LETTERA AL CORRIERE DELLA SERA A PROPOSITO DI UN SERVIZIO DI MARIO PAPPAGALLO SU UNO STUDIO DELLA JOHNS HOPKINS UNIVERSITY SU CASUALITA' E CANCRO.

 Sul Corriere della Sera del 3 gennaio 2015 è apparso un ampio servizio su uno studio pubblicato dalla J. Hopkins University, importante centro accademico e di ricerca USA, avente per oggetto l'individuazione dei tipi di cancro causati solamente da eventi casuali e distinguerli da quelli nella cui genesi c'è anche una componente considerata non casuale, come l'ambiente.

Ma nella presentazione, nei titoli e nei primi commenti lo scandalo, l'aspetto ritenuto dirompente, è stata l'affermazione che nella genesi del cancro siano rilevanti fattori casuali, mentre da noi è assolutamente e dogmaticamente fissata la convinzione che siano praticamente soli fattori ambientali a "causare" il cancro.

Quindi io ho scritto subito una lettera a Mario Pappagallo, del Corriere della Sera, per cercare di spiegare che il nostro dogma è una assoluta sciocchezza.

Il giorno successivo sempre sul Corriere è comparso un trafiletto di precisazione scritto da Edoardo Boncinelli (ovviamente senza nessun collegamento con la mia lettera: non sono certo io a dover dire a Boncinelli il ruolo della casualità nel cancro...)che ha parzialmente messo le cose a posto. Trascurando però una cosa ovvia per Boncinelli ma non ovvia per la gran parte dei lettori: che lo studio della Johns Hopkins si riflette sulla valutazione dei vantaggi relativi di prevenzione (assai difficile prevenire il Caso) e diagnosi tempestiva, ma non tocca in nulla l'aspetto delle terapie, la cui efficacia non dipende dalla casualità. A maggior ragione bisogna investire sulle terapie, che in ogni caso dimostrano efficacia crescente, rispetto a una prevenzione che per certi tipi di cancro è difficilissima o impossibile.

In calce, ulteriori mie osservazioni, il riassunto originale dell'articolo e un diagramma che sintetizza i risultati dello studio.

    LA MIA LETTERA:

 

 Osservazioni al suo servizio sullo studio della Johns Hopkins sul cancro, Corsera 3 gennaio 2015 -
1: Dalla titolazione e dal tono generale, sembra che si confonda la casualità con l'incurabilità: il che è totalmente sbagliato. Al contrario, la comprensione del ruolo del caso, indispensabile per comprendere la biochimica del cancro, ha permesso enormi progressi e apre ancora assai migliori prospettive.
2: Detta comprensione del ruolo del caso nella genesi del cancro risale, mi sembra, a un articolo nientemeno che del 1972, di un certo Ames.
3: Abbondanti spiegazioni si trovano in infiniti testi: mi pare che il più facilmente consultabile sia il "Kimball's Biology Pages", che è il sito web in cui è stato caricato e organizzato un robusto testo di biologia: per scoprire parecchie cose sul cancro, anche se sono contrarie all'opinione corrente in un Paese tanto poco intellettualmente laico come il nostro, basta servirsi dell'ottima struttura del sito/libro.
4: Io la prevenzione la applico, tanto che tra l'altro da molti anni ho smesso di fumare. Ma è assolutamente illusorio pensare che la prevenzione possa risolvere il problema cancro, a meno, per esempio, di smettere di respirare, visto che i danni ossidativi sono una delle cause di mutazioni cancerogene del DNA delle nostre cellule. Al contrario, la prospettiva di ricerca aperta dall'articolo di Ames ha permesso l'invenzione di parecchie cure, per cui ho un vicino, anziano, che se ne va tranquillamente in giro nonostante un cancro alla prostata con metastasi, bloccate farmacologicamente, a quanto mi ha raccontato. Terapie nuove a abbastanza costose, ma impensabili senza una corretta comprensione del fenomeno.

5: In testata c'è un grosso errore metodologico: si scrive che il 70% dei tumori può essere prevenuto mediante stili di vita corretti o diagnosticato in tempo eccetera: ma anche se molte delle raccomandazioni sugli stili di vita possono essere comunque valide per altri motivi, la diagnosi tempestiva NON è la prevenzione, potendosi applicare ovviamente solo a qualcosa di già esistente e quindi non impedito dalla prevenzione. Questa sopravvalutazione della efficacia della prevenzione è dannosa: un mio conoscente, carissima persona, è morto per l'illusione che mangiare solo alimenti sanissimi e genuini provenienti da sue terre gli evitasse il rischio di cancro allo stomaco. E la daignosi è stata ritardata da questa illusione e dalla scarsissima preparazione in Fisica di molti, anche bravi, medici italiani e conseguente enorme sopravvalutazione del rischio (relativo) derivante dalle radiografie. Di casi analoghi, anche per altre patologie, ne conosco, purtroppo, vari altri.

Per la spiegazione del meccanismo per cui il Caso è tanto importante nella genesi del cancro e perchè il renderseno conto è stato indispensabile per i successi ottenuti, successi per cui l'incidenza  delle morti per cancro, riferita alla speranza di vita alla nascita, è assai inferiore a quanto estrapolabile dalla situazione prima dell'accettazione della teoria enunciata da Ames, e per altri chiarimenti, può sobbarcarsi la lettura dell'allegato e di varie altre cose sullo stesso argomento che

ho inserito nel mio sito web"www.ancoraimparo35.it".

                                                                                    Cordiali saluti

                                                                                      Claudio Fornasari

                                                                                  Via Carlo Bertinazzi 25 - 00139 ROMA

 

 

Mi pare che nella presentazione dello studio della John Hopkins sul cancro si faccia una enorme confusione tra casualità e incurabilità: un cancro completamente dovuto al caso è curabile se se ne conoscono i meccanismi, non è che, essendo il Caso qualcosa di estraneo a un mondo ritenuto perfettamente ordinato in quanto opera divina, sia anche opera del Diavolo e quindi incurabile. Anzi l’approccio teorico implicito in quello studio ha prodotto, in tutti gli anni da quando è stato presentato (1972, mi pare) e accettato (laicamente) una quantità di efficaci cure. Vedo quasi quotidianamente un mio vicino di casa bello anziano ma attivo e allegrissimo nonostante la metastatizzazione del suo cancro alla prostata, curato secondo le implicazioni di quell’approccio teorico.

Mi sembra poi che tutto il clamore su quello studio dimostri il generale disinteresse per la biologia (argomento che invece dovrebbe interessarci assai, visto che esistiamo in virtù di fenomeni biologici), visto che in sostanza si tratta di cose notissime. E dimostri anche la necessità che i medici italiani si decidano a capire che la Fisica serve, e enormemente, anche a loro. Poi, dimostri anche il nocivo permanere, appunto, di una tradizione per cui il mondo è assolutamente “deterministico” in quanto palesemente creato da un Padre Eterno onnipotente e infallibile, il che escluderebbe la rilevanza della casualità. Altrimenti non si spiega lo stupore di fronte appunto, ripeto, a cose conosciutissime da parecchi anni. Basta andare su Internet e su qualsiasi motore di ricerca cercare “Kimball’s Biology Papers”, che è un testo scolastico di biologia trasposto in un sito web, con conseguenti facilità di aggiornamento, di reperimento e di consultazione, a differenza di tanti altri testi su carta che spiegano le stesse cose.

Invece, a livello di cultura laica, antitradizionalistica e quindi comportante l’accettazione della rilevanza della casualità, è immediato il riferimento a Jacques Monod, “Caso e necessità” e a tutta la serie di ottimi e leggibilissimi saggi di Stephen Jay Gould, reperibili in qualsiasi buona libreria.

Detto questo, ripeto quanto mi pare di averne capito (senza nessuna originalità da parte mia) della questione e che ho già ripetutamente esposto a parecchi miei amici, cercando da loro obiezioni o verifiche, sia sul mio sito web che su Facebook.

 

Per prima cosa, la corrente e diffusissima analogia tra “veleno” e “agente cancerogeno” è grossolanamente sbagliata. Un veleno agisce in modo deterministico: la stessa dose data a due soggetti diversi non può avere conseguenze totalmente diverse, per cui se A ne muore, non può essere che B non ne abbia il minimo disturbo. Mentre ognuno di noi ha conosciuto fumatori morti di cancro al polmone ancora giovani e fumatori altrettanto accaniti che a ottant’anni passati il cancro al polmone non lo hanno per niente sviluppato.

Seconda cosa: il nostro corpo è composto da non so quanti milioni di miliardi ci cellule: queste cellule non sono eterne, ma si logorano per il normale funzionamento del metabolismo e periodicamente devono essere sostituite. Da che cosa ? Da altre cellule, generate per divisione, da ancora altre cellule, normali o staminali. In questa divisione, si deve necessariamente duplicare il DNA: tralasciando i particolari, la precisione di questa operazione di duplicazione del DNA è altissima, ma per quanto altissima possa essere la precisione di una serie di reazioni biochimiche, un po’ di errori inevitabilmente ci sono. Un bassissimo tasso di errori sulla duplicazione di una molecola da sei miliardi di coppie di nucleotidi come il DNA introduce, a ogni duplicazione pressappoco un centomila errori, secondo il Kimball: che se non fosse per una serie di meccanismi di riparazione basterebbero per farci morire tutti in tenera età, o forse per non farci neanche nascere.

Questi meccanismi di riparazione del DNA, che sono comunque anch’essi codificati, a quanto mi pare di avere capito, nel DNA stesso, riducono gli errori di copia dai centomila iniziali a un centinaio: il che ci permette di vivere abbastanza a lungo. Ma non è affatto infrequente, anzi è inevitabile, che fra tutte le cellule che in ogni minuto secondo si duplicano nel nostro corpo ce ne sia qualcuna in cui un errore va casualmente a capitare in un punto del DNA dove è codificato uno dei meccanismi di riparazione degli errori, per cui quell’errore non può essere eliminato e permane in una cellula altrimenti perfettamente funzionale. Ed è altrettanto impossibile evitare che quella cellula poi si divida dando originandone un’altra, la quale a sua volta si dividerà eccetera: tutte quelle cellule discendenti dalla prima danneggiata nel DNA dal casuale errore di copia erediteranno quell’errore. E’ quindi ancora matematicamente impossibile evitare che in quella progenie di cellule dal DNA danneggiato capiti un altro errore di duplicazione, che si sommi al primo, e così via. Una cellula il cui DNA abbia accumulato tanti (in numero dell’ordine di una diecina, per esempio) e tali errori da risultarne disabilitati tutti i meccanismi di riparazione del DNA, nonchè pure certi altri meccanismi di controllo della proliferazione, diventa inevitabilmente cancerosa, senza bisogno di alcuna altra causa che non sia la imperfezione del sistema di copia del DNA: ed è solo questione di tempo, perché questo avvenga. Il che comporta che oltre una certa età la probabilità di ammalarsi di cancro si impenni. E ciò avviene in tutte le specie animali, insetti compresi, da sempre, è qualcosa di intrinseco alla biologia del DNA.

E poi, dico poi, ci sono i fattori ambientali: ma l’ossigeno, indispensabile per la vita, come vogliamo considerarlo, un inquinante di cui si possa fare a meno ? Eppure il DNA è soggetto a danni “ossidativi”, vale a dire che l’ossigeno, oltre a essere benefico e assolutamente indispensabile, è anche un cancerogeno. So benissimo che secondo quello che ci hanno raccontato da bambini su Adamo ed Eva nell’Eden, per cui tutto il male deve in qualche modo provenire da una qualche colpa morale, queste cose sono inconcepibili: ma d’altra parte è storicamente provato che Galeno il cancro lo conosceva benissimo (tanto è vero, a quanto ne ho letto), che ne ha inventato il nome generico con cui ancora adesso lo conosciamo.

Mi pare anche che non si sia mai riscontrata un’assenza di casi di cancro tra gli indigeni della Nuova Guinea, tanto per dire, che non avevano mai visto non dico una centrale nucleare, ma nemmeno un estraneo alle loro tribù prima del 1930 o pressappoco.  

In misura correlata alla durata media della vita, le cose vanno, ripeto, allo stesso modo per tutte le specie animali, appunto insetti compresi: quello che cambia è l’abbondanza e la perfezione dei meccanismi di riparazione del DNA, che per un moscerino della frutta è assai minore (il che semplifica lo studio di tali meccanismi) in quanto, per tutt’altri motivi, la specie dei moscerini della frutta si è evoluta e funziona benissimo (come specie) anche se i moscerini vivono pochissimo invece degli ottanta attuali medi degli umani. Altrettanto vale per i topi, che più di un anno assai raramente campano ma che per l’ottanta per cento muoiono di cancro, anche in laboratorio, per quante cautele preventive si possano prendere.

 

Terza cosa: l’indeterminatezza, quindi il ruolo della casualità nella natura e quindi anche nella nostra biologia, si dimostra anche riflettendo su un argomento conosciutissimo: quello delle datazioni archeologiche mediante il metodo cosiddetto del Carbonio 14, su cui esiste una bibliografia sterminata e facilissima da trovare. Non entro quindi nei particolari: quello che mi sembra necessario comprendere, è che se quel metodo funziona, è perché tutti gli organismi contengono carbonio, di cui una piccolissima parte è un isotopo radioattivo. Quindi anche in una qualsiasi molecola di DNA c’è una certa probabilità, magari piccolissima, che ci sia un atomo di C14. Mi sono ben guardato dal mettermi a fare tutti i conteggi, e molto probabilmente il contributo del C14 alla genesi del cancro è assolutamente irrilevante: ma resta il fatto concettualmente fondamentale (secondo me) che anche il DNA di una qualsiasi nostra cellula può contenere, con una certa probabilità magari piccolissima, magari irrilevante ai fini pratici, ma mai matematicamente zero, un atomo di carbonio14 al quale può succedere, in maniera del tutto imprevedibile per quanto riguarda quel particolare atomo, di trasformarsi in un atomo di Elio (mi pare).

 

Quarto: se un certo cancro è stato originato dall’accumulo di un certo numero di errori (mutazioni) nel DNA di una cellula, non è affatto detto che tutte quelle mutazioni siano state causate dallo stesso processo o fattore, che si tratti di imperfezione del processo di duplicazione, oppure ossidazione, o radioattività naturale (pure qualsiasi banana è necessariamente un po’ radioattiva, perché tutto il potassio esistente in natura è una miscela di vari sottotipi o isotopi, di cui un paio radioattivi), o radioattività artificiale, o alcool (anche quello del più squisito e costoso vino), o fumo, o difetti genetici, o altro. Anzi, è assolutamente improbabile che tutte quelle mutazioni abbiano tutte la stessa causa, a meno che non si tratti dell’errore di duplicazione del DNA. Ossia, mentre è possibilissimo che un dato caso di cancro sia causato da mutazioni a loro volta causate unicamente dalla imprecisione della trascrizione del DNA, è in sostanza praticamente impossibile trovare un caso di cancro in cui, delle mutazioni la cui somma lo ha provocato, nemmeno una sia stata causata dalla imprecisione della trascrizione del DNA. Lo studio della John Hopkins non l’ho ancora letto, ma comunque a me pare che, in ogni caso, il concetto di causa di un cancro, inteso come causa unica, funziona soltanto in una chiacchiera da bar tra amici scemi, tranne che per appunto l’imprecisione inevitabile della trascrizione del DNA, cosa di cui, particolarmente in Italia, quasi nessuno sa nulla.

Facciamo un esperimento mentale: supponiamo di prendere in esame un milione di casi di cancro di tipi assortiti (compreso il meningioma benigno o lento che sia di cui sono stato operato io o il tumore alla prostata, metastatizzato, di un mio vicino di casa che con le cure sta benissimo). Supponiamo che in media per ogni caso ci siano state dieci mutazioni (o “errori”) nel DNA: fanno in totale dieci milioni di mutazioni. Di queste, quante sono dovute appunto all’imperfezione del processo di duplicazione del DNA ? Dai dati del Kimball e da altre fonti che dovrei andare a ripescare (NIH, National Institutes of Health USA, per esempio) direi che almeno un nove milioni siano errori di duplicazione, poi ci sono i difetti genetici, i danni dell’ossigeno eccetera eccetera: e in questo caso ha senso parlare di “cause” (e mai al singolare) del cancro.  A meno di confondere la “causa” di un dato cancro con solo la causa   dell’ultima in ordine di tempo delle mutazioni avvenute: ma è assolutamente fuorviante confondere la causa della decima (per esempio) mutazione con la causa del tutto, come se la nona, l’ottava, la settima e via indietro fino alla prima mutazione non contassero nulla. Ma se la prima mutazione non fosse avvenuta, magari vent’anni prima, l’ultima, la “goccia che fa traboccare il vaso” non sarebbe stata decima ma nona, e non avrebbe fatto traboccare il vaso. 

 

Quinto: questa confusione sulle “cause” provoca immani pasticci. E Marie Sklodowska Curie è morta di leucemia nel 1934: pare altamente probabile che una concausa sia stata tutta la radioattività che aveva assorbito concentrando, senza nessuna precauzione (allora non si sapeva cosa fosse la radioattività, figurarsi la sua pericolosità) pentoloni e pentoloni di soluzioni di uranio. Tanto che i suoi appunti di laboratorio sono ancora talmente radioattivi da doverli conservare in contenitori di piombo. Ma la radioattività, Marie  Sklodowska l’aveva assorbita trent’anni prima della leucemia: il che non ha nulla di sorprendente, poi. Nel senso che in molte sue cellule del midollo osseo si sono accumulate moltissime mutazioni, ma non necessariamente in numero tale da rendere cancerosa nessuna di tali cellule. Se X ha una cellula con nove mutazioni a carico della codifica dei sistemi di correzione e controllo sulle per esempio dieci necessarie per la degenerazione, possono passare anche cinquant’anni prima che un errore di trascrizione del DNA di una cellula che ha ereditato quelle mutazioni faccia da “goccia che fa traboccare il vaso”, ma è un evento casuale, anche nel tempo.

Ma il primo processo e conseguente condanna, in una causa per malattia professionale, per cancro, è stato celebrato in Italia nel 1909: e riguardava un caso di mesotelioma pleurico in un lavoratore che aveva avuto a che fare con l’amianto. Poi nel 1942 la Germania, allora nazista, ha legiferato imponendo il divieto assoluto di produzione e utilizzazione dell’amianto. Nonostante questi precedenti, in Italia ci siamo letteralmente ingozzati di amianto fino, mi pare, al 1992. Perché ? Perché il fatto che sui lavoratori dell’amianto solo una parte e spesso solo dopo parecchi anni si ammalassero di cancro era qualcosa di spiegabilissimo secondo grosso modo quanto ho esposto sopra, il che presuppone un rilevante ruolo del Caso. Ma non era assolutamente spiegabile senza ammettere questo ruolo (cosa tra l’altro che la Chiesa non ha ancora fatto e non potrà mai fare, a meno di smentire tutti o quasi i suoi dogmi), per cui, non essendo spiegabile, non veniva accettato: col mesotelioma pleurico, l’amianto non ci poteva concettualmente entrare. Quanta gente ci è morta e quanta ancora morirà per tutte le mutazioni che nelle sue cellule si porta dietro, in attesa che arrivi la solita goccia che fa traboccare il vaso ?

Al contrario: caso ILVA. La tesi della Procura è che le modifiche impiantistiche realizzate dalla proprietà sono in qualche modo finte, visto che tali modifiche fatte nel 2011 non hanno diminuito la mortalità per cancro nel 2012. A parte la stupidaggine statistica di confondere mortalità con morbilità, il che significa fare entrare nel discorso l’abilità dei medici, tempestività delle diagnosi eccetera, anche se si trattasse di morbilità, l’idea che l’incidenza di una malattia dipendente da un accumulo di mutazioni e dal successivo sviluppo (inizialmente lentissimo) che richiede anni e anni per arrivare a uno stadio diagnosticabile possa essere valutata da un anno per l’altro, con una efficacia immediata, è coerente con il rifiuto della rilevanza del Caso da parte della Chiesa, ma resta una colossale stupidaggine.

 

Sesto: prevenzione. Innanzitutto la prevenzione la faccio anch’io, per esempio smettendo, già molti anni fa, di fumare, e con altre misure troppo lunghe da elencare e spiegare. Ma sta di fatto che nessuna prevenzione potrà mai impedire la necessità di respirare ossigeno o ridurre a zero la frequenza degli errori di trascrizione del DNA. Quindi la prevenzione è utile, ma è utile in mancanza di meglio, perché non potrà mai essere risolutiva. All’AIRC ho donato qualcosa anch’io, ma l’illusione che la prevenzione, pur utile, possa essere oggi più utile degli studi di biologia come scienza dura è, secondo me, da rifiutare decisamente. La conoscenza dei meccanismi biologici del cancro e la conseguente innovazione nelle tecniche di controllo di questi meccanismi sono, per la attuale disponibilità di mezzi tecnici recentemente inventati o in corso di realizzazione, assai più utili. So benissimo che questo approccio non è coerente con la concezione deterministica del mondo e del cancro in particolare, per cui può essere solo qualcosa inerente a un comportamento sbagliato, ossia qualcosa di morale, a determinare l’insorgenza o meno del cancro: ma me ne infischio e credo che anche qualsiasi cattolico di buon senso debba infischiarsene, per imperativo morale.

 

Settimo: ho letto un’argomentazione che mette in ballo l’aspirina e la irritazione, rispettivamente come strumento di prevenzione e come “causa” del cancro. Ma assolutamente non capisco come diavolo questa argomentazione possa essere portata contro lo studio della John Hopkins, mentre mi sembra invece coerente con esso. Mi spiego: mi pare di avere letto (o forse mi sbaglio) che gli stati irritativi comportino una accelerazione dei tassi di sostituzione delle cellule dei tessuti interessati. Banale: se mi scotto al sole mi spello. E se respiro fibre di amianto (o anche, sebbene assai meno irritante, la polvere proveniente dal Sahara, per dire) mi si irritano bronchi e polmoni. Ma se l’irritazione induce un aumento della velocità con cui le cellule muoiono e vengono sostituite, parallelamente induce un aumento della frequenza delle duplicazioni del DNA e conseguenti errori. Per cui è ovvio, e francamente mi pare che con un po’ di logica ci si poteva arrivare assai prima, che un qualsiasi stato irritativo induca una aumentata probabilità di mutazioni nocive o potenzialmente nocive. Assolutamente non capisco quindi come l’argomentazione possa invalidare il modello teorico (e pratico, fortunatamente largamente utilizzato) esposto, tra gli altri, dal Kimball. E quindi ogni antinfiammatorio, tendendo a ridurre la frequenza delle sostituzioni di cellule e quindi delle duplicazioni del DNA, non può che giovare, ma non si tratta di prevenzione (come nel caso della cardioaspirina fluidificante del sangue), ma di cura.

 

Ottavo: in sostanza quanto di rilevante ho cercato di esporre non è affatto una novità, a meno di ritenere tali cose già dette e scritte, mi pare in un famoso articolo, nel 1972 o giù di lì.

 

 

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POST SCRIPTUM 4 GENNAIO 2015.

Nel Corriere della Sera di oggi compare una precisazione di Edoardo Boncinelli, che ribadisce il concetto: nel 70% dei casi l’origine del cancro è totalmente casuale, e chiarisce anche che la cosa è risaputa da un bel po’ di tempo. Vorrei precisare ancora un paio di cose, che credo corrispondano in pieno alle opinioni di Boncinelli: la prima è che nel restante trenta per cento dei casi, non è che si possa dire che sono causati esclusivamente da fattori ambientali: se nel 70% le cause sono tutte naturali e casuali (come le mutazioni da errore di trascrizione DNA), nel restante 30%, per ognuno di detti casi, c’è una somma di fattori totalmente casuali e di fattori che per semplicità si possono dire ambientali. Esempio: il cancro di cui soffre il signor X è dovuto a 10 mutazioni nel suo DNA. Di queste, alcune, mettiamo 5, sono dovute a errori di trascrizione del DNA per la normale attività di sostituzione delle cellule invecchiate. 2, mettiamo, a errori di trascrizione per la anormale attività di sostituzione cellule conseguente alla irritazione dovuta al fumo. Una, per esempio, è in realtà un difetto genetico. Un’altra per radioattività ambientale naturale (abita in una casa fatta di tufo). E un’altra ancora perché il carrozziere sotto casa usa dei solventi i cui vapori sono stati troppo spesso respirati dal signor X. Quando la somma di queste mutazioni, verificatesi normalmente in tempi diversi, anche di molto, è arrivata a 10 si sviluppa il cancro. Il discorso che ho fatto lascia fuori per semplicità parecchie cose, ma la sostanza è che perfino le mutazioni indotte da fattori ambientali (i vapori di quel dato solvente) hanno carattere casuale: posso forse dire che respirare quel solvente ha procurato a X un totale di un miliardo di mutazioni, ma per quanto mi pare di sapere come quel miliardo di mutazioni è distribuito nel tempo, su quali cellule e su quali punti del DNA delle cellule colpite: quindi, in realtà, mi pare che anche nel 30% per cento di casi di origine mista la casualità sia onnipresente.

La seconda osservazione è che la prevenzione, quindi, può agire per quel 30% per cento di casi di origine mista, ma le terapie agiscono per tutti i casi, indipendentemente dalla particolare causa di una o di tutte le mutazioni che ne sono all’origine. E’ assolutamente fuori luogo confondere i tumori dovuti al Caso con dei tumori incurabili: viceversa, la comprensione dei meccanismi biologici permette di trovare terapie che di per sé valgono qualunque sia la storia passata della malattia.

Mi permetto di fare un paragone con la politica: studiare la Storia serve eccome per comprendere i fenomeni politici, ma l’azione politica agisce dal momento in cui la si attua in poi: se è valida, è valida comunque, indipendentemente dalla questione se Garibaldi nell’Aspromonte è stato ferito al piede destro o sinistro.

 

Poi, una novità importante sul numero di gennaio di “Le Scienze”: a quanto sembra, certe cellule staminali possono comportarsi in modo affine a quelle tumorali in dipendenza di una certa distribuzione delle sollecitazioni meccaniche a cui sono soggette.

 

 

PS secondo:

 

Questo è il sunto dell’articolo incriminato:

 

Some tissue types give rise to human cancers millions of times more often than other tissue types. Although this has been recognized for more than a century, it has never been explained. Here, we show that the lifetime risk of cancers of many different types is strongly correlated (0.81) with the total number of divisions of the normal self-renewing cells maintaining that tissue’s homeostasis. These results suggest that only a third of the variation in cancer risk among tissues is attributable to environmental factors or inherited predispositions. The majority is due to “bad luck,” that is, random mutations arising during DNA replication in normal, noncancerous stem cells. This is important not only for understanding the disease but also for designing strategies to limit the mortality it causes.

 

In sostanza, sta di fatto che alcuni tipi di cancro sono estremamente più diffusi di altri. Ora, è noto (tranne che a chi si ritiene progressista per il suo seguire il creazionismo, come Rousseau, invece che l’evoluzionismo) che la enormemente più frequente causa della trasformazione di una cellula da normale a tumorale è l’accumularsi di errori di trascrizione del DNA durante la duplicazione della cellula. La novità sta nel fatto che i ricercatori della Johns Hopkins sono andati a considerare, tra le cellule di ogni cancro di un cospicuo elenco, non le cellule “normali”, cioè cancerose ma discendenti da normali cellule impazzite, ma le assai più pericolose e significative “staminali tumorali”, cioè normali cellule staminali impazzite, assai meno numerose delle normali cellule non staminali. Ora, nelle cellule staminali la frequenza delle duplicazioni è assai maggiore che nelle cellule normali, avendo esse la funzione di produrre nuove “stirpi” di cellule normali destinate a sostituire quelle che in ogni tessuto periscono per la normale usura prodotta dal loro funzionamento. Per ogni tipo di tumore, si è trovato che la sua frequenza aumenta con il numero di mutazioni presenti nel DNA delle cellule staminali tumorali in esso contenuto. Con un po’ di matematica, poiché il numero medio di errori (mutazioni) di copia per ogni duplicazione del DNA è conosciuto, ne deriva che la frequenza dei vari tipi di cancro è fortemente correlata alla frequenza di mutazioni nelle cellule staminali, che sono appunto quelle, che per la loro funzione, accumulano assai più mutazioni da errore di trascrizione: quello che era da trascrizione. Sul sito della Johns Hopkins poi si trovano notizie su enormi progressi per quanto riguarda altri aspetti del cancro, in particolare resistenza alla chemio e sul modo in cui le cellule cancerose possono disseminarsi originando metastasi.

Nel diagramma qui sotto, in verticale c’è il rischio medio di sviluppare un certo tipo di cancro nella vita: per esempio, “Lung (smokers)” sta a circa 10-1 ossia per un fumatore c’è il 10 per cento di probabilità di essere colpito dal cancro. In asse orizzontale vedo che per quel tipo di cancro le mutazioni totali medie per il DNA delle cellule staminali tumorali è circa 1010 ossia 10000000000, vale a dire 10 miliardi. Viceversa, per l’osteosarcoma pelvico il rischio è pressappoco 5 su centomila e il numero di mutazioni totali medie nelle staminali è circa 8 milioni, meno di un millesimo del caso di cancro al polmone per i fumatori.

E’ ampiamente giustificato il concetto secondo cui è meglio concentrarsi sulla prevenzione  per il cancro dei fumatori e invece sulla diagnosi precoce per il caso indicato come “Basal cell”.  Le terapie valgono per tutti i casi, anche dove la prevenzione non servirebbe a nulla essendo il fenomeno estremamente casuale.

Invece, tornando al cancro al polmone, vedo che per fumatori e non fumatori il numero di divisioni per cellula staminale, cioè di duplicazioni del DNA, è in sostanza lo stesso, ma il rischio per i fumatori è oltre 100 volte maggiore. Il che a me pare che significhi che per il cancro al polmone c'è comunque una componente casuale, indicata appunto dal numero di divisioni delle cellule staminali: ricordo ancora che per ogni divisione ci deve essere una duplicazione del DNA, con un ben noto numero di errori casuali o mutazioni che dire  si voglia. In più per i fumatori c'è la componente ambientale, ossia il fumo, che aumenta enormemente il rischio: e qui la prevenzione funziona, ma non nel senso di impedire totalmente il cancro, ma di riportarlo alla frequenza, non trascurabile (!) del cancro al polmone per i non fumatori. Per i non fumatori funzionano solo diagnosi precoce e terapie valide. Cose assolutamente prioritarie e necessarie per i tipi di cancro a destra nel diagramma, per i quali il numero di divisioni e quindi di mutazioni casuali è già altissimo.