SECONDA PARTE SUL POPULISMO COME INCAPACITA' DI FRONTE ALLA PANDEMIA





Scatenato dai lutti e dai danni di una pandemia che mi pare si poteva benissimo limitare assai meglio, mi sembra abbastanza sensato cercare di capire se esiste un nesso tra l'eccesso di fioritura populistica e l'incapacità politica, intendendo ovviamente la politica non come sola raccolta di voti (e potere) ma come comprensione e gestione dei problemi, di cui uno (tra i tanti) è questa pandemia. Insomma, mi pare di vedere uno stretto rapporto tra scemenze, che siano di Bolsonaro, dell'accoppiata Salvini-Fontana e quelle dell'altra accoppiata tra Boris Johnson e la sua anima gemella che è (almeno ufficialmente continua a essere) un tale Dominic Cummings, altro specialista in semplificazioni, ma pretenziosissime (ma qui mi freno e non mi ci addentro) e assai grave incapacità di gestire problemi veramente seri.

Come quello della pandemia: che prendo come molto significativo sopratutto per l'essere stati trascurati gli abbondanti allarmi in proposito, che per anni e anni le strutture tecnico-scientifiche hannp proposto a quelle politiche. Politiche in senso ampio, includendovi quindi anche i mezzi, pubblici o privati, di informazione indirizzata al pubblico in generale, comprese le persone che si dedicano alla politica a tempo pieno. Non è che tutti gli allarmi che vengono messi in circolazione per svariati scopi, positivi o meno, o anche solo per le seduzioni dell'irrazionalità, debbano essere sempre tutti presi completamente sul serio, ma il fare politica, secondo me, comprende anche, appunto in quanto comprensione e gestione, il dovere essere capaci di comprendere quali allarmi sono seri e quali no. E non è che chi si occupa (a qualsiasi livello) di politica debba essere un concentrato di Pico della Mirandola, Leonardo da Vinci e Stephen Hawking messi insieme, perchè le cognizioni rilevanti (per chiunque) oggi sono diventate tante che è assolutam impossibile, per ognuno di noi, essere davvero totalmente “competente” in senso comune, tradizionale, classico. Però chiunque, e dico secondo me chiunque, è perfettamente in grado di utilizzare gli strumenti di base, razionalità, spirito critico, accettazione della fallibilità umana come dato di fatto comune a tutti noi, e quindi necessità del dare la priorità alla verifica (o “falsificazione”, comunque dimostrare se l'idea in esame regge oppure no) dei concetti o delle idee per quanto “forti” (ecco l'elemento di autorità...) per mezzo del confronto coi fatti. In particolare, di eventi epidemici da virus per salto di specie o meno ce ne sono stati parecchi, come non è certo un segreto che i movimenti di persone, compresi eventuali portatori sani o asintomatici o in incubazione, sono diventati enormente più frequenti che in passato. Quindi, secondo me, un anche solo moderato impiego degli strumenti di base (razionalità, spirito critico, eccetera) sarebbe stato bastante a non farci prendere alla sprovvista dallo scoppio di questa pandemia. Più in generale, questi strumenti di base sono sufficienti ( il che non implica per niente che averne ancora di più di quanto basta sia qualcosa di negativo, e magari “elitario”...) a evitare un gran numero di dolorose e dolorosissime scempiaggini. Mentre, non dico lo sia sempre, ma in parecchi casi sì, “efficienza” e “carità”, almeno in questi (e ripeto, secondo me, parecchi) casi sono fattori sinergici, cooperanti ad aumentare reciprocamente l'efficacia. Ossia, spirito critico, razionalità e “carità” nel senso anche di apertura, disponibilità verso idee e bisogni dell'altro (e non solo “prossimo”) usati assieme ottengono un risultato maggiore (a parte il problema di misurare queste cose se non con il vecchio caro disprezzato buon senso e con l'esame a posteriori dei risultati) che non singolarmente. Viceversa, la tracotanza, l'autorità dell'ignoranza e del semplicismo, creano poi sistematicamente lutti, dolori e danni di cui proprio non riesco a vedere vantaggi. Neanche “educativi”: certo che se si mangiano foglie di oleandro o un po' di Amanita phalloides e si sopravvive si impara a non farlo più, ma è un sistema, direi, molto inefficiente....


Ora un paio di precisazioni: tutti i raffronti con analoghi disastri del passato, in particolare con la “spagnola” del 1918, sono inevitabilmente imprudenti per la differenza di cognizioni scientifiche e di mezzi tecnici oggi a disposizione rispetto a un secolo fa. Da un lato la generalizzazione dei viaggi aerei comporta che un virus umano “nuovo”, che lo sia per sue mutazioni “casuali” o per “salto di specie”, quasi certamente si diffonde rapidamente dappertutto.

Dall'altro lato, se nel 1918 gli ospedali avessero avuto a disposizione i mezzi tecnici e terapeutici di oggi, come per esempio la rete interna di distribuzione di ossigeno con una bocchetta per ogni posto letto, oppure i test utilizzanti la PCR (Polimerase Chain Reaction, premio Nobel a Kary Mullis) che ti danno la risposta sulla presenza o meno del virus in un paio d'ore invece che in settimane, probabilmente i 20 o 50 milioni (nessuno sa bene quanti) di morti di allora sarebbero stati assai di meno. Idem per il saturimetro, un meraviglioso apparecchietto fatto a pinza che applicato a un dito presenta istantaneamente il grado di ossigenazione del sangue. Viceversa se oggi avessimo avuto disponibili solo i mezzi e le cognizioni del 1918 probabilmente pochissimi di noi sarebbero in grado di disquisirne....

Altra precisazione, la cui importanza (sempre secondo me...) dovrebbe risultare nel seguito: mi pare che per “democrazia” correntemente si intenda qualcosa di assai incompletamente definito. Provo a spiegarmi: mi sembra che di fatto la definizione corrente sia di carattere sopratutto giuridico e di origine storica: la democrazia come “potere politico di tutti” attraverso certe forme di partecipazione diretta o delegata, sostanzialmente viene intesa come la sostituzione di “tutti” o “del popolo” all'autorità di uno o pochi, invece che anche come cambiamento o sostituzione di “metodi” e non, o non solo di, “persone o classi sociali dominanti”. Come erano in tempi ancora relativamente recenti un Re con un suo giro di Principi o quel che fossero, oppure di un capo pressappoco assoluto, come un Duce, un Fuhrer, un Conducator e simili. A me pare che questo concetto di “democrazia” come sostituzione di persone o gruppetti di persone col “Popolo” sia insufficiente, ma che sia insufficiente anche la ovvia sostituzione di interessi e di scopi conseguente a tale sostituzione: che i Principini e principotti avessero o abbiano deteminati scopi (come quello innanzitutto della conservazione e della espansione del loro ruolo) in generale diversi da quelli che esplicitamente o implicitamente il Popolo ha o può o dovrebbe avere, mi pare ovvio. Ovvio, ma appunto insufficiente: se il Popolo le sue decisioni le prende con gli stessi, e assai imperfetti, metodi usati tradizionalmente dai Principi (che anche per cercare di sintetizzare caratterizzo dall'accoppiamento di autorità e semplicismo) e riportati pari pari ad essere usati dal Popolo o dai suoi rappresentanti, pur essendo diversi gli scopi, il fiasco è garantito dalla stessa e continuata imperfezione dei metodi utilizzati per decidere. Altrimenti detto, la Democrazia, cercando di raggiungere degli scopi giustificati dal loro essere (nelle intenzioni) favorevoli alla generalità dei cittadini, se usa lo stesso accoppiamento di autoritarismo e di superficialità tradizionalmente usato dai regimi autoritari nonché storici, fa errori gravissimi per tutti e che non è (secondo me) neanche veramente legittimata a fare. E mi pare di potere chiamare “populismo” questo tentativo di impiegare a vantaggio del Popolo, da parte del Popolo stesso o di suoi rappresentanti, lo stesso armamentario di strumenti (in particolare l'accoppiata tra autoritarismo e superficialità) che i regimi autoritari storici e tradizionali generalmente impiegavano, con risultati pessimi a parte una loro stabilità relativamente alta, ma immeritata, e che una generalizzata accettazione come moralmente positivo (e non “empio”) dello spirito critico impedirebbe. Ossia, nella mia frase, il cane si morde la coda, ma è proprio quello che succede per insufficiente diffusione di una cultura che faccia veramente percepire razionalità, spirito crtitico e “pensiero lento” eccetera come comportamenti o sistemi positivi innanzitutto moralmente. Che il Popolo o almeno la maggioranza interna ad esso, in un certo momento o periodo storico, conosca soltanto quel metodo (la sinergia di autoritarismo e superficialità) impiegata per moltissimo tempo dai decisori (i Principi, Re, Duchi, Capi religiosi eccetera), posso ammetterlo come un fatto, visto che era la cultura in generale, di tutti, a essere caratterizzata a quel modo, e ammetto il suo carattere di tradizione tuttora condizionante, ma non mi pare accettabile che il Popolo sia identificato necessariamente con una presunta o vera sua tradizione culturale (comune in massima parte con quella delle classi dominanti) se questa tradizione culturale non funziona né concettualmente (secondo me) né come strumento per scegliere e attuare decisioni (scusate se sono involuto e ripetitivo, ma datemi atto che almeno, a pensare, ci provo; poi sui risultati non ci giuro, ma visto che ormai qualche anno fa dei bravissimi chirurghi dentro al cranio con i loro strumentini mi ci sono entrati e mi hanno garantito che un cervello tra le orecchie sembra proprio esserci, mi pare doveroso cercare di usarlo...). Non me ne frega niente della identificazione del Popolo con un suo attuale (o apparentemente attuale) o presunto, “modo” di pensare, sia che questo modo di pensare sia stato in tutto o in parte imposto dai poteri dominanti o invece, sempre in tutto o in parte, dipenda dalle limitazioni fisiologiche del nostro cervello (che ci si ritenga essere parte del Popolo o meno) e dalla scarsa disponibilità e accessibilità degli strumenti per rendersi conto di queste limitazioni e, dopo essercene resi conto, agire in modo tale da impedire che ci (“ci” anche proprio come “Popolo”) freghino troppo... Mi pare che sia a livello individuale che generale (anche di “Popolo”) si debba avere il diritto di essere coscienti che il proprio “modo” di pensare sia appunto un “modo”, non “il” modo unico possibile di ragionare, a meno di volere dichiarare nefasta e impossibile la libertà. Che di fatto moltissimi di noi, tendano spontaneamente, di fronte a questioni o spiegazioni complicate, a considerare inesistenti o irrilevanti le complicazioni non definisce questi moltissimi, anche se fossero la maggioranza assoluta, come “Popolo”. Che succede, se il “Popolo” si rende conto della utilità concreta dello spirito critico ? Smette di essere “Popolo” ? Mentre mi pare che operativamente i “populisti” siano definiti, tanto da loro stessi quanto dai loro avversari, come quelli che propongono di ottenere grandi cose in modi appunto semplici mediante la “forza”, generalmente non meglio definita, del “Popolo”. Se non proponessero soluzioni semplici non sarebbero “populisti”, il che poi è un insulto al “Popolo” in quanto lo definisce in forza di limitazioni storicamente contingenti o conseguenti a limiti naturali a cui non pare lecito, appunto perchè naturali, porre rimedio... Vedo se riesco a chiarire: confronto A) il modo generale di agire delle antiche classi dirigenti (tranne assai rare eccezioni) e B) gli attuali autoritarismi populistici a dei miopi che potrebbero sapere dell'esistenza degli occhiali ma non li vogliono usare per tigna, per non riconoscere la loro limitazione, mentre il Popolo gli occhiali non può metterli o perchè non ne conosce l'esistenza o perchè gli hanno detto essere strumento del diavolo (come i vaccini...) o magari per l'assumere a modello proprio il “modo” identificabile come quello dei gruppi dominanti. I populisti cercano di sfruttare la situazione, mentre, per me, la politica di sinistra dovrebbe innanzitutto spiegare (diciamo “più efficacemente”, perchè in realtà è già da tanto tempo che lo fa) che cavolo sono gli occhiali e mettere tutti (quindi il Popolo) in condizioni di procuraseli o di farseli. Insomma, la Democrazia non può essere solo il miglioramento (pur essendo stato assolutamente indispensabile) delle condizioni di vita generali, cioè del “Popolo” ma anche l'assunzione di responsabilità con l'utilizzo degli strumenti (cerebrali, mentali, culturali o quel che volete) migliori a disposizione. E questo non per un'aspirazione estetica e neanche di carattere giuridico, ma perchè altrimenti il sistema, in questo caso la Democrazia, non funziona. E non funziona neanche per la conservazione di sé stessa: per l'autoconservazione funzionano meglio i regimi autoritari, purtroppo.

E confesso che quindi non trovo valida neanche la identificazione del Popolo con una sua presunta cultura “alternativa” a quella dei tradizionali Potenti, se gratta gratta in ambedue i casi si ritrova la stessa scorciatoia della “Fede” in qualcosa di, più o meno, metafisico ma concepito e creduto come funzionale anche a scopi dannatamente concreti, in primo luogo una (illusoria) eliminazione della nostra intrinseca naturale fallibilità.

Mi sembra, da tizio qualsiasi, nonchè cittadino che cerca di essere almeno sufficientemente informato, che ci siano tre fattori da tenere ben presenti: uno è la naturalità di una organizzazione di gruppo, o di branco, o di mandria, o di tribù o di Stato, in forma autoritaria. Avvertendo che una tendenza ad accettare l'autoritarismo come ingrediente almeno originariamente necessario alla forma politica possa essere naturale non significa per niente che questo sia un bene, e nemmeno accettabile, come non è assolutamente accettabile, per esempio, il tasso di mortalità infantile consueto nelle società cosiddette “primitive” o dei nostri antenati di solo tre o quattro generazioni fa.. Non è affatto vero che la Natura sia intrinsecamente sempre perfetta e benigna: i terremoti e gli trsunami accadono per i naturalissimi movimenti della tettonica a zolle e non sono disastrosi solo perchè gli uomini costruiscono case troppo alte: nello storico (storico perchè ha costretto alla chiarificazione dell'incompatibilità tra le idee di Rousseau e quelle di Voltaire) evento (conosciuto come Terremoto di Lisbona) del 1755, come in tanti altri eventi successivi, lo tsunami ha ammazzato un enorme numero di abitanti in non certo troppo alte capanne. Quindi, se io dico che l'autoritarismo (intrinsecamente semplicista) è naturale (o meglio, a essere naturale, è una tendenza ad esso, anche se forte, ma sempre tendenza e non vincolo, costrizione ad essere autoritari o a cercare di esserlo) non implico che io lo trovi positivo, non più di quanto approvi i terremoti, gli tsunami o le infinite malattie in tutto o in parte determinate da eventi naturali come le mutazioni casuali (quando sono dannose, non tutte sono sempre tali) del DNA o il parassitismo, tanto diffuso in natura. Ma non è che poi si tratti di obblighi comportamentali: tutti noi (tranne casi eccezionali) siamo capaci di essere stronzi fino anche ad essere assassini, ma siamo anche altrettanto capaci di non esserlo, o almeno non completamente. Ma la coesistenza in ciascuno di noi di tendenze che schematizzando vediamo come “opposte” (e quindi, per l'errore logico del vedere solo qualitativamente, le riteniamo perciò mutuamente esclusive e di impossibile coesistenza) mi pare invece cosa normalissima. Anzi è proprio la nostra flessibilità comportamentale che ha reso la specie Homo capace di tale successo da essere diventata estremamente invasiva.

Il secondo punto è che in un tradizionale Stato autoritario, e in primo luogo nelle monarchie assolute soppiantate dalle democrazie o dai tentativi di democrazia, il popolo era estraneo al processo decisionale, ma ne subiva le conseguenze. Invece i Re, Principi, e quant'altro avevano i poteri decisionali, ma subivano le conseguenze dei loro errori in misura infinitamente minore del popolo. Se con la Guerra dei Trent'Anni in Germania (1618-1648) il popolo tedesco si è quasi dimezzato da 21 milioni a circa 13, tra ammazzamenti diretti e carestie causate dal conflitto, le migliaia di Principi, rientranti comunque nel ceto dei decisori o supposti tali, ne sono quasi tutti usciti indenni, e non pochi ci hanno pure guadagnato. La pelle ce l'ha rimessa, dei Grandi, solo un tizio di nome Wallenstein, e poi perchè pretendeva troppo dai suoi datori di lavoro, gli Absburgo, che, pare, per liberarsene, lo hanno fatto ammazzare. Ossia, nell'Antico Regime i potenti sostanzialmente non pagavano, o pagavano pochissimo, i loro errori: era il Popolo a pagarli. Il che ovviamente era (e sarebbe anche oggi) sommamente ingiusto, ma non è detto sia sempre stato “naturalmente” inefficiente, perchè, al contrario, la tendenza all'accettazione dell'autorità, alla organizzazione, nel contesto del sistema di vita dei cacciatori-raccoglitori può essere stata statisticamente vantaggiosa. Ossia, che un gruppo tendesse ad accettare un potere maggiore attribuito al cacciatore più bravo poteva, nel corso dell'evoluzione su generazioni e generazioni premiare quella modalità e farla prevalere e diffondere, anche al di fuori del contesto originario della caccia come per la difesa dai predatori. Che oggi (e da non so quante migliaia di anni) questo “metodo” non sia più funzionale per noi non toglie che lo possa essere stato per milioni e milioni di anni e centinaia di migliaia di generazioni, in cui si è fissato nei nostri cervelli.

Perciò non mi scandalizzo se in noi esiste una tendenza all'autoritarismo, mi scandalizzo invece se caschiamo nella naturolatria anche inconscia, per cui per la naturalità della tendenza all'autoritarismo continuiamo a cascarci dentro anziché inquadrarla in un equilibrio (dinamico e possibilmente cosciente) con tendenze opposte, come l'altra tendenza (naturale anch'essa) alla solidarietà. Ma mi sembra che vada comunque sempre tenuta presente la relativa resilienza dell'autoritarismo: non è che Mussolini si sia messo a fare scemenze soltanto nel 1943... Anche il nostro referendum istituzionale del 1946 ci è andato bene perchè si sono trovati in concorrenza due autoritarismi rivali, e quindi per la massa dei votanti si è trattato di una scelta tra un dichiarato ma benefico (almeno in parte delle intenzioni e nella percezione di chi ancora allora stava alla fame o vicinissimo ad essa) autoritarismo stalinista e una almeno apparente (per la grandissima maggioranza di chi l'ha votata) altrettanto benefica alleanza autroritaria tra Chiesa e USA. Situazione di concorrenza che è stata poi assai fortunata, ma ricordiamoci che 10,7 milioni di persone (su 23,4) hanno votato per la permanenza dei Savoia, con tutti i disastri e i tradimenti che il Re aveva combinato o sostenuto. Insomma, a me pare che le situazioni percepite dal “Popolo” come pericolose, avverse, negative, non indeboliscano il “Potere” proporzionalmente agli errori che hanno causato quelle situazioni, ma, salvo fortunate circostanze particolari o errori talmente evidenti da rendere impossibile la permanenza del prosciutto sugli occhi, semmai rafforzino la già naturale e o tradizionalmente consolidata tendenza all'autoritarismo: il che comporta che nell'Antico Regime (la generalità di quanto avveniva prima della Rivoluzione Francese) il “Popolo” solo eccezionalmente reagiva davvero agli errori della classe dominante: era necessario uno straordinario cumulo di inettitudini e di scempiaggini perchè finalmente si decidesse ad abbattere l'Autorità, o almeno quella Autorità, ma sostituendo magari un gruppo di imbecilli con un altro gruppo di imbecilli. Robespierre e i suoi amici che si ritenevano legittimati da un ossimoro (la “Dea Ragione”) al posto di un idiota come Luigi XVI che si riteneva legittimato da una presunta preferenza divina per lui. Con il che è cambiato il gruppo che deteneva l'Autorità, ma sempre Autorità di imbecilli era, rendendo poi indispensabile il Direttorio, Napoleone e l'Impero: comunque, sebbene esercitata da gente meno scervellata, sempre Autorità è stata.


Il terzo punto (ma non è detto non ce ne siano ancora altri, ma perfino io mi stufo della mia tendenza a tentare di sviscerare approfondimenti di approfondimenti o quelli che per la limitata cubatura del mio cranio sembrano approfondimenti a cascata) è quello culturale.

Ho sempre trovato alquanto insufficiente la definizione della religione come “oppio dei popoli”: innanzitutto, mi pare che in realtà anche Marx si muovesse in una tradizione culturale alquanto semplicistica, prescientifica e in particolare predarwiniana, cioè in un contesto culturale che oggi mi pare si debba definire creazionista, per cui le nostre imperfezioni mentali dovrebbero sempre e soltanto dipendere da cause anomale, innaturali e magari anche deliberatamente confezionate come “l'oppio”. E fino a qui siamo nelle questioni di cui al punto immediatamente precedente. Il problema culturale tradizionale, sia del Popolo sia di chi del Popolo non si riteneva parte, è la dicotomia nientemeno (e scusate la mia formidabile presunzione a cercare di ragionare e di scrivere su argomenti tanto “alti”; presunzione che forse è solo necessità, perchè appunto sono certe tanto “alte” questioni a determinare se possono essere almeno razionali certi comportamenti o tendenze piuttosto di altri), contrasto, dicevo, e uso le Maiuscole per sintetizzare, tra Fede e Carità. Forse sarà la mia pochezza, altrimenti detto forse non capisco un tubo, ma per me una “fede” se è veramente tale è intrinsecamente una “autorità”, almeno almeno, anche nel migliore dei casi, nel nostro “Foro” interno di discussione. Lo spirito critico vero è difficile in quanto deve essere innanzitutto auto critico, mentre è facile applicarlo solo agli altri: ma allora siamo già con almeno un piede in casa dell'Autorità. E in quanto a rispetto verso gli altri, che mi pare sia un qualcosa di reso obbligato dalla Carità, non se ne parla proprio. Ora, faccio un esempio: frase 1, “Grillo non capisce un tubo” e frase 2 “Grillo senza avere letto “Le Contrat Social” propone, in nome di Rousseau, soluzioni politiche cripto fideistiche dalle quali lui per primo scapperebbe”. La sostanza finale è la stessa, ma nella prima è molto più semplicemente esposta che nella seconda, in cui c'è uno spunto iniziale di discussione. Per la frase 1, il punto forte è la semplicità, la facilità di comprensione da parte dell'interlocutore, che automaticamente genera autorevolezza attribuita da chi riceve il messaggio a chi lo emette. Ora, tra le due frasi: “la Terra è piatta” e “la Terra è approssimativamente una sfera”, sia per semplicità dell'enunciato, sia per semplicità del concetto, chi vince è sempre la prima. Quindi, vince l'enunciato semplice e sbagliato... fino a che un qualche confronto coi fatti lo dimostra falso. Attenzione: ancora io ho fatto in tempo a leggere una volta la solenne fesseria per cui Colombo avrebbe scoperto l'America perchè “aveva capito che la Terra è rotonda, mentre i frati consiglieri del Re di Spagna no”. Il che è una scemata integrale, perchè tutti i marinai come tutti gli astronomi e tutte le persone appena appena non analfabete (ma certo a quei tempi queste persone erano assai poche...) che la Terra sia una sfera lo sapevano perfettamente: la materia del contendere consisteva nella grandezza, che per Colombo e Toscanelli era assai minore che per i calcoli di Eratostene (morto nel 194 avanti Cristo), complice, pare, una pasticciata traduzione dall'arabo in cui la misura (sostanzialmente, per quei tempi, esatta) del diametro terrestre era pervenuta e che i frati in questione conoscevano benissimo. L'importanza della scemata, o meglio della persistenza di questa scemata, secondo me, sta nel fatto che per dimostrare Colombo come ancora molto più bravo e intelligente di quel che era, si è attribuito (come pare succeda ancora oggi) a un supposto terrapiattismo (di allora) una credibilità assai maggiore di quanta in realtà avesse. Sotto sotto, la scelta dell'argomento sbagliato per “eroicizzare” meglio Colombo, secondo me, è stata (ed “è”, purtroppo, visto che di tanto in tanto la bufala riemerge) influenzata dalla relativa semplicità del concetto “Terra piatta”: questa semplicità ha impedito di comprendere quanto esso fosse già da molti secoli crollato. E formando una idea distorta della questione storica, da ammannire, purtroppo, anche a incolpevoli scolari....

Ancora: anche se non lo formuliamo coscientemente, constatiamo che esistono molte specie diverse di animali: la spiegazione di questo fatto che ne dà l'Antico Testamento” (come le altre analoghe narrazioni di altre religioni) è estremamente semplice, mentre quella scientifico-razionale è complicatissima e neanche ancora oggi completamente risolta. Darwin non è neanche adesso ancora del tutto compreso, anche da persone certo non ignoranti né stupide; poi ci sono state varie complicazioni di aggiunte e perfezionamenti, fino alla scoperta del trasferimento genetico (di pezzi del DNA) in “orizzontale”, tra specie diverse... Stephen Jay Gould, in uno dei suoi ottimi e leggibilissimi libri, racconta di essere stato contestato, in un dibattito televisivo, da una ragazza che portava a prova del mito biblico il presunto fatto (o “fattoide”) che , “come tutti sanno”, gli uomini hanno una costola in meno delle donne....E potrei continuare assai più a lungo.

Il messaggio semplice ha dei vantaggi, che però diventano spessissimo dei limiti nel contesto di un mondo attuale, che è tanto dinamicamente complesso da non potere essere gestito come semplice, neanche solo apparentemente. Uno dei vantaggi passati è stato, pare, il risparmio di energie: il cervello brucia un numero di calorie (e quindi in origine di alimenti) spropositato rispetto alla sua massa. Il che, quando (per molto tempo e in molti luoghi) la fame era una condizione permanente, comportava che il pensare il meno possibile aiutasse la sopravvivenza: ma è assurdo esserne ancora condizionati in una situazione in cui calorie e proteine di base sono disponibilissime tanto da fare diventare un enorme problema sanitario la nostra tendenza a ingozzarci appena possibile e di conseguenza ammalarci di diabete di tipo 2. Quindi, adesso, il perdere il tempo e le energie necessarie per utilizzare il pensiero “lento” è possibile: ma allora diventa moralmente obbligatorio (verso noi stessi e verso gli altri) utilizzarlo. Quando si moriva di fame era irrilevante se Noè era andato o meno in giro con un barcone pieno di tutti gli animali possibili e immaginabili, e diventava anche necessario crederlo perchè in quel contesto l'Autorità era (o sembrava essere) l'unico criterio organizzativo possibile: adesso non solo questo non è più vero, ma di autoritarismo, anche in forme apparentemente accettabili o addirittura benevole, continua a morire assai prematuramente parecchia gente.

E, sopratutto, le istituzioni religiose hanno giustamente (nelle loro intenzioni) sempre cercato di spedire (magari anche a calci in culo) le animelle di cui si sentivano responsabili in un Paradiso di qualche genere, attraverso una loro Fede: ma “fede”, all'atto pratico ha sempre significato autorità, semplicità di concetti e demonizzazione, o peggio ancora ridicolizzazione, del pensiero critico. E non è che questo sia stato un problema del solo Cristianesimo: Socrate, non lo ha mica condannato a morte il Santo Domenico de Guzman di cui al quadro “Autodafè” di Pedro de Berruguete (circa 1490); è che i religiosi sistematici in generale sono stati loro stessi vittime della seduzione della apparente semplicità. Ma faccio due esempi attualissimi: anche dei giornalisti di professione chiamano “bugiardino” il foglietto di istruzioni accluso per legge, e secondo certe norme molto precise, a ogni confezione di qualsiasi medicinale, senza rendersi conto che il foglietto andrebbe sempre accuratamente letto, e che il contenuto in massima parte non sono vanterie ma precauzioni da osservare. Chiamarlo “bugiardino” rende simpatici, ci fa apparire differenti dai pedanti scocciatori che vorrebbero imporci la fatica di leggerlo e la complicazione di leggerlo, semplifica...

Un altro esempio è quello dei supplementi “femminili” di quotidiani di informazione, anche giornalisticamente ben fatti, che dedicano pagine e pagine agli oroscopi pressappoco “astrologici”. Certo che l'astrofisica è estremamente più complicata di una pretesa astrologia, ma pretendere di sostenere la liberazione femminile da ingiustissimi e nefasti vincoli socioeconomici legittimando credenze (assolutamente idiote) perchè tradizionali e quindi semplicissime e percepite come tali, lo vedo, magari in piccolo (ma poi, piccolo ?) e in ridicolo, come una delle varie forme in cui si traduce la pretesa di essere “amici del popolo” rifiutando lo spirito critico e proponendo invece la superficiale semplicità. Cosa assolutamente antistorica, sui tempi lunghi, anche se sui tempi brevi qualche furbo ne trae vantaggi (sopratutto di potere) e molti fessi hanno l'occasione di credersi meno fessi.

Quindi, io sostengo che il cosiddetto “populismo” è un metodo politico (in senso lato), diffuso nei nostri Paesi detti “occidentali”, che utilizza un insieme di credenze semplicistiche e autoritarie (credenze che comprendono sempre il rifiuto o la svalutazione del metodo critico), che par vari motivi fanno parte della tradizionale cultura generale, del “Popolo” o meno, per ottenerne consenso e altri vantaggi, nella convinzione che tali credenze bastino a gestire e risolvere i problemi che le civiltà complesse si trovano a dovere affrontare. Questo metodo è illegittimo, perchè le credenze semplicistiche e autoritarie (che fanno parte della tradizionale cultura eccetera eccetera) non sono né legittimate da una loro cosciente scelta da parte del “Popolo” né da una loro efficacia. Anzi, l'inefficacia del semplicismo fideistico e delle credenze che ne sono state originate ne delegittima totalmente il sostegno anche da parte di interessi particolari o meno: che una caterva di esercenti vadano falliti in conseguenza delle misure di contrasto alla pandemia è certo, ma questa è una inevitabile (a meno di accettare guai anche enormemente peggiori) conseguenza della abdicazione, anche da parte degli esercenti che poi pagano o pagheranno questa abdicazione col fallimento, alla razionalità, allo spirito crtitico eccetera. Una certamente possibile migliore gestione della pandemia avrebbe limitato, e tantissimo, anche i suoi danni economici, e pure quelli agli esercenti che per come sono andate male le cose (ma fortunatamente essendoci anche i non-populisti non sono andate anche peggio...) ne saranno colpiti.

Io ho conosciuto una gran quantità di persone, e dato un carattere e una formazione cuturale da rompiscatole, anche relativamente piuttosto bene. E di proletari ne ho conosciuti, bene, pure parecchi. Non ho mai riscontrato però mai una vera opposizione allo spirito critico, alla razionalità, al pensiero cosiddetto “lento”: anzi, proprio i “proletari” (come categoria politica, nessuno ormai più faceva fare alla moglie quindici figli per potere, in vecchiaia, contare sul ricavato dell'affitto delle loro braccia per la sopravvivenza) più autentici e incalliti erano più pronti a accettare l'utilizzo di strumenti di ragionamento “lento”, ogni volta che fosse possibile riconoscerne la funzionalità. Mi pare di avere individuato due ostacoli a questo abbandono della tradizione della superficialità; ostacoli d'altra parte facilmente superabili, ma solo a condizione di rendersi conto di essi e di volerli davvero superare: uno è l'accettazione di un ruolo in qualche modo moralmente predefinito dall'ambiente di origine, mentre il secondo è l'eccessiva fiducia nella buona fede dell'interlocutore non come prova della efficacia oggettiva della sua convinzione ma come prova dell'autenticità della sua convinzione.   

E qui prende il comando un semplicismo moralistico: se la convinzione di X è autentica, allora X è sincero, autentico. Ora, in un mondo “creato” da un Ente superiore (ma concepito antropomorficamente, e questo fattore dell'antropomorfismo mi pare assai importante) tutto deve essere (o deve essere stato) originariamente perfetto, a meno dell'intervento artificioso di un Male. Ma se X in quella sua convinzione è sincero, naturale, allora partecipa della perfezione naturale, quindi non c'è nessun bisogno di una ulteriore complicazione come lo spirito critico, che presuppone, per potere funzionare, che esista una perfettibilità di qualcosa intrinsecamente già perfetto. Ossia: il metodo critico serve a ovviare alla fallibilità umana: ma se la fallibilità umana in Natura non esistesse, oppure se esistesse solo perchè quella cretina di Eva ha disobbedito al Padreterno, la risposta non potrebbe essere lo spirito critico ma l'obbedienza al Padreterno tramite l'obbedienza ai suoi presunti portavoce (di qualsiasi colore: ce n'è di tutti). Che è qualcosa di infinitamente più semplice; l'obbedienza può essere anche assai gravosa, o perfino estremamente gravosa, ma è assai più comprensibile del metodo critico. Anzi, naturale, perchè la nostra flessibilità nativa di comportamento comprende anche la capacità di obbedire all'Autorità e di trovarci pure gusto, in quanto appagamento di una naturale tendenza.


Ora, mettiamoci nei panni di un X che sia un piccolissimo industriale attivo, in un qualsiasi anno prima che diventasse sensibile la produzione di norme merceologiche da parte dell'Unione Europea, nella produzione di pedalini. Per poterli commercializzare, devono rispondere a certe normative a suo tempo emesse dallo Stato Italiano. A un certo punto, il competente ufficio UE, sentiti i competenti uffici di tutti gli Stati UE, formalizza una normativa “Pedalini” e X si trova di fronte a una complicazione: deve leggersi la normativa, verificare se il seguirla comporta modifiche alle sue procedure logiche (amministrative) e fisiche (riguardanti organizzazione, caratteristiche, materie prime, le macchine e loro assetti). Questa per lui è solo una complicazione: il che (il fatto che sia una complicazione) è semplice da capire, quindi deve essere vero. Per cui X è assolutamente convinto, sincerissimamente, che l'Unione Europea gli complica la vita (ovviamente per qualche scopo negativo, solo dal Male può nascere il Male) e certamente contagia altri con questa assai negativa convinzione. Vediamola da un punto di vista appena appena diverso: la normativa europea “Pedalini” va a sostituire 27 (dico ventisette....) normative nazionali riguardanti la produzione di pedalini. E' poi probabile che questa normativa, singolarmente presa, sia più complessa della singola preesistente norma italiana o ungherese o portoghese sui pedalini, dovendo andare bene anche per tante realtà diverse anche geograficamente, ma, d'altra parte, proprio perchè frutto di un certo lavoro abbastanza pesantino, si riveli adeguata anche per realtà diverse da quelle rappresentate dai 27. Quindi, anche altre realtà statali/economiche, tendono a utilizzarla, primo per potere commerciare pedalini con qualsiasi stato dei 27, e poi come standard più o meno generalizzato anche tra realtà completamente esterne alla UE. Uno standard comune, se studiato decentemente, fa comodo anche per chi si occupa di commercio di pedalini tra Indonesia e Costarica, tanto per dire. Quindi, quella che dal punto di vista di X è solo tutt'al più una enorme scocciatura, da un punto di vista più generale, meno semplicistico, è un enorme vantaggio. E poi diventa tale anche per X: l'Italia è un Paese fortissimo esportatore, proprio in forza della sua appartenenza al Mercato Comune e alle sue regole: se non esportassimo tanto, gli Italiani avrebbero (mediamente, le disuguaglianze sono un enorme problema che qui non posso certo affrontare) assai meno soldi in tasca e X venderebbe meno pedalini anche agli italiani, oltre a non poterli, di fatto, esportare. Non è che poi ci sia niente di tanto difficile da capire, basta solo pensarci: ma senza sbarazzarci dall'idolatria del semplicismo come moralmente positivo non ci si arriva,anzi proprio non ci si può arrivare.


Per la questione della Brexit ho seguito abbastanza le vicende politiche della Gran Bretagna, per cui ero anche preparato, allo scoppio della pandemia, a cercare di vedere come se la sarebbero cavata, appunto come altro esempio di governo semplicista e populista. Nella faccenda della Brexit sono partiti dalla prospettiva di recuperare per la Gran Bretagna una importanza mondiale anche maggiore di quella che possono avere avuto in una loro presunta età d'oro imperiale, e poi si trovano a non riuscire a risolvere decentemente questioni la cui esistenza era chiarissima ben prima che di Brexit si potesse nemmeno cominciare a parlare. Mi limito al confine terrestre tra Gran Bretagna e Unione Europea che coincide col confine tra EIRE (Repubblica d'Irlanda, membro UE) e “North Ireland”, o “NI”, che è una delle quattro “nazioni” componenti la Gran Bretagna: England (Inghilterra propriamente detta), Wales (Galles), Scotland (Scozia) e NI. Mentre le prime tre stanno tutte nell'isola maggiore, la NI occupa un pezzo dell'isola d'Irlanda, dall'altra parte di un braccio di mare che separa le due isole maggiori. Per vicende storico politiche che non riprendo qui, il confine tra NI (parte della GB) e Eire deve assolutamente essere e restare apertissimo, agli effetti pratici di scambio persone e merci, del tutto inesistente, ridotto a qualche cartello di segnaletica stradale. Ora, la situazione prima della Brexit era che essendo la GB membro UE e partecipando al Mercato Comune, quindi allo spazio doganale comune, questa pratica inesistenza, agli effetti doganali, del confine ta NI ed EIRE andava perfettamente bene: tutti contenti e felici. Ma con la Brexit, uscendo la GB dal Mercato comune, un confine vero che separi lo spazio doganale UE da quello della GB è assolutamente indispensabile. Se lo spazio doganale è diviso in due per differenza di tariffe e normative, e si pretende che tutti gli operatori economici, dal turista che si porta a casa un po' di bottiglie di Prosecco (o di whisky, magari il Llagavullin che mi piaceva parecchio) fino alla grande industria che importa/esporta componenti di automobili o navi o aerei, paghino le tariffe e rispettino le norme, occorre che il transito sia controllato e subordinato a pagamento tariffe eccetera. Quindi il confine tra NI e Eire deve diventare un confine vero, dove le merci in transito vengono controllate per rispetto normative e pagamento tariffe di importazione/esportazione, eccetera: ma il confine in questione deve invece restare inesistente, se non si vuole come minimo che riesploda la guerra civile in NI. Allora i casi possibili perchè la contaddizione possa essere risolta sono quattro, teoricamente: 1) la GB rinuncia alla Brexit e tutto torna al punto di partenza (politicamente impensabile, per il Patito Conservatore, sarebbe un suicidio di immagine e elettorale), oppure 2) l'Eire esce dall'Unione Europea e dal Mercato Comune per agganciarsi alla Gran Bretagna (ma nell'Eire non se lo sogna proprio nessuno). Oppure 3) l'Unione Europea si sfascia, il Mercato Comune si dissolve, e resta ad Eire e NI di decidere che fare: ma alla dissoluzione della UE certo i grandi paesi proprio non ci pensano manco lontanamente. Oppure, 4) la NI abbandona la GB, diventa indipendente da Londra, ed entra nella UE, restando quindi nel Mercato Comune. Dopo anni e anni di tribolazioni, crisi di governo spaccatura generazionale in Inghilterra e politica tra questa e la Scozia, eccetera, il governo inglese propone una versione annacquata della 4: NI resta nella GB, ma per quanto riguarda prodotti alimentari e industriali (ossia tutto tranne i “servizi”) rimane nel Mercato Comune europeo. Le dogane non si sa bene dove andrebbero: Johnson qualche giorno fa ha detto che non sarebbero situate su territorio della NI, mentre un suo ministro ha detto che ci sarebbe un punto di transito unico doganale autorizzato nel porto di Belfast, che però è in territorio NI e che il governo regionale (loro dicono “nazionale”, la North Ireland sarebbe una “Nation”) pare non abbia alcuna voglia di ospitare. Ci sono ancora altre due ulteriori complicazioni che vi risparmio, oltre all'inevitabilità di un formidabile contrabbando. Ora, sono entrato in una questione “tecnica”, ma che mi pare comprensibile da chiunque: lo scandalo sta nel fatto che un Governo di un grande Paese come la GB (ossia Gran Bretagna) si sia messo in una situazione per lo meno difficilissima da gestire senza rendersi conto della sua evidentissima complicazione. Non è che si siano messi solo i paraocchi: se li sono pure bendati, e poi hanno oscurato tutte le finestre, e poi per sicurezza hanno anche staccato la luce...

Ossia, per me, il populismo è intrinsecamente inscindibile da un suo rifiuto di accettare l'esistenza di problemi complessi: se qualcosa è semplicissimo da capire, allora è vero ed è importante: se è complesso, allora è falso e comunque irrilevante. Il che è stato lo stesso metodo con cui si è affrontata la pandemia, da parte dei populisti inglesi, italiani, brasiliani o perfino, pare, svedesi.

Ora, è stato proprio il fatto che inseguendo il populismo un governo di un Paese con una lunga e importatissima storia come la Gran Bretagna si sia messo nei guai per non avere preso in considerazione un problema evidente e straconosciuto come quello del confine nord irlandese si sia messo ad annaspare in un bicchier d'acqua (con metafora meno elegante ma appropriata, si sia messo a rischio di farsi mangiare il pisello dalle mosche, per dire una eventualità spiacevole ma facilissima da constatare e impedire) a scatenare la mia curiosità rispetto alla capacità di affrontare la pandemia del Covid-19. E mi pare che in GB se la siano cavata orribilmente male. Superati, in Europa, solo da altri populisti: quelli che si dice “governino” la Regione Lombardia.

Vediamo qualche confronto GB-Italia: al 20 maggio, la GB (o UK, United Kingdom, che è, mi pare, la denominazione che ufficialmente preferiscono) aveva, come dati ufficiali, 53,82 decessi per 100000 abitanti (essendo poi inevitabilmente i decessi numeri interi, sarebbe meglio parlare di “tasso di mortalità per 100000” oppure di 5382 decessi per ogni 10000000, cioè evitando i “decessi frazionari...), mentre l'analogo numero per l'Italia era leggermente inferiore, cioè 53,50. Ma in Italia la prospettiva di vita è 82,7 anni, in UK 81,2; questi 1,5 anni in più comprtano parecchi più vecchi e vecchietti in Italia che in UK, ed essendo gli anziani assai più vulnerabili, il nostro dato è nettamente migliore. E non di poco: per sapere esattamente quanto, dovrei raccogliere dagli enti statistici italiani (ISTAT) e inglesi (ONS) alquanti dati sulla distribuzione delle classi di età e poi farci un po' di calcoli. Altro punto: quanto sono affidabili i dati di mortalità: attenzione, perchè fino ad aprile inoltrato, i decessi in residenze per anziani in UK non venivano proprio conteggiati. Adesso lo sono, ma soltanto nel caso che il deceduto sia stato sottoposto al test e sia risultato positivo. In caso contrario, non viene conteggiato nemmeno se il medico sul certificato di morte ha indicato come causa il Covid-19. E va anche tenuto conto che nell'UK, fino a fine aprile, si facevano assai meno test che in Italia, perchè c'erano grossi problemi organizzativi, di approvvigionamento materiali eccetera: adesso si sono mossi, ma le lusinghiere cifre ufficiali comprendono i kit spediti per posta a chi dovrebbe fare il tampone, auto inserendosi il bastoncino cotonato in bocca e poi resituendolo sempre per posta. Inevitabilmente, il numero di test restituiti e validi è inferiore a quello dei kit spediti. Mentre in Italia i test fatti e presentati nei rapporti ufficiali sono certi (ossia sicuramente eseguiti e su persone identificate con certezza, cosa che la distribuzione di kit per posta da restituire dopo eseguito il campionamento, l'analisi viene fatta dopo la ricezione del kit restituito sempre per posta) e si distingue anche il numero dei test da quello delle persone sottoposte al test. Oltre a questi pasticci sui test che, attraverso la regola per cui se non c'è stato il test il deceduto non viene conteggiato come vittima del virus, ha falsato e parecchio i dati,ce n'è un'altra: quella dei decessi nelle case di riposo. Caso alquanto straordinario per noi, l'ufficio nazionale statistico dell'UK contesta apertamente e ufficialmente le cifre ufficiali del governo, proprio su questo punto. Ma mi sembra assai probabile che anche da noi la qualità dei dati non sia meravigliosa: comunque, mi sembra che limitandoci a Italia e Gran Bretagna, i dati più affidabili siano quelli dei casi accertati rispetto alla popolazione. Questo perchè il dato della popolazione è nota attraverso altri sistemi correnti e istituzionalizzati da molto tempo, e non soggetti alle pressioni contingenti conseguenti alla pandemia. I numeri dei casi “accertati” dipendono dai test di positività, ma se in Italia i test si è cominciato tempestivamente a farli in numeri rispettabili, in GB il gravissimo ritardo iniziale poi mi pare sia stato abbastanza compensato da una campagna di test meno efficace di quanto suona la musica governativa, ma comunque alta. La precisione, comunque, non è quella che sarebbe desiderabile. Con queste cautele, al 20 maggio, per l'Italia il numero di casi per milione di abitanti è 3766, per la GB è 3784: in ambedue i casi non c'è da vantarsene, secondo me. Una controprova (sempre “secondo me”) sta nei dati relativi ad alcune regioni italiane: in Veneto, l'analogo dato è 3872, praticamente simile a quello nazionale, mentre in Liguria è molto più alto (5972) come mi pare ci si debba aspettare da una regione dove gli abitanti sono molto concentrati in certe zone costiere ristrette e urbanizzate e dove è molto importante il traffico portuale, certamente non limitato a navi da crociera... E poi il numero di abitanti della Liguria è relativamente basso (1 milione 550 mila), e per numeri bassi i risultati statistici tendono a essere più ballerini. Dove assolutamente non ci siamo è la Lombardia, con 8526 casi per milione su un numero consistente (10,06 milioni) di abitanti. Ora, per quanto mi risulta, ci sono state assai forti analogie tra il modo di affrontare la pandemia delle autorità della Regione Lombardia e del Governo inglese.

Impreparazione organizzativa: in GB i precedenti Governi avevano istituito un organo apposito per la sorveglianza rispetto al rischio di pandemia da virus, come largamente previsto da virologi vari, il quale organo aveva proposto delle misure organizzative anche alquanto semplici, coe costituire per tempo scorte anche di materiali poco costosi cone indumenti protettivi: misure e raccomandazioni di cui il Governo del Partito Conservatore si è totalmente infischiato. Non so se In Italia siano state prese nel 2019 analoghe misure, ma a quanto pare, no. Quindi impreparazioni diverse, ma sempre impreparazioni restano. Ovviamente, fare scorte di grembiuli, soprascarpe, mascherine e simili, significa immobilizzare dei soldi: ma aspettare di reperirli sul mercato quando la pandemia è scoppiata significa dovere incontrare forti difficoltà di approvvigionamento e costi assai maggiorati. Poi, da noi, a pandemia incipiente, pare che nessuno, in zone sopratutto lombarde dove era ormai sensibilissima l'alta frequenza di polmoniti anomale, abbia pensato di piantare rogna e suonare un po' di campanelli di allarme. Di solito, chi fa un mestiere serio (come quelli del medico e dell'infermiere) facilmente “parla bottega”, per cui le notizie di situazioni anomale generalmente circolano. E da varie fonti, sia pure a chiacchiera, che a livello ospedaliero in parecchi posti ci si è accorti che qualcosa non andava. Quello che è assolutamente mancata, mi pare, è stata la circolazione di informazioni in senso verticale, ossia temo che un qualche preavvertimento agli organi regionali competenti non sia proprio arrivato. E non è che la preparazione tecnica ai vertici fosse accettabile: poi l'incapacità di comprensione del famoso indice R è un argomento su cui dovrò tornare, ma se il responsabile non ci è arrivato neanche a metà maggio 2020, è probabilissimo che la comunicazione, sopratutto col mondo dei medici, non potesse funzionare e che quindi le notizie dalla base non potessero salire. Il che è comunque un grandissimo casino organizzativo: se si mette a capo di un cantiere di costruzione di una diga o di un'altra infrastruttura “grossa” una anche ottima persona specializzata in letteratura romantica tedesca, si cercano guai.

Ma anche capire che l'organizzazione, se effettiva, è una cosa davvero seria assai, è sempre un riconoscimento di una sgradevole complicazione, antitetica alla (presunta santa) semplicità.

In Gran Bretagna, un particolare fattore determinante del vero e proprio disastro, secondo me, è stata la coincidenza temporale tra pandemia e l'impegno per “implementare” (o meglio cercare di “rappezzare”) la Brexit. Ho detto “disastro”, perchè se c'è una cosa in cui tradizionalmente gli Inglesi sono bravi è il riuscire a mettere in piedi capolavori organizzativi per tirarsi fuori da situazioni critiche. Se questa volta sono riusciti a fare, in Europa, peggio di tutti, è, secondo me, perchè prima il loro governo si è infognato sulla Brexit, sottovalutandone enormemente la complicazione, e poi, trovandosi l'arrivo della pandemia ha avuto una reazione infantile: negare ciò che rischia di rompere il giocattolo Brexit, e quindi ignorandolo, o come ultima linea di difesa psicologica (e di presunta immagine pubblica) non accettando, rifiutando, la complessità del problema pandemia. Per cui, all'inizio di marzo, ha emesso una direttiva basata sulla supposizione che i casi di Covid-19 presenti in Gran Bretagna provenissero tutti direttamente o indirettamente dall'esterno e che quindi le “comunità” inglesi ne fossero intrinsecamente immuni. Il che ha dato via libera alla brillante idea di utilizzare i posti letto disponibili nelle residenze per anziani per i casi meno gravi o i presunti convalescenti, la stessa formidabile scemenza fatta su larga scala in Lombardia. E poi una decina di giorni dopo hanno dovuto rimangiarsi la direttiva e sostenere la necessità dell'isolamento e di lasciarne accuratamente fuori le case di riposo. Quindi, sempre “secondo me” (che non sono certo infallibile, ma che appunto per questo tento di verificare le mie ipotesi per mezzo del confronto coi fatti certi e nella misura in cui sono certi), il casino in Gran Bretagna è stato dovuto almeno a tre fattori: 1), la generale incapacità a affrontare problemi complessi da parte di governi o amministrazioni populiste, in quanto malati di aplolatria, che è un neologismo che dovrebbe significare “sfrenata adorazione di ciò che appare semplice”; 2) la riluttanza ad accettare che la pandemia potesse essere una faccenda tanto grave da provocare una crisi economica, mandando inevitabilmente chissà dove le prospettive di avvenire economico meraviglioso e facilissimo presentate come certa conseguenza della Brexit; 3) l'oggettiva difficoltà organizzativa e finanziaria di mettersi a “implementare” la Brexit in contemporanea con tutti i problemi derivanti dalla necessità di aggiustare i guai provocati dalla pandemia; 4) la corbelleria (ma anche questa è poi una conseguenza del semplicismo) di utilizzare letti e spazi delle case di riposo per anziani per metterci dentro malati lievi (ma contagiosissimi) risparmiando letti e spazi negli ospedali. Formando così una quantità di focolai poco o per nente controllabili, sia per la loro stessa numerosità, sia perchè le case di riposo sono strutturalmente inadatte a gestire malattie infettive: non è che un novantenne col morbillo sia un caso frequente, mentre problemi cardiocircolatori, Alzheimer e altre patologie degli anziani non sono certo cose infettive. Gli ospedali sono da decenni alle prese coi microbi resistenti agli antibiotici, per cui sono organizzati e anche fisicamente sistemati in modo ben diverso dalle case di riposo.

Quindi, il caso dell'Italia presenta strette (sempre “secondo me”) analogie con quello inglese: a livello ideologico, è la comune tendenza populista a deteminare l'incapacità di comprensione dei problemi non riconducibili, almeno mediante analogie (magari false, caso frequente) a precedenti “noti” o presunti tali: ossia che si rifanno a eventi già noti per essere avvenuti in passato o che sembrano soggettivamente “noti” in quanto ritenuti naturalmente semplici. Il responsabile per la Sanità della Regione Lombardia, che indicherò con X, per quanto ne so io, può essere una persona onestissima e anche, in settori diversi da quello di una lotta alle malattie infettive, competentissima. Ma, per me, è estremamente significativo che a maggio inoltrato ancora non abbia capito, o faccia mostra di non avere capito, che accidenti è il famoso indice R. E' assolutamente impossibile che sia incapace di capirlo: ha certamente compreso cose assai più difficili. Non dubito che l'ideologia del “semplice è vero” renda cretini, ma c'è una concatenazione di eventi che mi fa sospettare che ci sia anche un po' di fumo deliberato, nel senso che se X appare essere un assoluto idiota, allora tutta la colpa della palesemente pessima gestione della situazione in Lombardia va a finire su di lui, salvando quindi Fontana e Salvini. Il mio è un sospetto alla Andreotti (persona indubbiamente intelligente, ma le cui idee proprio non condividevo e non condivido) ma anche alla Machiavelli, mi pare. Ma anche ammesso che il mio sospetto sia fondato, resta il (secondo me) peso del semplicismo e del populismo (che del semplicismo non può fare a meno): in ogni caso X ha presentato il concetto dell'indice R (correttamente Rt , per esempio R25 per indicare il valore di R al 25 esimo giorno dallla data assunta come inizio della pandemia) come assai più semplice di quel che è. Ossia, comunque ha detto non solo una fesseria, ma una fesseria semplice semplice, nel senso che ha trattato un contagio come se fosse un avvelenamento. X va a fare una passeggiata nel bosco, e trova un cespuglio di una pianta che somiglia a quelle di lamponi, con dei frutti rossi come i lamponi, e ne mangia una certa quantità. Poi continua a andare in giro per il bosco trova un'altra piante identica, ne mangia un'altra quantità pressappoco uguale alla prima, e gli viene il mal di pancia. Ma questo corrispnde esattamente a quanto X ha detto del coefficiente R se è pari a 0,5: “se incontro una persona contagiosa per Covid-19 non mi succede niente, mentre se, e solo se, poi ne incontro ancora un'altra allora vengo contagiato e mi ammalo”. Semplice e chiaro, no ? Solo che è una assoluta fesseria, dire che R in un certo giorno vale 1,3 significa dire che certi calcoli indicano che 10 persone infettate, anche asintomatiche purchè contagiose (e non è la stessa cosa) ne infetteranno pressappoco altre 13, quindi 10 +13 totale casi 23, meno guarigioni e decessi, che interessando gli originari 10 ne lasciano 13, 3 in più, quindi l'epidemia si espande, rispetto ai 10 iniziali) ), che poi a loro volta ne infetteranno altre, eccetera. Se invece R vale 0,5, 10 persone ne infetteranno solo 5, quindi totale casi 15, che, date le guarigioni e i decessi restano attivi e contagiosi in 5, quindi l'epidemia si contrae. Ma non è affatto vero che con R=0,5 io mi ammalo se incontro due contagiosi (staremmo tutti agli alberi pizzuti, a quest'ora...): posso benissimo ammalarmi avendo avuto un solo contatto con un solo contagioso, come posso non ammalarmi pur avendone incontrati 10: non è che posso attribuire a R una misura sensata di rischio individuale, per il quale entrano in gioco vari altri fattori di cui parecchi ancora ignoti o solo sospettati. E il concetto di R è nato per l'epidemiologia, e in essa vale. Poi se per X responsabile Sanità per la Lombardia l'epidemiologia è una faccenda intrinsecamente irrilevante perchè complicata (come poteva esserlo per un qualche proletario veneto bracciante o anche piccolo mexxadro di 120 anni fa, il quale le scarpe le metteva per la prima volta quando andava sotto le armi nell'allora obbligatoria leva) non è possibile meravigliarsi se i numeri ne presentano una realtà assai peggiore di quanto non siano riusciti a fare al paese loro Johnson e Cummings...

Ancora un punto per la mia tesi. Non dubito minimamente che, a prima vista, l'idea di mettere i malati leggeri in residenze per anziani disponibili ad accettarli, presentasse dei vantaggi: un giorno di ospitalità in tali strutture costa assai di meno di un giorno in un ospedale: e tanto più se l'ospedale tocca improvvisarlo, oppure trasferire i malati in ospedali di altre regioni pure lontanuccie. Ma le idee a prima vista vanno verificate, e dati certi limiti del nostro cervello, vanno verificate con tanta più cura quanto più sembrano attraenti. Non è che tutte le idee attraenti poi debbano per forza essere false, ma lo spirito critico è assolutamente indispensabile. E lo è innanzitutto moralmente, anche se parecchi preti di una volta (non certo Bergoglio !) lo consideravano un gravissimo peccato.

Va poi notato che, sia in Lombardia che in Italia in generale come in Gran Bretagna, di gente che ha capito benissimo che infilare i malati, anche leggeri, di Covid-19 nelle residenze per anziani era qualcosa di intelligente quanto fumare in una fabbrica di fuochi artificiali. E vi si è fermissimamente opposta. Allora, io capisco che il caso di quella residenza di Roma che si sia rigorosissimamente organizzata già a metà febbraio non faccia testo, perchè in Regione Lazio pare che siano riusciti a capirlo alquanto presto anche da soli, ma non capisco perchè l'analogo caso di assoluta e riuscita resistenza di un reparto (mi pare cardiologia) del Pio Albergo Trivulzio non abbia messo una pulce grossa come un bue nelle orecchie dei responsabili. O meglio, lo capisco, in quanto credo di capire che la fede populista nel semplicismo rincretinisca. Ma allora, politicamente, siamo costretti a cambiare il proverbio toscano “Ai coglioni 'un c'è rimedio !”, perchè attuare i rimedi (razionalità, spirito critico, pensiero “lento”, accettazione della fallibilità come caratterisitica umana comune a tutti, sia noi, io, o altro e altri, e quindi priorità assoluta anche morale appunto allo spirito critico e solidale) è indispensabile.