TRE SOLENNI SCEMENZE



Le tre sottovalutate solenni scemenze del titolo sono: la identificazione di Einstein con la sua foto mentre mostra la lingua al fotografo, la rappresentazione della teoria dell'evoluzione delle specie con una “striscia” di disegnini che dovrebbero mostrare degli stadi di passaggio da una scimmietta ad un essere umano, maschio, bianco e bellastro copiato da qualcosa di Fidia, e infine la pretesa di un “principio della farfalla”, per cui un battito d'ali di una farfalla in Himalaya dovrebbe provocare un qualche tornado nel Texas, e più in generale, una azione relativamente minima può cambiare totalmente o invertire il corso della Storia.

Troppo spesso (sempre secondo me), l'eccesso di semplificazione, usato per rendere più gradevole la fruizione di certi concetti, o anche semplicemente per sfruttare il potenziale di suggestione di un'immagine, produce disastri culturali e politici. In fin dei conti, data la dipendenza della politica da fattori culturali, per la loro stessa sostanza e/o maggiore o minore diffusione, qualsiasi invasione di scemenze nuove o persistenza di tradizionali, fa comunque danni (piccoli o grandi o grandissimi) politici, se si è o si cerca di essere in democrazia. Se da un referendum uscisse vincente, anche all'unanimità, la tesi che la Terra è piatta, non per questo la Terra smetterebbe di essere sferica, né la buona fede dei votanti “Piatta !” li metterebbe al riparo da nessuna delle conseguenze pratiche del loro errore. Molto spesso, mi pare, la parola “democrazia” viene intesa in una forma solo legalistica: ossia basta che una decisione sia presa a maggioranza, perchè sia “valida” e chissenefrega se lo è stata in difetto di informazione corretta, quindi niente affatto valida, cioè efficace, nel senso di produrre i risultati progettati e non altri magari opposti. Ma questo modo di fare, di agire senza (o avendole in scarsissima misura) le cognizioni necessarie per impostare un'azione efficace, aveva senso (anche se già scarso) nel cosiddetto Ancien Regime, al tempo delle monarchie assolute che si ritenevano essere fondate su un qualche mandato di Dio. In esse le conseguenze dei risultati delle decisioni sbagliate le pagava il Popolo e non il Re o in genere tutto il gruppo ristretto delle Autorità ritenute legittime, per le quali la legittimità restava nonostante i più mostruosi errori, che alla fin fine risultavano essere diretta o indiretta conseguenza della volontà di Dio e quindi sembravano essere necessari da tollerare. Nella “Guerra dei Trent'anni”, 1618-1648 in Germania, sono morte, per effetto diretto e indiretto, non si sa quanti milioni di persone sui 20 della popolazione tedesca anteguerra. Le stime variano anche secondo le simpatie politiche degli storici, da un minimo di 4 a un massimo di 12: questo, nel “popolo”, intendendo come tale l'insieme di tutti coloro che non avevano possibilità di partecipazione al processo di formazione delle decisioni anche se non afflitti dalla miseria generale. Per i Principi, Re eccetera, la massima delle disgrazie è stata la sconfitta delle proprie ambizioni di espansione (solo un ambiziosissimo militare, Wallenstein, ci ha rimesso la pelle, ma perchè fatto ammazzare da un sicario per conto di casa Absburgo, pare): ma i loro regimi, anche personali, in quanto supposti legittimati dalla volontà divina, sono rimasti in piedi.

Viceversa, secondo me, se le democrazie sbagliano, il costo dell'errore lo pagano sia loro stesse come istituzioni sia i componenti il popolo. E mi pare frequente e naturale una regressione a qualche forma autoritaria legittimata da supposti fattori metafisici che quindi, come autorità massime, mettono le istituzioni politiche autoritarie al riparo dalle conseguenze dei propri errori. E, secondo me, i supposti fattori metafisici sono sempre facilmente reperibili nel pensiero superficiale, che per essere superficiale è spesso (a me pare “sempre” o quasi) anche “magico”. Vista da un altro punto di vista, Re e compagnia potevano agire secondo il “pensiero magico” (non mi metto a precisare tra le varie forme di esso) perchè lo stesso pensiero magico, attraverso una religiosità strumentale (anche da parte dei poveracci, del genere “domenica andiamo a messa, così Dio non ci manda la grandine”), metteva le Autorità quasi del tutto al riparo dalle conseguenze dei fiaschi. Ossia, un sistema autoritario che si suppone legittimato da fattori metafisici (compresa una presunta tradizione o una “ideologia”, in sostanza una ipotesi non verificata o non verificabile però assunta come religione) e quindi per definizione imperscrutabili e arcipotenti, è contemporaneamente maledettamente inefficiente ma anche resiliente, relativamente inattaccabile dalle conseguenze dei suoi stessi errori.

Mi pare che questo accada anche a livello di partiti politici: un partito democratico è sempre tormentato dalle autocritiche per errori anche non enormi, mentre un partito autoritario al suo interno inevitabilmente ha delle divisioni, ma resiste, come organizzazione e come consenso, anche a suoi errori tanto gravi che una democrazia ne sarebbe uccisa.

Sulla relazione, e anzi conflitto, tra pensiero magico e la religione (come nella tradizione è stata assai spesso intesa), torno più avanti, in coordinamento con un punto che mi pare importante.

Quindi, a me pare che se si desidera essere democratici, occorre guardarsi dall'abuso di forme di pensiero “magico” o “prelogico” o “di pancia”, o di sentimentalismo, o anche di umorismo preso per una qualche divina rivelazione, per quanto gratificanti e divertenti queste forme di superficialità possano essere.

Per l'umorismo, non sono certo io a negarne la necessità, visto poi che sono stato un discreto battutista (facendomi alquanti nemici...), ma l'umorismo serve, eccome, anche a fare del metodo critico salvando la dignità del critico e del criticato se sono permalosi, e spesso anche per innovazioni concettuali: se invece si usa per legittimare la superficialità e per godere di essa, allora è meglio essere coscienti di questa distorsione ed evitarla o usarla con prudenza. A me è capitato più volte di dire per scherzo delle formidabili corbellerie e poi trovare di essere stato preso serissimamente, il che non mi ha per niente divertito, poi.


Ora, primo esempio di shit meme, o meme di cacca: l'abusatissima immagine di Einstein che mostra la lingua al fotografo: embè ? E allora ? Io personalmente ritengo che ci siano ragionevolissimi motivi per sospettare che Einstein, più volte al giorno, andasse a fare pipì, e perfino, udite udite, si trovasse quotidianamente a dovere usare la carta igienica. E mi pare anche quasi sicuro che gli piacesse mangiare patate, particolarmente, forse, sotto forma degli svizzerissimi “rösti”. Che un grandissimo scienziato fosse un essere umanissimo come tutti, mi pare ovvio: ma non è di mio gusto che il meme (eufemismo per dire, temo, pinzillacchera o “urlo di formica” o altra bazzecola che si dffonde assai rapidamente) di Einstein che mostra la lingua, per molti, eclissando qualsiasi altra informazione pertinente, faccia sembrare privo di interesse il saperne di più, sia sul soggetto umano (niente affatto semplice) sia sulle cose che ha capito e dimostrato, riguardo alla realtà in cui esistiamo e anche riguardo a noi stessi, in quanto esistenti come parte di questa realtà. Non dico che il capire sia sempre tutto facile, anche perchè molte cose ancora proprio non le sappiamo abbastanza, e altre magari neanche le sospettiamo, ma almeno sapere che delle grosse, anzi grossissime complicazioni nelle realtà ci sono, mi pare necessario per molte nostre attività, compresa la politica. Ossia, mi pare ci sia una grossa differenza anche funzionale, ai fini delle proposte o decisioni pratiche, anche politiche, tra il sapere che moltissime cose non le sappiamo e l'ignorare che esistono appunto moltissime cose che non sappiamo. E mi pare che questa differenza di cognizione del grado di cognizione sia diversa, ma sempre importantissima, tanto a livello individuale quanto a livello di gruppo e, ancora, a livello collettivo.


Secondo esempio, e qui si va parecchio sul tragico. Viene ancora spessissimo usata una sbagliatissima rappresentazione della evoluzione umana, che dovrebbe illustrare la teoria di Darwin e successori (mi permetto di consigliare invece qualche libro di Stephen Jay Gould, rigorosissimo e leggibilissimo), con il disegno di una serie di creature, in evidente successione temporale, di cui la prima è una scimmietta arboricola o pressappoco, la seconda una quasi totalmente scimmia ma che pare cominci a talvolta camminare un po' e male sui piedi, tutta ingobbita e spostata in avanti, poi una terza leggermente meno scimmiosa ma un pochino più somigliante a un umano, e via via fino a un penultimo personaggio ancora alquanto scimmiesco, per finire con un essere umano bellastro, in posizione perfettamente dritta in piedi, fronte alta, naso dritto, mento pronunciato, profilo alla Fidia eccetera. Quindi vi si presenta una successione nel tempo da uno stadio molto “primitivo” e bruttino a una splendida, anche esteticamente, perfezione umana. Che essendo perfezione senza aggettivi si suppone implicitamente anche intellettuale, ammesso che chi guarda la vignetta ritenga importanti le capacità intellettuali. Ma occhio: la “teoria sintetica dell'evoluzione” (Darwin e successori con relativi arricchimenti) non è che riguardi solo gli esseri umani e le specie da cui si sono evoluti, ma riguarda tutti gli organismi, in quanto tutti (per quanto mi pare di saperne) sono capaci di differenziazione, anche minima, delle proprie caratteristiche; da questa differenziazione consegue l'evoluzione per aumento della diffusione (generazione dopo generazione) relativa delle varianti che forniscono un vantaggio riproduttivo in un certo ambiente. La capacità di rompere meglio, con il becco fatto un po' più corto e robusto, o viceversa lungo e sottile, per certi fringuelli delle Galapagos, i semi di certe piante e meglio nutrirsene, comporta l'ottenere più nutrimento, e poi la posa e la cova di più uova e quindi aumento relativo, nell'isola A dove ci sono più piante B dai semi dal guscio più spesso, dei fringuelli C col becco più robusto, alla fine dopo generazioni e generazioni provoca la scomparsa, da quell'isola, dei fringuelli con il becco più sottile. E viceversa, sull'isola X, dove ci sono solo piante Y dai semi col guscio sottile, attraverso generazioni e generazioni in cui a ogni generazione il vantaggio è quantificabile (ammesso che lo possa essere) anche solo in un misero 0,05 % per la prima generazione, si trovano solo i fringuelli Z dal becco sottile. Questo meccanismo, in cui la diversità anche minima tra individui della stessa specie e il relativo, anche minimo, vantaggio riproduttivo dato da certe pur minime differenze rispetto ad altre, sono i fattori determinanti dell'evoluzione, questo meccanismo, dicevo, è lo stesso per tutti gli organismi appunto capaci di evoluzione, compresi vegetali assortiti, vermi, scarafaggi, microbi, rinoceronti e altre quisquilie. Ora, non mi pare proprio che lo schema fasullo ma “popolarizzato” (accidenti al maledetto paternalismo !) dei successivi stadi di trasformazione progressiva per miglioramento estetico (e implicitamente presunto anche intellettuale e morale), proposto dalla “strip” in questione, per l'origine della specie Homo sapiens possa descrivere il processo evolutivo che ha dato l'origine, oltre che a noi cosiddetti Homo sapiens, anche a infiniti altri esseri, anche alla Taenia solium ossia il “verme solitario” (che non è un modo di dire, è un grosso verme parassita dell'intestino umano, e parecchio bruttino e schifosetto, pare) o al Viscum album, che è il comunissimo vischio parassita di altri vegetali eccetera eccetera, a comprendere, per quanto mi pare di sapere, tutti e tutte bestie, bestioline, erbette eccetera baobab e mentuccia inclusi. Quindi, quella che vorrebbe essere una illustrazione della teoria di Darwin e successori, è completamente estranea, e anzi opposta, a ciò che pretenderebbe di presentare. Come, tra l'altro, se l'evoluzione riguardasse soltanto gli esseri umani.

Altra complicazione: non è che la specie Homo comprenda poi solo i sapiens, che dovremmo essere noi, ma anche varie altre forme, ergaster, neanderthal eccetera, e in famiglia ci sono pure altri generi, australopithecus eccetera, che pare siano stati abbastanza imparentati da potersi incrociare: quindi una descrizione appena decente pare debba rappresentare pittosto un albero, ma un albero i cui rami a loro volta si intrecciano e parzialmente si fondono pure tra di loro.

Ma il guaio, secondo me decisamente tragico, è ancora un altro: che la sballata idea di un progresso lineare nel tempo, dal brutto al bello, dal peggio al meglio, è una deformazione, un allungamento nel tempo, dell'idea (presente in una quantità di diversi miti in religioni diverse), di “Creazione” da parte di un Ente soprannaturale, il che comporta intrinsecamente che una evoluzione debba essere la realizzazione di una tendenza alla perfezione. Allora, il termine finale della strip o significa che la perfezione si è raggiunta (cosa difficile da sostenere, vista se non altro la quantità di malattie di origine genetica che ci inguaiano) oppure può esistere (anzi, deve potere esistere) un continuo superamento, idea che, al dettaglio, fa pure venire in testa a una caterva di cretini l'idea di potere, seguendo o anticipando i tempi, collocare sé stessi (e chi gli da retta) oltre l'attuale termine finale della striscia grafica con cui me la sto prendendo, cioè dichiara la possibilità di esistenza di possibili superuomini, e a buon mercato, pure. E più sono cretini meno vedono le complicazioni reali, per cui più facilmente cascano in forme più o meno evidenti di superomismo e poi “super razzialità”, per così dire. Se all'ultimo termine, ci troviamo il bellone finale, trattandosi di un processo lineare progressivo nel tempo, si postula siano esisitite o possano ancora esistere forme “precedenti”, con ancora un po' di primitiva scimmiaggine, e quindi inferiori. In Darwin e C. non c'è l'inferiorità o la superiorità e non c'è il Tempo come causa primaria: il tempo è solo lo spazio (o meglio, la “dimensione”) in cui avvengono i successivi eventi di riproduzione (umana, animale o vegetale) che modificano, in una popolazione di organismi, le proporzioni quantitative in cui tendono a prevalere (o a diminuire) le caratteristiche “favorevoli” (o meno) nel senso di procurarsi da mangiare e quindi riprodursi. E occhio alla dannatissima e ipocrita pudicizia ottocentesca: tutte le chiacchiere sulla lotta per l'esistenza, zanne e artigli, cosiddetto “darwinismo sociale” eccetera, hanno nascosto assai l'importanza essenziale della riproduzione, che procede per generazioni, quindi è la riproduzione (che nella mssima parte dei casi comporta il sesso, degli ottocenteschi benpensanti orrore !) il fattore che mette l'evoluzione nella dimensione tempo. Un leone può avere, rispetto agli altri leoni, le migliori zanne, artigli, agilità e velocità nell'inseguire le prede, eccetera eccetera, per procurarsi gazzelle o bufali da mangiare a volontà, ma senza leonesse disponibili (e disposte) queste sue caratteristiche pur tanto vantaggiose per lui, nella evoluzione della sua specie non entrano per niente. E poi, se le leonesse le trova, i nuovi nati, anche quelli che hanno meglio ereditato da papà Superleone le caratteristiche più vantaggiose nella caccia, per sopravvivere fino a quando possono andare a cacciare senza essere fatti a pezzi e mangiati dal primo babbuino di passaggio, hanno bisogno di allattamento, sorveglianza, difesa, un po' di educazione, eccetera, per potere crescere fino a poi a loro volta potersi riprodurre. Quindi il tremendo leone, può avere zanne e artigli migliori di tutti gli altri, ma senza femmine, sesso e le cure parentali alla prole può anche ammazzare tre zebre al giorno quando gli altri leoni è tanto se riescono a predare un'antilope alla settimana, ma agli effetti dell'evoluzione della specie vale zero. Con buona pace di tutti i terribilismi che gli autoritari di tutti i colori pretendono essere giustificati da quella che credono o vogliono credere sia la teoria dell'evoluzione.

Ma poi non è che la “specie” Tenia debba avere impiegato, per evolversi da un precedente “qualcosa”, che non era ancora un parassita dell'intestino dei mammiferi, più o meno tempo di quello che è intercorso tra l'esistenza dei primi Australopithecus e la data di nascita di Einstein. O meglio, una tale questione è del tutto irrilevante: il tempo non è e non può logicamente (vi risparmio una eventuale possibile dimostrazione di illogicità) essere la scappatoia (appunto illogica) di riproporre, attraverso di esso, il concetto di una Divinità inverantesi nel mitomane di turno che supera, nella vignetta a cui è ridotta e falsata la Teoria sintetica dell'evoluzione, anche il bellone col profilo alla Fidia.

Quindi la strip o “striscia” che mi sta tanto sulle scatole riflette il pregiudizio del diverso come più primitivo o meno evoluto, e quindi inferiore, quindi, come nei fatti è successo, giustifica almeno una forma, non per questo meno orrida, di razzismo. Che poi non è tanto lontana dal razzismo supposto giustificato da presunte motivazioni religiose: il concetto dell'evoluzione verso la perfezione, inevitabile in quanto pilotato dal tempo ed escludendo la casualità, implicitamente o meno, introduce (mi ripeto, lo so, lo faccio apposta...) una qualche specie di metafisica divinità alla cui perfezione l'umano deve tendere, perfezione definita poi come tale a piacere del PPT ossia Pretenzioso Pensatore di Turno, se necessario eliminando le forme meno perfette che ostacolano o frenano questo processo, anche, se ritenuto opportuno, con le camere a gas.


Ma tant'è, dato che poi sotto sotto assieme alla tendenza contraria abbiamo anche quella a trovare piacere a pescare qualcosa a cui obbedire, sono sempre parecchie le idee che appena sembri possibile vengono cristallizzate per trasformarle in fortezze dove potere resistere alle possibili offese dello spirito critico.


Il terzo esempio è quello della ben nota farfalletta dell'Himalaya, un cui battito d'ali “può causare” un tornado nel Texas o da qualche altra parte. Attenzione: “può”, mentre è certo che questo cosiddetto “principio”, a prenderlo davvero come generale (ossia non “può causare” ma “causa”), è una potentissima scempiaggine.

L'asserzione sul potere del battito d'ali della farfalla è già tremendamente equivoca di per sé, ma poi, essendo di fatto (perchè se non si ha presente la questione matematica che c'è sotto viene interpretata quasi inevitabilmente attraverso la cultura diffusa tradizionale che non è certo matematica, ma alquanto fideistica) essendo di fatto, dicevo, una magari inconsapevole (ma non per questo meno cretina, anzi) rivalutazione della magia (che ripeto, per me, nella cultura di massa, quindi ricchi e ricconi compresi, è indivisibile dal tradizionalismo) si mette in assoluta opposizione al “pensiero lento”, allo spirito critico e al modo di ragionare scientifico. Modo di ragionare scientifico che è tuttora assai spesso sentito solo come rifiuto della tradizione, quindi dell'autorità tradizionale o ritenuta tale, e dunque almeno soggettivamente somigliante assai al peccato di empietà, di non essere pii, di non essere religiosi nel senso di ritenere sempre che ogni cosa avvenuta o che avverrà sia conseguente a fattori metafisici o al mancato rispetto per essi.

Avvertimento: è estremamente differente, nella pratica, dire che 1) “è possibile che il battito d'ali di una farfalla eccetera provochi un tornado nel Texas” oppure dire 2) “un battito d'ali eccetera può provocare un tornado nel Texas”, perchè il verbo potere di fatto presuppone un soggetto, che finisce con l'essere la farfalla. Ma nella nostra cultura tradizionale chi può qualcosa la fa, come il modello di riferimento tradizionale, ossia il Padreterno (nella presuntuosa nostra definizione corrente).

Allora, se io dico che c'è una certa probabilità, maggiore di zero, che il battito d'ali eccetera eccetera, è ovvia, per evitare assoluti malintesi, la necessità di un minimo di quantificazione. Ma se io dico che questa probabilità è certo maggiore di zero, ma minore di 0,001, in pratica il 95% di chi sente o legge ritiene che la faccenda sia trascurabile: il che almeno matematicamente poi non è detto che sia.

Ma si pone un altro grossissimo (secondo me) problema: di perturbazioni locali, in Himalaya o altrove, di intensità uguale o maggiore di quella data dal battito d'ali di quella dannata rompipalle di farfalla (e dai movimenti dell'apparato anatomico usato, per parlare, del metereologo che si è messo a giocare con la retorica) ce ne sono infinite. Se io ammetto il “principio della farfalla” devo anche ammettere lo stesso principio per tutte le altre farfalle, nonché vespe, api, uccellini eccetera eccetera: oppure devo introdurre delle condizioni per escludere tutto tranne quella particolare farfalla... e allora la cosa non è più generale. Quindi è anche concettualmente (secondo me) impossibile tenerne conto. Ossia, un modello matematico talmente sensibile ad ogni infinitesimale variazione di infinite condizioni iniziali non funziona, non è valido. E questo neanche nella meteorologia: figurarsi poi in una analisi di un fatto storico importantissimo (l'unificazione della Germania da 38 stati e staterelli in un Impero, nel 1871), come ha tentato di fare Dominic Cummings, ascoltatissimo consigliere del Primo Ministro della Gran Bretagna. Per somma disgrazia di Inglesi, Gallesi, Scozzesi e Nord Irlandesi.

Incidentalmente, mi sembra che la meteorologia abbia invece fatto grandi progressi, ma che il merito sia della quantità di informazioni, già alquanto sintetiche, e quindi già implicitamente comprendenti farfalle e altro, fornite dalle immagini e altri rilevamenti satellitari. Ma la sintetizzazione aggira il problema della misura e analisi di tutti i battiti d'ali di tutte le farfalle eccetera eccetera, compreso qualsiasi movimento pneumatico di farfalla o di qualsivoglia pecoraio dell'Himalaya o del monte Pellecchia. Invece la farfalletta (ma non, poveretta, lei, il suo battito d'ali, il relativo concetto, anzi la credenza che quel concetto sia un principio generale), rimasta a livello analitico elementare, attraverso Cummings e la sua megalomania è perfino entrata, secondo quanto mi pare di avere capito, tra le cause 1) di quel gran casino che è la Brexit, ossia la scombiccherata politica inglese per l'uscita della Unione Europea e la trasformazione della Great Britain in Global Britain, e 2) il tremendo e tragico papocchio che il governo inglese è riuscito a fare riguardo alla pandemia di Covid-19, con relative decine di migliaia di morti premature.

Questi due punti, mi pare alquanto importanti, li tratterò nel prossimo mio attacco di grafomania.

La storia di questo concetto, del battito d'ali della farfalla dell'Himalaya che può provocare un tornado nel Texas, esempio volutamente improbabile per risvegliare l'attenzione, e che originariamente era solo un espediente retorico per esemplificare un problema matematico, ma a livello di giornalismo sensazionalista è diventata una cosmica superbufala, riguarda in origine rigorosamente solo la meteorologia. Dove ci si è accorti che un modello matematico predittivo, comprendente (se si pretende di farlo serio) un bel sistemone di certe equazioni differenziali, può dare risultati completamente diversi in conseguenza di una piccolissima variazione del valore di una delle condizioni iniziali. Il che, francamente, pur non essendo certo io un matematico appena appena decente (ho solo la coscienza della grandissima utilità della matematica se sensatamente usata) non è proprio nulla di strano. Anzi, lo strano sarebbe il contrario: vabbè, ma mi fermo qui, anche perchè a suo tempo di sistemi caotici nonché di certe cose chiamate “attrattori” qualcosa ho letto, e forse forse almeno in parte pure qualcosina capito, ma, primo, non ricordo bene, e, secondo, è sostanzialmente irrilevante. Irrilevante perchè anche una minima esperienza di problemi appena appena un po' complessi mostra che in un modello, fatalmente semplificatissimo, delle differenze grandi 1 nei valori (veri o presunti) delle condizioni iniziali delle variabili in ingresso, nel caso generale, comportano grandezze anche molto diverse da 1 nei valori della variabili in uscita. E anzi il pregiudizio per cui piccole variazioni in ingresso possano avere solo altrettanto piccole variazioni in uscita è assolutamente nefasto (questione di cui mi pare di avere anche scritto parecchio). Se questa presunzione di un “principio di proporzionalità” (che è la cretineria opposta all'altra cretineria del “principio della farfalla”) fosse vera, l'Italia potrebbe esportare solo pedalini e affini, e noi non avremmo i soldi per comprarceli, un po' come era nell'Italia preunitaria, dove le scarpe apparivano quando ci si sposava o, per gli uomini, quando si andava di leva.

Quello che non è irrilevante (occhio, sempre secondo me) è che anche la Scienza è spesso condizionata da esigenze pratiche: quindi la meteorologia non è indipendente dalla opportunità, o anzi molto spesso necessità, di sapere esattamente quando e dove si realizzano certi eventi. In prima approssimazione, consultando le statistiche, posso dire che nel prossimo mese di agosto 2020 nel Texas ci sarà una certa probabilità X del verificarsi di N eventi definiti tornado, ma se si ha bisogno di sapere se proprio una certa località, in che giorno e a che ora, sarà interessata da un tornado, in modo che pubblico e istituzioni possano prendere le opportune precauzioni (impossibili da mantenere costantemente in atto) le cose si complicano assai. Allora, si è cercato e si cerca di comprendere la dinamica dell'atmosfera, su scala planetaria, con un dettaglio accuratissimo, con una caterva di lavoro e di strumenti, costruendone dei modelli matematici. Che non è che possano essere semplicissimi: la metereologia è complicatina, quindi è del tutto normale che tali modelli debbano comprendere dei sistemi di equazioni differenziali. Poi questi modelli matematici bisogna alimentarli con dei dati, tra cui le condizioni iniziali: e ci si è accorti che una differenza estremamente piccola nei dati iniziali, come quella, nella formulazione originaria, derivante da un colpo d'ali di un gabbiano (poi per carineria retorica il gabbiano è diventato una farfalla, ma potrebbe benissimo essere invece la scorreggina di un pecoraio, magari dalle parti del già citato monte Pellecchia e non in Himalaya) si traduce in differenze estremamente diverse dei valori delle grandezze in uscita.

A questo punto le strade logiche (verbalmente) sono due: una, è quella di considerare inadeguati i procedimenti matematici usati per affrontare da soli (senza per esempio l'aiuto enorme delle informazioni a vario livello di sintesi fornite dai satelliti) problemi complessi e rognosi come quelli metereologici, mentre l'altra è pretendere che sia la realtà dei processi atmosferici a essere intrinsecamente instabile e i modelli invece adeguati. E poi estendendo questo concetto di presunta assoluta instabilità alla realtà in generale, anche storica, e quindi con ulteriore estensione, anche politica. Lasciando da parte il “verbalmente”, mi pare che i due aspetti coesistano dissimetricamente: ossia, la realtà non è tanto stabile come sembra essere al nostro cervello, che non è primariamente fatto per confrontare astrazioni e quantificare i risultati del confronto, ma i modelli matematici, almeno quelli usati al tempo della pubblicizzazione dell'effetto farfalla, sono assolutamente inadeguati allo scopo di prevedere, magari un mese prima, se il giorno X all'ora Y nel punto Z il vento supererà i 115 chilometri all'ora.

Ma sono metodi anche più follemente inadeguati allo scopo di interpretare la Storia, non parliamo poi a quello di prevedere la Grande Politica. Intendo affermare che gli eventi il cui trascorrere forma la Storia sono il risultato dell'azione e anche interazione reciproca di molte variabili, di cui parecchie anche certamente casuali. Ma l'incertezza dipende anche dal grado di dettaglio a cui si vuole arrivare, grado che oltre un certo livello diventa irrilevante, mentre a tutti gli scopi pratici politici (in senso ampio) pure importantissimi o grandiosi è solo necessario un grado di dettaglio tale da negare l'incertezza relativa. Un esempio: se devo andare in un ufficio situato in una zona di Roma che non conosco, consulto la mappa delle strade di Roma, che è stata costruita fregandosene altamente della sfericità della Terra, eppure funziona benissimo. Alla sua scala, volere descrivere la sfericità della Terra è, oltre che inutile, impossibile, perchè nel processo di stampa non si possono evidenziare differenze di un millesimo di millimetro, che poi non sarebbero nemmeno percepite dall'occhio umano. Quindi, impossibile e inutile. Se invece si formalizzano le rotte che in sequenza un pilota di un aereo psseggeri deve seguire per realizzare un volo da Roma a San Francisco, la curvatura della Terra invece deve assolutamente essere considerata. Non è che la mappa di Roma dia ragione ai terrapiattisti: semplicemente, il grado di dettaglio di un modello utilizzabile a un certo scopo dipende dallo scopo in questione. Ora, in problemi storici, questa confusione sul grado di dettaglio non è che sia solo inutile, ma induce anche errori madornali perchè nega fenomeni di più alto ordine rispetto al battito d'ali della farfalla, fenomeni che mi pare si possano definire come emergenti, e che al livello della farfalla sono assolutamente invisibili. Ossia, la farfalla, supposta per un momento essere cosciente e intelligente, non potrebbe assolutaente sapere se battendo le ali causa inun certo luogo del Texas, un certo giorno e una certa ora, un tornado...

Ammettiamo poi che la sera prima dell'arrivo nei pressi di una certa isola dei Caraibi al marinaio che il giorno dopo doveva essere di vedetta in cima all'albero della caravella ammiraglia di Cristoforo Colombo fosse andato un moscerino nell'occhio: questo microevento provoca il giorno dopo un ritardo nell'avvistamento, per cui la proposizione “Alle ore 10 e quindici si è avvistata terra” supposta scritta sul libro di bordo sarebbe diventata falsa, e andrebbe supposta essere stata scritta “Alle ore 10 e 45 si è avvistata terra”: l'effetto farfalla avrebbe colpito, ma con conseguenze irrilevanti. Correttamente, non gliene frega niente a nessuno, non fa assolutamente nessuna differenza concreta, se la vedetta in cima all'albero della “Santa Maria” ha visto terra mezz'ora prima o mezz'ora dopo.

Ora salto una serie di esempi possibili in una gradazione di livelli di dettaglio e conseguente maggiore o minore irrilevanza concettuale di qualunque possibile effetto farfalla, e arrivo a una sera del presumibile 26 agosto 1451. Domenico Colombo fa indigestione della genovesissima focaccia di ceci, per cui quella notte non combina nulla con sua moglie Susanna, che quindi non resta incinta, quindi non nasce Cristoforo Colombo, che quindi non può scoprire l'America: l'effetto farfalla (o in questo caso focaccia di ceci) ha colpito. E sempre per il “quindi”, la proposizione: “Colombo ha scoperto l'America” sarebbe falsa, perchè Cristoforo Colombo non sarebbe nato, non sarebbe esistito.

L'enorme errore di quello che Dominic Cummings sembra deciso a voler credere, è che quindi la eventuale falsità della proposizione “Colombo ha scoperto l'America” comporterebbe che la scoperta dell'America NON sarebbe avvenuta... Dalle lontanissime letture di un certo Bochemskj, frate polacco nonché autore di una terribilmente pizzosa (ma utile) “Storia della Logica Formale”, mi pare di ricordare che questo tipo di errore sia chiaramente classificato, e forse ha anche una specifica denominazione. Ma, restando terra terra, a me pare invece che con un minimo di ragionamento la scoperta dell'America risulti essere stata un evento inevitabile, “emergente” (scusate il parolone) da due fattori: il primo è che, farfalla o non farfalle, il continente americano esisteva, esiste e nessun volo di farfalla può né poteva farlo scomparire. Il secondo è che a quell'epoca (fine '400) era da secoli in atto, ed è continuato poi, e continua tuttora, un continuo miglioramento tecnico nella costruzione e gestione di navi, per cui era assolutamente inevitabile che il continente americano venisse scoperto da qualcuno che il progresso tecnico avesse a un certo punto messo in condizioni di poter andare facilmente a vedere cosa c'era o non c'era a Ovest molto oltre le Azzorre, già da tempo conosciute e sfruttate. In questo processo di miglioramento tecnico, di errori, di false partenze e di voli di farfalla ce ne saranno stati chissà quanti, ma trattandosi di qualcosa di diffuso e collettivo nello spazio e nel tempo non è che i voli di farfalla potessero complessivamente nemmeno sensibilmente rallentarlo.

Per tigna, preciso: non è che nessuno si sia mai sognato di descrivere il processo tecnico delle costruzioni navali con un sistema di equazioni differenziali, a sua volta suscettibile di prevedere tempo e modo di una certa evoluzione (come, caso reale e attuale, un nuovo tipo di prua) in funzione del valore di certe presunte condizioni iniziali. Non sappiamo se e quando i Fenici hanno scoperto che un certo legno in acqua durava di più: l'idea di ricorrere a un sistema matematico per ricostruire o prevedere un simile evento è assurda e completamente antiscientifica, come un ricorso all'astrologia. Con l'aggravante di sputtanare strumenti matematici serissimi e utilissimi se usati in modo corretto. Ma forse il problema sta in una diffusa soggettiva necessità psicologica di tentare la riduzione del pensiero scientifico al tradizionale (e nella tradizione valutato come moralmente positivo) pensiero magico, nella sua versione “miracolosa” o meglio “miracolistica”. Questione che riprendo alla fine, assieme alle motivazioni, in parte non stupide, di esso.

E quindi, per questa indipendenza da condizioni iniziali contingenti (come l'indigestione di Domenico Colombo), il continente americano poteva perfino essere “pubblicamente” scoperto (quasi certamente lo è stato, ma non “pubblicamente”) pure prima di Colombo, ma entro dieci o venti o trent'anni più tardi, anche senza Colombo sarebbe certamente e notoriamente stato scoperto: un po' troppo grosso per non trovarlo. Ossia, Colombo o non Colombo, la scoperta dell'America sarebbe avvenuta: come, Bismarck o non Bismarck, sarebbe avvenuta l'unificazione della Germania. E come, ammazzando Cesare, Bruto, Cassio e soci non sono riusciti a salvare o restaurare l'ordinamento repubblicano di Roma.

Viceversa, senza Dante, secondo me, è certo che non avremmo la Divina Commedia; senza Mozart non avremmo “Il Flauto Magico”, eccetera. Magari avremmo delle cose, anche pregevolissime, in stili affini, ma non quei particolari risultati, indipendentemente da ali di farfalla dell'Himalaya o del monte Pellecchia, o da ali di gabbiano eccetera.

Ma perchè me la prendo tanto ? Perchè, secondo me, siamo nel mezzo del fiume da passare: o riusciamo a fare funzionare meglio la democrazia o … andiamo a fondo ? Beh, veramente non lo so, ma comunque mi pare che il populismo sia un pessimo metodo politico. E mi butto, da incosciente come sono, in una serie di domande e argomentazioni parecchio spinose.

Innanzitutto: si è proposto il “socialismo scientifico”, senza però rendersi conto dei relativi ostacoli per realizzarlo. D'altra parte, a me pare che la democrazia abbia bisogno di essere efficiente, e questo secondo me non si può ottenere senza una assai maggiore diffusione del pensiero razionale (chiamatelo razional-empirico, o scentifico, o lento, come vi pare, sono definizioni che anche se solo parzialmente si sovrappongono, secondo me, ma comunque noo sono mutuamente esclusive. Ostacoli: a me pare che i nostri “Dottori della Chiesa della Sinistra”, intendendo per tali i teorico-pratici studiosi e operatori politici del socialismo, siano stati influenzati assai dalla convinzione, in passato universale, della perfezione della Natura, perchè opera di un Ente Supremo o evidentemente rispondente a un progetto ideale intrinseco. Stalin ha mandato a crepare in Siberia un eccellente biologo evoluzionista in quanto si opponeva alla tesi miracolistica di Lysenko (che ha mandato in malora l'agricoltura sovietica), il quale Lysenko sosteneva che nel giro di una o due generazioni il cambiamento delle condizioni politico sociali conseguenti alla rimozione dell'innaturale sfruttamento dell'uomo sull'uomo avrebbe prodotto l'uomo nuovo (e dalli con queste fissazioni) privo di tutti i difettini e difettacci del proletario di tutti i tempi precedenti la Rivoluzione (e anche l'enfasi sul fatto clamoroso come qualsiasi rivoluzione senza tenere conto dei diversi fattori che di volta in volta e di luogo in luogo l'hanno causata mi sa tanto di surrogato romanticheggiante del misticismo religioso o para religioso). Direi che il populismo propone (generalmente in mala fede) il “potere al popolo” con la condizione che il “popolo” mantenga la sua “cultura”, ossia resti anche condizionato dagli stessi fattori che ne definivano il ruolo e ne realizzavano la funzione nelle strutture politiche autoritarie storicamente precedenti le “democrazie” in senso attuale. Ma non è affatto vero che in tali strutture i potenti pensassero in un certo modo e il proletariato in modo completamente diverso: se i re e loro accoliti si ritenevano legittimati nientemeno che da Dio, all'ordinamento del mondo tangibilmente dettato da Dio ci credevano in sostanza tutti... E i limiti alla curiosità, all'esperienza e alla razionalità erano fissati dal supposto obbligo a questa credenza. La differenza era che l'irrazionalità del poveraccio non è che gli producesse tanto più danno di quanto intrinseco nella sua condizione: anzi, un tratto come la diffidenza verso qualunque novità aveva anche una motivazione razionale: cambiare tipo e metodo di agricoltura, in una condizione di perpetuo rischio di carestia, normalmente comportava un aumento del rischio di morire di fame. Poi, quando si è constatato che il mais rendeva eccome, anche il più derelitto dei braccianti agricoli, se aveva qualche metro quadro di terra, si è messo subito a coltivarlo. Per chi stava più in alto, di tanto in tanto capitavano situazioni in cui si dimostrava l'inefficacia della irrazionalità, magari perchè in qualche Crociata, fiducioso nella forza del proprio coraggio e nella Fede, finiva massacrato in qualche battaglia stupidissimamente persa. Quindi, mi sembra che tra i ricchi e potenti molto piano piano qualche dubbio nell'efficacia dell'irrazionalità si facesse strada, ma (sempre mi sembra) a livello personale o quasi. Comunque, per la numericamente preponderante massa delle persone, la Natura di per sé doveva essere perfetta e se non si dimostrava tale era per colpa dei peccati umani, a partire da quello di Eva, nientemeno. Non era quindi neanche concepibile che la stessa persona avesse dentro di sé una serie di tendenze anche opposte tra di loro, e che quindi la stessa identica persona potesse comportarsi, a seconda dell'equilibrio dinamico tra tendenze in funzione di stimoli rappresentanti una situazione esterna, benissimo e un'altra volta, anche immediatamente dopo, malissimo. Il Diavolo era concettualmente comodo per spiegare queste variabilità di comportamento: toltolo dai piedi, la disomogeneità dei comprtamenti individuali è diventata (sempre mi pare) scomoda e si è preferito ignorarla, cadendo in semplificazioni inefficienti come “popolo” o “proletariato” composti da individui intercambiabili. Ma attenzione: mi pare che oltre un certo limite, anche una distinzione tra pensiero razional-empirico e pensiero magico vada presa con le molle: per un nostro lontanissimo antenato, infradiciato e frastornato da un forte temporale, attribuire tuoni e fulmini all'incazzatura di un qualche Essere grande e grosso è comunque stato il formulare una ipotesi: sbagliata, ma sempre un tentativo, un inizio di spiegazione razionale. Comunque sia, anche definire la religione come l'oppio dei popoli è stata una estrema semplificazione: che in molte circostanze possa avere funzionato anche in tale senso, mi pare più che probabile. Ma è anche vero che la mente umana è una fabbrica di credenze, e che la religione cristiana in particolare sia stata anche un tentativo di dare una struttura almeno provvisoriamente abbastanza funzionale a una nostra generale necessità (o meglio voglia, o disposizione a) di credere. Non è ovviamente affare mio se non in quanto libero cittadino che si ritiene libero di cercare di capirci qualcosa, ma direi che il vero punto di forza del Cristianesimo è stato ed è l'avere assunto come divinità un condannato a morte mediante tortura, il che ha reso relativamente più difficile che in altre religioni, a parole compassionevoli, ignorare la validità morale del precetto di trattare il prossimo come si vorrebbe essere trattati. Non incidentalmente, richiamo che questo comporta il riconoscimento, per ognuno di noi, della nostra fallibilità, essendo evidente quella degli altri: ma questo porta dritto alla necessità della verifica, al metodo scientifico, e dovrebbe (anzi, deve), portare all'abbandono del dare un valore probatorio (per moralismo) alla forza delle convinzioni. Poi all'atto pratico le strutture del Cristianesimo di compromessi necessari ne hanno dovuti fare parecchi, e parecchi ne hanno fatti anche di non necessari; poi, ancora, l'esigenza del consolare le afflizioni di una vita come quella dei nostri antenati fino a pochissimo tempo fa ha dato una utilità anche a credenze discutibili o certamente false. Nei Paesi cattolici c'è stata la conservazione e legittimazione del “pensiero magico” tanto diffuso in antico, incanalato per esempio mell'importanza data ai miracoli, soluzioni di problemi anche gavi o gravissimi mediante mezzi metafisici; nei Paesi protestanti siamo pressappoco lì, con l'importanza data ai tanti e svariati miti dell'Antico Testamento. Tra finanziare spedizioni alla ricerca dell'Arca di Noè tra Armenia e Turchia e farsi finanziare la ccotruzione e messa in opera di un grande e dicono ottimo ospedale, anche se io alle stimmate di Padre Pio non ci credo, preferisco assai la seconda alternativa.

Comunque, per il fesso qualsiasi, il metodo di pensiero moralmente accreditato dalla cultura tradizionale e tuttora troppo troppo troppo influente comporta la superficialità, l'abdicazione alla curiosità e all'approfondimento. Se i pre-giudizi forniti già pronti da una trdizione o da qualcosa che sembra tale, essere supeficiali è gisto, morale ed efficace.

Condenso: per me una Sinistra deve fare entrare nella cultura generale diffusa, a disposizione di tutti, in condizioni di facile utilizzabilità (e prima condizione è la conoscenza): e questo per assoluta necessità. Il prezzo del pensare populista, obbligando alla superficialità, è l'accumulare errori su errori.

Visto da un altro punto di vista, la politica non è roba intuitiva: le intuizioni ci possono anche essere e importanti, ma secondo me devono sempre essere rigorosissimamente verificate. Ossia chiunque (quindi tutto il Popolo) dovrebbe accettare l'imperfezione come naturale e quindi accettare pienamente il concetto della propria e altrui fallibilità; il che richiede che tutti, prima ancora di essersi impadroniti degli strumenti, si convincano del valore morale positivo e della assoluta necessità della verifica delle proprie e altrui ipotesi.

Ed è anche, sempre secondo me, un miope interesse di bottega il volere fare passare per anticristiano il concetto della necessità della verifica e i conseguenti comportamenti. Il mondo è pieno di missionari cattolici che di tante certezze del catechismo non è che ne facciano chissà che di testimonianza: scavare un pozzo e insegnare come si fa è più importante che condannare o biasimare per eretico chi se ne frega della storia di Noè e del suo barcone. In una delle varie pesti di Milano e dell'Italia in generale, l'arcivescovo di Milano, poi santificato, ha voluto assolutamente fare svolgere, con la partecipazione di fatto obbligatoria per tutti i cittadini, una grande processione di penitenza per gli umani peccati e implorare Iddio di smettere di punirli con la peste. E, a piedi nudi, vi ha partecipato pure lui. Il suo collega di Torino invece se ne è ben guardato, ma non è che poi ne sia stato biasimato o scomunicato. Quindi, in realtà, anche in tempi assai poco razionali un po' di spazio per l'uso del cervello c'era, ma solo per chi, proletario o grande e ricco nobilastro, ne aveva il fegato. Ma non è che possiamo pretendere che la generalità del popolo, con tutti i guai che aveva (ho riletto recentemente il Viaggio in Italia del Monsieur Barone Montaigne, che sputava frequentissimamente sangue per i calcoli renali, problema oggi semplicissimo da risolvere) che fosse proletario ma anche nobile, potesse rinunciare alla consolazione data da una certezza della vita eterna, cosa intrinsecamente non verificabile, per cui il verificare era immorale.

Ma esiste un altro problema, ancora: che la naturale tendenza a riconoscere sé stessi in un sistema a sua volta naturalmente gerarchico e autoritario, la tendenza a obbedire, in equilibrio o quasi equilibrio dinamico con l'altrettanto naturale tendenza a disobbedire (il che anch'essa è componente del naturalissimo Sistema) non serve a nulla negarla: il Popolo non è naturalmente perfetto perchè nessuno di noi lo è.

Viceversa il populismo, per il quale l'imtuitività dovrebbe avere sempre ragione e l'approfondimento, la conoscenza, il pensiero razionale sono nemici perchè visti come tali nella cultura popolare che la Storia ci ha cosegnato, combina inevitabilmente scempiaggini umanamente e economicamente costosissime innanzitutto per il Popolo stesso, Quindi, non è che io neghi qualsiasi valore alle Tradizioni Popolari, ma occorre liberarsi dal biasimo morale che in esse riguarda l'approfondimento, la ricerca del capire e del conoscere, la Curiosità in senso sia specifico che generale: Eva aveva ragione. Stop.

Un'altra volta, credo di potere dimostrare che il populismo è intrinsecamente inefficiente: le cretinerie commesse sia riguardo alla pandemia che riguardo poi anche all'inglese Brexit me ne sembrano prova incontestabile.



Claudio Fornasari


Roma, 28 7 2020