IL CASO AVIO COLLEFERRO

SUL CASO AVIO COLLEFERRO – 22 10 2020


Prima di entrare nel vivo degli approfondimenti su Avio e Colleferro (come caso particolare di un rifiuto culturale di industria, e a monte di essa, della Tecnica e infine Scienza), un appunto: il vantaggio economico del relativo successo tecnico-commerciale è approssimabile solo per difetto, perchè esso intrinsecamente concorre a una immagine dell'Italia come forte potenza tecnologica (qualcosa di assai diverso dai luoghi comuni anche, anzi sopratutto, nostrani) in grado di operare anche su terreni assai difficili. Diciamo che si tratta di una pubblicità ad altissimo livello e nello stesso tempo di una garanzia della capacità persistente, da parte di ditte italiane, di offrire prodotti tecnicamente all'avanguardia nel loro campo ma a prezzi competitivi (competitivi per capacità organizzative e tecnico-scientifiche invece che per basso costo del lavoro). Quindi indirettamente, ma sensibilmente, agevola affari come la fornitura di fregate del tipo FREMM alla Marina Militare USA, attraverso una azienda USA ma controllata dalla Fincantieri, per inizialmente una nave per 795 milioni di dollari; e poi se il cliente si trova soddisfatto una opzione per altre nove unità con un totale di $ 5,58 miliardi. Incidentalmente, ho letto una puntualizzazione del Manifesto (il giornale) contro gli eccessivi entusiasmi per questo affare, che è alquanto sensata, ma che non cambia il punto sostanziale: essere l'Italia diventata stabilmente fornitrice nel mercato mondiale dell'alta tecnologia. Non ancora sempre altissima come ci converrebbe (converrebbe perchè i margini sono infinitamente più alti che non sui prodotti facili da fare), però la Marina Militare USA pare si sia mossa nel senso Fincantieri proprio per avere preso delle discrete fregature da fornitori totalmente statunitensi. E ci sono anche delle questioni politico militari in cui qui non entro, ma che sarebbero assai interessanti (anche proprio per la Sinistra nostrana) per le implicite questioni di politica estera USA e in generale. Mi pare che si stia assistendo a un sia pure troppo lento cambiamento dei fattori di potenza politica degli Stati, diciamo dal numero di cannoni (o di baionette, come un certo Mussolini pretendeva) verso le capacità di ricerca e applicazione tecnico scientifica: ma proprio essendo l'Unione Europea un, diciamo così, conglomerato di minoranze, questa disomogeneità interna comporta un obbligo (funzionale, quindi vantaggioso perfino economicamente, oltre a essere un dovere morale) di solidarietà e di liberalismo (da non confondere con “liberismo”) democratico. Il che poi, a me, pare un orizzonte “di sinistra”.

Torno all'industria spaziale: c'è una buona rassegna, a firma di Giovanni Caprara, sul supplemento del Corriere della Sera del 25 settembre riguardante l'argomento innovazione. Economicamente e tecnicamente l'Europa non sta poi messa male, nonostante il settore sia molto affollato da imprese lautamente finanziate in primo luogo dal governo USA, con una politica analoga a quella di Russia, Cina, India e mi pare anche Giappone. E poi c'è una ovvia sovrapposizione tra interessi industriali in senso stretto (satelliti per comunicazioni, meteorologia e parecchi altri servizi), ricerca scientifica, propaganda dell'immagine nazionale, e interessi militari. Quindi c'è, nel mondo, una alluvione di soldi statali (anche in paesi tuttora socialmente disagiati assai) per sistemi di lancio per satelliti, navicelle spaziali, veicoli di esplorazione per Luna e pianeti vari, mentre l'ESA, l'Agenzia Spaziale Europea, in questa giostra si tiene abbastanza in disparte dalle faccende militari e relativi denari. In questo campo i cavalli da battaglia moderni per l'Europa sono il lanciatore Ariane 6 (successore del 5 e del 4, che hanno avuto centinaia, ripeto centinaia, di lanci effettuati con successo commerciale, i satelliti svolgono un sacco di compiti per cui le ditte loro proprietarie pagano il lancio e messa in orbita ) per carichi mediamente pesanti (mi pare fino a 21 tonnellate) e il Vega, per carichi più leggeri.

Ora, un po' di questioni tecnico-costruttive-economiche: i razzi per lanciare in orbita o nello spazio satelliti, navicelle o veicoli vari, per carichi medi o pesanti, devono (tranne un tentativo che parrebbe si sia perso per strada) essere fatti componibili, visto che dopo il decollo, in cui serve la massima potenza possibile, nel proseguire la traiettoria via via la potenza necessaria decresce. Quindi non conviene, o è addirittura impossibile, tirarsi dietro tutti i serbatoi/involucri e motori necessari al decollo anche quando non servono più, e pur essendo vuoti pesano parecchio: per cui un tipico “lanciatore” come l'Ariane 6 è composto da 4 o 6 “elementi”. C'è un “primo stadio” o S1, che al decollo è affiancato da due o quattro “booster” (la traduzione italiana migliore mi pare quella di “razzo impulsore”) che per quanto mi pare di saperne, sono generalmente a combustibile solido. Quindi il decollo avviene per la spinta contemporanea di 3 o 5 motori razzo, S1 più i due o quattro “impulsori”. Così tutto il complesso parte con un gran casino di fuochi d'artificio: a una certa quota i booster finiscono il loro combustibile e vengono sganciati e cadono, generalmente in mare, mentre S1 prosegue ancora un pezzo fino a che anch'esso esaurisce il combustibile. Allora S1 si sgancia da quanto del lanciatore resta a proseguire il percorso prestabilito, si accende il motore del secondo stadio, S2, che prosegue a compiere la sua missione, tipicamente mettere in orbita uno o più satelliti per i clienti del servizio. In altri casi (come per esempio, mi pare, il precedente Ariane 4) gli stadi sono 3: tutto procede allo stesso modo, salvo che S2 “passa il testimone” a un successivo stadio S3.

Attenzione, punto 1; i “booster” o “impulsori” al decollo forniscono tra l'80 e il 90 % della potenza necessaria, quindi sono comunque bestioni: quelli, made in Colleferro, dell'Ariane 5 sono alti 31 metri, con un diametro di tre e portano 238 tonnellate di propellente ciascuno.

Punto 2: dato che per sollevare e portare fino a una certa quota un chilogrammo occorre parecchio combustibile, è altamente conveniente che la struttura dei “booster” sia la più leggera possibile.

Punto 3: non sono cazzabubboli facili da fare: ricordiamo il disastro della missione Challenger del 1986, quando uno dei “booster” è esploso mandando spettacolarmente all'altro mondo i sette astronauti che avrebbero dovuto costituire l'equipaggio della navetta.

Punto 4: i booster della serie Ariane (e si tratta di, mi pare, un paio di centinaia di lanci) sono progettati e materialmente prodotti dalla Avio di Colleferro in fibra di carbonio anziché in acciaio, soluzione questa dell'acciaio che mi pare generalmente diffusa: calcolo strutturale assai raffinato e processo di costruzione in fibra di carbonio mi pare abbiano permesso di migliorare prestazioni ed economicità.

E qui ci vuole un piccolo inciso anche personale. Tendo, di fronte a problemi seri o a circostanze interessanti, a cercare di fare delle previsioni, di cui poi, con una frequenza tutto sommato non indegna, qualcosa pure alle volte si avvera. Ma naturalmente è più facile fare previsioni valide se sono pessimistiche piuttosto che ottimistiche: però sono queste, poi, che se si rivelano valide, mi danno più soddisfazione. Ormai tantissimi anni fa, a un convegno sui metodi di calcolo mediante calcolatore digitale, un giovane ingegnere proveniente proprio da Colleferro ha presentato un “coso” che faceva parte di un primissimo sforzo dell'ESA (European Space Agency) e che erano (lui e il suo gruppo) riusciti a felicemente progettare con ottimi risultati concreti. All'epoca, il metodo di calcolo strutturale che avevano impiegato era già disponibile sotto forma di un normale package o pacchetto software commerciale, ma sapevo (perchè faceva parte del mio mestiere saperlo) che questo pacchetto, con la sua interpretazione del metodo, aveva un campo di applicazione assai più ristretto rispetto alle caratteristiche del coso in questione da progettare. Per cui durante l'intervallo blocco il giovane ingegnere in questione per approfondire la questione, al che lui mi chiarisce che loro (lui e il suo gruppo) avevano preso quel metodo e lo avevano modificato espandendolo alle loro esigenze, niente affatto semplici. Preciso: non è che si trattasse, a quanto capito, di sola espansione del software, ma, prima, di espansione del metodo. Con il che mi sono congratulato e gli ho espresso la previsione che, salvo imprevedibili sventure, lui e il suo gruppo (di Colleferro) sarebbero andati, col tempo, a raccogliere dei grossi successi... come poi è stato. Incidentalmente, non è che poi ci volesse tanto a capire che la previsione poteva essere assai positiva e rivelarsi valida: bastava essere sufficientemente informati, pensarci un po', e non farsi condizionare dai pregiudizi sulla meschina Italia tecnicamente arretrata e sulla povera Ciociaria pastorale e basta...

Punto 5: il corpo dei booster (o razzi impulsori) per l'Ariane costituisce anche il corpo del lanciatore leggero ESA Avio Vega, che mette in orbita bassa carichi relativamente leggeri. Ma col progredire della miniaturizzazione dell'elettronica, in un carico leggero possono starci moltissimi satelliti per telecomunicazioni, sorveglianza o altro: quindi il più recente lancio del Vega di satelliti ne ha messi in orbita, mi pare, ben 53. Niente affatto solo per ricerche, ma per funzioni anche immediatamente redditizie, come rilevare dall'alto lo stato di date zone agricole. Mi pare che anche l'ultima campagna di foto satellitari di Google Maps sia stata svolta con il Vega. Usare lo stesso tipo di corpo razzo per i booster dell'Ariane e per un lanciatore a sé stante capace di soddisfare molte richieste del mercato è ovviamente economicamente assai sensato.

Punto 6: non è che si tratta solo di prestigio: si tratta di ritorno economico. Non sono aggiornatissimo, perchè ho lasciato cadere l'abbonamento a un paio di riviste interessanti, troppa roba da leggere, troppo poco tempo e troppa spesa. Mi pare comunque che per l'aspetto economico puro, cioè ipotizzando non dico un azzeramento, ma almeno un ridimensionamento degli aiuti governativi, le tecnologie in autentica vera concorrenza siano solo due: una è quella della raffinatezza tecnica riguardo al peso del sistema di lancio (booster e stadi successivi) rispetto all'energia potenziale contenuta nei propellenti e riguardo a altri aspetti, come i sistemi per il rilascio e messa in orbita corretta dei carichi, e l'altra (mi pare Space X, Elon Musk) è quella di rendere riutilizzabili i booster e il primo stadio; il che è comunque sempre raffinatezza tecnica, ma con un altro indirizzo. Per il momento, all'attuale stato dell'arte, mi pare che la soluzione ESA (Ariane, Vega e anche in cooperazione con la Russia qualche Sputnik) sia quella più valida economicamente. La concorrenza riesce a recuperare corpi di booster e primi stadi, ma non so quante volte si possono recuperare e riutilizzare strutture che di sforzi termici e meccanici mi pare debbano subirne, e anche pesanti. In più la riutilizzabilità ha di per sé un costo: occorrono strumentazione di navigazione, e secondo me anche combustibile suppletivo da aggiungere a quello necessario per il decollo. E mi pare non si tratti di una dipendenza lineare, nel senso che anche quell'eventuale combustibile suppletivo va sollevato al decollo, quindi, per esempio, se, di combustibile, senza la riutilizzabilità ne basterebbe 100, ma per la navigazione di rientro ne occorre 1, non è che si può semplicemente sommare 100+1 = 101, ma devo fare 100 + 1 + 3 (almeno), dove il 3 rappresenta il combustibile necessario per sollevare al decollo quell'1 in più...

Quindi, non sono per niente sicuro che questa soluzione sia economicamente vitale senza aiuti governativi in più, che gli USA alle loro ditte spaziali elargiscono, sotto molteplici forme, assai generosamente. Non è che posso con i miei limitati mezzi fare una analisi esauriente, ma a spannometro (o occhiometro, ossia senza pretese di precisione di misura pur fornendo sostanzialmente una valida base di confronto) direi che a parità di sostegno governativo il sistema europeo sarebbe decisamente più economico.


Punto 7: Per il momento, Colleferro lavora al massimo della capacità produttiva dello stabilimento, ampliato, e di parecchio, mi pare un paio di anni fa. Anche come portafoglio ordini mi pare si stia molto bene. A me pare che il risutato finale, finora, economicamente sia stato assai positivo: teniamo conto che di lanci di Ariane ne sono stati fatti centinaia, il che significa almeno il doppio di impulsori per Avio. Anche il Vega funziona: ha avuto un lancio fallito l'anno scorso, con conseguente stop per fare l'analisi del casino: ma, risolto il problema, l'assai complesso lancio (con 53 satelliti da piazzare) del 3 settembre scorso è andato ottimamente. E dato che ci sono parecchi progetti in corso di attuazione, è ancora alquanto probabile che il successo economico possa continuare e sperabilmente incrementarsi.


Ora, attenzione: anche nella stampa italiana, troviamo spesso titoli e titoloni sulle dimensioni delle aziende di “alta tecnologia” USA rispetto alle attività europee. Occhio, perchè in genere si tratta di capitalizzazioni di Borsa, per cui pare che Facebook sia un gigante rispetto alla General Electric, la quale se ne frega altissimamente e continua a muovere una montagna di concretissimi soldi in fatturato, stipendi, profitti e dividendi. Vedo di spiegarmi: il prezzo in Borsa delle azioni di una data azienda è determinato dalla richiesta e dall'offerta, che a loro volta sono influenzate da altri fattori, tra cui primari sono, mi pare, i dividendi e le prospettive. Supponiamo che l'azienda X dia mediamente un dividendo annuo di 5 (dollari o euro o quel che vi pare): allora un prezzo medio in un certo tempo in Borsa potrebbe essere 100, il che corrisponde a una certa retribuzione annua (prima delle tasse) di un ventesimo del prezzo: non male, quando gli Stati, compreso il nostro, prendono soldi in prestito offrendo interessi assai più bassi. Ma se nell'opinione pubblica si diffonde l'idea che l'azienda X possa a breve mettere sul mercato una cura per guarire da qualsiasi tipo di cancro, o per vivere felicemente fino a 200 anni, un sacco di gente si precipita a comperare le azioni dell'azienda X per la prospettiva di guadagnare sul suo presunto futuro e ingentissimo aumento di valore. Naturalmente poi ci sono i furbi, che speculano sulle aspettative di rialzo, per cui esaltano con qualsiasi mezzo (anche il sensazionalismo gornalistico) queste prospettive, per potere vendere domani a 120 quello che hanno comperato (a credito) ieri a 90. Ne risulta che l'azienda X, la stessa di cui sopra, in Borsa, anziché essere quotata a un certo valore intorno a 100, va a 4000, e viaggia a simili livelli stratosferici per periodi anche lunghissimi, fino a che c'è gente che a ragione o a torto si aspetta successi stellari oppure si diffonde la convinzione che i successi stellari non ci saranno.

Quindi, per inquadrare sensatamente (secondo me) le questioni di economia dell'alta tecnologia, compreso il caso Avio Colleferro e tantissime nonché prosperose altre realtà italiane, occorre tenere conto del fatto che questo relativo (ma presunto) nanismo finanziario non è sempre un male. Sono numerosi i casi in cui i prodotti o i metodi più validi tecnicamente ed economicamente vanno in fumo perchè a un certo punto il pallone gonfiato dei prezzi speculativi in borsa diventa enorme rispetto alle pur ottime prospettive possibili, e magari è la costruzione migliore che viene abbandonata e lasciata crollare perchè nessuno più si arrischia a investirci soldi.

Un esempio che mi pare classico è quello della DEC, Digital Equipment Corporation, che faceva minicalcolatori (e anche non tanto mini) formidabili per qualità e prestazioni. Per molti, che ci hanno lavorato e li rimpiangono ancora, la linea tecnica DEC, se mantenuta, ci avrebbe portato a fare correntemente oggi delle cose che forse si riuscirà a rendere normali e correnti tra dieci anni...

Perchè questa mia non divagazione ? Perchè correntemente, in questo momento, per rendere meno costosi i servizi spaziali, la strade sono appunto sostanzialmente solo due: una è quella di rendere recuperabili i corpi dei booster e di primo e secondo stadio, che mi pare sia la strategia di Musk (se non sbaglio). L'altra è di raffinare progettazione, metodi di costruzione, manovre di messa in orbita satelliti, nuovi veicoli eccetera, che è quella dell'ESA e di Avio. Senza scendere in altri particolari mi pare di potere scommettere a 60 per l'ESA contro 40 per i concorrenti.

Di cui uno era andato assai avanti con un'altra soluzione: aggirare l'ostacolo posto dalla necessità di una enorme potenza al decollo sostituendo il lavoro dei booster con quello fornito da un apposito gigantesco aereo capace di decollare e portare già in alta quota un veicolo con motore a razzo, per scopi vari, capace poi di rientro autonomo a terra. Tecnicamente ed economicamente l'idea mi pare potesse essere niente affatto cretina... ma è sembrato essersi arenata, mi pare perchè la Fontana di Giovinezza, quella che rendeva continuamente disponibili nuovi capitali freschi a basso costo (dividendi zero, sostituiti dalla prospettiva di grande futuro successo) si è inaridita, non ricordo perchè. Ma ho letto recentemente un accenno su un su possibile risveglio, che poi potrebbe addirittura coinvolgere l'aeroporto di Grottaglie, per una sua favorevole posizione geografica, assieme ad altri fattori: staremo a vedere.


Comunque, anche l'Avio di Colleferro, come tantissime altre economicamente assai valide iniziative o realtà italiane, ha un problema di contesto culturale. Ho letto, (ma poi ho perso il riferimento dell'articolo), che in Italia c'è un fortissimo consenso di opinione positiva sull'utilità della Scienza nel pubblico in generale, che poi purtroppo pare si riduca enormemente tra i politici e i giornalisti. Ma anche tra chi ha un'alta o altissima opinione della Scienza e della Tecnica mi pare che sia assai meno diffusa la vera comprensione delle basi culturali e del metodo “scientifico” in genere, da cui poi proviene alquanta confusione riguardo a quanto oggi può essere sensatamente definito “industria”, mentre ne persiste una immagine che molto approssimativamente, per comodità, definirei “letterario-vetero agraria” per cui la sua traduzione in decisioni politiche, ma anche personali (come, per un giovane, che percorso di studi scegliere) è spessissimo inadeguata. Ma appunto culturalmente, mi pare che ancora proprio non ci siamo, pur se la situazione può essere recentemente migliorata. Io Galileo l'ho letto ai tempi del liceo, ma non perchè prescritto o consigliato dalla scuola, ma perchè ho trovato, su una bancarella di libri più o meno usati, in Via della Libertà a Palermo, una edizione della “Lettera a Cristina di Lorena”: nei programmi scolastici, non solo non se ne spiegava sostanzialmente nulla, ma semmai spesso si cercava di versarci nel nostro cervello idee sostanzialmente antiscientifiche e, peggio, decisamente e deliberatamente antirazionali. Con conseguenze, secondo me, anche veramente drammatiche... La demonizzazione dell'Industria la mette in una categoria culturale sbagliata, che, per la evidenza della necessità di essa, ne comporta, nella discussioni e nei dibattiti, a una inconsapevole santificazione di essa, mandando al diavolo la indispensabile razionalità nell'affrontare problemi vitali socialmente e, spesso, anche individualmente.

Ma mi sembra che si tratti di un discorso da proseguire in un'altra prossima puntata della grafomania di Claudio Fornasari –

E all'eventuale lettore, ciao !


Rif. File FBIROHILL.odt