La cosa è importante ma abbastanza complicata. Allora: si sa da secoli che le piante sono efficientissime captatrici di energia solare, mediante organi situati nelle foglie (o comunque nelle parti verdi). Si è anche capito che i sistemi usati da esse piante in certi loro piccolissimi organi (detti organelli) sono di carattere elettrochimico. Sento già un po’ di lamenti, ma che bruttura, che insulto alla natura, pure nelle foglie adesso ci hanno messo la chimica ! Aaaaalt, col cavolo, dimenticatevi tutte le scemenze parametafisiche e le truffe dell’industria editoriale pseudo verde, la Natura è Chimica, se non vi piace rassegnatevi, e se non ci credete studiate, non sui libercoli del furbo guru di turno ! E questi sistemi elettrochimici naturali dei vegetali sono stati anche replicati in vari laboratori.

Quindi cose che con metodi simili a quelli delle foglie trasformano energia solare in energia elettrica, con rendimenti assai superiori a quelli dei pannelli fotovoltaici, ne esistono ormai parecchie. Il guaio è che in natura, a livello di atomi e di molecole, esiste anche l’imprecisione, esaltata poi proprio dalla radiazione (che anche se solare sempre radiazione è), per cui tutti questi bei dispositivi dopo un po’ si degradano, smettono di funzionare, come anche noi umani (vedere anche la prima parte di quello che ho scritto sulla Neoplasia ideologica).

E perché invece le foglie non smettono di funzionare ? Indagando indagando, si è trovato che in realtà gli organelli delle foglie si degradano anch’essi, ma vengono ciclicamente rigenerati in modo da riprendere a funzionare. Michael Strano e i suoi ricercatori (dimenticavo: tra chi ha finanziato la ricerca c’è anche l’ENI) allora hanno costruito un sistema a sette ingredienti, tra cui carbonio in particolari piccolissime strutture, i quali ingredienti, in condizioni e rapporti adatti, si autoorganizzano in “centri di reazione” che appunto captano energia di radiazione solare e rilasciano elettroni, perdendo naturalmente via via efficienza. E fin qui ci si era arrivati, in modo diverso. La novità sta nel fatto che aggiungendo un altro composto tensioattivo ( o “surfattante”, per intenderci della stessa classe di composti di quelli alla base dei detersivi) le strutture si disaggregano e i componenti si disperdono nel liquido, ma rimuovendo il tensioattivo le strutture si ricompongono e riprendono a funzionare, rigenerate come nuove.

Attenzione: non è che ci sia da aspettarsi applicazioni industriali immediate, che ci producano energia elettrica in gran quantità a prezzo bassissimo e senza inquinare: ci possono volere anche venti o trent’anni per un uso esteso. Ma certamente si aprono prospettive nuove. E soprattutto si è capito parecchio di un sistema naturale importantissimo e alquanto misterioso, tanto da poterlo ricostruire artificialmente. La cosa è una breccia (ho tradotto così l’inglese breakthrough) concettuale analoga a quella, dei primi anni dell’Ottocento, della sintesi dell’urea, quando si credeva che i composti chimici organici non potessero essere prodotti senza una misteriosa e metafisica forza vitale.