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Qualche commento sull'incontro riguardo a “la cosa giusta”, diritto allo studio, università e ricerca del 2/12/2017

 

1) Essendo scocciato dalla evidente vaghezza di molti discorsi sulla democrazia diretta, mi sono deciso a cercare di informarmi meglio almeno sul pensatore spesso considerato suo massimo teorico, riferimento universale o qualcosa di simile. Munito di Internet e pazienza, mi sono accinto allo studio di “Du Contrat Social”, Jean-Jacques Rousseau, pubblicato nel 1762. Ne sto scrivendo un'analisi, di cui qui riporto solo un elemento.

JJR ha introdotto la definizione di volontà generale, che è cosa distinta anche dalla volontà di tutti, e che è l'unica “bonne”. E poi ha scritto:

"Si, quand le peuple suffisamment informé délibère, les citoyens n’avaient aucune communication entre eux, du grand nombre de petites différences résulterait toujours la volonté générale, et la délibération serait toujours bonne. Mais quand il se fait des brigues, des associations partielles aux dépens de la grande, la volonté de chacune de ces associations devient générale par rapport à ses membres, et particulière par rapport à l’État : on peut dire alors qu’il n’y a plus autant de votants que d’hommes, mais seulement autant que d’associations. Les différences deviennent moins nombreuses et donnent un résultat moins général"

Dunque, la volontà generale è la sola risultante da una situazione in cui ogni deliberante è influenzato, nella sua opinione, da soli fattori completamente casuali, che come tali, riteneva, dovessero annullarsi reciprocamente in somma algebrica. Penso che in realtà volesse reintrodurre un concetto metafisico come fattore determinante l'infallibilità del popolo (“se non ingannato”) nel caso di elisione reciproca degli interessi particolari. Devo a Maria Teresa Cucchi l'osservazione dell'analogia (che poi mi pare essere una conseguenza storica del credito a Rousseau nell'ambiente dei fondatori) della procedura di scelta dei componenti delle giurie popolari USA, procedura per cui il giurato ideale sarebbe quello che non legge mai i giornali o altro che possa avere un qualche rapporto col reato da giudicare, non vede la TV, non ne ha mai sentito parlare, eccetera: insomma, il giurato ideale potrebbe essere una persona appena uscita da un coma profondo di svariati anni. Ma la condizione “Si.... n'avaient aucune communication entre eux” rende impossibile e ingiustificabile concettualmente la democrazia diretta, anche se assembleare in modo virtuale mediante Internet. Rousseau, secondo me, non era un cretino, e quindi sapeva benissimo l'impossibilità di quella sua tassativa condizione. Il suo punto di vista, forse, era quello di un aspirante riformatore religioso, visto il suo orientamento (altra citazione: “Tutto ciò che viene dalle mani del Creatore è buono; tutto degenera nelle mani degli esseri umani”, riportata dall'Emile secondo il “Nuovo monitore napoletano”) per il quale ogni “assemblea” laica è fallace, ma questo, qui, in questo scritto, non mi interessa. Quello che mi interessa é che per sapere esattamente cosa asseriva Rousseau, pur avendo fatto, con onore, un ottimo liceo classico (il Garibaldi di Palermo, con Geraci per greco e latino, che ci aveva condizionati a leggere Euripide traducendolo a vista, io ho dovuto scaricare il testo originale e leggermelo. Essendo io alquanto prudente, non ritenevo di “conoscere” Rousseau, ma non mi certo aspettavo di esserne così ignorante, nonostante la lettura (per conto mio) della "Storia della filosofia occidentale” di Bertrand Russell mi avesse messo parecchi anni fa sull'avviso. Ma un intero movimento politico, che prende poi anche una bella porzione di voti, continua a credere di potere fare riferimento a un pensatore che pensava esattamente l'opposto di quanto i cinquestellini credono fermamente che pensasse.

Facciamo un salto fuori d'Italia: il referendum sulla Brexit è stato indetto senza avere formulato pubblicamente una ipotesi sull'assetto dei rapporti tra Repubblica d'Irlanda (Eire), membro UE del tutto indipendente dalla Gran Bretagna e che non ha manifestato la minima inclinazione a uscire dalla UE la provincia GB dell'Ulster, nella parte nord dell'isola d'Irlanda. Tra Eire e Ulster, in quanto ambedue UE, non esisteva confine: anzi c'è una grande integrazione economica. E esiste pure un trattato internazionale tra GB e Eire a garanzia dell'apertura confine e integrazione economica reciproca. A lume di logica, la Brexit dovrebbe comportare invece la creazione di un confine e l'uscita dell'Ulster, in quanto parte della GB, dalla UE. Oppure la GB dovrebbe rinunciare, almeno in parte, alla sua sovranità sull'Ulster: oppure... non si sa. Non solo non sono state evidenziate ai votanti le possibili ipotesi di soluzione, ma non è stato evidenziata nemmeno l'esistenza del problema. E a tutt'oggi il governo inglese non ha minimamente chiarito cosa si dovrebbe fare in merito: pare pretenda che sia la UE a dirlo, ma certo la UE non proporrebbe mai all'Eire di uscire, contro tutti i suoi interessi, dalla UE stessa: né lo potrebbe assolutamente fare. Per inciso, mi pare che come qualità dell'azione di governo stiamo messi assai meglio noi in Italia...

Proseguo verso il punto che voglio esporre: io ho lavorato abbastanza tempo a contatto stretto con validi membri della cosiddetta “aristocrazia operaia”, e posso garantire che il loro modo di operare, se messi di fronte ai due casi esemplari che ho appena esposto, sarebbe stato assai diverso dall'imbranataggine delle autorità politiche (dirigenza 5 stelle in un caso, Boris Johnson, Theresa May e partito Tory in generale) coinvolte. Ossia, quelli che ho conosciuto io, se veramente convinti della necessità di avere le idee chiare sulla questione, sarebbero andati ai fatti, nel primo caso a leggersi il testo originale di Rousseau, e nel secondo caso a raccogliere statistiche su entità scambi commerciali, costi immediati e preventivabili futuri di una barriera doganale tra Eire e Ulster, opinioni di persone e gruppi interessati, eccetera. E mi pare che anche parecchie persone con ruoli attivi (fortunatamente anche al massimo livello) nel PD avrebbero fatto lo stesso. Idem se fossi andato alla Sapienza e fossi riuscito a coinvolgere nelle questioni non dico i docenti, assistenti eccetera di Fisica, ma anche i relativamente meno famosi tecnici di laboratorio.

Ma esempi come l'infatuazione per la democrazia diretta credendo di seguire Rousseau, oppure il dilettantismo della Brexit, almeno in parte giustificano il distacco tra elettorato e politici....

Io tendo a fare una grossolana categorizzazione degli elettori in base al loro atteggiamento rispetto alla politica.

A): Partecipazione per comprensione delle negative conseguenze della non politica o della politica sbagliata; B) Partecipazione per fede; C) capacità di comprensione come in A) ma non estrinsecata; D) incapacità di comprensione per ostacoli culturali vari.

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Diciamo subito che gli A) sono veramente quattro gatti, purtroppo.

Il caso B) richiederebbe un volume e anni di studi: posso solo lanciare qualche sasso nello stagno. Uno di questi sassi riguarda anche il passato atteggiamento della sinistra verso la “critica sociale” come un atteggiamento intrinsecamente positivo contro le malefatte o almeno gli inconvenienti del capitalismo. Quindi, la scuola, per essere progressista e a fini liberatori in generale, avrebbe dovuto almeno accettare lo “spirito critico”, sottinteso, verso il “sistema”, ancora sottinteso, “capitalista”. Il problema è che le due proposizioni: “credo che il capitalismo sia una schifezza” e “credo che il capitalismo sia necessario” sono opposte per contenuto ma identiche per metodo, usando il verbo “credo”. Confrontiamole con queste altre due: 1) “è verificabile (o verificato) che il capitalismo ha queste e queste e queste conseguenze negative” e 2) “è verificabile (o verificato) che il capitalismo ha queste e queste conseguenze positive”. Anch'esse fanno ricorso a uno stesso metodo concettuale, il “verificare”. Cosa ho fatto di fronte ai dubbi sulla democrazia diretta come idealizzata dai 5 stelle seguendo quanto danno per scontato avesse in suo favore argomentato Jean Jacques Rousseau ? Sono andato a cercare di vedere i fatti, ossia che accidenti ne aveva scritto Rousseau. E a me pare di trovarmene bene, come mi sono trovato bene in tante altre occasioni lavorative o no.

E mi pare anche che la Politica, intesa come facenda maledettamente necessaria e seria, per quanto entusiasmo per gli obiettivi possa e debba richiedere, richieda invece il dare l'assoluta preminenza ai fatti e alla verifica delle ipotesi rispetto ad essi fatti.

E mi pare che la scuola italiana sia invece ancora assai lontana da questo mio punto di vista. Anzi, incontro spessissimo persone che o vedono la politica come realizzazione di una ristretta morale di gruppo (dovrebbe occuparsi delle buche sotto casa mia e infischiarsi di quelle sotto casa di chiunque io non conosco) o la interpretano come una trasposizione della religiosità strumentale ingenua di tanti anni fa: “Prega, prega la Madonna, che ti farà trovare una borsa piena di soldi !” (il miracolo delle arance d'oro arrivate alle figlie del povero per opera di San Nicola...), salvo poi a restare delusi dalla mancanza di miracoli. E non mi pare che queste persone, dall'esperienza scolastica, abbiano avuto il minimo suggerimento o spinta in un senso meno tradizionalistico.

Fino a pochissimo tempo fa, il credere era un dovere, ma che cosa credere era assolutamente determinato dalla Chiesa di appartenenza. Ora, mi pare, siamo in una fase di transizione, dove il cosa credere è alquanto arbitrario, ma è influenzato (tra l'altro) anche da moventi di carattere morale o moralistico e tende a escludere la conoscenza di carattere scientifico, perchè essa subordina la certezza alla verifica rispetto ai fatti osservati o osservabili. Il metodo della verifica e il credere come valore di per sé, se si assume il credere come metodo, non mi pare vadano d'accordo. Il credente nelle scie chimiche come arma della CIA per fare non si sa bene cosa, parte dal concetto (che di per sé potrebbe essere anche condivisibile, sebbene alquanto cinematografico) che la CIA combina un sacco di crimini: quindi è il male: quindi credere qualcosa contro il male è giusto: quindi deve essere vero che la CIA usa le scie chimiche come arma. Io posso ribattere A) che da bambino (sono nato nel 1935) durante la guerra di scie di condensazione ne ho viste in abbondanza, lasciate da aerei sia nazisti che alleati, e non credo che la Luftwaffe eseguisse ordini della CIA, B) che nellordinamento costituzionale e nella prassi politica USA la CIA non può nemmeno soffiarsi il naso senza che governo e opposizione ne siano informati e diano il loro benestare, quindi i film o i romanzi sulla CIA sono balle strumentali per fare soldi e nello stesso tempo confondere le idee a elettori e avversari, ma queste sono cose che rientrano nella categoria “verifica” e quindi avverse alla santità del credere.

E mi pare che purtroppo esista un'ulteriore complicazione. La politica, per quanto laica possa essere, viene tuttora assai spesso vista dalle anime semplici e anche da molte niente affatto semplici, come il Potere: ma il Potere nel contesto tradizionale si identificava, e anche parecchio, in molte famiglie con la Chiesa: Potere magari visto come benevolo, ma Potere. Ma la Chiesa diceva di credere: e questo complica la possibilità di una concezione laica della politica.

Altro punto: a scuola, la storia delle filosofia si studiava (dove si studiava)seguendo l'idea che le successive opinioni fossero tappe sulla strada del progressivo rivelarsi dello Spirito, il che era anche una posizione considerata alquanto innocua dalla Chiesa di quei tempi. Ma il presentare Platone, Spinoza, Hegel o Nietzsche come se fossero sostanzialmente tutti d'accordo e poco distinguibili, era poco faticoso per insegnanti e studenti, ma disastroso per la preparazione e di ostacolo a capire l'essenza della Scienza “sperimentale” (in senso lato, dove le ipotesi non sono utilizzabili finchè non verificate). Qualcosa, mi illudo di averlo capito anche per caso, come l'avere trovato su una bancarella di libri a Palermo la “Lettera a Cristina di Lorena”, di Galileo Galilei, ma non è sensato, né moralmente e socialmente giusto, che la formazione per troppi giovani avvenga tuttora (secondo me) troppe volte per caso o attraverso l'esperienza lavorativa, come per parecchi miei amici “operaiacci”. E chi non ha fortuna, o non capita a lavorare in un ambiente che sveglia, forma e tra l'altro espande lo spazio di libertà intellettuale ?

Ancora un sasso nello stagno. Non ho letto molto di Don Milani, ma mi pare che molti, seguendolo o credendo di seguirlo, identifichino la scuola di vecchio stampo come una istituzione dedicata alla conservazione sociale. Questo a me pare vero solo in parte: sembra invece che abbastanza spesso lo scopo implicito ma reale non fosse veramente quello di formare una élite di “comandanti”, ma un gruppo dominante incapace però di dominare senza un obbligatorio ricorso all'ausilio della religione come instrumentum regni. Ma, come non mi stanco di ripetere, questo è quanto a me sembra, e la cosa che mi pare relativamente più importante è la nostra comune, e quindi in primo luogo anche mia, fallibilità.

 

 

2) Un caso esemplare di Economia industriale della conoscenza -

Alle volte mi vengono attacchi di presunzione (da cui cerco di guarire ricordandomi quanto è determinante il ruolo del Caso, per cui se qualche volta capisco qualcosa è merito suo), scatenati da qualche richiamo a mie antiche previsioni azzeccate. Una di queste riguarda il ruolo delle nota cittadina di Iron Hill (per chi non è “in” è meglio conosciuta come “Colleferro”) nell'industria spaziale. Dunque, molti e molti anni fa, a un convegno di informatici, assisto a una relazione sulla progettazione del “motore di apogeo” (l'ultimissimo stadio di un razzo lanciatore) per il primissimo satellite dall'ESA, l'agenzia spaziale europea. Questo “coso” era costituito da un “guscio”, un involucro metallico esterno, foderato da uno strato di gomma, con all'interno la massa del propellente sagomata in una certa forma particolare, e in fondo un ugello da cui uscivano i gas risultanti dalla combustione del propellente. Detto così, pare semplice, ma non lo è: la temperatura esterna a cui è esposto il guscio parte da quella ambiente al livello del mare, da cui il razzo decolla, a non so quanti sotto zero a parecchi decine di chilometri di quota, Il propellente costituisce un solido che durante la combustione cambia massa e forma; più altre complicazioni. Il relatore ha spiegato che per la progettazione avevano usato il “metodo agli elementi finiti”, per il quale esiste un software commerciale (che non viene regalato), ma che non mi risultava essere così potente. Quindi all'intervallo avvicino il relatore, che mi conferma esservi stata la necessità di importanti adattamenti. A quel tempo io di software ancora ci capivo abbastanza, per cui gli chiedo chi aveva fatto questi adattamenti, che, tra comprensione dei problemi, formalizzazione, traduzione in codice, test eccetera significavano un lavoro piuttosto immane: mi risponde che erano riusciti a farlo loro stessi della allora BPD (Bombrini Parodi Delfino). Gli faccio i complimenti ma non gli auguri, perchè li ritenevo superflui: il lavoro fatto si sarebbe affermato assai positivamente anche senza auguri. Per inciso, sono stato il solo ad averli presi tanto sul serio.

E difatti, negli anni successivi i programmi ESA (Agenzia Spaziale Europea) hanno coinvolto le loro azienda, poi diventata ELV e AVIO, sempre maggiormente. Nel mercato relativamente meno protetto (tutti i governi, sopratutto ovviamente gli USA, una manina alla loro industria l'hanno data) dei lanciatori di satelliti commerciali (molti per telecomunicazioni), ELV ha avuto un ruolo assai importante a fare dell'europeo ARIANE il riferimento mondiale, attraverso gli elementi (detti booster) costruiti a Colleferro, che al lancio forniscono il 90 % della spinta necessaria al decollo. Punto importante: il successo commerciale di ARIANE è dovuto alla sua affidabilità: per ogni eventuale lancio fallito vanno in fumo non solo il razzo, ma anche tutti i satelliti commerciali da mettere in orbita. Quindi nell'economia dell'attività i costi di assicurazione contano parecchio. Per ogni ARIANE 5 di booster ce ne vogliono 2, lunghi 27 metri di 3 m di diametro, per 240 tonnellate (tra struttura e propellente). Dai booster si è passati al lanciatore VEGA (praticamente lo stesso booster per l'Ariane è il corpo del VEGA), per carichi meno pesanti, con evoluzioni successive già contrattualizzate. L'evoluzione di Ariane 5, il 6, avrà, secondo le versioni, da due a quattro booster: lo stesso elemento base dei booster, come già fatto per il rapporto ARIANE 5 e VEGA, servirà da base per il VEGA E. Ariane 5 ha all'attivo un centinaio di lanci, il che ne fa un quasi monopolista sul mercato e fa circa 200 boosters prodotti a Colleferro: il VEGA ne ha fatti finora 11, tutti lanci riusciti. Aviation Week, settimanale americano on line che è la bibbia del settore, riporta: “Vega has been a great success for Avio, encouraging further innovation for the rocket....” (poi per avere l'articolo avrei dovuto abbonarmi, troppi soldi costa!): se lo dicono loro, siamo parecchio sicuri che è vero. Avio come stabilimento è saturo: gli ordini certi coprono

 alquanti anni in anticipo. Quindi in lizza sul mercato rimangono quasi soloARIANE e VEGA per Europa e vari costruttori USA con Elon Musk, che finora continua a perdere soldi ma acquisire ordini governativi.

Attenzione: qui non si tratta di “terziario avanzato”, qui si tratta di industria e anche pesante (vedi sopra le dimensioni fisiche), che funziona benone per due fattori determinanti: la capacità di progettazione e la preparazione della cosiddetta “manodopera”, che poi ormai è in generale “ditodopera”, visto che le macchine e gli strumenti si azionano da tastiera e video. Capacità di progettazione è pura conoscenza, come, secondo me, in questo contesto, lo è ormai anche l'attività considerata “operaia”. La progettazione permette di realizzare strutture fortissime con la massima leggerezza, la qualità spinta fino a difetti zero significa, anche se non sono mai coinvolti esseri umani come carico, affidabilità assoluta. Nel disastro del Challenger è stato proprio un booster a esplodere. A me sembra che questo sia appunto un caso esemplare di “economia della conoscenza”, non rientrante nei canoni della comunicazione giornalistica, che tende a distorcere il concetto rendendolo di fatto parziale e quasi quasi “di moda” o “bello”, o meno “pesante” da presentare. L'economia della conoscenza è invece qualcosa di maledettissimamente concreto, roba che si tocca, eccome.

Una situazione affine mi pare quella della biologia quantitativa, dove si usano mezzi tecnologici avanzati come sensori e come supporti di interpretazione di dati, simulazioni di eventi, eccetera permettendo assai rapidi progressi nella comprensione di fenomeni patologici e no, con conseguenze economiche già oggi tali che la politica non ne può prescindere. L'economia della conoscenza mi pare poi potersi anche di fatto presentare come economia della responsabilità: tutta la baracca di Colleferro funziona perchè, incluso chi fa le pulizie negli uffici, fa responsabilmente il proprio lavoro perchè è in grado di sapere a cosa serve. Anche pulire i cessi (chi ha letto “Ritratto di una signora in grigio” mi pare di Heinrich Böll ?) è un lavoro, magari sgradevole, ma utile (e parecchio). E' conoscenza anche il sapere che il proprio lavoro, se fatto bene o male, ha conseguenze molto diverse. Uno dei motivi per cui anche molte multinazionali della farmaceutica preferiscono produrre in Italia è che il controllo qualità da noi può essere più rigoroso e trovare meno scarti. Io conosco un po' l'impiantistica, e credo di potere assicurare che montare le valvole al contrario, come è stato fatto a Three Mile Island, da noi non sarebbe successo. Abbiamo anche noi i nostri Schettino: solo che gli altri ne hanno molti di più.

 

3) Mi sembra, alle volte, che un mezzo per fare capire meglio l'importanza della politica ai cittadini sarebbe il rinunciare a troppi ottimismi e squadernare al pubblico le scelte concrete del genere di un famoso test psicologico, dove il soggetto deve immaginare di trovarsi in una situazione in cui o causa la morte di un poveraccio che ha avuto la sfortuna di trovarsi lì vicinissimo in un dato momento oppure lascia avvenire un disastro in cui morirebbero parecchie persone. Messa meno crudamente, molto spesso le decisioni politiche non sono tra un “bene” e un “male”, ma tra due mali, di cui il minore può essere comunque terribile: come lo è stato la guerra al nazismo.

Per esempio: per motivi fisiologici che non sto a spiegare qui (e contro i quali la dieta o molte altre forme di pretesa prevenzione non possono fare nulla, con la sola fondamentale eccezione del non fumare), la probabilità di ammalarsi di cancro cresce molto rapidamente con l'età. Questo mi pare comporti che qualsiasi miglioramento nelle terapie (e di miglioramenti se ne stanno realizzando parecchi) si traduce in un aumento della durata media della vita, detto in termini abbastanza approssimativi (avrei dovuto scrivere di speranza di vita alla nascita, ma è meno intuitivo). Questo aumento di durata di vita si traduce inevitabilmente in un aumento di casi di altre malattie degenerative, prime fra tutte le demenze e in particolare l'Alzheimer, che oltre a tutti gli altri enormi problemi comportano altissimi costi per un'assistenza decente.

Cosa sarebbe meglio, investire più risorse nella ricerca sull'Alzheimer o sul cancro ? A me questo pare un dilemma politico, e mi pare anche che il pubblico dovrebbe essere reso cosciente del problema. Così forse avremo un po' meno di gente convinta che i politici “si grattino”.