molti scopi pertinente a questo mondo (come non morire di cancro) a quello che possiamo osservare.

Quindi, in questa concezione antitradizionale o “laica” (non necessariamente atea) o “risultante dal metodo scientifico” (basta capirsi), gli organismi viventi sono il risultato di un accumulo di cambiamenti casuali favorevoli all’organismo stesso nelle sue funzionalità, comprese quelle relative all’interazione con l’ambiente. Mi pare di ricordare “Caso e necessità” di Jacques Monod. Non è poi in realtà, mi sembra, nemmeno una posizione atea: né pare venga giudicata tale in Vaticano, viste le persone che stanno nella Pontificia Accademia delle Scienze: salvo l’avvertenza che “casuale” può indicare due cose alquanto diverse concettualmente (vedi NOTE) ma confondibili ai fini pratici.

D’altra parte, in un senso più generale, mi pare di ricordare (verificare, chi può, verificare !) che l’allora cardinale Ratzinger in un suo libro abbia asserito che “nel mondo Dio è invisibile”, negando, se davvero ha scritto questo, il creazionismo, anche quello (abbastanza clericale, ma per l’epoca forse non si poteva pretendere di meglio) di Rousseau. In quanto, ricordo nuovamente, la assoluta perfezione di un organismo complesso come quello di un essere umano (ma anche di un gatto o di un pesce o di un insetto qualsiasi) di per sé dimostrerebbe la necessità dell’esistenza di un Progettista infallibile e Onnipotente. E viceversa.

La questione di carattere biologico che non possiamo ignorare (a meno di volere correre un gran rischio di castronerie) è che un organismo non “progettato” ma risultante da un accumulo casuale di cambiamenti non può essere perfetto, a meno di una qualche combinazione estremamente fortunata, perché essendo casuali i cambiamenti genetici (in gergo attuale e semplificando, pressappoco, mutazioni del DNA) non possono essere solo favorevoli, ma saranno in parte indifferenti, in parte sfavorevoli e in parte più o meno favorevoli. Favorevoli a cosa ? All’adattamento all’ambiente.  

Quindi non si tratta, in questo esempio, di confronto tra una perfezione e una imperfezione: si tratta di due imperfezioni di cui l’una (o l’altra) è relativamente meno svantaggiosa in funzione dell’ambiente.

 

Quindi, in questa seconda concezione, per cui la nostra fisiologia è il risultato della selezione ambientale (e sessuale) rispetto a un continuo flusso di mutazioni casuali, la morte, le malattie, il decadimento fisico eccetera non sono colpa di quella sciagurata di Eva o di quanto possa essere ritenuto simboleggiato in essa, ma sono in primo luogo caratteristiche intrinseche (e niente affatto desiderabili) del processo tramite il quale gli esseri viventi si sono formati e trasformati.

Il che non è una costruzione filosofica astratta senza rilevanza terra terra: il cosiddetto genoma e, semplificando semplificando, la sua codifica come DNA non è qualcosa di assolutamente fisso e invariabile (come sembrava credere quel politico che sosteneva essere l’onestà fissata “nel DNA” degli aderenti al suo partito): al contrario, le mutazioni, almeno quelle minute che in alcuni casi nemmeno influiscono sulla funzionalità dei tratti di DNA colpiti ma in altri casi sono cancerogene eccome, sono frequentissime e dovute in massima parte a cause naturali e del tutto ineliminabili (vedi NOTE). Il che non esclude  che ci siano parecchie altre sostanze o processi che causano mutazioni (sempre NOTE), spesso, ma non sempre, eliminabili o almeno evitabili: come non è stato fatto per l’amianto (anzi, ne abbiamo riempito il nostro ambiente). Invece, si sono più volte provocate involontariamente o meno mutazioni per ricavarne dei vantaggi (NOTE), il che, se non vogliamo rinunciare alla coerenza, ci pone di fronte a un dilemma. O l’attribuzione a Geova di un immodificabile progetto della natura è un nostro artificio, o Geova se ne infischia e ci lascia mangiare piatti e piatti di pastasciutta fatta con il grano Creso e suoi eventuali successivi ibridi senza fulminarci mentre portiamo la forchetta alla bocca.

Mi pare importante notare anche, come dimostrazione della non integrale perfezione della Natura, che abbastanza spesso (pare) il DNA del figlio non è esattamente composto solo da caratteristiche presenti nel DNA del padre o della madre (NOTE).

Poi: se nel DNA di una qualsiasi cellula “somatica”, quindi lasciando  . da parte quelle dette “germinali” il cui DNA va a comporre quello dei discendenti, si accumulano, in un tempo indeterminato (ossia casuale) mutazioni casuali di qualsiasi origine che interessino geni proto-oncogeni e altri geni onco-soppressori in numero e tipo sufficienti da disabilitare i meccanismi di controllo della proliferazione cellulare abilitando invece quelli che la avviano, la cellula diventa cancerosa. E se poi il sistema immunitario non interviene adeguatamente, si sviluppa il cancro. Ora, le mutazioni possono essere di qualsiasi origine, quindi, a rigore (o meglio a pignoleria necessaria qui, ma di cui i ricercatori, almeno quelli che fanno sul serio e che quindi possono trovare oltre che ricercare, fanno volentieri a meno), non si dovrebbe parlare di “causa” di un cancro. Ma delle sue “concause”, oppure, se fossimo tutti d’accordo, limitare il nome di “causa” all’origine dell’ultima in ordine di tempo delle mutazioni del DNA che accumulatesi hanno reso cancerosa quella cellula. Precisione indispensabile per discutere coi creazionisti (anche inconsapevoli) o con chi ne è influenzato, ma altrimenti cosa piuttosto inutile a fini pratici e seri, ossia eliminare o almeno ridurre a proporzioni marginali l’incidenza delle morti per cancro (NOTE) Ho scritto “morti” e non “casi” perché il cancro come patologia è probabilmente ineliminabile: quello che è importante e certamente possibile (tranne forse pochi casi, anche prenatali) è curarlo radicalmente. O anche “prevenirlo”, ma  nell’accezione di Edoardo Boncinelli, grande studioso e accorto politico (è una lode, non un biasimo) nel suo ultimo libro, dove per “prevenzione” intende non l’evitare che la patologia si inneschi, significato classico ma cosa assai difficile e che a me pare (nella mia piccolissima competenza)  impossibile se non in relativamente assai pochi casi (tranne fumo, amianto, certi particolari inquinamenti e cose del genere). Ma intende invece una diagnosi estremamente precoce, molto prima del comparire di un qualsiasi sintomo, e conseguente cura. Cosa già fatta nel caso di un mio parente, tenuto sotto controllo stretto per un precedente (di parecchi anni) episodio di un altro cancro.

Dicevo cancro come ineliminabile perché, purtroppo, naturale: ossigenazione e generazione di nuove cellule sono fenomeni naturali, processi indispensabili senza i quali moriremmo con estrema rapidità, ma che producono mutazioni in quantità enorme (sempre, NOTE). Boncinelli fa un esempio di un cancro innescato da sole cinque mutazioni (mi pare che se ne dovrebbero forse contare dieci, visto che dei geni esistono sempre almeno due copie): anche tenendo conto del fatto che le regioni di DNA corrispondenti a geni proto-oncogeni o a onco-soppressori sono una piccolissima parte del totale, mi pare giustissimo spiegare che in realtà di cellule in vari stadi del diventare cancerogeni nel corpo di ognuno di noi ce ne sono moltissime (NOTE).

Allora: mi pare comunque che i casi di cancro provocati da mutazioni di origine esclusivamente naturale (ossigeno e trascrizione DNA, e radioattività interna, eventualmente) non possano essere definiti che naturali (il che per me non significa accettabili). Per i casi di cancro da definire “originati da qualcosa di artificiale” tocca ragionarci. Se intendo dire “esclusivamente”, cioè tali che le mutazioni all’origine di esso siano causate solo da processi o sostanze non naturali la risposta è semplice: pochissimi, anzi a volere essere assolutamente e rigorosamente precisi, temo forse nemmeno uno all’anno per cento milioni di persone. Ossia, ripeto e me ne prendo la responsabilità: che possano darsi casi in cui le mutazioni necessarie per la trasformazione di una cellula in cancerosa siano tutte di origine artificiale senza che non ce ne sia nemmeno una preesistente di origine naturale mi sembra aritmeticamente assai difficile. Secondo me si potrebbe addirittura ricorrere a una simulazione su calcolatore (non è un lavoro che ho voglia di fare !), ma con le cifre che ho trovato io e riportate in NOTE, sia pure a occhio, che tra le mutazioni di origine artificiale non vada a infilarsi almeno qualcuna tra le numerosissime naturali mi pare estremamente improbabile.  E comunque l’eventuale agente artificiale agisce nell’ambito di un sistema naturale:  sono le carenze del sistema di difesa dai danni naturali a permettere l’azione di un cancerogeno artificiale, e queste carenze sono naturali. E discendono dalla logica dell’evoluzione, che non procede per bene e male ma per vantaggi relativi apportati da mutazioni (e/o da cambiamenti nei fattori di carattere epigenetico, mi pare di avere capito) Anche le rare sostanze o processi che provocano un danno diretto al DNA agiscono esattamente allo stesso modo sia che siano naturali o sintetizzate. Quindi una definizione così rigorosa da considerare “di origine artificiale” i soli ipotetici casi in cui tutte le concause (mutazioni) siano di origine artificiale non serve a niente.

Più utile sarebbe definire come di origine artificiale i casi di cancro in cui una o più delle mutazioni determinanti sia direttamente o indirettamente causata d qualcosa di artificiale, includendovi l’utilizzo cretino di una presunta risorsa n


14. NOTE alla “Vulnerabilità dei giornalisti” (sempre con la mia clausola “mi pare”)

 

Esempi di primato industriale a sud di Firenze.

ELV sta a Colleferro: ha prodotto tutti i booster per la serie di lanciatori europei ARIANE 5, che a loro volta hanno messo in orbita una sessantina, mi pare, di satelliti commerciali per telecomunicazioni, senza contare quelli scientifici o governativi (comunque, pagati…). I booster sono quei mega razzi ausiliari a combustibile solido che al momento del lancio forniscono la massima parte della spinta. Il punto di forza di ELV sta in manifattura (che ovviamente dev’essere di qualità eccelsa) e nella particolare progettazione. Il nuovo vettore VEGA, che ha fatto già tre lanci tutti riusciti, è in fibra di carbonio: minore è il peso strutturale (naturalmente a parità di resistenza, se no scoppia) maggiore è il peso utile collocabile in orbita con lo stesso combustibile.

EMA sta in Molise e fabbrica palette turbina per i motori jet Rolls Royce, la quale ha deciso di investire bei soldi per ampliare ulteriormente lo stabilimento della partecipata. Dico, una famosa storica ditta inglese, dominatrice del mercato dei motori per gli aerei a reazione civili e militari, in Molise !

 

I topi muoiono di cancro.

L’evoluzione ha condotto topi, ratti eccetera verso un grosso successo come specie (non come individui) attraverso quella che non mi ricordo mai se si chiama strategia Q o P: insomma, una delle due consiste in una grande prolificità e vita breve, l’altra bassa prolificità e grande cura della prole, per la quale occorre vita lunga (come la nostra). I topi, se trovano le condizioni adatte, si moltiplicano a dismisura senza avere bisogno di vita lunga: coerentemente non hanno una importantissima difesa contro il cancro che noi umani (e altri animali, ovviamente) hanno. Non entro in particolari: cerco di spiegare qualcosa in una nota successiva. Quello che è indisponente è la mancata considerazione della biologia umana e topesca in due cavolate due, mica una. La prima è che si sono fatte innumerevoli ricerche di sostanze o processi cancerogeni usando i topi come animali da esperimento. Ma essendo questi per natura loro tanto predisposti a ammalarsi di cancro, la procedura mi pare analoga al caso di un normale non intenditore di musica che riesca a capire quante trombe suonano in una esecuzione da grande orchestra della marcia dell’Aida. Con il che sono risultate cancerogene praticamente tutte le sostanze sperimentate, salvo poi sconfessioni da parte dei grossi calibri dei centri di ricerca seri, con perdite di tempo e di soldi.

La seconda è che molti ambientalisti sono avversari della vivisezione in base all’argomento che i risultati di sperimentazioni sugli animali non sono trasferibili agli esseri umani, ma, nel rarissimo caso in cui questo è proprio vero, si sono bevuti senza fiatare le assai discutibili ricerche  per dimostrare la cancerogenicità di qualsiasi cosa artificiale fatte proprio sperimentando sui topi. Che posso dire ? Boh…

 

Errore radiografie.

Si è scoperto abbastanza presto che dosi ripetute di raggi X sono statisticamente associate a casi di cancro. Oltre all’associazione statistica (di cui da sola è molto spesso meglio non fidarsi troppo), si è anche chiarito il processo fisico per cui il DNA di una qualsiasi cellula può esserne danneggiato: in altre parole, i raggi X provocano “mutazioni” del DNA, le quali mutazioni possono accumularsi assieme ad altre di qualsiasi origine, soprattutto naturale (vedi più avanti): a sua volta un accumulo di certe ben precise mutazioni a carico di certi tratti del DNA può trasformare la cellula facendola diventare cancerosa. Il che poi può dare luogo a un cancro. Si è quantificato statisticamente il rischio, ossia si è potuto dire che ogni milione di radiografie in più (dei vari tipi, dall’ortopanoramica per il dentista a una TAC addominale) bisogna aspettarsi un incremento di un certo numero di casi di cancro in più: il che è incontestabile. Anche per motivi di politica (o meglio propaganda politica) ambientalista contro le radiazioni ionizzanti in genere, questo fatto è stato largamente conosciuto e se n’è tratta la conseguenza, apparentemente logica, di limitare le prescrizioni di radiografie allo stretto indispensabile. Quindi in pratica limitandone l’uso alla conferma di diagnosi o alla verifica di ipotesi diagnostica, ma non alla ricerca: questo criterio è stato soprattutto adottato da medici relativamente giovani, più ricettivi a informazioni su questioni, come quelle ambientali, meno coinvolgenti per i più anziani. Ma a questo modo sono diventati frequenti (anzi, decisamente troppo frequenti) i casi di diagnosi troppo tardive, con conseguente aumento di morti altrimenti facilmente evitabili. Anzi, sia pure a occhio, mi pare proprio di potere asserire che addirittura i soli morti per cancro evitabili con diagnosi tempestiva sono stati parecchi e parecchi di più di quelli che sarebbero stati causati dalle radiografie se fossero state eseguite. E bisogna aggiungerci anche i morti per patologie diverse dal cancro, ma per i quali una diagnosi tempestivamente eseguita sarebbe comunque stata vitale.

Ora, il paziente non può mettersi a interrogare il medico per controllare la sua comprensione dei metodi statistici, del suo essere o meno condizionato dalle chiacchiere di ambientalisti spesso incapaci di distinguere un calcare da un porfido e della sua comprensione dell’essere in natura parecchio frequente il cosiddetto “dilemma del carrello ferroviario”, che è un test psicologico in cui occorre decidere non tra due opzioni una moralmente giusta è l’altra moralmente sbagliata, ma tra due ingiustizie di cui una maggiore dell’altra.  Per cui (adesso mi pare che la situazione sia parecchio cambiata) il povero paziente avrebbe dovuto, per il suo bene, preferire un medico anziano e con simpatie politiche di destra…

Quindi, è vero che “le radiografie sono cancerogene”, ma è anche vero che il credere di risolvere il problema limitandole è stato disastroso. Lo so che è ingiusto: ma vogliamo cercare di risolvere i problemi (con sistemi radiografici meno potenti e soprattutto con terapie per il cancro) o raccontarci favolette tanto caruccie ?

 

“Casuale”.

Viene in realtà usato con due significati non identici. Il primo è quello usata da Boncinelli, nel suo ultimo libro, per spiegare il termine con l’esempio del fiocco di neve o della traiettoria di una goccia d’acqua in una cascata. Conosciamo tutte le leggi fisiche per potere prevedere in anticipo in tutti i particolari l’esatta forma che prenderà un fiocco di neve quando si forma, oppure l’esatta traiettoria di quella goccia d’acqua: ma dovremmo impiegare una enorme quantità di tempo e di risorse per un risultato irrilevante. Dovremmo conoscere minuziosamente e esattissimamente un gran numero di variabili, e ammesso di riuscirci, dopo mesi e mesi di tempo di calcolo di un supercalcolatore avremmo la previsione dettagliata dell’aspetto del fiocco di neve che nel frattempo si è sciolto. Per le cose che invece ci possono veramente interessare è meglio fare un’approssimazione e trattare la esatta forma del fiocco o l’esatta traiettoria della singola goccia d’acqua come qualcosa di indeterminato e indeterminabile.

L’altra concezione è quella di una indeterminatezza vera, ineliminabile per quanta precisione e fatica si possa usare, come mi sembra essere sapere esattamente quali atomi di Carbonio 14 tra quelli di un certo numero noto “decadranno” in un certo tempo, mentre quanti lo si sa benissimo. E mi pare che Jacques Monod (in “Caso e necessità”) intendesse “casuale” riferito a questo tipo di indeterminatezza. Agli effetti pratici confondere le due, all’attuale stato dell’arte, non fa nessuna differenza: concettualmente sì.

La Chiesa accetta Darwin senza problemi, ma non accetta il concetto della vera indeterminatezza.

Per il Carbonio 14 vi rimando alla quantità di spiegazioni disponibili sulla datazione dei reperti archeologici con il metodo del C14, largamente utilizzata da molti anni e verificatissima. La verifica che il metodo è valido invalida il fissismo, mi pare: non posso ritenere che la Natura sia perfettamente immutabile se anche degli atomi eventualmente contenuti nel DNA possono radicalmente cambiare caratteristiche chimiche. Dico eventualmente perché non so quanti possano essere, dovrei fare parecchie ore di lavoro tra reperimento informazioni e calcoli per saperlo,  contenuti nel DNA di una singola cellula: ma le cellule di un animale sono tante (per un uomo di 75 chili e 1,75 di altezza si dice 100 mila miliardi) che in ciascuno di noi esiste di sicuro qualche cellula in cui il DNA contiene uno o più atomi di C14 al posto di quelli del più tranquillo normale C12. Se la cosa sia rilevante come eventuale possibile concausa del cancro non lo so. Personalmente, se proprio costretto, opinerei di sì, ma ho troppo poche informazioni, energie e tempo per elaborarle perché questo parere possa valere qualcosa.

 

Mutazioni e loro relazione col cancro (e altre cose)

Mi pare che il gergo specialistico alle volte richieda qualche spiegazione pignola. Con “mutazione” mi sembra che si sia finito per indicare ogni singola differenza tra quello che il DNA (di un qualsiasi organismo) dovrebbe essere o è stato in un momento precedente a quello a cui ci si riferisce e quello che è, qualunque ne sia la causa o l’effetto.

Ora, ho un dubbio: mi pare di avere capito che il DNA deve comunque essere sempre codificato in sequenze di nucleotidi distinti con certe lettere A,T,C,G iniziali dei loro nomi. Quando un qualche fattore chimico (radiazione, ossigeno) danneggia, degrada uno dei nucleotidi, che succede ? O quel nucleotide sparisce, c’è “delezione”, per cui per esempio un pezzetto (inventato per farne un esempio) di sequenza TTACCTGCA diventa TTACCGCA o, se i sistemi di riparazione ci riescono, il nucleotide alterato viene sostituito con uno, tra i quattro, possibile in quella posizione di sequenza: non lo so esattamente. Comunque, quando si parla di mutazione, ci si riferisce al livello dei geni, cioè dei tratti di DNA costituenti una sola unità funzionale. Quindi, quando più avanti si parla di danni da ossidazione non è concettualmente esatto, mi pare, che ogni danno costituisca una mutazione: almeno suppongo. Comunque è una questione di chiarezza che non mi pare cambi la sostanza degli altrui ragionamenti (e studi e  esperimenti) che io qui mi prendo la rogna di esporre.

Evidentemente, se il DNA si mantenesse sempre perfettamente uguale a sé stesso, l’evoluzione delle specie sarebbe impossibile: nel qual caso la Terra sarebbe popolata da organismi relativamente semplici semplici: insomma saremmo tutti amebe o qualcosa di simile, quindi mi pare stupido pensare alle mutazioni come “errori”, visto che nel linguaggio comune l’errore è sempre qualcosa di, primo, negativo e, secondo, che si può e deve evitare. Le mutazioni possono essere invece, dal punto di vista dell’organismo nel cui DNA avvengono, vantaggiose, dannose o indifferenti. Complicazione: più un organismo è complesso (e si suppone efficiente) più è difficile che una mutazione casuale risulti vantaggiosa: ma è una questione che dipende dalla complessità e dalle caratteristiche dell’organismo, non dalla mutazione in sé, che per un altro organismo può benissimo essere vantaggiosa. I topi se la cavano benissimo, come specie (come singoli è un’altra cosa), pur essendo soggetti a un numero di mutazioni del DNA assai maggiore che non noi. Perché i nostri sistemi di riparazione DNA e controllo proliferazione sono assai più efficienti. Per cui i topi, se non predati da serpi, gatti e quant’altro, muoiono quasi tutti di cancro: il che non gli impedisce di essere una specie di successo. Anche vivendo in media un anno e qualche mese, fanno benissimo in tempo a riprodursi abbondantemente. Lezioncina: non possiamo stupirci se la natura non ci ha fornito sistemi di controllo delle conseguenze delle mutazioni ancora più efficienti di quelli che abbiamo, visto che in tarda età di solito non ci si riproduce più, per cui una tale maggiore efficienza non darebbe un sensibile vantaggio evoluzionistico. Va bene,  per i nostri arciantenati cacciatori-raccoglitori di un milione di anni fa  avere alle spalle dei gruppi familiari comprendenti anche degli anziani probabilmente era utile, per cui una vita più lunga del minimo necessario per produrre e allevare i figli ci ha dato un vantaggio evolutivo, ma entro certi limiti: per cui il rapidissimo aumento della mortalità per cancro (e altre cause) oltre un certo livello di vecchiaia mi pare oltre che naturale anche evoluzionisticamente ovvio.

Comunque, parlando di noi animali in genere e di cancro, normalmente, le cellule dovrebbero replicarsi soltanto in seguito a certi segnali indicanti per esempio la presenza di una ferita da chiudere, oppure la necessità dell’organismo di crescere mediante uno sviluppo (da -9 mesi a 19 anni pressappoco), ordinato per sedi e specializzazioni, e quindi forte incremento del loro numero. Ma a un certo punto la produzione di nuove cellule deve smettere (quando la ferita si chiude) o limitarsi al ricambio di quelle usurate dal loro funzionamento. I relativi sistemi di regolazione di questa produzione di nuove cellule sono codificati anche loro in determinati segmenti del DNA, costituenti anch’essi unità funzionali dette “geni”. Alcuni di questi geni sono detti “proto-oncogeni” perchè se interessati da un danno possono trasformarsi in promotori della proliferazione incontrollata. Quindi, se sono stati danneggiati da una qualunque mutazione (comprese quelle che avvengono quando il DNA viene copiato per la duplicazione della cellula) vengono chiamati “oncogeni”. Non essendo la Natura tanto perfetta quanto vogliono i creazionisti (anche inconsapevoli di esserlo) questo evento succede parecchio spesso: ma esistono, sempre nel DNA, altri geni detti “oncosoppressori” che intervengono a impedire ulteriori danni, purchè non siano anch’essi disabilitati da una qualche loro mutazione. In quest’ultimo caso la cellula si mette a proliferare dando origine a un tumore. Per questo, se è chiaro che si parla di cancro, spesso processi o sostanze che provocano direttamente o indirettamente mutazioni, e che quindi correttamente sono mutageni, vengono definiti cancerogeni. Ma la differenza dipende da dove, in che tratto del DNA, il che è sostanzialmente casuale (per quanto mi pare se ne sappia) si verifica la mutazione: quindi la differenza tra una mutazione in generale e una mutazione cancerogena è di carattere casuale, o se vogliamo dirla in altro modo, probabilistico.

Per una cellula, il  processo di accumulo di mutazioni critiche che la trasforma da normale a cancerogena non è per niente detto che si sviluppi in un singolo ciclo vitale di quella singola cellula. Anzi, mi sembra che questo sia un caso eccezionale. Ossia: in una cellula A1 avviene una mutazione, a carico del DNA, che da sola non provoca danni immediati: la cellula continua a funzionare regolarmente. Quando  arriva un segnale esterno (o interno) della necessità di duplicazione, viene copiato il DNA con la mutazione, che quindi è ereditata dalla cellula “figlia” A2. Nella operazione di copia si verificano altre mutazioni, che possono o non possono essere a carico di un tratto di DNA coinvolto nel controllo della proliferazione. Idem per tutto il periodo di funzionamento della cellula figlia, che se a un certo punto si deve duplicare trasmette alla nuova cellula A3 (nipote della prima della sequenza) le mutazioni da essa già ereditate. E così via per generazioni successive. Per quanto mi pare di avere capito, a un certo punto le mutazioni accumulate sono tante e poi tante che quella linea cellulare deve estinguersi e per produrre nuove linee cellulari intervengono altre cellule specializzate. Ma se, in un qualsiasi momento prima dell’estinzione di quella linea cellulare, in una cellula A30 (della trentesima generazione dalla A1) si sono accumulate le (per esempio) nove ben specifiche mutazioni a carico di tratti di DNA che costituiscono geni protooncogeni o oncosoppressori e tra le tantissime altre (innocue o dannose in altro modo) ne avviene ancora proprio una delle (sempre per esempio) dieci che costituiscono condizione necessaria e sufficiente per farla diventare cancerosa, parte la proliferazione incontrollata. Che se non bloccata a livello più alto dal sistema immunitario diventa cancro, dapprima senza sintomi e poi evidente.

Importante, anche per evidenziare quanto complicata può essere la questione: le prime mutazioni pericolose di queste (per esempio) dieci possono essere addirittura ereditate dai genitori, il che costituisce una predisposizione ereditaria per quel tipo di cancro o un tipo affine. Ma se una persona ha ereditato due di quelle mutazioni e non capita mai che le altre otto si verifichino durante la vita di una sua stessa linea cellulare, non succede nulla. Viceversa, un caso interessante. Esiste un tipo di tumore infantile a carico del globo dell’occhio, che fino a mi pare metà Ottocento era sempre fatale. Poi un medico tedesco ha inventato uno strumento per asportare pulitamente l’occhio del malato, che pur rimasto orbo, generalmente se la cavava poi alquanto normalmente (ho conosciuto tanti anni fa almeno altri due ragazzi che avevano un occhio di vetro). Apparente fine della storia.

Poi, mi pare circa una decina di anni fa, ricercatori USA hanno voluto vedere se per particolare tipo di cancro esistesse una predisposizione familiare e a questo scopo hanno fatto una ricerca nei registri ospedalieri. Ipotesi confermata: ma è emerso che la stessa predisposizione valeva anche per un certo particolare tipo di cancro delle ossa. Ossia: i ragazzi o ragazze operati con l’asportazione dell’occhio poi erano potuti crescere, farsi una vita normale e quindi avere figli, che secono le leggi della genetica avevano trasmesso ai discendenti quelle mutazioni che si è scoperto costituire predisposizione ad ambedue i tipi di cancro.

Altra notazione importante: le mutazioni non sono un qualcosa di eccezionale, un disturbo anomalo ed estraneo al perfetto ordine della Natura, secondo il determinismo autoritario dei creazionisti (consapevoli o meno). Non mi ricordo a quando rimontano le prime manifestazioni di vita sulla Terra, ma i miliardi di anni sarebbero un periodo assolutamente insufficiente per permettere la formazione di organismi complicatissimi come noi (o come il dinosauro di Steven Spielberg…) se le mutazioni, ossia in ultima analisi le imprecisioni, non fossero state e fossero (per “continuismo”) in numero enorme. Tra le quali poi ce n’è un numero relativamente piccolissimo di cancerogene.

 

 

Mutazioni per cause naturali e ineliminabili.

Per quel che ne so, di queste cause ce ne sono almeno tre: gli “errori” di copia che avvengono quando una cellula si duplica e i danni da ossidazione, ossia da reazioni chimiche con l’ossigeno, più la nostra radioattività naturale.

Le cellule del nostro corpo (come quelle di qualunque altro animale, anche vivente dove di inquinamento industriale non c’è neanche l’ombra o in tempi in cui l’industria proprio non esisteva, miliardi di anni fa), lavorando si usurano e vanno sostituite. Le cellule nuove vengono prodotte con la duplicazione di cellule preesistenti, il che comporta la copia del DNA da parte di certi meccanismi biochimici interni alle cellule. Questi meccanismi fanno il loro complicato lavoro, come al solito, quasi alla perfezione (purtroppo anche in Natura come nell’economia capitalistica vale la legge dei ritorni decrescenti, oltre certi limiti la difficoltà o il costo superano il vantaggio ottenuti dagli ulteriori perfezionamenti): ma quasi alla perfezione  significa non perfetto. Dovendosi copiare tre miliardi di coppie di subunità (dette “basi”) la non perfezione si traduce, anche secondo il  Putnam (comodissimo da consultare, è contemporaneamente libro di testo introduttivo e sito web, quindi anche aggiornato continuamente, cosa impossibile con qualcosa di stampato su carta) in pressappoco centomila differenze tra originale e copia. Troppe: tutti, proprio tutti, camperemmo pochissimo. Ma entrano in funzione altri sistemi di correzione del DNA. Essendo il codice conformato secondo certe regole, mi pare non difficile individuare molti degli “errori”, tra virgolette perché non si tratta della stessa cosa che siamo abituati a intendere in italiano colloquiale, dove in generale si intende qualcosa che si può evitare di fare: qui si tratta piuttosto di inevitabili conseguenze dei limiti, imperfezioni, del sistema di copia. Inevitabili non vuol dire ineliminabili, per cui entrano in funzione sistemi (sempre biochimici e interni alla cellula) che correggono la massima parte delle differenze tra originale e copia: ne restano pressappoco un centoventi. Quindi, sempre per quanto mi pare di averne capito, ogni volta che una cellula si divide per la necessità di sostituire altre usurate ed eliminate o per aumentare il numero totale di componenti dell’organismo, come avviene in primo luogo in tutto il periodo dalla fecondazione dell’ovulo da parte dello spermatozoo fino allo stabilizzarsi della statura, la cellula figlia si ritrova con oltre un centinaio di mutazioni. Il ritmo con cui avvengono le duplicazioni e quindi le conseguenti mutazioni, finita la fase di crescita, rallenta: ma non è che si azzera, per la necessità di sostituzione cellule usurate: quindi le mutazioni continuano a accumularsi nelle linee cellulari attive. Un autore, Gianvito Martino, direttore della divisione di Neuroscienze del San Raffaele di Milano (si presume quindi che come medico qualche risultato lo abbia dovuto ottenere), parla di milioni di nuove cellule prodotte al secondo per sostituire quelle usurate o danneggiate.

Ma anche se fossero solo migliaia invece di milioni al secondo, l’idea che si possa mai impedire una abbondante formazione di cellule potenzialmente cancerogene (se non bloccate dal sistema immunitario) mi pare assurda. Il che non significa che si debba ingozzarsi di ulteriori cancerogeni, naturali o artificiali che siano, ma questi non trasformano una probabilità di ammalarsi di cancro supposta zero in una alta: trasformano una probabilità già troppo alta in una più alta.

Ma purtroppo solo marginalmente più alta: dico purtroppo perché altrimenti le cose sarebbero assai più facili (e risolvibili dai faciloni). Marginalmente non significa “poco” in assoluto: l’uno per cento è “marginale”, ma su cento vale uno, su centomila vale mille: quindi non è che di un uno per cento in più o in meno della mortalità per cancro ci si possa infischiarsene: ma per risolvere quasi sempre bisogna capire, mi pare, e per capire si deve distinguere tra ciò che è marginale e ciò che non lo è. Altrimenti va a finire che si combinano inimmaginabili disastri come tanti, tragici, visti in politica.

 

E poi c’è l’ossigeno, che ci occorre sempre. Ora, vediamo di capirci: le reazioni chimiche avvengono continuamente dappertutto, ma non è che le formule, giustissime, dateci a scuola, descrivano completamente la realtà. Se, anche in un ambiente controllato come un laboratorio normale, come quello dove vi fanno le analisi del sangue per sapere quanto colesterolo avete, faccio reagire ossigeno e idrogeno secondo la ben nota e semplice semplice formula 2H2 + O2 = 2H2O, non è che io possa mettere a contatto esattamente 22325732354 molecole di idrogeno con 11162866177 molecole di ossigeno, perché un contamolecole o contatore di atomi così preciso non ce l’ho: dovrei andare in qualche posto ben altrimenti attrezzato, come il CERN di Ginevra e simili. Dove naturalmente caccerebbero a calci chi pretendesse di usare risorse costosissime per farsi una goccia d’acqua perfettamente pura. Quindi, nei casi concreti, anche una reazione semplicissima come quella dell’esempio non sarà pulita pulita, ma avverrà in presenza o assenza di altre reazioni, perché per esempio né l’ossigeno né l’idrogeno saranno purissimi, eccetera eccetera. Il risultato, in un ambiente che non sia artificiale come quelli dove si fa ricerca di punta, sarà sempre non perfetto: mi troverò dell’idrogeno e ossigeno non combinati e dell’acqua ossigenata, fra l’altro.  

Ora, l’ossigeno, trasportato nelle cellula dall’emoglobina del sangue, serve per la vita della cellula e per le varie e tante funzioni che deve svolgere, ma è abbastanza difficile pretendere  che faccia esattamente soltanto quello che piacerebbe a noi: per cui fa anche danni. Personalmente, sbaglierò, ma credo poco a tutti i portentosi vantaggi dei tanti cibi o integratori alimentari o intrugli vari che dovrebbero neutralizzare i radicali liberi: credo che possano ridurre di ben poco i “danni ossidativi”. Non è che io li abbia misurati, ma secondo quanto si insegna con l’assenso di istituzioni assai serie, in un normale ratto le lesioni ossidative al DNA arrivano a essere centomila al giorno in ogni singola cellula, per il che i poveri ratti muoiono di cancro assai più spesso di noi e generalmente entro l’anno di vita. Non mi ricordo il dato relativo alle lesioni ossidative del DNA per cellula e per giorno negli esseri umani: ho un appunto secondo cui sarebbero pressappoco cinquecento al giorno: chi verifica mi fa un favore.

Sulla radioattività se n’è parlato tantissimo, anche a vanvera, nel senso di pretendere che non ci sia radioattività naturale anche proprio interna al nostro corpo, o comunque ambientale.

Del Carbonio 14 ne ho scritto per spiegare il concetto di casualità intrinseca, irriducibile neanche se avessimo a disposizione tutti i mezzi e le conoscenze possibili: non ripeto quanto già scritto sopra.

Per la radioattività interna credo più importante il potassio, la cui sottospecie ballerina e radioattiva è più abbondante, ma che non entra, per quanto mi pare di sapere, nella composizione del DNA.

Ma tutto il problema della radioattività a basse o bassissime dosi è parecchio complicato, se non altro per capire se i nostri antenati che si facevano bagni presunti curativi in sorgenti termali (Bagno Vignoni, Bagni Vecchi di Bormio e tanti altri) ora assolutamente vietate erano ignoranti o stupidi o che altro. Ricordo che alle Terme di Lurisia in Piemonte, dove sono capitato per lo sci da fondo, ho visto un ”Albergo Radio” e un “Hotel Uranio”… Sì, perché sebbene quei miscredenti degli scienziati si fossero accorti assai presto che la radioattività è pericolosa, fino alle bombe atomiche e alla diffusione della propaganda pacifista, nella “cultura POP” (che esisteva anche allora) essa radioattività era invece assai superficialmente presentata dall’informazione di massa come qualcosa di benefico. Perfino nelle etichette di una notissima acqua minerale ne veniva riportata la radioattività (bassissima), informazione poi scomparsa sebbene acqua minerale e relativa radioattività siano rimaste le stesse.

 

 

Mutazioni da fattori naturali evitabili, almeno in teoria.

Avvertenza: in un’altra nota spiego perché entro certi limiti si può confondere “mutageno” e “cancerogeno”.

E di questi fattori se ne conoscono e continuano a scoprire parecchi. Il primo a venire in mente è ovviamente quello di certi casi di radioattività naturale termale (vedi poco sopra Bagni Vecchi di Bormio, Terme di Lurisia, eccetera) basta ovviamente starne alla larga, fatta salva per chi vi sia interessato/a l’utilizzazione quando riciclati per trattamenti estetici, dove l’acqua termale spero non venga usata. Io, per conto mio, quando per l’artrosi un sacco di anni fa mi è stato prescritto un ciclo di bagni termali che per la geologia del luogo sapevo dovere essere radioattivi (anche se debolmente), mi sono rivolto a un altro reumatologo (della ASL) che con misure semplicissime  mi ha curato benissimo. Forse ho avuto torto, ma la questione mi pare secondaria.

Diverso è il caso del Radon, che è un gas radioattivo che, sia pure in debolissime quantità viene emesso dal terreno anche in varie zone d’Italia dove si trovano certi tipi di rocce. L’associazione ALTROCONSUMO, di cui faccio parte, da parecchi anni si sforza di sensibilizzare l’opinione pubblica alla questione, con scarsissimi risultati: temo che nessuno abbia voglia di vedersi deprezzata la casa al paese ereditata dai nonni per l’eventuale presenza del Radon, d’altra parte reso facilmente inoffensivo da misure assai semplici e spesso previste, per tutt’altre ragioni, dalle tradizioni costruttive italiane. Per cui la attuale normativa italiana nei fatti mi pare non serva a nulla, pur essendo, nei fatti, il Radon incontestabilmente dimostrato assai più pericoloso di altri fattori molto pubblicizzati dall’informazione sensazionalistica e da quei purtroppo abbondanti ambientalisti che sono tali per amore della caciara. E mi pare ovvio che al mercato immobiliare la nozione di Radon proprio non piace.

Gli USA invece sono severissimi, perché ci si sono scottati ancora da parecchi anni: troppo tempo fa, quando assai giovane ma già incuriosito dalla rissa ideologica sul cancro ho cominciato a cercare di informarmene, ho letto delle “case del cancro del polmone” dove quasi tutti se ne ammalavano, e le cui caratteristiche, da quanto ricordo, erano compatibili con la presenza naturale del Radon, allora ancora non rilevato perché non cercato.

Poi ovviamente c’è il fumo: stiracchiando potrei anche considerarlo almeno in parte una colpa dell’industrializzazione, ma l’abitudine di fumare tabacco risale a ben prima di essa e ai costumi di etnie certo per niente contattate con l’industrializzazione. Il fatto che non sia stato notato un anormale numero di decessi per cancro tra gli indigeni dei Caraibi o gli europei del Seicento mi pare del tutto ovvio, visto che le diagnosi erano parecchio approssimative, le autopsie quasi sempre considerate inutili (tranne che da certi medici scienziati), le statistiche non si facevano e soprattutto si moriva per una quantità di altre cause prima di poterlo fare per cancro al polmone.

Poi ancora c’è l’alcool, che nella graduatoria della cancerogenicità sta messo assai bene, per quanto possa essere biologico, naturale o genuino il vino che lo contiene. E’ inutile illudersi in merito: o hai il coraggio di correre un certo pur relativamente piccolo rischio o bevi solo l’acqua (preferibilmente di marca  Del Sindaco, secondo me): poi se vuoi suicidarti fatti una sbronza al giorno e non rompere le scatole a pretenderti salutista rifiutando però solo le cose che non ti piacciono.

E naturalmente c’è l’amianto, sostanza assolutamente naturale e di cui si poteva e si può fare benissimo a meno. In Germania (all’epoca, pure nazista !) lo hanno vietato nel 1943: non mi pare che la proibizione abbia impedito lo sviluppo industriale e economico tedesco. Ma, ahimè, visto che l’amianto è naturale, non sporca e non puzza, da noi è stato estremamente sottovalutato. Lo scoprirlo  mi ha fatto arrabbiare abbastanza da farmi decidere a fare la fatica di scrivere tutta questa roba sul mio sito. Sulla naturalità dell’amianto ne ho quindi già scritto.

Poi c’è la questione dell’aflatossina e delle micotossine in genere: queste sarebbero davvero eliminabili solo in teoria, ma in pratica inevitabili: le si possono solo limitare, ma con problemi che mi sembrano diventare più gravi via via che li si capisce meglio. Una di queste sostanze è classificata come la più cancerogena in assoluto tra tutte quelle conosciute, a parità di dose (generalmente piccolissima ma comunque insidiosa). La questione è troppo complessa per descriverla qui, dove non posso dedicarvi le parecchie pagine che meriterebbe. Ma eliminare completamente il rischio cancerogeno dato dalle micotossine, secondo me, è assolutamente impossibile.  

E poi ci sono un’infinità di altre sostanze di origine vegetale, gradevoli e innocue perché le utilizziamo in piccolissime dosi, ma che di per sé sono variamente nocive e anche cancerogene. Tutte le volte che un ricercatore trova, di solito suo malgrado, che un certo erbaggio contiene qualcosa che sarebbe meglio non ci fosse, si apre il Cielo e ne esce una pioggia di proteste da parte di creazionisti offesi da simile empio insulto alla Natura. Ma nessuna persona sana di mente si fa un’insalata di foglie di oleandro, per citare qualcosa di comunissimo. Ora, l’oleandro è velenoso (non cancerogeno, per quanto ne so) perché in esso certe mutazioni casuali hanno prodotto la capacità di produrre una tossina che lo rende impossibile da mangiare da parte degli insetti o almeno moltissimi di essi). Più chiaramente: in una qualche pianta di oleandro o di un suo antenato è avvenuta quella vantaggiosissima (per l’oleandro) mutazione casuale, che si è diffusa nella specie e poi ha permesso la diffusione, enorme, della specie.  Ma non c’è nessun motivo, a parte una presunta volontà di Geova perché in una qualsiasi specie vegetale non sia successo esattamente lo stesso (e difatti di composti chimici naturali anti-insetti nelle piante se ne conoscono almeno migliaia e migliaia) con risultato una sostanza che sia anche cancerogena. Come l’aflatossina in una comunissima muffa che tutti abbiamo visto infinite volte: per fortuna alligna solo sui vegetali, il gorgonzola è innocuo, se fatto con latte davvero esente da aflatossina, però.

Per rendersi conto che quando dico essere abbondantissime nei vegetali sostanze insetticide o repellenti che a noi non sono congeniali  non si tratta di empia propaganda scientista e magari anche capitalista, basta avere il coraggio di mangiare una dose di banale prezzemolo pari, in grammi per chilogrammo di peso corporeo, di quella che dovrebbe mangiare un insetto. Auguri !

E infine ci sono pure certi virus: di cui francamente ne so poco, o meglio, nulla che mi pare valga la pena di tentare di infliggervi.

E con questo non pretendo certo di avere di avere finito di elencare, sia pure grossolanamente, tutte le sostanze (e processi) naturali cancerogeni almeno in astratto evitabili. 

 

Indizi di fattori cancerogeni artificiali e naturali.

Mi sembra chiaro che la mia posizione non è certo la negazione del fatto che esistano fattori cancerogeni di origine artificiale, ma  al contrario nego quanto nei fatti moltissimi (forse anche inavvertitamente) sostengono o propongono, ossia che non esistano fattori cancerogeni naturali e che quindi il cancro sia causato esclusivamente da fattori artificiali. E leggi industriali. Che poi, in memoria di un guru ambientalista di una volta, ossia “pensare globalmente e agire localmente” o qualcosa di simile, in pratica si risolve in “fattori industriali italiani”. E qui ricordo che varie decine di pagine sopra ho accennato alla gestibilità politica dell’ambientalismo creazionista da parte di poteri che forse non sono tanto forti se non per lo spazio di agire sulla intrinseca vulnerabilità del Credo creazionista.

Ma proprio io che contrasto l’assoluta castroneria per cui il cancro sarebbe dovuto “solo” o “essenzialmente” o “in massima parte” a fattori di carattere artificiale e non naturale, posso invece raccontarvi un indizio relativo a un possibile cancerogeno artificiale, di cui pare che nessun fanatico antimoderno si sia mai accorto. Fino a qualche decennio fa, l’elaborazione elettronica dei dati in moltissime aziende era intesa (male) come comportante la stampa di pacchi e pacchi e pacchi dei famigerati “tabulati”, in cui poi si supponeva che qualche sventurato impiegato dovesse scovare le poche cose importanti o almeno interessanti. Quindi la sala macchine di un CED, Centro Elaborazione Dati, era pervasa del fracasso delle stampanti che al ritmo da 600 (le più economiche) fino a 1200 righe (righe, non caratteri) al minuto sfornavano detti pacchi di carta stampata a impatto (non come per esempio si stampano i giornali). Io ho avuto l’impressione che nell’ambiente delle persone che lavoravano in tali sale macchine ci fossero un po’ troppi casi di cancro alla vescica, forse, e ripeto forse, dovuto a piccolissime quantità di particelle di inchiostro sparate in aria dall’impatto a alta velocità della riga di caratteri (di acciaio, e buono, pure) con nastro inchiostrato e carta. Non ho preso nessuna iniziativa in seguito alla percezione di questo indizio perché quando me n’è venuto il tardivo sospetto era ormai una tecnologia morente, molto rapidamente sostituita dall’assai più efficiente utilizzo di PC in rete.

Ma analoghi sospetti, anche per conoscenza di casi concreti, ho su certi innamoramenti per il cibo naturale e pertanto supposto sanissimo: le micotossine sono naturalissime, però sono cancerogene infinitamente di più del “Rosso Sudan” su cui il movimento ecologista ha a suo tempo fatto un enorme casino. Solo che abolire il Rosso Sudan era facilissimo, mentre impedire la presenza di pur minime (ma pericolose) tracce di aflatossina e sue parenti è in pratica impossibile. Il che mi ingenera il sospetto che la considerazione della facilità del bersaglio prevalga su quella della sua importanza. O meglio: per eliminare il Rosso Sudan bastava fare casino, mentre per le micotossine, essendo impossibili da eliminare del tutto,  occorre anche e soprattutto eliminarne le conseguenze, ossia curare il cancro. Cosa impossibile da ottenere facendo casino. Anzi, rendere sempre curabile il cancro elimina un argomento ottimo per fare casino e per conquistare notorietà. Non credo in malafede: ma il confine tra buona e mala fede a sua volta dipende dalla maggiore o minore consapevolezza della nostra umana, naturale e spiacevole fallibilità.  

 

Mutazioni provocate e vantaggiose.

Un caso ben noto (almeno, anche a me) è stata la modifica del DNA di una varietà di grano, da cui è risultato un nuovo tipo di grano diffusissimo e utilizzatissimo da parecchi decenni e che tutti abbiamo mangiato come base per ottimi spaghetti eccetera. Lo si è fatto bombardando di raggi gamma un gran numero di piante di grano e poi piantandone i semi: osservando le caratteristiche indotte dalle mutazioni provocate, selezionando quelle con caratteristiche vantaggiose per noi, ibridando eccetera si è ottenuto un grano che oltre a tutte le altre buone qualità ha (gli agronomi mi correggano !) di essere poco alto. Quindi lo stelo risulta più robusto e la pianta resiste meglio a piogge forti, vento eccetera. Con grande successo e nessun inconveniente sanitario emerso negli ormai parecchi anni che tutti lo mangiamo.

Osservazione: ma tutte le nostre qualità di grano comunque discendono da una mutazione genetica casuale e sfavorevole per la specie, ma favorevole a noi. La spiga del grano naturale sarebbe fatta per disfarsi spontaneamente, una volta matura: così i chicchi cascano in giro e danno origine a nuove piante. Qualche nostro antenato furbo ha osservato che talvolta si vedevano piante di una specie di grano (ovviamente selvatico) la cui spiga non si disfaceva come le altre. Questo carattere anormale in natura è sfavorevole, perché restando attaccati alla spiga i chicchi (ossia i semi) non si sparpagliano come quelli delle piante normali. Quindi la pianta portatrice di quella rara (ma non troppo) mutazione in genere non ha discendenti, o comunque assai pochi rispetto alle altre. Che ha fatto l’antenato furbo, dopo avere capito che i chicchi della spiga strana erano buoni quanto gli altri ?  Ha raccolto la spiga anomala, poi l’ha sgranata e ne ha piantato i semi in un qualche posticino tranquillo, dove l’anno successivo ha avuto più spighe eccetera eccetera. Quindi ha sfruttato una mutazione naturale e sfavorevole alla specie creando un ambiente (artificiale, anche se di poco) adatto ad essa. Ma è andato contro natura: in natura quelle spighe sono anomale e destinate ad avere pochi o nessun discendente. La specie naturale  di grano ha la spiga inutilizzabile perchè si disfa, anche se la pubblicità ovviamente ti rintrona di cavolate sulla naturalità, magari anche di frutta proveniente da alberi innestati: eh sì, in natura si innestano da soli ! Tanto che c’è pure qualche comare che dopo averle saputo quanto sopra si rifiuta di mangiare frutta proveniente da alberi innestati…

 

 

DNA paterno, DNA materno e mutazioni “de novo”.

Ci si è accorti, abbastanza recentemente, che nel DNA di un figlio ci possono essere differenze sia dal DNA del padre sia da quello della madre: vengono chiamate appunto “mutazioni de novo”. Non posso essere abbastanza aggiornato da sapere quanto frequenti siano e se è stata individuata una (o più) loro origine. Ma il concetto è importante, per decidersi a capire che “la Natura” è intrinsecamente imperfetta.

 

 

Morbilità e mortalità per cancro (riguarda anche l’indagine ILVA).

Anche in quanto riportato dalla stampa sul caso ILVA c’è stata assai poca attenzione alla differenza tra numero di casi di cancro e numero di morti. Non sarà questo il caso dell’ILVA, nel senso che la sintesi giornalistica ha forse eliminato qualcosa di presente nell’originale: ma come metodo, secondo me, ci si dovrebbe sempre riferire in prima battuta al dato del numero di casi, senza ovviamente tralasciare il numero delle morti. E lo si dovrebbe fare non solo per una questione di metodo, ma anche per l’intelligibilità da parte di qualsiasi lettore.

A parte il fatto che i casi sono normalmente di più delle morti e quindi più rappresentativi, sono meglio legati alla variabile tempo: con lo stesso tipo di cancro, oggi, A può morire dopo sei mesi dalla diagnosi, B dopo due anni e C magari non morire neanche dopo cinque anni. Il tutto forse anche a parità di cure. E se ci sono differenze in tempestività di diagnosi e qualità di cure queste si ripercuotono sulla differenze tra morbilità e mortalità. Quindi, lavorando sulla morbilità invece che sulla mortalità, si fa certamente meno sensazionalismo, ma si usano dati secondo me più coerenti.

 

Cancri ignorati.

A me pare di ricordare (ho detto “pare” perché la nostra fallibilità comprende anche ricordi distorti o anche completamente falsi, perfino) che l’AIRC, Associazione Italiana Ricerca sul Cancro, in una sua informativa che nel mio oceano di carte non ho più ritrovato, dicesse che per ogni volta che viene diagnosticato un cancro il paziente in realtà ne ha già avuti sei risolti senza clamore dal suo sistema immunitario. Se qualcuno è in grado di ripescare in qualche raccolta tale informativa, grazie.

Forse l’AIRC in realtà diceva che i cancri ignorati e risolti dal sistema immunitario, nella popolazione in generale (e non in un singolo individuo) sono sei volte quelli diagnosticati. Ma a me sembra che anche l’interpretazione più alta sia sensata, data la numerosità delle mutazioni di origine naturale.

Boncinelli parla di formazioni preneoplastiche che si formano quotidianamente: e mi permetto di dire, nel mio piccolissimo, che secondo me ha assolutamente ragione. Per chi non è ancora libero dalla tradizione creazionista il cancro deve necessariamente essere, nonostante tutte le prove contrarie, solo un risultato dell’inquinamento, sopratutto industriale: ma l’aritmetica secondo me dice esattamente il contrario, ossia che è essenzialmente naturale, con un contributo, solo in certi relativamente assai rari (sempre troppi, ovviamente) casi e in certe fasi, di attività industriali o pressappoco ritenute tali.

 

Prove storiche della naturalità del cancro.

Le prime menzioni scritte risalgono a un papiro medico egiziano del 1600 avanti Cristo. Ne hanno trattato Ippocrate, Galeno e una infinità di altri autori di epoca sostanzialmente preindustriale. Non è che in quell’epoca non ci fossero anche casi di inquinamento industriale, come presso le miniere di argento del Laurion, non lontane da Atene. Ma Galeno e compagnia sarebbero stati incredibilmente stupidi se, nel caso che il cancro si presentasse solo nei pochissimi luoghi inquinati, non si fossero accorti di una relazione evidente. Successivamente, mi pare che non ci sia stato trattatista medico di una qualche importanza che non abbia scritto, abbondantemente e analiticamente, di cancro. Mi pare che poi sia stato Giovan Battista Morgagni a rilevare, nella Bologna dei suoi tempi, che industriale proprio non possa essere considerata, la maggior frequenza del cancro al seno tra le monache che non tra le madri di famiglia. Posso considerare la castità come una condizione poco naturale, ma non certo legata all’industrializzazione, che non c’era.

Ma attenzione: i mezzi diagnostici erano a dire poco assai limitati, quindi i casi di cancro  che erano rilevati in antico erano solo una parte di quelli reali. Ma nonostante questo i casi rilevati erano tanti da indurre tutti i grandi trattatisti a parlarne. Se poi si tratta di quelli alla mammella, le notizie sono numerosissime, anche relativi ai tentati metodi chirurgici di cura.

Per i casi infantili invece, quando era assolutamente normale che i bambini morissero (Italia, 1863, 2321 i morti su diecimila entro il primo anno dalla nascita, il che dovrebbe corrispondere a un 40-45 % entro i cinque anni) nessuno faceva attenzione a un fatto tanto normale e accettato come la morte dei bambini. Il che non significa certo che, come a parecchi piacerebbe sostenere, i cancri infantili non ci fossero. Possiamo dire che non lo sappiamo, ma non possiamo logicamente e sensatamente (se rinunciamo a queste condizioni è un altro discorso) dire che il cancro infantile non esistesse o fosse irrilevante. E comunque non sono un esperto di storia della medicina e non mi sono messo a controllare le fonti antiche per verificare se se ne parlava o no: ho solo supposto che ritengo non se ne parlasse e ho negato che questo fosse una prova di inesistenza. Come (vedi avanti) la non disponibilità (fino a pochi anni fa) della RMN, Risonanza Magnetica Nucleare, che ha permesso di individuare agevolmente  certi tipi di cancro non è una prova che prima non esistessero.

 


Prove evoluzionistiche della naturalità del cancro.                                          

Per quel che ne so io, non esiste animale appena appena un po’ complicato che sia immune dal cancro. Se qualcuno trova notizia di un tale animale, per favore me lo segnali. Ma tutte le specie hanno sistemi più o meno perfezionati, però analoghi, per limitare la probabilità di proliferazione cellulare incontrollata, abbastanza efficienti da assicurare la sopravvivenza di quella specie. I topi in natura non campano mai a lungo perché comunque serpenti, felini, civette e Neanderthal o altri carnivori o onnivori se li mangiano, compresa una simpaticissima signora del Profondo Veneto conosciuta in un campeggio di montagna che mi lodava la bontà delle arvicole, che da bambina a casa sua si mangiavano. Dunque i  sistemi anticancro dei topi sono sufficientemente (per la specie) efficienti, perché comunque a ogni generazione nascono abbastanza topi da portarne il numero al massimo compatibile con le risorse disponibili: quindi la sopravvivenza delle specie è assicurata. A questo punto mutazioni genetiche che producano una maggiore resistenza al cancro non portano nessun vantaggio né al topo individuale né alla specie: amen. Ma d’altra parte anche i topi, che diventando anziani ne muoiono in massa, hanno le loro difese anticancro, altrimenti ne morirebbero ancora prima di potersi riprodurre.

Ora, attenzione alla trappola del finalismo: non è valido assumere che la struttura sia originata dalla funzione, mentre (a quanto mi pare di avere capito) la struttura nella specie viene modificata dai vantaggi funzionali via via emergenti in seguito a quella piccola parte (rispetto al totale) di mutazioni favorevoli. Ma anche ammesso che i sistemi anticancro attuali degli animali possano essere comparsi, parecchie centinaia di milioni di anni fa, in seguito a mutazioni casuali  ma favorevoli per tutt’altra ragione, sta di fatto che attualmente questi sistemi biologici esistono e funzionano, dal punto di vista della specie, perfettamente. Perfettamente perché nemmeno la specie umana corre o ha mai corso il rischio di estinguersi per il cancro, ma perfettamente un accidente dal punto di vista dell’individuo, a cui non gliene frega niente di potere morire perché la sopravvivenza della specie è assicurata dal saldo positivo tra morti e nascite nella sua generazione.

Ma tornando alla specie, perché i sistemi anticancro siano arrivati alla loro (pur per noi insoddisfacente) funzionalità ci sono voluti i tempi dell’evoluzione, rispetto ai quali il  tempo trascorso dall’inizio dell’industrializzazione sono come il tempo di uno starnuto rispetto ai tremila e passa anni che ci separano da Ramsete II, almeno.

La presenza diffusa in tutte le specie animali di sistemi anticancro più o meno complessi ma tutti funzionalmente coerenti con la sopravvivenza di ogni particolare specie secondo me è quindi incontrovertibile prova evoluzionistica che il cancro è un processo patologico sì, ma naturalissimo. Mi pare anche ovvio che il complicato sistema di controllo della proliferazione cellulare non possa essere perfetto, sempre perché i successivi perfezionamenti di un sistema diventano via via più difficili e letteralmente “costosi”, per l’economia interna delle risorse della cellula: per cui si arriva solo a uno stato subottimale, in natura. E poi la eventuale perfezione per la specie non coincide con quella per l’individuo, tanto meno nel contesto della cultura umana, mi pare.

Che poi nei singoli casi si aggiungano alle cause naturali mutazioni sfavorevoli e anche cancerogene, direttamente o indirettamente di origine artificiale è ovvio, ma queste “si aggiungono”, non “sono”. Chi non è convinto mi contatti e ne discutiamo.

 

Effetti della demografia.

Quando si tratta di aumento del numero di casi di cancro ci si dimentica che la causa della massima parte dei casi di cancro è l’invecchiamento (come succede anche nelle popolazioni animali). Più tempo passa e maggiore è l’accumulo totale di mutazioni nelle nostre cellule e quindi maggiore la probabilità che una cellula cancerosa scappi al sistema immunitario, che oltre certi limiti, con l’età, già per conto suo non migliora. Quindi qualsiasi statistica sulla morbilità per cancro in epoche diverse, anche distanti solo dieci o venti anni, andrebbe corretta per tenere conto dell’aumento apparente di casi di cancro dovuto all’allungamento della vita. Non mi pare di dire niente di strano. E analogamente si dovrebbe fare una correzione (difficilissima !) per tenere conto della diversa mortalità infantile pregressa. Ossia: se nella zona A sessant’anni fa la mortalità infantile era del 200 per mille e nella zona B del 100 per mille, a parità di tutte le altre condizioni non posso aspettarmi oggi una identica morbilità per cancro nelle due zone. A spannometro (strumento di misura da me inventato, dal nome più scientifico che il dire “a occhio”), direi che la morbilità sarebbe più alta in B.

 

Effetti dei progressi diagnostici.

La convinzione che i casi di cancro stiano aumentando, poi, non tiene abbastanza conto dell’incremento dei casi diagnosticati mediante tecniche nuove e più efficienti. Mi permetto di spiegare il concetto con un’esperienza personale: qualche anno fa ho avuto la sensazione che il mio cervello cominciasse a perdere colpi. Beh, veramente, qualche dubbio mi permane sempre. Comunque, mi rivolgo a medici qualificati: il Prof. L*** (simpaticissima persona, tra l’altro) mi prescrive una RMN, Risonanza Magnetica Nucleare del cranio, da cui risulta un meningioma di tre centimetri di diametro che cominciava a premere su un’arteria importante. Operazione, e va tutto a posto, compresa la sensibilità agli odori, che da una narice era già compromessa. Il Pompili, a capo della neurochirurgia dell’IRE, Istituto Regina Elena, mi ha detto: “Ma di questi meningiomi da qualche tempo me ne arrivano tanti !”. Giusto: ma la RMN è stata inventata nel 1988 e ci sono voluti ancora un po’ di anni per averla a disposizione anche vicino a casa. E quando la RMN  non c’era ? Per quel che mi pare, si moriva (e male) di “arteriosclerosi cerebrale”, visto che senza di essa i meningiomi si vedevano assai poco o per niente. Quindi, già questa sola innovazione ha prodotto un aumento dei casi diagnosticati, il che è indubbiamente positivo, che poi corrispondono a un apparente aumento della morbilità, il che superficialmente preso sembra qualcosa di negativo.

Peggio ancora, secondo me, per i casi pediatrici: se nel tempo della tradizione era scontato che il 40-45 per cento dei bambini morisse entro il quinto anno dalla nascita, e quindi la morte dei bambini era qualcosa di ovvio e naturale, figurarsi se poteva essersi formata in pediatria la tradizione di attenzione (e conseguente utilizzo intenso dei mezzi diagnostici disponibili) riservata agli adulti !

 

Cancri infantili.

E questo è un argomento importante, per parecchi versi, ovviamente. Salto la questione della disponibilità dei mezzi diagnostici, di cui a una nota precedente. Ma trovo che a questo argomento si riservi troppo poca attenzione: da un lato per me i cancri infantili o addirittura prenatali sono una prova in più della naturalità del cancro, ma d’altro lato un ragionamento di carattere evoluzionistico mi fa prevedere inevitabile un loro progressivo ma sensibilissimo aumento.

Naturalità: pare che circa nel 70 per cento dei casi siano dovuti almeno in parte a difetti genetici ereditati da uno o dall’altro (o tutti e due) i genitori, senza contare le mutazioni de novo. Ma d’altra parte passare da una cellula (uovo fecondato) all’esorbitante numero di cellule componenti il corpo di un giovane rappresenta una tale esplosione della produzione di nuove cellule che non vedo come diavolo possa evitarsi una alluvione di mutazioni dovute agli “errori” di duplicazione. Dovrei farne una simulazione numerica (un PC basterebbe), ma francamente la mia voglia di lavorare non arriva a tanto. Ma, sia pure a occhio, mi pare che debbano forzatamente formarsi parecchie cellule precancerose e cancerose, tenute a bada da un sistema immunitario che però in età pediatrica non è ancora funzionante al massimo.

Ma c’è un altro problema: che ormai da molti anni, fortunatamente, la mortalità infantile e drasticamente diminuita. Ripeto qualche dato per il solo primo anno di vita: 1863, su diecimila ne morivano 2321. Ancora nel 1960, 439. Nel 2009: 34. Il che è un successo fantastico, nonostante l’industrializzazione, o forse, chissà, per merito suo…

Ma non illudiamoci, come dicono gli americani, non esistono pranzi gratis. La cosa non è tanto drastica, ma mi pare estremamente probabile che un tale abbattimento della mortalità infantile sia giustamente e postivamente anti selettivo, nel senso che in quel quasi cinquanta per cento di nati che non arrivavano all’età della riproduzione quelli con qualche difetto, forse soprattutto un sistema immunitario meno efficiente, fossero relativamente più abbondanti che nei restanti, che soli, si riproducevano. Nel qual caso, visto che non c’è una sensibile differenza nel tasso riproduttivo di quelli che da piccoli non hanno mai rischiato la vita e quelli che sono stati salvati dalla morte per mezzo delle moderne cure mediche e altro, dobbiamo aspettarci, via via che le generazioni si succedono, un incremento dei difetti o delle carenze ereditati e quindi un incremento dei casi di cancro infantile e della morbilità generale anche tra gli adulti.

Occhio: il ragionamento è stato già fatto da certi ambientalisti estremisti americani, che da bravi nazistelli quindi proponevano la limitazione delle cure pediatriche ! E sono stati giustamente bombardati di immondizia varia. Ma è nazista la proposta, non il ragionamento con cui si pretendeva di giustificarla: per cui ancora più sostengo la necessità di incentivare, incentivare e ancora incentivare la ricerca sul cancro, che secondo me è la strada assolutamente primaria da percorrere. E, chiedo scusa a chi non la pensa come me, i diversivi come la guerra alle industrie (a meno di casi come l’ACNA di Cengio, che l’ILVA proprio non è), a me sembrano folli: e lo dico anche da antirazzista complicato, nel senso che il creazionismo (da cui l’ossessione anti industriale discende e con cui è coerente), a volere essere, appunto, coerenti, sarebbe razzista.

 

15. LA VULNERABILITA’ DEI MAGISTRATI.

Purtroppo, anche per i magistrati talvolta è difficile guardarsi dalla seducente prospettiva di potere interpretare una grande idea di giustizia secondo quanto apparentemente offerto dall’ambientalismo creazionista. E tradizionale.

Già di per sé molti magistrati italiani soffrono del complesso del garibaldino mancato, come lo chiamo io: e mi spiego. In pochissimi anni dell’Ottocento, con un misto di sincero entusiasmo, capacità politiche e militari, spregiudicatezza e coraggio, ma anche con un grosso lavoro intellettuale, si è riusciti a mandare a gambe all’aria l’assolutismo (che sembrava invincibile) e realizzare la sostanziale unificazione d’Italia in un sistema di orientamento liberale (sia pure con dei pesanti limiti, che d’altra parte per i tempi e per le condizioni di partenza si giustificano ampiamente). Questo  ha lasciato almeno un paio di generazioni con una ben comprensibile (visto che ancora oggi non siamo del tutto usciti dal Romanticismo) e generosissima voglia di fare cose grandi come quelle compiute dai nati nei due o tre primi decenni dell’Ottocento.

Ma il clima romantico imponeva di interpretare i politici e militari risorgimentali non dei gran faticatori (tali in realtà sono stati) ma come degli eroi da cartolina, mossi a Grandi Cose dalla loro Indomita Volontà nonché Genio Italico eccetera eccetera. Passare da quella che dalla retorica veniva presentata come pura epopea (ignorando il lavoro, la fatica intellettuale, svolto, mi pare, anche da soggetti apparentemente solo oleografici) alla preminenza dello sgobbare, sostituire al brandire la spada (e a quant’altro la retorica presentava) l’indispensabile sitz, cioè la capacità di farsi un sedere di pietra a studiare e ragionare “a tavolino”, non è stato facile, con conseguenti nazionalismi, esaltazioni, incomprensione del lavoro lungo e faticoso occorrente  per conquistare passo passo dei traguardi indispensabili  ma poco adatti a una rappresentazione epica e sincera ma non retorica secondo il gusto del tempo. Per non parlare delle inevitabili scelte tra  grandi ingiustizie e grandissime ingiustizie, a meno di non mettersi il prosciutto sugli occhi e illudersi che nella concreta realtà, anche naturale, le scelte nella maggior parte dei casi non sono tra Bene e Male ma tra male e male minore.

Il clima culturale derivante da questo storico problema politico nostrano, tuttora percepibile negli ambienti progressisti, mi pare rafforzare un analogo (attenzione, le analogie sono rischiose) sentimento di molti magistrati che mi pare si sentano alquanto soffocare, a non fare, a non potere fare, le cose che sono riusciti a eroicamente fare Falcone, Borsellino e tanti altri (compreso il giudice Mario Amato, che un gruppo creato da un mio  amico commemora ogni anno presso la stele erettagli nel luogo del suo assassinio).

Quindi è umanamente assai comprensibile che l’idea di una giustizia naturale nel doppio senso di spontanea, anche apparentemente istintiva da un lato, e dall’altro lato coerente con l’aspirazione al bene sociale supposto naturale, idea offerta dall’ambientalismo  creazionista, sia assai seducente per alcuni magistrati.

D’altra parte la scuola difficilmente può dare gli strumenti critici costruttivi necessari per potere distinguere le enormi differenze tra l’ambientalismo creazionista e l’ambientalismo che per semplificare può essere definito evoluzionista (o, meglio, compatibile con la teoria sintetica dell’evoluzione). Che poi sarebbe quello realmente naturale, nel senso che cerca di capire i fenomeni naturali prescindendo dalle nostre interpretazioni tradizionali (e artificiose) della Natura intrinsecamente benigna e perfetta in quanto opera diretta del Padreterno.  

E questo mentre a quanto mi pare di capire che perfino in certi seminari  si studi un po’ di Darwin, mentre nei nostri licei lo si ignora e sopratutto si ignorano le radici laiche (e neanche necessariamente atee, poi) dell’approccio detto “scientifico” che poi scavando scavando (sempre secondo me) ci riporta alla nostra fallibilità, come una delle tante espressioni della imperfezione (per qualsiasi criterio, non solo del nostro vantaggio) della “Natura”.

La dottrina giuridica mi sembra (sia pure da alquanto ignorante) poi anche comportare un po’ troppa presunzione di autosufficienza. E anche questo è normale: tutti noi tendiamo a ricondurre ciò di cui non sappiamo abbastanza, a quello che ci è noto o altrimenti a considerarlo irrilevante. Per molti cittadini USA la pizza è stata inventata in America, come per un mio compagno di scuola a Palermo polca e mazurca erano ritmi di ballo inventati dai paesani siciliani invece che in Polonia o dalle parti dei Laghi Masuri. Queste sono cavolate innocue, ma non lo è la falsa idea che il sapere tecnico, non sembrando riconducibile alla tradizione giuridica, sia qualcosa che basti lasciarlo, eventualmente e totalmente, ai periti, del tribunale o delle parti. Mentre proprio non tanto l’avanzamento degli strumenti tecnici, ma le idee fondamentali di esso “sapere tecnico” (o “tecnico-scientifico”, come vi pare) forse sono indispensabili proprio a chi vuole fare giustizia oggi e non come si presumeva di farla l’altro ieri, in quanto risolvono problemi  e ne creano altri, modificando la realtà della società in cui i magistrati devono lavorare (a me piace dire “lavorare” invece dell’eufemismo aziendalistico “operare”) e la stessa percezione di essa società da parte nostra.

E faccio un esempio. Gli psicologi usano un ben noto “test del carrello ferroviario” in cui il soggetto deve calarsi nei panni di un tizio che, per una serie di contingenze, deve decidere se ammazzare uno sconosciuto spingendolo sui binari e così salvare la vita di un gruppo di cinque persone che altrimenti verrebbero investite da un carrello ferroviario che sta arrivando e che è invisibile al gruppo. Oppure non ammazzare lo sconosciuto e lasciare che vengano travolti e uccisi tutti i cinque componenti del gruppo.

Ora, a parte gli psicologi che lo hanno inventato, il guaio è che una delle “imperfezioni” (rispetto a quanto vorremmo) della natura consiste proprio in un modo di procedere molto spesso affine a quello del tizio che decide di ammazzare lo sconosciuto per salvarne altri cinque: ossia, la selezione naturale decide quantitativamente, non eticamente. Lasciamo stare tutte le arciputtanate retoriche tardo ottocentesche usate dal Kaiser e dai suoi consimili per ammantare di “giustizia naturale” e di “darwinismo” le loro rapacità e ambizioni, se no mi incavolo e occupo venti pagine a spiegare la frode compiuta ai danni del povero Darwin (complici, purtroppo, i gesuiti dell’epoca, contentissimi dell’occasione di sputtanare il razionalismo): ma il concetto di “giustizia”, come lo possiamo (e dobbiamo, secondo me) intendere noi, sebbene sacrosanto e indispensabile, non è “naturale”. Cosa c’è di giusto in una mutazione casuale, indotta da qualcosa di indispensabile come l’ossigeno dell’aria che respiriamo (sennò si muore), mutazione che se capita a me non mi fa né caldo né freddo, ma se capita a un bambino lo fa morire ? “Volontà di Dio” ? Bah ! E allora com’è che mettendocisi d’impegno e usando gli strumenti adatti, primo fra tutti il riconoscimento della nostra fallibilità, non sempre, ma sempre più spesso, il bambino lo si riesce a salvare ? Divinizziamo i medici, Big Pharma e tutte le altre realtà che hanno cooperato a salvare il bambino ? A me pare assai più semplice ammettere che quella mutazione non sia data dalla né dalla volontà di Dio né da quella di un altro sottopanza metafisico come il Diavolo.

Ancora: in una specie, una mutazione casuale in una cellula germinale di uno dei genitori fornisce un vantaggio a un certo individuo, per esempio mettendolo in grado di vedere meglio eventuali predatori. I suoi discendenti ereditano quel vantaggio, quindi via via nelle generazioni rappresenteranno una quota maggiore della popolazione, essendo meno spesso vittime di carnivori assortiti, mentre gli altri individui lo sono  più spesso. Alla fine in tutta la specie esistono solo individui portatori di quella mutazione: e gli altri ? Che colpa hanno avuto, loro e i loro progenitori, nel fatto che non gli sia capitata quella mutazione ?

Ora, lasciamo stare le assolute stronzate nazionaliste per cui il “darwinismo” avrebbe giustificato la pretesa della Germania nel 1914-1918 di annettersi il Belgio. Interrompo un attimo il filo del discorso per un inciso forse interessante e, nonostante le apparenze, non gratuito: ancora nell’ottobre 1918 Kaiser, Ludendorff e compagnia non accettavano una pace se non a condizione di tenersi il Belgio, fino a che il misconosciuto e antiretorico Diaz, anche con truppe inglesi e francesi affidategli dagli Alleati per effettuare il suo piano di battaglia, non ha messo fuori combattimento l’Austria-Ungheria in maniera tale da permettere una invasione della Germania da sud, cosa che il penultimo consiglio di guerra interalleato (il massimo organo di decisione strategica) aveva già cominciato a organizzare. E costringendo così Ludendorff alla resa e un paio di imperi a sparire e relativi imperatori a levarsi dalle scatole. Scusate la digressione, meno irrilevante di quanto paia a prima vista: l’interpretazione truffaldina di Darwin propalata dai traineurs de sabre, i “trascinatori di sciabole”, i militaristi tedeschi e austro-ungarici si è rivelata sbagliata, dunque, visto che l’assai meno corrusco napoletano Diaz ha fatto meglio del super prussiano Ludendorff.

A maggior ragione mi sembra che siamo piuttosto tonti a prendere ancora sul serio, con tutto il suo contorno di “lotte all’ultimo sangue” e “zanne e artigli grondanti sangue”, la truffa ideologica della destra militarista e imperialista tedesca ai danni di Darwin (e quindi di tutta la teoria sintetica dell’evoluzione). E non parlo poi del cosiddetto “darwinismo sociale”, se no non la smetto più.

Ma non meno fantasiosa dell’interpretazione di Darwin secondo il Kaiser mi pare, a meno di non giustificarla con il creazionismo e se si vuole essere logicamente coerenti affidarsi totalmente alla religione,  anche l’idea di una natura etica e magari anche cosciente: la “Natura” non è né “feroce” né “buona” e nemmeno “vendicativa”. Questi, nella migliore delle ipotesi, sono trucchi retorici per vendere reliquie ai bravi fedeli di frate Cipolla (Boccaccio, Decamerone, giornata sesta, novella decima).

Se continuiamo a usare come parametro di misura per la larghezza indispensabile all’alveo di un corso d’acqua statistiche inadeguate, le catastrofi sono inevitabili, senza dovere ricorrere a “offese” o “vendette”, entità inutili da cui il buon vecchio Occam (mi pare) invitava a diffidare. Altrimenti dovremmo pensare che restringendo un alveo di torrente o ignorando che tutti i pendii presto o tardi franano, per cavarcela basterebbe fare qualche sacrificio, magari umano, alla “Natura” e così placarne l’animo offeso.

Invece, secondo me, i magistrati in genere devono (come mi sembra che non pochi facciano, poi) rendersi conto che meno ci si accontenta di una giustizia formale più si va a sbattere contro l’imperfezione della natura. Che entra, eccome, anche in problemi che, per esempio, di biologico a prima vista sembrano non avere nulla. E ci si trova di fatto nel dilemma del carrello, che costringe a scegliere non tra Bene e Male, ma tra gradi diversi di miscele dell’uno e dell’altro.

Per esempio: ma siamo proprio sicuri che Riina, nell’ambiente e nei tempi (quando l’arcivescovo diceva che la mafia non esiste e anche certa sinistra cazzeggiava di “mafia buona”) in cui è nato e cresciuto potesse essere libero di non essere mafioso ? Ambiente e tempi in cui, come Emanuele Macaluso ha ricordato poco tempo fa (articolo di Goffredo Buccini sul Corriere della Sera), per trentasei dirigenti sindacali uccisi non c’è stata nemmeno una sentenza di condanna ? Vabbè ! E allora, che facciamo, al Riina, che non è stato affatto libero di non essere mafioso, e per il quale parlare di rieducazione purtroppo non funziona (a meno di modificargli chimicamente il cervello), gli diamo almeno delle attenuanti, così invece di stare all’ergastolo poi esce e continua a fare ammazzare degli innocenti ? A me pare un caso estremo del “test del carrello”: si infligge il massimo male legalmente possibile a X, pur sapendo benissimo che  non è stato veramente e completamente libero di non commettere  i suoi delitti, anche per un vantaggio sociale, ossia per evitare il male dell’oppressione e uccisione di altre vittime. Ed è giusto (o meglio, “più giusto”) così. Il test del carrello la mette giù più cruda, ma la sostanza mi pare quella.

Altro esempio: le vaccinazioni. Quando Jenner si è accorto che i mungitori che si beccavano dalle vacche la loro forma benevola di vaiolo erano poi spesso immuni dalla pericolosissima forma umana, non è che pensasse di inventare qualcosa di tanto fondamentale per la medicina. Ma certamente, proprio essendo uno che la natura la studiava, non pensava che la sua tecnica potesse essere tanto innocua, oppure, che è lo stesso, tanto raramente (attenzione, quindi applico a  concetti qualitativi delle quantificazioni) nociva, di quanto poi si è rivelata quando è stata applicata a malattie anche assai diverse.

Ossia: che possano darsi casi in cui un determinato vaccino dato a un certo bambino possa fargli male, o malissimo, o anche ucciderlo, può benissimo essere: ma siamo sempre nel naturale, e oso ripetere secondo me naturale, caso in cui se fai la vaccinazione a un milione di bambini ne muore uno, ma se non fai le vaccinazioni quello si salva, ma ne muoiono mille.

E’ ingiusto ? Ma certo: però che cosa puoi fare ? Rendere opzionale la vaccinazione ? Benissimo: e poi se le mamme spaventate da vari pasticci anti informazione non vaccinano i bambini che poi si ammalano e muoiono, o comunque si devono sorbire condizioni non da loro volute ma dalla loro mamma, che a suo tempo non ha avuto dalla scuola gli strumenti critici per non farsi fregare, è giusto questo ? L’unica cosa veramente giusta è riuscire a produrre un vaccino che sia contemporaneamente efficace e innocuo per tutti, o in alternativa inventare un test che permetta di capire che quel vaccino, per quel particolare bambino su un milione, è rischioso. Ma a questo punto occorrono: tecnologia e risorse (volgarmente, denaro). I magistrati, secondo me, di fronte a un problema simile, sono sostanzialmente impotenti: possono anche ordinare un risarcimento alla famiglia, ma il bambino è morto. Il che è ovviamente un male enorme, ma farne morire mille è peggio.

Ora, io non dico che un PM debba per forza sapere che accidenti è un “telomero” (un tratto del DNA che in noi, ma non nei topi, si accorcia a ogni duplicazione, fino a che, quando è ridotto a zero, la cellula muore, il che diminuisce la probabilità di accumuli di mutazioni in noi, mentre i poveri topi muoiono di cancro molto più spesso) o simili.

Ma prendere per buono, solo per fede nell’ambientalismo di orientamento creazionista, uno studio truffa di un tizio capace di ingraziarsi il pubblico raccontando, in base a dati falsificati, che le vaccinazioni causano l’autismo è assai stupido. E continuare a prenderlo per buono quando la truffa è stata smascherata e ne sono stati pubblicati in forma accessibile su Internet tutti i particolari, compresa l’ammissione dell’autore, è quanto meno irresponsabile. Nonché cretino.

A questo dovrebbe porre almeno solo parziale rimedio l’addestramento, la formazione continua e l’ambiente di lavoro dei magistrati: ma non può avvenire fino a che a qualsiasi superficialotto basta raccontare quattro cavolate creazioniste per farsi accreditare l’infallibilità supposta conseguente alla sua altitudine morale. Altitudine morale a sua volta conseguente all’adesione alla divinizzazione della Natura, senza darsi la minima pena di studiarla davvero. Non sono d’accordo che dei magistrati si facciano raggirare: capisco io per primo la loro vulnerabilità, ma si devono svegliare, non adagiarsi nel ritenere che indignandosi con le multinazionali farmaceutiche (o con l’ILVA) si acquisiscono gli strumenti magici (perché di pensiero magico  secondo me si tratta, l’indignazione, anche quando è giustificata, non si traduce in mezzo efficace di azione, a meno di un tramite metafisico, come il pensiero magico propone) sufficienti per capire sempre ogni cosa, passata, presente e futura, del vasto mondo. Studiare davvero la natura fa capire quanto gli strumenti magici sono naturalmente impossibili. Sono nostre illusioni, forse accettabili (secondo me no) da chi per problemi suoi ha bisogno di essere informato, a quanto pare, solo sul suo oroscopo o sul grande argomento del “Chi scopa con Chi”, ma  irresponsabili per chi deve occuparsi di Giustizia.

E poi, in un’Italia piena di furbastri ben contenti di sputtanare la Legge, le sue applicazione, e gli istituti (e persone) che la devono applicare, c’è proprio bisogno che dei magistrati facciano figure da scemi ? Perché, per quanta presenza si possa avere sui mezzi di informazione, la figura da scemi la si fa: e se è irrilevante farla di fronte a un X qualsiasi che non conta nulla come me, non è irrilevante farla di fronte ai tanti che per mezzi finanziari, posizione sociale e altre risorse possono influenzare, anche manipolando l’opinione pubblica (lo si fa, eccome !), decisioni politiche importantissime.

I quali “tanti” delle prediche mie se ne fregano perché quanto io predico lo sanno anche meglio di me, ma usano la loro conoscenza per gli interessi loro ai danni di chi ne è privo. Bisogna proprio indurre in tentazione i furbi ?

Ma mi pare opportuno, per allargare il discorso al “che fare” per dare più giustizia, tornare indietro, alla formazione. Ed è un discorso politico, a cui secondo me proprio i magistrati dovrebbero contribuire, in qualche forma di aggiornamento culturale continuo, per avere strumenti che la scuola e l’università attuali proprio non credo possano dare. Una volta un’altra nostra amica professoressa di matematica, parlando dei lati negativi del suo lavoro, mi dice: “E poi dovere sempre far fare ai ragazzi tutti quei passaggi, quegli esercizi di scrivere diversamente le relazioni, che non ho mai capito a che cosa servono !”. Io, alquanto stupito, salto su: “Ma se per esempio hai correttamente capito un problema risolvibile con una banale equazione di secondo grado, poi devi fare i passaggi per metterlo  nella forma canonica, così si applica la formuletta scritta in tutti i libri e l’ingegnere, perito, ragioniere, architetto o quel che sia si calcola subito i numeretti della soluzione, no ?”. Risposta: “Ah, giusto, sì sì, grazie, grazie che me lo hai spiegato, finalmente lo so !”. Ma c’era proprio bisogno che glielo dicessi io, a una, tutt’altro che stupida e che faceva la professoressa da almeno quindici anni ?

Mio padre se la prendeva con la filosofia idealistica e la sua influenza anche tramite Gentile: io non ho approfondito la questione. Di filosofia,  ne so ancora di meno del resto. Quando mi capita qualche articolo che mi sembra interessante lo leggo e mi sembra anche di capirlo, ma non vado oltre. Però a suo tempo ho constatato che la “Storia delle Filosofia”, a meno di avere un professore molto anticonformista, era essenzialmente una serie di lezioni contro il pensiero critico anche quando costruttivo. Il Grande A ha detto una cosa; il Grande B successivamente ne ha detta un’altra, C un’altra ancora e così via: come il Grande B ha dimostrato o preteso di dimostrare che l’altrettanto Grande A, almeno su un singolo particolare punto sbagliava, era tabù. Forse perché allora caschi nel metodo detto “scientifico” in cui la fallibilità umana (di chiunque, da Aristotile allo sciocco) è scontata, e quindi si costruisce solo attraverso la verifica, e Grande diventa chi più sa verificare. Ma al modo scolastico che temo ancora attuale anche la Storia della Filosofia diventava (e temo ancora diventi) solo qualcosa da studiare per essere promossi e del tutto inutile per tutto il resto, anche per chi ambiva a entrare in Magistratura.

Mettiamoci la segreta invidia di chi si occupa di una qualunque materia per il ruolo dei teologi nella società tradizionale (ruolo che in buona parte delle famiglie che mandano i figli all’università mi pare ancora tacitamente o inconsapevolmente riconosciuto), e siamo fritti. Chiunque sia interessato a una particolare materia assimila tutte le altre al ruolo delle materie studiate solo per passare agli esami, e quindi inutili a qualunque altro scopo. Così abbiamo gli studenti che ignorano essere il loro motorino frutto della matematica, professoresse di matematica che per dovere essere la matematica cosa che per essere somma dev’essere inutile, in quanto purissima e astrattissima. Secondo Rabelais, arrivata la compagnia di Pantagruel nel regno della Regina Entelechia, scoprono che detta Regina parlava solo attraverso certi suoi dignitari, che i cibi glieli masticavano i Masseteri i quali poi le versavano con un imbuto d’oro il cibo masticato nel gosier doublè de velours cramoisi e che poi, a quanto riferito, ne chiait sinon par procuration).

Questo disprezzo per il volgare concreto porta anche a ritenere cretino chiunque se ne occupa: di una cosa credo di potere forse un po’ vantarmi: del fatto che discutendo di argomenti niente affatto semplici coi miei amici operai (anzi operaiacci come si autodefinivano) gli dimostrato che alle volte può convenire non lasciarsi stomacare dal paternalismo con cui vengono intellettualmente trattati (non da me !) e trovare cose valide anche nei discorsi dei professori. Ora, se è bene che con la massima parte degli operaiacci si possa discutere seriamente di qualsiasi argomento, non è bene che sia molto meno facile farlo coi professori per la loro mancanza di strumenti intellettuali. L’operaiaccio, a meno di essere uno di quella ristretta minoranza che esegue compiti da catena di montaggio (che se sono automatici vengono assai meglio eseguiti da macchine), la testa la deve usare eccome, e vede immediatamente la differenza di risultato tra l’usare il cervello o meno: una consistentissima parte dei professori (licei inclusi), invece, a casa non ha neanche un libro.

E sempre così abbiamo ancora i medici che si vantano di avere studiato la fisica perché esame obbligatorio e di non averne capito nulla e di essersi dimenticati tutto. Anche bravi medici, che però sarebbero assai più bravi se l’avessero capita e conservata nel cervello.

 

Un altro fattore importante, secondo me: proprio per il loro mestiere, dai magistrati, come d’altra parte anche dai medici (oggi un po’ meno) ci si aspetta autorevolezza. Ma l’autorevolezza, se diventa autorità, diventa perdita di coscienza della propria fallibilità e quindi maggiore propensione a prendere cantonate. Quindi anche per questo fattore il mestiere del magistrato, che poi ha in genere a che fare con questioni umane, che tra l’altro sarebbero intrinsecamente tali da richiedere la multidisciplinarietà, è maledettamente difficile. Anzi, molto più difficile di quanto molti magistrati ritengono o ritenevano quando hanno fatto la loro scelta professionale. Ma la scelta di affidarsi (molto spesso  per mancanza di conoscenza di altre opzioni, mi pare) a un’idea supposta forte come quella dell’ambientalismo creazionista a me pare disastrosa.  E se ne trovassi l’energia forse potrei dimostrare che, se creazionista, non può essere completamente ambientalismo.

Prendo ancora in considerazione un aspetto solo ma importante: e attenzione che non è semplicissimo. Naturalmente, lo espongo come lo vedo io, ricordando che, come tutti, sono fallibile: quindi… verificate !

Per l’ambientalismo creazionista, di fatto, anche se spesso non se ne è consapevoli, il plusvalore è qualcosa la cui esistenza è, in sostanza, fittizia. Ossia, si tratta del concetto per cui ogni attività economica, tranne l’agricoltura, e in primo luogo invece l’industria, dev’essere “a somma zero”.

Occhio all’equivoco: sia da quanto mi pare di avere letto e forse capito e sia da quanto ho letto o sentito da altri che hanno studiato la cosa, non è affatto vero che (almeno da anziano) Marx “negasse il plusvalore”, cioè affermasse che il valore del prodotto fosse necessariamente sempre uguale alla somma dei valori dei fattori di produzione. Quello che mi pare dicesse Marx era diverso: che il plusvalore andava (e inevitabilmente sarebbe stato) socializzato, ossia che per giustizia sociale e contemporaneamente per certi fattori interni al capitalismo, avrebbero dovuto beccarselo gli operai (o meglio, chiunque ne avesse bisogno). A questo punto il plusvalore sembra sparire perché è stato distribuito, ma la cosa è ben diversa dal ritenere, come coerentemente dovrebbero fare i creazionisti (e purtroppo fanno), che il plusvalore, inteso come una qualche qualsiasi differenza di utilità tra prodotto e somma delle utilità dei fattori di produzione, è intrinsecamente inesistente. Come fai a proporre l’appropriazione o la distribuzione di qualcosa di inesistente ?

E il mio ragionamento mi pare concordare con l’esperienza storica: con tutti i loro difettacci e con tutte le cavolate che sono riusciti a fare anche per eccesso di fedeltà alla dottrina, gli interpreti di Marx più affermati nel concreto, da Lenin a Stalin, Suslov eccetera e Krusciov, industrialisti lo sono stati eccome, anche troppo entusiasticamente: ma se non avessero prodotto plusvalore (creato, ecco l’empia parolaccia !) a montagne Hitler arrivava a Vladivostok. Il governo dell’URSS ha fatto il contrario dello zarismo, sotto il quale si mandavano i soldati all’assalto con un fucile ogni due: i disarmati dovevano raccogliere i fucili dei feriti o caduti. Pure all’Italia, nel 1916, è toccato aiutare la Russia zarista spedendole una partita di mi pare centosessanta mila fucili…Invece il nazismo è stato fermato da una marea di ottimi carri armati T34, ottimi aerei YAK e Shturmovik (questi di attacco a terra) e ottimi cannoni di  tutte le specie. Quindi, ripeto, a me pare proprio che ritenere Marx aderente all’idea che da una fabbrica non possa e non debba uscire nulla di utilità di più di quanta utilità è stata impiegata sia un grosso equivoco. Mi sembra un attribuirgli il pensiero di Tertulliano (non sono sicuro che fosse proprio lui) e di parecchi altri Dottori della Chiesa.

Viceversa, mi sa tanto essere di “somma zero” il ragionamento agrario-creazionista, per cui se l’ILVA macinava ingenti utili (dopo fior di tasse e di investimenti), ciò non poteva non essere che perché faceva ammalare di cancro gli operai e gli abitanti di Taranto. L’inquinamento, se provato, va punito secondo la legge: ma ritenere necessaria una relazione di causa ed effetto tra cancro e utili ILVA in quanto conseguente al dogma della “somma zero” è una corbelleria, perché è una corbelleria il dogma.

E la diffusa in quanto coerente con la tradizione culturale agrario-creazionista, la corbelleria ha conseguenze nefaste e generali di cui mi pare pochi abbiano coscienza. Se in una certa attività (non agricola) la somma algebrica delle utilità (sto ovviamente sintetizzando e usando semplificazioni) prodotte e impiegate dev’essere zero, come non ci può essere creazione, non ci dovrebbe essere distruzione. Per cui l’incompetenza sarebbe innocua. E di fatto, uno dei nostri mali politici è l’incapacità diffusa di comprendere quanto possono costare le cazzate. Nel privato familiare, dove ci si sbatte direttamente il muso, se ne rendono conto quasi tutti: ma quando si esce dalla sfera privata e dall’esperienza diretta moltissimi si affidano alla comodità e sicurezza della cultura tradizionale, che è agrario-creazionista (corroborata dall’importazione di scemenze creazioniste dagli USA, provenienza che le tinge di moderno). Ma in natura i fenomeni non lineari non solo esistono, ma sono anche frequentissimi: e dove qualcosa non è lineare, il dogma della somma zero non funziona. Il che significa che a fare le cose bene si ottiene utilità che prima non esisteva, ma a fare le cose male si fa, per esempio, il trasferimento di Alitalia a Malpensa: ed evidentemente si distrugge concretamente parecchio, anche posti di lavoro.

Un problema che mi pare pochi magistrati capiscano, è che nella testa del tizio qualsiasi imbevuto di cultura agrario-tradizionale (oh, cautela, si può essere agricoltori innovatori e tradizionalisti non padroni di terre e neanche discendenti da tali, però soprattutto nel Meridione la coesistenza dei due aspetti agrario e tradizionalista è assai frequente) il dogma della somma zero si traduce nell’idea che fregandosi in qualche modo mille euro (o un milione) le conseguenze si limitano al fatto che qualcun altro ha mille (o un milione) di euro di meno. E invece le conseguenze possono essere enormemente maggiori: vale a dire che da qualche parte si può provocare, per la non linearità degli effetti rispetto alle cause, distruzione di utilità o risorse migliaia di volte la somma che il Tizio si è intascato. E posso garantire, per esserci stato a contatto (senza sporcarmi, spero) che è un problema enorme, non risolvibile col senso del peccato o con la gravità delle pene e neanche, purtroppo, con l’efficienza nello scoprire i delitti di questo genere: occorre innanzitutto, da parte di tutti, capire che se attribuisco una fornitura per un mio vantaggio monetizzabile in mille euro, posso fare danni per dieci milioni. Con il che la vacca da mungere alla fine muore.

Quindi, anche se il dogma della somma zero serve per darci certezze,  oggi, in cui neanche l’agricoltura è più quella dipinta dalla tradizione, è estremamente nocivo. E anche quei magistrati, di cui pure comprendo la buona volontà,  l’impegno e la vulnerabilità, dovrebbero, secondo me, rifiutare il dogma creazionista e le sue conseguenze, che non sono affatto a somma zero. Non possiamo tornare, per quanto possa essere faticoso andare avanti, ai 1300 bambini morti entro il primo anno dalla nascita su diecimila, come succedeva esattamente un secolo (tre generazioni, pressappoco) fa.

 

16. NOTA CONCLUSIVA.

In pochissime parole: l’accettazione, da parte dell’ambientalismo italiano, dell’influenza del creazionismo nostrano fortemente corroborato da quello USA è secondo me una disgrazia nazionale. Ossia che direttamente o indirettamente nuoce a noi tutti e le cui conseguenze continueranno a nuocere anche alle generazioni future, se non ci diamo una svegliata. Ma dicendo “a noi tutti” intendo anche all’ambientalismo, e sia dal punto di vista della popolarità a breve termine sia da quello dell’efficacia nell’individuare preventivamente i problemi ambientali e proporne vere soluzioni. Secondo me, in fondo in fondo, il creazionismo è riduttivo: anche quando impedisce di accorgersi di problemi ambientali non interpretabili con il canone della perfezione infinita delle Natura (invece che della sua intrinseca quasi perfezione, ossia imperfezione per molti aspetti importanti per noi), una soluzione semplice semplice la propone sempre: NON fare qualcosa. NON fare le acciaierie e il cancro non esisterebbe. Ignorando bellamente, come si conviene a una fede, che il controllo della proliferazione cellulare in natura è imperfetto. Ma a questo modo, per evitare che la mortalità infantile (entro il primo anno) fosse del 2321 per diecimila e del 4000-4500 entro i primi cinque anni, avremmo dovuto tornare indietro nel tempo e, impersonati nel’arciarciarcibisavolo Adamo, menare Eva invece di darle retta.

Io mi permetto di non essere d’accordo: e da questo disaccordo, per coerenza, mi pare derivino le mie, alla volte forse scandalose, posizioni.

Ricordo che questo mio scritto va interpretato anche come un cantiere in corso: per limitazioni di tempo non ho potuto eliminare certe ripetizioni, individuare e correggere errori di battitura e contorsioni di sintassi, o illustrare meglio certi punti. Ma a chi è riuscito a arrivare fino a leggere queste righe, complimenti e grazie !