DEDICO QUESTA PAGINA AGLI SVILUPPI SULLA QUESTIONE DELL'USCITA DEL REGNO UNITO DALL'UNIONE EUROPEA 

    ULTIMA SULLA BREXIT - 4/1/2018

 

Fresca fresca l'ultima sulla BREXIT e una mia ipotesi su di essa come parte di un progetto per recuperare la perduta importanza politica mondiale della Gran Bretagna.

 

Dunque, leggo sul Sole 24 ore di oggi (ho già finito i due articoli gratuiti a disposizione dei non abbonati, ma non mi abbono) che Theresa May e soci si sono accorti solo adesso di un'altra assai grossa difficoltà. Le banche inglesi sono da molti anni specializzate nella gestione del risparmio (attraverso strumenti come i fondi comuni, per esempio) di soggetti sparpagliati in giro per il mondo. I regolamenti della UE accettavano e accettano che un X metta dei soldi in una sua banca (francese, italiana o tedesca, eccetera) e che poi questa banca ne affidi la gestione, con le dovute salvaguardie (niente giochetti come quelli delle banche venete prima dell'entrata in forza di regole europee che li impediscono) a banche di altri Stati della UE. per lunga tradizione specializzate in quel mestiere. Questo vale in generale all'interno della UE: il risparmiatore spagnolo può benissimo avere soldi messi in una banca del suo paese ma investiti in strumenti che poi sono gestiti da una istituzione specializzata tedesca. Per lunga esperienza, le banche inglesi in questo mestiere sono considerate piuttosto brave: per cui a Londra e dintorni si gestisce una montagna di soldi altrui, senza, pare, i rischi di cavolate come quelle della Lehman Brothers USA. Di questi soldi gestiti a Londra, la quota pertinente a cittadini e banche di paesi della UE diversi dalla Gran Bretagna è di circa 900 miliardi di sterline, ossia un po' di più di un miliardo di euro.

Che succede con la Brexit ? Beh, è abbastanza ovvio che l'Unione Europea ritiri la “delega”: in linea di principio, questi soldi dovrebbero uscire dalla gestione delle banche inglesi e entrare nella gestione di banche domiciliate nella UE.

Ora, non è che la gestione si faccia gratis: lasciando perdere i casi anomali (tutto sommato rari, a me, forse perchè di soldi anche quando stavo meglio di adesso non ne avevo a palate, per cui non mi sarei mai sognato di comperare azioni o obbligazioni di Calisto Tanzi o di Zonin), per Londra, alla fine, sono un sacco di soldi. Anche perchè si apre la concorrenza: per una banca canadese o di Singapore, servirsi a sua volta di una banca domiciliata nella UE (come nella Londra prima della Brexit) o fuori di essa può essere molto diverso. Questo e altri problemi, nella “City” (che sarebbe l'insieme delle istituzioni finanziarie e relative ditte di servizi, come per esempio gli studi legali di supporto), li conoscevano benissimo, tanto è vero che sono stati tutti compattamente contrari all'uscita dalla UE, e lo hanno gridato forte assai. Per le singole banche inglesi il problema penso possa essere in parte rimediabile: chi già non ha una sua filiale grossa a Parigi o Berlino eccetera può sempre farsela, chi già ce l'ha la ingrandisce facendola diventare una banca a pieno titolo. Ma per Londra i problemi sono due: uno sono i proventi persi di tasse dirette e indirette anche sull'indotto, e l'altro è che per la banca inglese X che si trova ad avere due sedi, una a Londra e una, Y, nell'Unione Europea, essendo l'Unione Europea assai più grande anche come economia oltre che come popolazione e risorse materiali e immateriali della Gran Bretagna, inevitabilmente la principale diventa Y e X la filiale.

Adesso Theresa May riconosce pubblicamente che a questo problema non avevano (parlando al plurale) fatto attenzione !

Ora, a me viene un brutto sospetto: per spiegarlo, torno un attimo alla irrisolta questione dell'Irlanda. La bellissima isola degli sfaticati (simpaticissimi, ma non si ammazzano di lavoro, almeno quelli che ho visto io) è divisa in due parti: la maggiore, a Sud, è l'Eire, repubblica d'Irlanda indipendente dalla Gran Bretagna da quasi un secolo e è membro (entusiasta) dell'Unione Europea. A Nord c'è la regione dell'Ulster, che al tempo della rivoluzione per l'indipendenza, i cui abitanti in grande prevalenza protestanti (mentre l'Eire era cattolico) aveva preferito restare nella Gran Bretagna. Poi la forte minoranza (in via di diventare maggioranza) cattolica dell'Ulster si è ribellata al predominio dei protestanti appoggiati dagli inglesi e ne sono seguiti parecchi anni (detti i “Troubles”, i “disordini”) di strisciante guerra civile. Da cui si è usciti con un accordo che economicamente faceva comodo anche ai protestanti, nel quale, riversato in trattato internazionale, c'è la garanzia di apertura del confine tra Ulster (GB) e Eire. Poi a suo tempo sia Eire che Gran Bretagna sono entratie nel Mercato Comune europeo, quindi la già preesistente inesistenza di barriera doganale è diventata coerente con la comune appartenenza alla UE oltre che col precedente trattato tra Gran Bretagna ed Eire. Ora, che cosa dovrebbe succedere con la Brexit, che comporta l'uscita dalla Gran Bretagna, di cui Ulster fa parte, dallo spazio doganale europeo ? Bisognerebbe mettere una frontiera tra Eire ed Ulster, cosa vietata dal trattato internazionale a suo tempo concluso. E poi questa frontiera, l'Eire non la vuole, ma anche la grande maggioranza degli abitanti dell'Ulster, compresi i protestanti, pare, non la vuole. Come accidenti se ne esce, senza istituire questa frontiera ? L'Eire dovrebbe uscire dall'Unione Europea, o magari l'Unione Europea dovrebbe imporle di andarsene: cose impensabili.

Oppure bisognerebbe istituire una frontiera doganale nel tratto di mare tra Ulster e Gran Bretagna: cosa che quelli dell'Ulster giustamente non vogliono e che comunque farebbe ridere, data la facilità di contrabbando.

 

Quello che è grave, è che a quanto pare, chi in Gran Bretagna ha voluto la Brexit, di questo problema non ne aveva la minima cognizione, o lo ha considerato irrilevante. Irrilevante non è, tanto che sono gli inglesi a chiedere alla UE di trovare noi la soluzione. Sembra difatti che alla fin fine si stia cercando una soluzione di trattato doganale tra UE e Gran Bretagna prendendo come riferimenti i casi della Norvegia e del Canada. In pratica, la Gran Bretagna di fatto dal mercato comune come unione doganale non uscirebbe, sia pure non riconoscendo le leggi europee di normative eccetera ma inventandosi magari leggi inglesi identiche.

 

Comunque, quello che mi pare decisamente sospetto, è che i propositori della Brexit siano incappati non in una svista colossale (questione irlandese) ma in ben due, dove la seconda è l'inevitabile revoca da parte UE della delega per la gestione risparmio alle banche inglesi. Ora, che Boris Johnson sia molto meno geniale di quanto crede di essere, non ci piove: ma che di cavolate simili ne abbia fatte due, non ci credo. Non è Virginietta nostra: è stato sindaco di Londra, e non ha nemmeno raccattato pernacchie, torsoli di cavolo eccetera. Per me la spiegazione è un'altra: non è che Johnson e gli altri conservatori per la Brexit volessero semplicemente uscire dalla UE: si aspettavano, secondo me, che con l'uscita della Gran Bretagna l'Unione Europea sarebbe andata in pezzi, si sarebbe sfasciata, dissolta, vaporizzata, azzerata, nel qual caso alla Gran Bretagna sarebbe automaticamente andato il ruolo di autorità politica (e quindi anche statale) più importante nell'ambito europeo e altrettanto automaticamente il ruolo di cerniera dei rapporti tra realtà politiche europee sparse da un lato e Stati Uniti dall'altro.

D'altra parte, mi pare evidente che la situazione di una Unione Europea che non riusciva a integrarsi meglio per la resistenza inglese a ogni iniziativa in tale senso non è che potesse andare avanti all'infinito: ma una Gran Bretagna integrata nell'Unione Europea significa inevitabilmente una rinuncia alla sovranità nazionale. Il che per gli inglesi conservatori (quelli meno affezionati al passato il problema non lo sentono come tale) capisco essere inaccettabile per tradizione culturale oggi assolutamente inadeguata.

I sovranisti e le loro nostalgie, per me, non hanno senso, quando ogni momento il “sacro suolo della Patria” è sorvolato da satelliti che, se sei abbastanza importante, possono anche contare il numero di volte che vai al bagno. Questo non toglie che gli anacronismi piacciano: dato il consenso italiano a Mussolini e le sue chiacchiere sulleredità dell'Impero romano, non mi sorprenderebbe che Johnson e soci abbiano creduto possibile reinventare per la Gran Bretagna un qualche ruolo mondiale come ai tempi dell'inizio del regno della Regina Vittoria. E le fesserie degli antieuropeisti nostrani, da Berlusconi a Lega, Salvini e cinquestellini, oltre che essere ridicole (per parecchie ragioni che qui non espongo, come però sono sempre pronto a fare), possono anche avere procurato ai più fessi o più ambiziosi Tories (i Conservatori inglesi) una impressione di stupidità non realizzabile poi dalla società italiana o europea nel suo complesso.

 

Ma ripeto che la mia, di una Brexit non progettata come fine a sé stessa ma come mezzo per produrre l'azzeramento dell'Unione Europea e successivo riacquisto di un ruolo mondiale per la Gran Bretagna, è una ipotesi: non mi sembra, però, illogica.

 

CF

 

4/1/2018

 

 

 

 

 


   30/1/2017


       


     DISSE HAMMOND SULLA BREXIT,

             MA GRILLO E SALVINI NON RIFERIRONO AI LORO ELETTORI

 

 

Che cosa ha detto Philip Hammond, Cancelliere dello Scacchiere, all'incontro di Davos, secondo la BBC (estratti).

 

Ha ammesso che sugli investimenti esiste l'impatto della “nebbia della Brexit”, nel senso che l'incertezza può causare ritardi negli investimenti da parte di aziende.

Ma che il calo della sterlina dopo il referendum, e il fatto gli inglesi siano ancora un grande mercato di 65 milioni di consumatori benestanti, ha fatto diventare l'UK una opportunità per comperare (aziende in UK, evidentemente).

.

.

.

Che la Scozia non potrà negoziare un trattato con l'UE separatamente dall'UK.

Che l'allora Primo Ministro Tony Blair è da biasimare per la percezione di una immigrazione incontrollata perché non ha graduato nel 2004 l'arrivo di migranti dalla UE (NdT si riferisce agli arrivi dai paesi dell'Est Europa).

Che l'UK potrebbe cambiare il suo modello economico se chiuso fuori dal Mercato Comune Europeo. E che in tal caso gli inglesi sarebbero pronti a “reinventarsi”, come sono stati capace di fare in passato.

.....

Poi, che l'uscita dell'UK dalla UE non comporta soltanto un accordo sul mercato libero (NdT, sembra sottinteso mercato UE) ma potrebbe comportare trattative sulle politiche migratorie (NdT, questa è una assai grossa novità, finora esclusa dagli inglesi) e sugli accordi interinali. “Ci saranno molte transizioni coinvolte..il processo prenderà parecchi anni”.

Il governo UK ha dichiarato che innescherà l'articolo 50 alla fine di Marzo, dopo di che avrà ufficialmente due anni per completare il processo.

Hammond ha dichiarato che il governo UK è ancora in tempo a rispettare questo “rigido scadenzario”, aggiungendo di aspettarsi che per la fine di marzo 2019 si abbia almeno un “broad” (NdT, non ben traducubile, sarebbe contemporaneamente “vasto” e “approssimativo”, secondo me) accordo su quello che dovrebbe essere lo stato alla fine delle trattative.

Ha anche detto che tuttavia il mettere in atto importanti infrastrutture per gestire potenziali questioni come le dogane e le frontiere non possono essere realizzate in pochi mesi, cosa che rende tanto importante un accordo di transizione. Abbiamo tutte queste cose già presenti e su tutte vorremmo lavorare con la UE – il tutto prenderà parecchi anni (NdT: Hammond mi pare non voler arrivare all'accordo conclusivo con la UE a fine marzo 2019, ma solo a un accordo transitorio: altra grossa novità, se ho capito bene).

Passando al commercio con gli USA, Hammond ha detto che la relazione dell'UK con l'amministrazione Trump prospererà, ma ha messo in guardia dal pensiero a breve termine.

Dobbiamo ascoltare quello che ci dicono gli elettori e tenere a mente i loro messaggi”, ma “dobbiamo anche essere chiari e onesti verso l'elettorato sul fatto che alcune delle soluzioni che sembrano offrire vantaggi a breve termine possono non essere nel loro stesso interesse nel lungo termine.”

Link al sito BBC:

http://www.bbc.com/news/business-38688786

 

Adesso vediamo cosa ne dice il Guardian. Le due versioni in sostanza coincidono, con molte più citazioni letterali di Hammond sulla questione di Tony Blair e la sua posizione sulla immigrazione dai paesi dell'Est Europa nel 2004.

Hammond ha detto che la failure (l'errore, l'incapacità) di Blair nel controllare il flusso di immigranti dall'Europa dell'Est ha incentivato le opinioni anti-immigrazione che poi ha condotto al voto per la Brexit. Con parole forti, ha attaccato la politica di porta aperta attuata quando otto paesi ex comunisti sono entrati nell'Unione Europea nel 2004.

Ha detto che l'Inghilterra è stata uno dei soli tre paesi (gli altri due sono la Svezia e l'Irlanda) che hanno deciso di non istituire un regime transitorio per limitare il flusso di persone dall'Est Europa in cerca di lavoro, e che i risultati di quella decisione si sentono ancora.

Ha anche detto che il voto contro la permanenza nell'Unione Europea non è stato il risultato del sentimento contro il libero mercato e contro la globalizzazione che si è manifestato nelle elezioni presidenziali USA. E che c'è stata una forte vena di sentimento anti-immigrazione, e che lui (Hammond) ne attribuisce fortemente la responsabilità a Blair che non ha imposto il regime transitorio nel 2004. Così, mentre gli altri membri dell'Unione Europea hanno realizzato una transizione senza intoppi per l'ingresso degli 8 nel 2004, l'Inghilterra ha sentito la piena forza dell'ondata (NdT, Hammond parla di forza della marea, ma poiché nel Mediterraneo le maree sono cose da ridere rispetto a quelle del Nord Europa, ho tradotto “ondata”), e questo ha creato una percezione da parte della pubblica opinione che ancora non siamo riusciti a scrollarci di dosso. Poi ha anche detto che l'UK non è contro l'immigrazione e che solo una minoranza vorrebbe le frontiere completamente chiuse. Per il popolo inglese è molto importante avere il controllo delle frontiere, ma la maggior parte di esso non vuole chiudere le frontiere, ma solo averne il controllo, compreso quello sul flusso di forza lavoro a basso costo e qualificazione. Gli inglesi non possono più accettare che qualsiasi cittadino della Romania o della Bulgaria possa cambiare il suo luogo di residenza acquisendone uno nell'UK.

 

Il tutto sul sito del Guardian:

https://www.theguardian.com/business/2017/jan/20/philip-hammond-tony-blair-brexit-davos-immigration

 

Ora, una breve analisi:a parte varie contorsioni, le novità sono parecchie.

- Blair nel 2004 non ha voluto istituire un regime transitorio per la libera circolazione dei nuovi membri (gli 8 dell'Est Europa), e Hammond attribuisce a questo errore il risultato del referendum sulla Brexit.

Ma questo implicitamente riconosce l'assoluta validità del Mercato Unico europeo, contro il quale Hammond non ha speso una virgola, anzi vuole esserci. Ora, a me pare di ricordare che Blair abbia fatto la cavolata (l'assenza di un regime transitorio quando si fanno cambiamenti tanto radicali è una ovvia cavolata) per compiacere gli USA. Il che, a me, tortuoso e sospettoso, pare anche riguardare un eccesso di fiducia da parte dei governi UK verso i governi USA.

- In caso di assoluta esclusione dell'UK dal Mercato Comune Europeo gli inglesi possono “reinventarsi” economicamente: quindi riconosce che allo stato attuale l'UK ha bisogno del MEC. Ed è implicito che le reinvenzioni richiedono tempo e soldi.

- Dopo avere chiarito che il punto, per loro, non è l'appartenenza al Mercato Comune, che vorrebbero, sulle politiche migratorie ci deve essere una trattativa con la UE: finora, mi pare, il governo inglese su questo punto era rigidissimo. E' anche ovvio, mi pare, che trattare su questo punto significa per l'UK accettare il principio di una qualche limitazione della propria sovranità in quella materia.

- Per il marzo 2019, che avrebbe dovuto essere il termine ultimo per la conclusione delle trattative, Hammond invece si accontenterebbe di un accordo di massima, da perfezionare e specificare in dettaglio successivamente. Quando poi parla di “parecchi anni” di trattative, mi pare di fatto ipotizzare A) un accordo transitorio nel 2019 da trasformare in conclusivo in “parecchi anni” oppure B) un partenariato di fatto presentato agli elettori inglesi come una realizzazione concreta ma graduale dell'uscita.

- Infine si enuncia una specie di “democrazia diretta” guidata e consigliata: il votante ha sempre ragione, ma... si ha il dovere di chiarirgli che certe novità apparentemente portatrici di grandi vantaggi immediati possono essere grandi fregature a lungo termine.

 

Commento mio: a me pare molto più funzionale e onesto il concetto di democrazia rappresentativa, con discussioni pubbliche preventive e un sistema di educazione e informazione (su fatti e metodi) che metta tutti i cittadini in possesso delle informazioni rilevanti o della possibilità concreta di accedere a tali informazioni.

 

Un commento di Maria Teresa Cucchi: la May è in posizione assai debole, se ha accettato quanto ha detto il Cancelliere dello Scacchiere, senza buttarlo fuori dal governo...

 

 

 

Claudio

30/1/2017

 

 

 

  

     18/1/2017



THERESA MAY SULLA BREXIT – 18/1/2017

Un rapidissimo commento sul discorso che la May ha appena fatto a una platea di diplomatici, finanzieri eccetera.

1. La posizione espressa anche dai più accaniti fautori dell'uscita, subito dopo il referendum, è stata che la GB sarebbe restata nel mercato comune EU (aspirazione ovvia data la ripartizione dei flussi commerciali GB) ma sarebbe uscita dalla libera circolazione delle persone. Su questo punto la UE è stata ferma: niente permanenza automatica nel Mercato Comune senza permanenza della libera circolazione delle persone anche in quanto labour, lavoratori.

E qui pare che, a parte le chiacchiere, si siano rassegnati a capirla: May di fatto ha accettato che i rapporti commerciali dovranno essere negoziati tra pari, GB da un lato e UE dall'altro. Così è stato fatto con la Svizzera e la Norvegia, tra gli altri: la precedente permanenza nella UE non fornisce privilegio alla GB. Osservo anche che la Svizzera di fatto accetta, pur senza troppa pubblicità, molte delle decisioni UE.

2. Scambi di contributi e sovvenzioni. Poco dopo il referendum, i mezzi di informazione indipendenti si sono accorti che in realtà il bilancio finale favoriva la GB: ossia, sommando tutti i contributi da una parte e dall'altra, la GB riceveva di più di quanto dava (ricevevano soldi dalla UE, pare, come sovvenzioni all'agricoltura, iniziative campestri del principe Carlo). Adesso la May parla di riduzioni dei pagamenti GB alla UE, da considerare e trattare caso per caso. E' ovvio che cancellando, in corso della validità dello specifico accordo, i contributi a suo tempo previsti, per esempio, a un progetto di ricerca scientifica, poi si sarebbero ritrovati con un contenzioso immane da cui uscire inevitabilmente perdenti. La May mi sembra abbia preso atto della realtà.

3. La May ha esplicitamente detto che l'eventuale accordo tra GB e UE poi sarebbe sottoposto al Parlamento GB: la posizione, finora, era che il referendum dava completo mandato al governo senza bisogno di verifica parlamentare.

Finezza: quanto sopra vale per l'accordo finale, ma la Suprema Corte inglese deve ancora pronunciarsi su un'altra questione, prioritaria rispetto a quanto detto dalla May, ossia se il governo GB può intraprendere il processo di uscita dalla UE in base al solo risultato del referendum senza necessità di un voto parlamentare. Il bello è che la GB non ha una costituzione scritta formale, ma un insieme di leggi, consuetudini e precedenti. La possibilità del Governo GB di intraprendere la Brexit in quanto legittimato dal solo referendum poggia su un precedente di “prerogativa reale” in cui non mi ricordo che Re del passato è stato, da una Suprema Corte di allora, considerato capace di fare a meno del parere del Parlamento. L'accettazione, da parte della May, della sovranità del parlamento sull'accordo finale con la UE almeno nella percezione dell'opinione pubblica dovrebbe diminuire la gravità del dovere fare ricorso alla “prerogativa reale”, d'altra parte necessario perché ai Commons i Conservatori sono in maggioranza per l'uscita, ma sono comunque divisi. Il referendum avrebbe dovuto permettere di fare a meno di un voto parlamentare di esito alquanto incerto. Insomma, gli entusiasti della democrazia diretta alla Salvini e Grillo dovrebbero riflettere sul fatto che la “democrazia diretta” poi comporta anche la smentita della “Magna Charta Libertatum”.

4. Ha parlato un italoamericano nominato da Trump, tale Scaramucci, a favore di fatto della Brexit, dicendo giusto che Manchester o Roma o Milano possano non obbedire alla autorità centrale UE (o pressappoco). Il cretino non si rende conto che allo stesso modo giustifica la posizione (permanenza nella UE o ce ne andiamo noi dalla GB) di Edimburgo e di Belfast.

 

Vi fornisco anche un link all'editoriale del Guardian, che parla anche delle questioni di politica interna GB e sopratutto interne ai Conservatori, che sono estremamente importanti per capire il provincial casino della faccenda.

https://www.theguardian.com/commentisfree/2017/jan/17/the-guardian-view-on-theresa-may-and-brexit-a-reality-check-tinged-with-fantasy

 

AGGIUNTE FRESCHE FRESCHE DEL 19/1, IL SOMMARIO DELLA BBC SUL PUNTO DI VISTA DEGLI SCOZZESI.

Il governo scozzese ha presentato a quello della UK (Inghilterra, Scozia, Galles e Ulster) un suo documento con proposte e considerazioni per il processo di realizzazione della Brexit. Il governo GB lo ha accettato, si è detto contento della collaborazione, ma non ha per niente garantito (secondo gli scozzesi) di considerarlo vincolante. Lamenti vari, ma vi riporto solo qualche punto più interessante.

L'autore (NdT mi pare Lord Kerr) dell'Articolo 50, che deve essere attivato per fare partire il processo di uscita della UK dalla UE, ha detto alla BBC che sarebbe difficile per la Scozia ottenere un accordo differenziato. Lord Kerr ha detto di essere rimasto impressionato dal documento del governo scozzese sulle scelte per il posto della Scozia in Europa.

Ma sul piano per conservare alla Scozia lo stato di membro del Mercato Comune Europeo ha detto di non essere sicuro che sia negoziabile e di non essere sicuro che sia fattibile. E di non essere sicuro che possa funzionare con dei possibili controlli doganali a Gretna (NdT il paese scozzese sulla frontiera dell'Inghilterra famoso perché le coppie inglesi fuggitive, fuitina in salsa nordica, ci andavano a sposarsi secondo la legge scozzese, più permissiva di quella inglese). E che almeno questa è una proposta seria e che spera abbia una risposta seria.

Rispondendo alle domande (NdT nel Question time) il primo ministro scozzese Ms Sturgeon ha detto che lei è decisa a salvare la Scozia dalla Brexit. Ha di nuovo attaccato i Conservatori sull'Europa, accusando il Partito Conservatore di mettere la sua ossessione sull'immigrazione avanti agli interessi dell'economia. Ms Sturgeon ha detto alla Camera che il punto non è solo il fatto che i Tories stanno correndo verso la Brexit, è anche che hanno bisogno di trascinarsi dietro una Scozia scalciante e strillante oltre quell'orlo di precipizio della Brexit, e io sono decisa a non fargliela passare liscia”.

 

E MO' FORSE CI SI METTONO PURE GLI IRLANDESI DEL NORD (Ulster, parte della UK: quelli del sud sono Eire, repubblica d'Irlanda, indipendente dalla UK, e che è membro UE e non si sogna di uscirne).

Da:

ALTRENOTIZIE”, 19/1/2017, ARTICOLO DI MARIO LOMBARDO (scritto alquanto bene)

Il governo (che sta a Belfast) era sostenuto da una strana coalizione tra il DUP, Partito Unionista (cioè favorevole al mantenimento di legami stretti con l'Inghilterra) Democratico e il piccolo partito repubblicano Sinn Fein, storico paladino dell'uscita dalla UK e unione all'EIRE. In seguito a uno scandalo per una faccenda di incentivi fiscali che ha coinvolto il DUP, il vice primo ministro, Martin McGuinness del Sinn Fein si è dimesso e ha mandato in crisi il governo. Per cui il 2 marzo si va a nuove elezioni. Ma tra i principali partiti, pare, solo il DUP è favorevole alla Brexit.

 

Mio piccolissimo commento: ma lo sa Grillo che la democrazia diretta a Londra e in Scozia vuole restare nella UE, mentre a Leeds, tanto per dire, vuole uscire ? E Salvini, da che parte pensa di potere stare ? E accidenti, non agli ignoranti (nessuno di noi può sapere tutto quello che gli servirebbe), ma agli ignoranti tanto cretini da non rendersene conto e credono di ovviare innamorandosi di Rousseau senza averne capito una mazza ?

 

 

HAMMOND SULLA BREXIT

 

 

 

Che cosa ha detto Philip Hammond, Cancelliere dello Scacchiere, all'incontro di Davos, secondo la BBC (estratti).

 

Ha ammesso che sugli investimenti esiste l'impatto della “nebbia della Brexit”, nel senso che l'incertezza può causare ritardi negli investimenti da parte di aziende.

Ma che il calo della sterlina dopo il referendum, e il fatto gli inglesi siano ancora un grande mercato di 65 milioni di consumatori benestanti, ha fatto diventare l'UK una opportunità per comperare (aziende in UK, evidentemente).

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Che la Scozia non potrà negoziare un trattato con l'UE separatamente dall'UK.

Che l'allora Primo Ministro Tony Blair è da biasimare per la percezione di una immigrazione incontrollata perché non ha graduato nel 2004 l'arrivo di migranti dalla UE (NdT si riferisce agli arrivi dai paesi dell'Est Europa).

Che l'UK potrebbe cambiare il suo modello economico se chiuso fuori dal Mercato Comune Europeo. E che in tal caso gli inglesi sarebbero pronti a “reinventarsi”, come sono stati capace di fare in passato.

.....

Poi, che l'uscita dell'UK dalla UE non comporta soltanto un accordo sul mercato libero (NdT, sembra sottinteso mercato UE) ma potrebbe comportare trattative sulle politiche migratorie (NdT, questa è una assai grossa novità, finora esclusa dagli inglesi) e sugli accordi interinali. “Ci saranno molte transizioni coinvolte..il processo prenderà parecchi anni”.

Il governo UK ha dichiarato che innescherà l'articolo 50 alla fine di Marzo, dopo di che avrà ufficialmente due anni per completare il processo.

Hammond ha dichiarato che il governo UK è ancora in tempo a rispettare questo “rigido scadenzario”, aggiungendo di aspettarsi che per la fine di marzo 2019 si abbia almeno un “broad” (NdT, non ben traducubile, sarebbe contemporaneamente “vasto” e “approssimativo”, secondo me) accordo su quello che dovrebbe essere lo stato alla fine delle trattative.

Ha anche detto che tuttavia il mettere in atto importanti infrastrutture per gestire potenziali questioni come le dogane e le frontiere non possono essere realizzate in pochi mesi, cosa che rende tanto importante un accordo di transizione. Abbiamo tutte queste cose già presenti e su tutte vorremmo lavorare con la UE – il tutto prenderà parecchi anni (NdT: Hammond mi pare non voler arrivare all'accordo conclusivo con la UE a fine marzo 2019, ma solo a un accordo transitorio: altra grossa novità, se ho capito bene).

Passando al commercio con gli USA, Hammond ha detto che la relazione dell'UK con l'amministrazione Trump prospererà, ma ha messo in guardia dal pensiero a breve termine.

Dobbiamo ascoltare quello che ci dicono gli elettori e tenere a mente i loro messaggi”, ma “dobbiamo anche essere chiari e onesti verso l'elettorato sul fatto che alcune delle soluzioni che sembrano offrire vantaggi a breve termine possono non essere nel loro stesso interesse nel lungo termine.”

Link al sito BBC:

http://www.bbc.com/news/business-38688786

 

Adesso vediamo cosa ne dice il Guardian. Le due versioni in sostanza coincidono, con molte più citazioni letterali di Hammond sulla questione di Tony Blair e la sua posizione sulla immigrazione dai paesi dell'Est Europa nel 2004.

Hammond ha detto che la failure (l'errore, l'incapacità) di Blair nel controllare il flusso di immigranti dall'Europa dell'Est ha incentivato le opinioni anti-immigrazione che poi ha condotto al voto per la Brexit. Con parole forti, ha attaccato la politica di porta aperta attuata quando otto paesi ex comunisti sono entrati nell'Unione Europea nel 2004.

Ha detto che l'Inghilterra è stata uno dei soli tre paesi (gli altri due sono la Svezia e l'Irlanda) che hanno deciso di non istituire un regime transitorio per limitare il flusso di persone dall'Est Europa in cerca di lavoro, e che i risultati di quella decisione si sentono ancora.

Ha anche detto che il voto contro la permanenza nell'Unione Europea non è stato il risultato del sentimento contro il libero mercato e contro la globalizzazione che si è manifestato nelle elezioni presidenziali USA. E che c'è stata una forte vena di sentimento anti-immigrazione, e che lui (Hammond) ne attribuisce fortemente la responsabilità a Blair che non ha imposto il regime transitorio nel 2004. Così, mentre gli altri membri dell'Unione Europea hanno realizzato una transizione senza intoppi per l'ingresso degli 8 nel 2004, l'Inghilterra ha sentito la piena forza dell'ondata (NdT, Hammond parla di forza della marea, ma poiché nel Mediterraneo le maree sono cose da ridere rispetto a quelle del Nord Europa, ho tradotto “ondata”), e questo ha creato una percezione da parte della pubblica opinione che ancora non siamo riusciti a scrollarci di dosso. Poi ha anche detto che l'UK non è contro l'immigrazione e che solo una minoranza vorrebbe le frontiere completamente chiuse. Per il popolo inglese è molto importante avere il controllo delle frontiere, ma la maggior parte di esso non vuole chiudere le frontiere, ma solo averne il controllo, compreso quello sul flusso di forza lavoro a basso costo e qualificazione. Gli inglesi non possono più accettare che qualsiasi cittadino della Romania o della Bulgaria possa cambiare il suo luogo di residenza acquisendone uno nell'UK.

 

Il tutto sul sito del Guardian:

https://www.theguardian.com/business/2017/jan/20/philip-hammond-tony-blair-brexit-davos-immigration

 


 

 

Ora, una breve analisi:a parte varie contorsioni, le novità sono parecchie.

- Blair nel 2004 non ha voluto istituire un regime transitorio per la libera circolazione dei nuovi membri (gli 8 dell'Est Europa), e Hammond attribuisce a questo errore il risultato del referendum sulla Brexit.

Ma questo implicitamente riconosce l'assoluta validità del Mercato Unico europeo, contro il quale Hammond non ha speso una virgola, anzi vuole esserci. Ora, a me pare di ricordare che Blair abbia fatto la cavolata (l'assenza di un regime transitorio quando si fanno cambiamenti tanto radicali è una ovvia cavolata) per compiacere gli USA. Il che, a me, tortuoso e sospettoso, pare anche riguardare un eccesso di fiducia da parte dei governi UK verso i governi USA.

- In caso di assoluta esclusione dell'UK dal Mercato Comune Europeo gli inglesi possono “reinventarsi” economicamente: quindi riconosce che allo stato attuale l'UK ha bisogno del MEC. Ed è implicito che le reinvenzioni richiedono tempo e soldi.

- Dopo avere chiarito che il punto, per loro, non è l'appartenenza al Mercato Comune, che vorrebbero, sulle politiche migratorie ci deve essere una trattativa con la UE: finora, mi pare, il governo inglese su questo punto era rigidissimo. E' anche ovvio, mi pare, che trattare su questo punto significa per l'UK accettare il principio di una qualche limitazione della propria sovranità in quella materia.

- Per il marzo 2019, che avrebbe dovuto essere il termine ultimo per la conclusione delle trattative, Hammond invece si accontenterebbe di un accordo di massima, da perfezionare e specificare in dettaglio successivamente. Quando poi parla di “parecchi anni” di trattative, mi pare di fatto ipotizzare A) un accordo transitorio nel 2019 da trasformare in conclusivo in “parecchi anni” oppure B) un partenariato di fatto presentato agli elettori inglesi come una realizzazione concreta ma graduale dell'uscita.

- Infine si enuncia una specie di “democrazia diretta” guidata e consigliata: il votante ha sempre ragione, ma... si ha il dovere di chiarirgli che certe novità apparentemente portatrici di grandi vantaggi immediati possono essere grandi fregature a lungo termine.

 

Commento mio: a me pare molto più funzionale e onesto il concetto di democrazia rappresentativa, con discussioni pubbliche preventive e un sistema di educazione e informazione (su fatti e metodi) che metta tutti i cittadini in possesso delle informazioni rilevanti o della possibilità concreta di accedere a tali informazioni.

 

Un commento di Maria Teresa Cucchi: la May è in posizione assai debole, se ha accettato quanto ha detto il Cancelliere dello Scacchiere, senza buttarlo fuori dal governo...

 

 

 

Claudio

30/1/2017

 

 

 

    IL CANCELLIERE DELLO SCACCHIERE, HAMMOND: DICHIARAZIONI....28/1/2017


    LINK AL GUARDIAN:

https://www.theguardian.com/business/2017/jan/20/philip-hammond-tony-blair-brexit-davos-immigration